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Liv Sala

A Passo Empatico – Una conversazione con Giacomo Rizzolatti

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Erano anni che sognavo di incontrare il professor Rizzolatti.

La sua scoperta dei neuroni specchio è un passo importante per l’umanità, conferma che siamo naturalmente interconnessi, capaci di sentire gli altri come noi stessi, e ha dato per la prima volta un fondamento scientifico alle dinamiche dell’empatia.

Disegno di Ramuntcho Matta

I neuroni specchio sono cellule cerebrali che si attivano sia quando si compie un’azione (mangio un cioccolatino) sia quando la si osserva compiuta da un altro (ti guardo mentre mangi un cioccolatino). Non solo: rispondono all’obiettivo di tale azione e all’intenzione, che si riflette a livello motorio (mentre ti guardo prendere il cioccolatino mi si attivano i muscoli della bocca prima che tu la apra). I neuroni specchio fanno sì che io senta ciò che sente l’altro. L’esperimento, reso possibile grazie alla scoperta della risonanza magnetica che ci permette di misurare in tempo reale l’afflusso del sangue alle varie aree del cervello, parte dalle scimmie e riesce a dimostrare che negli umani viene rispecchiata perfino la qualità dell’azione che si osserva. Il nostro cervello, in sostanza, produce una sorta di simulazione virtuale dell’azione altrui, e questo offre una nuova comprensione sul principio di emulazione che è alla base dell’apprendimento.

Professore, la sua scoperta sembra avere rivoluzionato il campo delle neuroscienze, e non solo…

Forse è capitata in un momento in cui si avvertiva il bisogno di un cambiamento, dando una base scientifica a qualcosa che la gente sentiva.

Come nasce il nome “neuroni specchio”?

Sa che non lo so? è una di quelle cose misteriose… Credo che l’abbiamo usato a un certo punto in laboratorio. Non so com’è venuto fuori, onestamente. È nato da solo. (ride) Non abbiamo pensato, come potrebbe fare un giornalista, a un marchio di successo. Comunque è stata una fortuna perché è piaciuto molto. È come chiamare una macchina Panda… Funziona.

Credevo che si riferisse allo stadio dello specchio teorizzato da Lacan, la fase in cui il bambino osservandosi nello specchio capisce di essere “io”…

No, non ci avevamo pensato.

Intorno alla sua scoperta, l’economista Jeremy Rifkin ha costruito la teoria dell’Empathic Society, e il neuroscienziato Vilayanur Ramachandran ha scritto che i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia.

Rifkin ama i nostri dati, ma non l’ho mai incontrato. Ramachandran è un personaggio unico, uno scienziato creativo, comunicatore come nessun altro!sentirlo parlare, guardi… è magico! nei congressi abbiamo talvolta sessioni di dieci minuti in cui molti si rifiutano di parlare dicendo che sono troppo corte, mentre lui in quei dieci minuti riesce a fare uno show, e nello stesso tempo sviscera l’argomento mettendo insieme i metodi, i risultati e le idee. Da non credere.

Lui è empatico?

Terribilmente empatico! E pensi che quando ha cominciato a scrivere del nostro gruppo non ci eravamo ancora conosciuti… è una grossa generosità da parte di uno scienziato valorizzare così il lavoro di un altro.

Secondo Ramachandran sono stati proprio i neuroni specchio a favorire il cosiddetto “Big Bang” culturale avvenuto circa 50/100.000 anni fa, quando in un tempo relativamente breve l’homo sapiens inventa il fuoco e il linguaggio e comincia a servirsi degli utensili.

Questa è la sua grande idea, sì. E penso che ci sia molto di vero – oddio, in una cosa come questa non si può parlare di vero o falso – comunque concordo sul fatto che l’uomo diventa animale culturale nel momento in cui impara a imitare i suoi simili. Quando sappiamo imitare gli altri, riusciamo innanzitutto a far sì che se tu hai inventato qualcosa i tuoi figli possono continuare a farlo, i tuoi vicini lo adottano, e quindi l’invenzione si consolida.

Inoltre, come è stato sottolineato da alcuni psicologi, l’imitazione è un meccanismo di identificazione, quindi rafforza il legame sociale nella tribù, che diventa più coesa. Perciò c’è un vantaggio tecnologico e un vantaggio sociale e psicologico. Insomma, l’imitazione è un… come dire… un “trucchetto” geniale che la natura ha escogitato per renderci come siamo, diversi da tutti gli altri animali.

E anche per accelerare l’evoluzione…

Non c’è dubbio. Pensi alla lentezza della civiltà egiziana: per duemila anni hanno fatto più o meno le stesse cose; poi con i greci e i romani si è avuta un’accelerazione fino a quella attuale, paurosa.

Vede, nel momento in cui l’imitazione fa sì che in qualche maniera io e te ci sentiamo eguali e ci capiamo – questo è stato ben studiato nello sviluppo del bambino – allora anche la tua morte è la morte mia, costruisco una tomba perché non posso sopportare che tu sparisca, compare la religione, il bisogno di farti rimanere… mentre se invece tu sei una bestia come un’altra, pazienza.

È uno dei grandi misteri: perché improvvisamente succede tutto insieme? cominciamo a disegnare, a celebrare i riti, nascono le religioni… se è vero che a un certo punto la comunità acquista un nuovo significato é come diceva Martin Bubertue iodiventano la stessa cosa”, allora si capisce perché ho bisogno della religione per assicurarti la sopravvivenza, perché così ti rivedrò nell’ altro mondo.

Quindi il nucleo è l’empatia, il rapporto empatico, che crea affetto, che crea appartenenza, che crea condivisione…

Più che altro appartenenza: credo che anche gli animali abbiano un certo grado di empatia. Però la chiave è l’appartenenza, il tu eio. Chiaro che se uno della tribù sta male, soffrono tutti.

Però se sei empatico senti una nausea tremenda…

Senti una nausea tremenda, sicuramente. Ma quello che conta è il rispecchiarsi nell’altro. Siamo la stessa cosa.

Si rompono i confini.

Si rompono i confini, sì. Cioè, si sono già rotti prima, con i neuroni specchio, ma in maniera molto limitata. Infatti se io capisco la tua azione, la tua intenzione, magari cerco di imbrogliarti… per questo gli etologi di Saint Andrews, con Byrne e Whiten , parlano di “intelligenza machiavellica”. Quello c’era già negli scimpanzé, nei gorilla, ma dopo diventa qualcosa di più, perché con l’imitazione c’è una partecipazione: quello che faccio io lo fai anche tu, quindi c’è qualcosa che ci unisce. Perché nasce la religione? Alcuni evoluzionisti ti dicono: è il linguaggio. Va be’, ma anche se comunichi meglio, che bisogno hai della religione? Invece, se tu e io siamo la stessa cosa, quindi legati, la tua perdita diventa un colpo terribile… E allora la tribù, il gruppo, vuole creare un tempio, avere un luogo in cui questi morti ritornano. Secondo me è molto bello, questo.” Per chi suona la campana? suona anche per te.”

In quante aree del cervello si trovano i neuroni specchio?

Beh, più che di neuroni specchio, bisognerebbe parlare di un meccanismo specchio, grazie al quale certi neuroni trasformano quello che io vedo in un programma motorio mio, così la percezione del mondo esterno diventa conoscenza mia personale. Qui sta la differenza tra la capacità di capire mediante neuroni specchio e la capacità di capire mediante la logica, che è un procedimento astratto. Quanto al meccanismo specchio, sappiamo che è presente nelle aree emozionali, l’insula e il giro del cingolo, e poi nei circuiti parieto-frontali che sono legati alla comprensione delle azioni altrui. I primi esperimenti che abbiamo fatto riguardavano l’atto di afferrare. Un ricercatore belga, Guy Orban, ha recentemente trovato una zona corticale che risponde quando vedo uno che si arrampica, una regione specchio più dorsale dove sono rappresentati le gambe e il corpo…

Questo meccanismo specchio è presente in tutti? fin dalla nascita?

Direi di sì, tutti abbiamo i neuroni specchio, a meno che non ci sia una patologia grave.

E cosa può inibire il loro sviluppo, la loro manifestazione?

La società. In realtà noi tutti siamo determinati dalla nostra natura biologica e dalla cultura. Quindi tutto il nostro comportamento ha due radici, che si uniscono e formano una personalità. Poi se la società è organizzata bene, le cose positive legate alla nostra natura biologica si sviluppano, se è organizzata male non si sviluppano, anzi vengono tarpate.

Per risvegliare i neuroni specchio è meglio che ci sia il contatto fisico tra le persone?

Senz’altro. Anche i filmati funzionano, ma sono molto meno efficaci: i neuroni si attivano molto di più se tu fai un’azione davanti alla scimmia o un uomo – d’altra parte per noi sperimentatori i filmati sono molto più facili da usare: li acceleri, li rallenti, li manipoli, fai anche cose che non esistono in natura…

C’è un particolare tipo di gesti che tende ad attivarli maggiormente?

Soprattutto quelli di violenza, purtroppo. Esaminando il film Il brutto, il buono e il cattivo un gruppo di ricercatori israeliani ha trovato che il cervello si attiva maggiormente quando vede la pistola che spara, e cose del genere. Anche noi abbiamo fatto una ricerca partendo da due spot pubblicitari: nel primo c’è un ragazzo che mangia un cracker, arriva una bella ragazza procace (quindi c’è anche questo elemento d’interesse) che gli fa un sorriso, poi a un tratto gli porta via il cracker e scappa. Nel secondo filmato ci sono gli stessi personaggi, ma qui la ragazza chiede gentilmente il cracker. Be’, l’attivazione corticale  è molto più forte quando si verifica quella specie di microviolenza, che poi chiaramente è scherzosa… eppure il cervello si attiva molto di più.

Quale parte del cervello si attiva?

Le aree emozionali, ovviamente. Se dopo il messaggio tu fai vedere il cracker, l’impatto è molto maggiore perché tutto il cervello si è risvegliato in seguito a questa piccola violenza… I pubblicitari quando pianificano i loro spot intuiscono qual è il meccanismo più efficace, non so come facciano a saperlo ma lo sanno, altrimenti perché la ragazza dovrebbe rubare il cracker invece di chiederlo sorridendo?

E i neuroni specchio come si comportano davanti a questo piccolo gesto invasivo?

Lo vedono, lo rispecchiano, poi attivano le aree emozionali, è un processo di amplificazione.

E ciò che segue viene ricordato meglio.

Sì.

E se al posto dello stimolo invasivo c’è una chiave di humour? Ho sentito dire che se fai ridere qualcuno, l’informazione che segue viene recepita meglio.

Ci deve essere un elemento sorpresa, credo. Però con la gentilezza non funziona molto, forse perché non c’è sorpresa, non so…

Anche se oggi come oggi sorprende più la gentilezza…

E’ vero! soprattutto tra gli adolescenti forse la gentilezza avrebbe colpito di più.

(Ridiamo insieme.) Non è che sui sentimenti positivi si sa meno?

Be’, sì. Attualmente si sa molto sul dolore o sul disgusto, si sa molto poco invece sui sentimenti positivi… è molto più facile lavorare sui negativi.

Secondo lei perché?

Be’, gli psicologi evolutivi dicono che il negativo è molto più importante. Se vedo un tizio con la faccia disgustata significa che il cibo che mangia potrebbe farmi male, se vedo un’espressione di dolore vuol dire che c’è qualcosa di potenzialmente dannoso per me e devo stare attento. Invece se vedo due innamorati… vabbè, buon per loro, ma resto indifferente. Magari se sono buono provo piacere per loro, se sono un invidioso penso fortunato lui… Ma in genere dal punto di vista evolutivo le persone felici lasciano indifferenti, le persone che hanno problemi potrebbero creare problemi anche a me.  

Quindi è possibile sfruttare l’empatia in modo anche strumentale…

Be’, la propaganda lo fa spesso, no? Pensi alle foche! la fochina giovane è un animale simpaticissimo e tenerissimo, che si presta come nessun altro alla propaganda in favore degli animali… Il povero ratto viene derattificato in continuazione, ne vengono ammazzati a milioni, ma non vediamo mai dei topi che vengono uccisi perché non susciterebbero empatia, mentre venti foche fanno una pena incredibile perché sembrano dei bambini, e quindi uccidere una foca giovane diventa un delitto. Gli americani non permettono ai reporter di andare nelle regioni in guerra perché hanno paura che circolino le fotografie…  La crudeltà della guerra diventa molto più crudele se tu la fotografi. In parole fa meno effetto, un conto è sentirsi dire che hanno ammazzato tre persone, un conto è vederle…

Casi di propaganda al negativo ne conosciamo tanti…

Pensi a Hitler! Ha portato una popolazione di persone “per bene”, colte, con una grande tradizione artistica e scientifica, a diventare dei mostri o comunque a non vedere quello che succedeva. Attraverso la propaganda è riuscito a disattivare l’empatia di un popolo intero…

Quando si pensa ai pogrom o ai campi di concentramento nazisti si fa fatica a credere che l’empatia sia un fattore biologico connaturato agli esseri umani…

Be’, ma proprio tramite la propaganda Hitler riuscì a convincere un’intera nazione che gli ebrei non erano esseri umani. Ha battuto e ribattuto sulle differenze, inculcando nelle menti l’idea che le differenze dimostravano che erano esseri inferiori, e qui la propaganda è riuscita ad azzerare il fattore biologico… Secondo alcuni la grande fortuna di Hitler fu anche quella di poter disporre di un mezzo di comunicazione appena inventato e cioè la radio, che permetteva di raggiungere milioni di persone e risultava ancora più autorevole proprio per la sua novità: “L’ha detto la radio!”.

Che rapporto c’è tra potere ed empatia?

Guardi, io penso che l’uomo di potere sfrutti una specie di empatia generalizzata. Qualcuno ha detto che i grandi rivoluzionari amano l’umanità e non l’uomo. È proprio vero, perché se tu ami l’umanità e non ami quelli intorno a te, quando qualcuno ostacola questo tuo grande sogno di umanità lo maltratti o lo fai fuori. Si legge anche in Dostoevskij no? nei Demoni…c’è questa degenerazione dell’idealismo, questa contraddizione tra ‘io amo l’umanità’ e ‘sono un superuomo quindi ammazzo queste persone per il bene dell’umanità’. L’empatia viene in qualche modo eliminata per un fine “superiore”. E si trasforma nel suo opposto.

Ma secondo lei il sogno di una società empatica è possibile?

Di più: è necessario. La nostra società ha bisogno di empatia come nessuna prima. Innanzitutto perché con la tecnologia è aumentata la possibilità di nuocere al prossimo – una persona sola può distruggere un aeroporto, un aeroplano può andare contro un grattacielo, se lei ci pensa è quasi un miracolo che il terrorismo sia tutto sommato sotto controllo e non ci siano matti che fanno cose terribili. Più una società diventa complessa più ci deve essere empatia, se no la possibilità di distruggerla è infinita.

Oggigiorno anche l’indice di felicità sembra essere ai minimi storici…

Verissimo. Amici psicanalisti mi raccontano di industriali di successo che vanno da loro perché si sentono profondamente infelici, dicono: non mi apprezzano come merito, io sono molto più bravo di così, ho una grande insoddisfazione dentro… ed è gente che ha successo, che ha soldi! Eppure vanno dallo psicanalista a farsi consolare..

A maggior ragione dovrebbe essere considerato utile indagare meglio le dinamiche della felicità.

Sarebbe molto interessante, ma sarebbe più compito dei sociologi che dei scienziati no? Noi possiamo dare una base scientifica, ma non sostituirci a loro.

Perché no?

Perché l’infelicità diffusa è un problema sociale, e tradizionalmente i problemi sociali sono trattati dai sociologi, o eventualmente dagli psicologi o dagli psicanalisti… fino a pochissimo tempo fa il neurofisiologo non si interessava dei rapporti tra l’io e il tu, si interessava solo alla persona singola.

Però, professore, la sua scoperta ha rotto gli argini e le barriere, ha avuto le reazioni più incredibili da ambiti totalmente diversi…

È vero, è vero…

Non è forse un segnale che è ora di romperle, queste barriere tra i saperi?

Sì, è così, la risposta è sì. E sta avvenendo, anche sul piano sperimentale: per esempio si cominciano a fare risonanze magnetiche con due persone, è una cosa buffissima, i due entrano insieme come in un lettone, e così riesci a leggere simultaneamente i due cervelli mentre interagiscono. La tendenza è di non studiare più l’individuo come singolo, come elaboratore di informazione, ma come essere sociale, per vedere cosa succede nei rapporti tra due – più di due attualmente è impossibile, la tecnologia non lo permette.

Ci sono esperimenti che suggeriscono tra l’osservatore e l’osservato correlazioni di tipo diverso da quelle accertate finora?

Be’ deve sapere che noi abbiamo dei neuroni che rispondono sia quando vengo toccato direttamente, sia quando viene sfiorato il mio spazio peri-personale. Per esempio, lo stesso neurone si attiva sia se lei mi tocca il naso sia se avvicina il dito al mio naso. Intorno a noi c’è come un cuscino di aria diciamo, e infatti ci infastidiamo se qualcuno si avvicina troppo, lo sentiamo come un’intrusione nel nostro spazio. Ebbene, c’è un ricercatore giapponese… che adesso è da noi tra parentesi, si chiama Hiroaki Ishida, il quale ha scoperto che se mentre la scimmia mi sta guardando qualcuno invade lo spazio intorno al mio corpo, in lei si attiva lo stesso neurone di quando si invade lo spazio intorno al suo. È un meccanismo specchio molto interessante perché è legato alla corporeità: non solo mi “approprio” della tua azione, ma il tuo corpo diventa il mio. Non solo la tua azione diventa la mia azione ma il tuo corpo e il mio corpo sono simili.Tutto sembra convergere verso l’evidenza che noi siamo molto più uniti l’uno all’altro di quanto crediamo… è la società che poi tende in ogni modo a distruggere questo vincolo biologico: la nostra società.

A livello di società, secondo lei quali sono i fattori che anche storicamente hanno disattivato il meccanismo empatico nell’individuo?

Penso che una trasformazione profonda sia cominciata a partire dalla rivoluzione di Berkeley… chiaramente questa è una mia opinione personale, non parlo da scienziato, ma il movimento studentesco ha avviato un cambiamento radicale – beninteso, la motivazione primaria era giusta, c’era una reazione a un modello tradizionale, le donne volevano essere libere, ma la libertà deve essere legata a un rapporto sociale. Se per libertà s’intende “esisto solo io”, guai. O meglio, va bene quando sei adolescente e ti stai affrancando dai genitori, ma quando hai superato i trenta, se non hai un compagno, se non hai una famiglia, se non coltivi degli obiettivi sociali, un qualcosa in cui credere, la capacità di riconoscersi nell’altro viene meno. Poi i maschi sono venuti dietro, ma credo che fosse essenzialmente una rivoluzione femminile. In qualche modo la libertà e la spensieratezza del “college” sono diventate un modello di vita… io non ho fatto il “college” negli USA, ma basta vedere i film dell’epoca per avere il senso di una vita molto libera e anche piena di stimoli intellettuali ma senza responsabilità tranne quella di preparare gli esami… però poi cresci, ti sposi, fai i figli, e quella vita lì è difficile da fare….

Quindi c’è stato un vuoto di valori?

Più che un vuoto direi una sopravvalutazione dell’io. La mia generazione quando si sposava aveva l’idea di creare qualcosa di stabile e definitivo. In un certo modo la moglie entrava a far parte della famiglia, anche se le famiglie non erano già più numerose come prima… Adesso sposarsi è diventato una specie di contratto a termine.

È anche un effetto della crisi della religione, forse…

Mah… già quando io ero giovane l’aspetto religioso contava molto poco. Soprattutto nell’ambiente intellettuale. L’idea era di fondare una piccola società, qualcosa che durasse, e in genere si sperava di avere figli. Non è che si andava insieme perché ci piaceva solo andare a letto. Era un miniprogetto che si innestava in quei progetti comuni in cui allora credevamo molto.

Questa rivoluzione avviata negli anni ’60 sotto il segno dell’individualismo contestatore poi negli anni ’80 si è trasformata in un individualismo di tipo diciamo di destra – fregatene di tutto, l’unica cosa che conta è diventare ricco… però adesso a me pare che ci sia un riflusso verso l’idea che tutto sommato abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Quando parlo in pubblico, sento l’entusiasmo di gente che dice: ma allora non siamo proprio così cattivi, così egoisti… cioè c’è questa necessità di credere nell’aiuto reciproco, ed è una cosa che trovo non solo negli scienziati ma anche nella gente diciamo più semplice… non solo nell’anziano che magari si sente abbandonato ed è tutto contento che uno parli di queste cose, ma anche in tanti ragazzi giovani.

Lei parlava prima delle famiglie numerose: forse il bisogno odierno di empatia sociale è anche legato al progressivo restringersi delle famiglie, all’affermarsi delle cosiddette famiglie “atomiche”, composte da una o due persone…

Effettivamente la vecchia famiglia creava anche una specie di ombrello di protezione per i vecchi, c’era la zia, c’era la nonna, ma era anche un paracadute sociale, lo zio rimasto magari senza lavoro che però viveva insieme… Ancora nella mia infanzia praticamente ogni domenica i miei genitori alle cinque andavano a trovare i nonni e si prendeva il tè tutti insieme. Ricordo che tornavo dalla partita di calcio e bisognava andare dai nonni. E si era già molto dopo la guerra… adesso, non so, i miei nipoti quando vengono a trovarmi è solo perché hanno bisogno di qualcosa o magari per giocare ma non è che vengono puntualmente alle cinque… non c’è più quel legame…

Erano riti importanti…

I riti sono spariti completamente, no? Eppure servivano a stare uniti. Se tu sai che ogni domenica alle 5 si va a trovare i nonni, diventa un’abitudine come il Natale o come altri riti che si sono conservati, se invece lasci tutto libero, alla fine non ci vai perché una volta hai da fare, la volta dopo hai il mal di testa…

Quanti figli ha lei?

Due, un maschio e una femmina. Entrambi con figli.

I collanti sociali cambiano… Oggi c’è il social network.

È un bene o un male?

Lei che ne dice?

Mah… io ho paura che sia più un male che un bene, a me pare che il rapporto corporeo, il rapporto vis-à-vis, il contatto fisico crei un legame molto più vero di quello che hai con qualcuno con cui chiacchieri. Cioè, non vorrei che questo finisse per portarci a un isolamento…

A chi lo dice. Quando si hanno dei figli adolescenti come ne ho io è difficile non farci caso…

Per esempio adesso il mio nipote più grande ha quattordici anni e a volte mi sembra quasi di averlo perduto, perché quando aveva cinque o sei anni gli piaceva stare assieme a me, giocavamo ai soldatini, mi cercava… adesso che va al ginnasio viene da noi a pranzo perché mia figlia abita fuori città, ma appena ha finito di mangiare si alza e va in camera sua e si mette al computer, con Skype e così via… certo avrà anche i suoi amici, talvolta escono la sera, ma il grosso del tempo lo passa con… il computer.

Ma collettivamente secondo lei l’empatia è aumentata o diminuita?

È un discorso molto complesso. Ho partecipato di recente a un convegno sull’empatia che si è tenuto a Heidelberg e un amico ceco mi faceva notare come è cambiato il concetto di empatia. Cioè, attualmente è molto più sociale. Se muore un soldato nostro in Afganistan è un dramma nazionale, mentre durante la prima guerra mondiale i generali non avevano nessuna empatia per i soldati, li mandavano a morire perché non li consideravano come se stessi, credo ci fosse l’idea aristocratica che il nobile, l’ufficiale, fosse un uomo di tipo diverso. Il concetto attuale che tutti debbano avere diritto alla salute è un’empatia inconcepibile cent’anni fa. Un tempo c’era la carità, i buoni davano dei soldi. Adesso l’empatia sociale è diventata quasi obbligatoria…

Sa cosa, forse è anche diventato tutto più istituzionalizzato. Cioè in qualche maniera ci preoccupiamo meno dell’altro perché pensiamo: c’è il Servizio Sanitario Nazionale, ci sono i pompieri… non c’è più quell’aiuto diretto che c’era in passato, quando mancava l’intervento dello Stato… questo in fondo ci rendeva più empatici.

Ah, questa è una chiave interessante…

Abbiamo un po’ delegato l’empatia al servizio pubblico: lo Stato deve occuparsi della sanità, della scuola, della sicurezza e del benessere dei cittadini: ne risulta una forma di deresponsabilizzazione… io penso solo a me stesso e delego le istituzioni, salvo poi arrabbiarmi se il servizio non è all’altezza delle mie aspettative.

Un altro fattore, forse più in Italia che altrove, potrebbe essere il crollo del partito comunista. Per molti giovani era un momento di aggregazione, un partecipare insieme a un’idea di società migliore, andavano a vendere l’Unità la mattina,  c’erano le cellule, c’erano le sezioni… Adesso è diventato come un partito americano, è finita l’aggregazione….

E sul piano del lavoro?

Be’, ci sono mestieri in cui l’empatia deve essere ridotta quasi per necessità. Cosa vuole, le forze speciali hanno un training per essere poco empatici, se no come fanno a intervenire. Non che diventino delle bestie, ma nel momento in cui impugnano il manganello e ricevono l’ordine, non possono commuoversi se vedono del sangue o una ragazza che piange. A volte siamo socialmente tenuti a diminuire l’empatia. Però la cosa dovrebbe limitarsi a questi corpi speciali, non riguardare il cittadino normale.

Ogni volta che sono in un aeroporto mi meraviglio al pensiero di tutte quelle persone che si mettono in fila, si lasciano guidare, rispettano gli ordini… Quando ci fu l’eruzione di quel vulcano dal nome impronunciabile, ero di ritorno dalla Polonia e sono rimasto bloccato a Vienna. Si potrebbe pensare che in una situazione così drammatica la gente cerchi di fregarsi l’un l’altro e invece è scattata un’empatia veramente interessante… ci si aiutava, col telefonino, si cercava informazioni, ci si passava voce: c’è un treno che va a Innsbruck! prendiamolo, da lì riusciamo ad andare a Verona… il punto è che la società di oggi è talmente complessa che non può più permettersi l’individualismo.

Purtroppo non solo ci sentiamo separati dagli altri ma ci sentiamo separati anche dalla natura…

Lei trova che siamo separati dalla natura? Non mi sembra…

Be’, stiamo stravolgendo gli equilibri del pianeta con una certa dose d’indifferenza…

Può darsi, ma i borghesi continuano ad andare in montagna e ad amare la natura, nei romanzi dell’800 i poveri vivevano in città inquinate e sporche, mentre adesso, insomma, una gita fuori porta se la permettono…

Lei quindi non crede che amare la natura sia un istinto naturale?

Insomma… c’è un bel salto dall’amore per il prossimo all’amore per la natura…

Ma non dovremmo sentire la natura come qualcosa di affine?

Mah… evolutivamente lei pensa che si sia mai posto questo problema? No, la natura era un… datum, era lì. È solo la nostra generazione che ha incominciato a porsi il problema… credo che la preoccupazione per la natura sia più una costruzione intellettuale…

Ma senza le piante noi non respiriamo…

D’accordo, ma non facciamo questo ragionamento. Non è che pensiamo alla funzione clorofilliana…

Ma non dovremmo anche avere cognizione del loro ruolo, sentirle empaticamente come esseri viventi?

Ma qui i neuroni specchio non c’entrano!

Be’, allora sarebbe interessante verificare se si attivano i neuroni specchio quando vedo una quercia che viene abbattuta.

(Lungo silenzio)Beh, è abile lei, eh? mi tira fuori un argomento che… effettivamente sì, siccome anche la quercia è un essere vivente, quando viene abbattuta uno ci resta male, non c’è nessun dubbio, anche vedere un bambino che calpesta i fiori senza alcun motivo ci colpisce – allora, sì, empatizziamo, ma perché in quel momento consideriamo la quercia quasi come un essere vivente… cioè, è un essere vivente… ma gli diamo quasi una figura animalesca. 

Solo questo?

Direi di sì, è un fenomeno quasi corporeo, perché la quercia è li, è un essere vivente e vederlo morire ci toglie… insomma, noi facciamo parte di… sì, in quel senso la natura è nostra. Però se devono costruire un’autostrada e per farla distruggono degli alberi, non si tratta più di empatia… uno deve valutare i pro e i contro, soppesare i vantaggi economici, non è più così immediato, è un processo logico che deve risolvere più un sociologo o un politico. Non è che io Giacomo Rizzolatti posso decidere se fanno bene a fare la Torino-Lione. Però con l’esempio dell’albero mi ha preso in contropiede, lo ammetto…

Torniamo alle possibili applicazioni, magari anche un po’ azzardate, dei neuroni specchio. Non pensa che la sua scoperta abbia in qualche modo convalidato il potere delle visualizzazioni?

In che senso?

Nelle tecniche di meditazione si insegna a visualizzare ciò che noi desideriamo avvenga; creandoci delle sequenze che attivano una risonanza interiore e fanno come da apripista al suo avverarsi…

Be’… il neuroscienziato francese Marc Jeannerod ha introdotto una distinzione tra motor imagerye visual imagery. La motor imagerysi ha quando penso a me stesso mentre faccio una cosa: qui ho dei risultati molto simili a quelli dei neuroni specchio, mi si attivano le stesse aree, mentre se semplicemente vedo o immagino una cosa statica l’efficacia è molto inferiore.

Questo collimerebbe con le tecniche di crescita personale attraverso la visualizzazione, che richiedono appunto di immaginare se stessi mentre si compie un’azione.

In effetti la motor imagery, immaginare di fare qualcosa, è estremamente potente, quasi potente come vedere. Anche se in quello che dice lei di scientifico non c’è moltissimo. C’è una ricercatrice tedesca, Tania Singer, adesso dirige il Max Planck Institute a Lipsia, lei ha fatto  esperimenti sulla meditazione… però non mi pare che sia andata molto avanti…

Rientra nel suo dipartimento di studiare cosa accade quando uno esegue una visualizzazione motoria?

Sì, è stato fatto, in Francia. Proprio Jeannerod aveva pensato a una tecnica di riabilitazione per i colpiti da paralisi, dovevano immaginare di muoversi. I risultati c’erano, ma per i pazienti era faticoso. Noi facciamo qualcosa di simile, ma il nostro metodo prevede tre momenti: vedere, immaginare, fare. Cioè io vedo l’azione che non so fare, perché sono paralizzato, fatta da un altro, immagino di farla, e poi la eseguo nei limiti del possibile. E funziona abbastanza.

Conosce la storia dei D’Angelo? abitano a Milano tra l’altro… pochi giorni dopo la nascita del primogenito hanno scoperto che il bimbo aveva avuto un ictus prenatale all’emisfero destro del cervello.

Oh mamma, poverino…

Anche loro hanno in qualche modo applicato la sua scoperta…

Eh, ma… non è una cosa magica purtroppo…

Sì, ma sa cos’hanno fatto? hanno usato se stessi come modello per il bambino e i risultati sono stati sbalorditivi.

Ma sono stati bravissimi! È stata un’intuizione splendida quella di usare se stessi perché hanno la stessa maniera di muoversi, gli stessi geni… sarebbe stato molto meno efficace se avessero usato un estraneo come modello. Noi vorremmo fare qualcosa di simile in maniera tecnologica, coinvolgendo proprio i genitori e i parenti… ma questi D’Angelo meriterebbero davvero un premio…

A proposito, complimenti per il Brain Prize che ha da poco ricevuto a Copenaghen! Cos’ha significato per lei questo riconoscimento dedicato ai neuroscienziati  che ogni anni si distinguono nel loro campo?

Sono stato contento sia per me sia per la scienza italiana, che nonostante le difficoltà rimane di alto valore.  Poi la cifra è ingente.

Un milione di euro: un premio perfino più ricco del Nobel, che negli ultimi tempi è stato diminuito. Come lo spenderà?

Sarebbero tutti soldi miei, però non mi sembra giusto mettermeli in tasca. Pensavo di destinarne una parte a un fondo per la ricerca nel dipartimento di neuroscienze. La burocrazia è diventata insopportabile e l’unica soluzione per lavorare bene è avere risorse al di fuori dell’amministrazione universitaria.

Pensi che da noi c’e un canadese che voleva comperare un pezzo di plastica, gli occorreva per un esperimento. Costo, trenta euro. Ci hanno detto che dovevamo seguire la trafila stabilita dalla “spending review”. Attesa: un paio di settimane. Insomma, o paghiamo di tasca nostra o smettiamo di lavorare. Non le dico se uno ha bisogno di una prestazione professionale! Deve chiedere il permesso al rettore, che deve fare un annuncio a tutta l’università per vedere se qualcuno si presta gratuitamente, dopodiché, siccome ovviamente nessuno si presta, si istituisce il concorso, si aspettano venti giorni perché il bando diventi pubblico, si fa il concorso che, alla fine, va alla Corte dei conti per l’approvazione. Morale, se voglio un’analisi statistica devo aspettare tre mesi. In Germania ce l’hai in un giorno. Ci trattano come il catasto o il ministero dei Trasporti, dove forse è logico contenere al massimo i prezzi, ma per un pezzettino di plastica…

Per le spese ordinarie ci dovrebbe essere un responsabile di dipartimento che verifica che non si sperperi.

Certo, ma l’amministrazione universitaria non si fida. Nei paesi anglosassoni si va sulla fiducia – chiaro che se fai qualche cosa di male poi sei finito. Da noi tra spending review e legge Gelmini è praticamente impossibile lavorare. Il fondo che voglio creare servirà anche per queste piccole cose.

A proposito di riforma Gelmini, lei nel 2008 avanzò una proposta importante sul sistema universitario e sulla ricerca.

Sì, suggerivo di abolire le cattedre universitarie a vita, instaurando un sistema per cui ogni cinque anni una commissione ti esamina. Se sei bravo puoi restare anche fino a novant’anni, altrimenti vai a casa anche a cinquanta. Tengo molto a rilanciare questa proposta. Sei anni fa ricevetti molte lettere da giovani che dicevano: lei è un bell’egoista, ha avuto il posto a vita e adesso ci vuole controllare. Io credevo di favorirli, perché se mandi via tutta una serie di 50-60enni che non fanno niente poi hai più posto per i giovani.  Il merito è un concetto basilare per l’università – forse per il catasto no, non credo ci sia una grande differenza tra un impiegato e l’altro, ma tra un professore universitario e un altro, sì.

È il sistema che vige al RIKEN, un centro di ricerca giapponese di altissimo livello, parallelo all’università. Lì non fanno complimenti, ti convocano e ti dicono: la sua produzione scientifica non è considerata buona, le diamo due anni per trovarsi un altro posto. 

L’empatia non dovrebbe anche essere un ingrediente fondamentale nelle aule, tra professori e studenti?

Fondamentale. Ma questo tutti gli insegnanti lo sanno.

Sì ma quanti sono empatici nella sua esperienza? Diciamo la verità…

Beh… in effetti siamo tuttora ancorati all’idea che basti conoscere bene la propria materia per essere un buon insegnante. Ma è altrettanto importante saperla insegnare. Anche un medico non deve solo chiederti l’anamnesi, deve saperti fare le domande, entrare nel tuo io per capire la tua malattia. Idem per il magistrato… invece noi tendiamo ancora a considerare le due cose separate, e a sottovalutare la seconda. Invece i professori bravi a insegnare sono quelli che sanno dare entusiasmo ai ragazzi. Se non dai niente ai ragazzi, non imparano. Il rapporto empatico è fondamentale.

Quante forme di empatia avete finora classificato?

Be’ attualmente… dovendo proprio riassumere per sommi capi, direi che ci sono tre forme di empatia. Innanzitutto l’empatia emotiva, cioè l’empatia che ci fa “soffrire insieme”, “sentire insieme”, che è quella che ha reso popolare la scoperta dei neuroni specchio; poi c’è l’empatia diciamo cognitiva, la capacità di capire gli altri in base alle loro azioni, che prevede sia l’immedesimazione sia l’oggettivazione: ti capisco sia perché sei umano come me sia perché sei un oggetto che fa qualcosa; questa capacità varia a seconda del rapporto tra l’osservatore e l’osservato – per esempio, se sei la mia fidanzata probabilmente ti capisco meglio; e infine molto importanti per noi sono i cosiddetti vitality forms, una denominazione che si deve allo psicanalista Daniel Stern e riguarda la “qualità” dei gesti minimi. Se a tavola le chiedo di passarmi il sale, da come lo fa posso capire se è di buon umore, o distratta, o aggressiva. La qualità del gesto non l’avevamo mai studiata prima di Stern, e sia per noi sia per gli psicologi dell’infanzia il “come” è un fattore fondamentale, è l’inizio del rapporto sociale. Quando il bambino ancora non ha capacità logiche, capisce il HOW. Tra l’altro è proprio il tipo di empatia che sembra mancare agli autistici “high functioning”, quelli senza deficit cognitivi ma privi di un importante aggancio con la realtà…

Quindi è un meccanismo che prescinde completamente dal dato culturale… Sarebbe bello indagare meglio sulla qualità del gesto in un senso anche sociale, nella vita di tutti i giorni…

Certo, il gesto gentile è importante… sono convinto che un minimo di gentilezza col marito, coi bambini, appena vai al bar, cambierebbe già il mondo. Invece di “Caffè!” “Mi farebbe un caffè, per piacere?”

Cambiamo l’idea che il positivo è una palla!Si potrebbe sviluppare una ricerca imperniata sulla domanda “La gentilezza funziona?”…

Perché no? è un bellissimo titolo.

Federico Faggin – I computer coscienti

By sdg 9, technology

I computer potranno diventare più intelligenti degli umani? Potranno aiutarci a risolvere le grandi sfide del nostro tempo? Ne parliamo con lo scienziato italiano Federico Faggin, che nel 1971 inventò il primo microprocessore, rivoluzionando il mondo. Nel 1986, partendo dal presupposto comune che la coscienza è una proprietà del cervello, si impegnò per sviluppare computer capaci di autoapprendere e diventare coscienti. Che ne sarà dell’essere umano? Di cosa si occuperà? Quale sarà il prossimo cambiamento necessario? Ascoltate cos’ha da dire uno degli uomini più geniali del nostro tempo sul futuro che stiamo costruendo

Cristina: I computer potranno diventare più intelligenti degli umani? Potranno aiutarci a risolvere le grandi sfide del nostro tempo? Ne parliamo con lo scienziato italiano Federico Faggin, che rivoluzionò il mondo nel 1971 inventando il primo microprocessore. Nel 1986, partendo dal presupposto che la coscienza è una proprietà del cervello, si impegnò per sviluppare computer in grado di autoapprendere e diventare coscienti. Federico a che punto siamo con lo sviluppo dei computer coscienti?

Federico Faggin: Non siamo neanche partiti. I computer coscienti secondo me non saranno possibili. Il computer è semplicemente un manipolatore di simboli, benché all’inizio pensassi che il computer potesse essere consapevole, questo parliamo dell’86..’87. Avevo anche io pensato che la complessità del cervello potesse esprimersi attraverso la coscienza, poi pensandoci, cercando di capire e creare un computer che potesse essere consapevole, mi sono accorto che questa era un’impossibilità perché non c’è nessuna legge fisica che permetta di trasformare i segnali elettrici – quelli del computer oppure i segnali biochimici del cervello – in coscienza, in sensazioni o in sentimenti. Noi percepiamo il mondo con sensazioni e sentimenti.

Cristina: Quali sono i rischi di partire dal presupposto che i computer diventeranno coscienti?

Federico Faggin: Molta gente viene sviata nella maniera in cui pensa di essere, pensa che la vita sia simulabile in un computer e così via, che la consapevolezza sia downloadable in un computer. Tutte queste sono cose che non hanno veramente nessun fondamento scientifico, infatti il fondamento scientifico le nega, quindi perché preoccuparsi? La macchina non ha comprensione, la consapevolezza è ciò che ci da la comprensione della realtà, il fatto è che siamo molto di più di quello che pensiamo di essere e questo può essere soltanto compreso attraverso un’esperienza vissuta, non può essere compreso mentalmente. Finché l’uomo crede che l’unica comprensione sia una comprensione mentale, invece che esperienzale, si sbaglierà. Purtroppo la scienza oggi pensa che sia tutto mentale e invece si dimenticano del loro cuore e si dimenticano spesso anche della loro pancia, e del coraggio. Finchè la scienza che è l’autorità non riconosce altro che materia, la fisicalità e disconosce qualsiasi aspetto che puzzi di qualcosa che non sia materia abbiamo un problema grandissimo. È quando qualcuno incomincia a riconoscere qualcosa che non è riducibile alla materia che si apre tutta una possibilità di nuova conoscenza, nuova esperienza che oggi è oggi negata. Il fisico risponderà tipicamente a un discorso come “faccio io”, “ah ma quest è filosofia” e in questo modo è buttato via tutto da una parte e si continua come prima.

Cristina: Proprio la comprensione della realtà ha convinto 193 paesi a stilare e adottare l’agenda 2030 e i 17 SDG. Federico Faggin è stato un propulsore fondamentale di tante innovazioni – dunque il numero 9 gli appartiene a pieno titolo. E il suo studio della coscienza tocca tutti gli altri.

Parte II

Cristina: In un mondo sempre più automatizzato, dove appunto anche molti lavori ripetitivi verranno sostituiti dai robot, l’essere umano di cosa dovrà o potrà occuparsi?

Federico Faggin: Del suo sviluppo emotivo, spirituale, mentale e questo naturalmente è la speranza che l’intelligenza artificiale, usata bene, possa portare a questo. Il problema è quando invece viene usata contro l’uomo o per ridurre l’uomo, che è manipolabile, per consumare generi che gli sono proposti attraverso la manipolazione dell’informazione, quello è il problema. L’etica è fondamentale, certamente quando l’intelligenza artificiale sarà usata in medicina, oppure nella guida automatica, stabilire regole etiche di comportamento diventa essenziale. Per non parlare dell’uso dell’intelligenza artificiale nella guerra, come ci sono già stati problemi etici per esempio con le armi chimiche, quindi ci sono trattati e cose così. Il problema diventerà sempre più serio, man mano che la tecnologia diventa più potente, però l’etica si può sempre violare, è li il problema. Come facciamo quando l’etica viene violata? Il problema fondamentale di cambiare l’immagine che l’uomo ha di se in modo che si regoli da solo, quindi è un problema di educazione della coscienza di chi è l’uomo, perché si cambia fuori perché dal fuori bisogna cambiare dentro. Oggi si pensa che per cambiare da fuori si può cambiare dentro una persona, ma quello non funziona, si può solo cambiare qualcosa fuori se uno cambia da dentro, ed è li proprio il problema della coscienza. È li il passo fondamentale che l’uomo deve fare oggi, deve capire che non è una macchina. L’uomo non è una macchina, è un essere spirituale.

Cristina: Ha fiducia che l’umanità potrà collettivamente risvegliarsi? Soprattutto in relazione alle questioni climatiche?

Federico Faggin: Non c’è scelta, l’umanità deve cambiare. Per risolvere i problemi del cambiamento climatico che avverranno tra 30, 40, 50 anni potenzialmente catastrofico e quindi richiedono l’umanità, che si mettano d’accordo a risolvere questo problema come umanità, non più come paese.

Cristina: Ci sarà o no una tecnologia in grado di accelerare questo processo?

Federico Faggin: La tecnologia è facilmente raggiungibile se il mondo si mette d’accordo a trovarla, di fatti c’è una tecnologia fondamentale che secondo me, per caso, appare allo stesso tempo che c’è un problema a livello globale, che è internet. Permette alle persone di mettersi d’accordo in un giorno, tutto il mondo può sapere quello che succede nel mondo.

Cristina: In questa cornice, l’innovazione tecnologica SDG 9, potrà aiutare l’umanità a onorare tutti i 17 obiettivi dell’Agenda 2030. Sta a noi. Federico Faggin conclude la sua autobiografia Silicio con una frase molto calzante di Albert Einstein che dice: I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi, gli esseri umani sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti. L’insieme dei due costituisce una forza incalcolabile. Occhio al futuro!

In onda 8 e 15-2-2020

Bambù – l’acciaio vegetale

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Con più di 1.642 specie e 10.000 utilizzi, il bambù si aggiudica straordinari primati. Rigenera terreni poveri, tollera grande freddo e caldo e l’ONU la considera una famiglia di piante strategica, riconoscendo che adempie a ben 6 dei 17 SDG: 1, 7, 11, 12, 13, 15. L’architetto Mauricio Cardenas ci racconta quali sono i benefici di costruire col bambù.

Cristina: Oggi incontriamo un architetto che ha progettato la più grande struttura nel nord della Cina in bambù, una pianta considerata strategica dall’ONU e che adempie a 6 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, o SDG. Grazie alle lunghe radici, che pescano acqua in profondità, il bambù può essere piantato in terreni poveri, inadatti all’agricoltura, ed è capace di rigenerarli. La fitta e perenne superficie fogliare, fa sì che un bosco di bambù sequestri fino a 17 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno. Tollera grande freddo e grande caldo, cresce velocemente e ogni parte della pianta, persino gli scarti, sono utili per qualche cosa. Pensate, con 1642 specie, ci sono più di 10,000 utilizzi riconosciuti – dall’architettura al cibo, il tessile e la cosmesi.  Le opportunità di lavoro sono particolarmente interessanti per le donne in agricoltura, perché il bambù è leggero. L’associazione mondiale INBAR stima che questa pianta dalle mille specie potrebbe diventare fonte di reddito per 50 milioni di persone nel mondo! Architetto, qual è la tua esperienza con l’acciaio vegetale?

Mauricio Cardenas: Sono cresciuta in Colombia, quindi sin da piccolo ho avuto modo di conoscere le virtù di questa pianta – giocavamo tra le canne di bambù, facevamo piccole costruzioni. Attraversavamo il fiume con un ponte, ricordo molto bene, sempre in bambù.. poi durante gli studi di architettura l’ho un po’ dimenticato, sarò sincero, fino alla tesi di laurea. L’ho ripreso e fino ad oggi lavoro grazie alle opportunità che ho in giro per il mondo facendo costruzioni in bambù.

Cristina: Com’è stata l’esperienza in Cina?

Mauricio Cardenas: Il padiglione INBAR è l’ultimo progetto che abbiamo realizzato è la struttura di bambù più grande del nord della Cina. È utilizzato molto poco il cemento, il minimo possibile. Coperture verdi, senza aria condizionata all’interno del padiglione si sta benissimo, perché abbiamo uno strato di terra umida per cui anche nelle temperature più alte di Pechino, che sono veramente estreme, si sta molto bene nel padiglione, non c’è stato nessun tipo di sconforto, anzi è stato molto apprezzato.

Cristina: E come siamo messi in Italia? Ci sono degli incentivi?

Mauricio Cardenas: Ci sono incentivi in Italia per l’agricoltura, per la costruzione ancora no. Possiamo immaginare in modo molto poetico, immaginare il bambù, portare dalla foresta al cantiere. Tenendo conto che il bambù cresce molto rapidamente, in soli tre anni è maturo e pronto per essere utilizzato in costruzione. Mentre il legno ha bisogno di 15-20 anche più anni per essere maturo e utilizzato per la costruzione.

Cristina: Una casa che torna alla terra, che bella idea. Occhio al futuro!

In onda il 25-2-2020

Econyl, il filato di nylon rigenerato

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L’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo questo impatto da negativo a positivo: Aquafil, con il suo filato Econyl, produce fibre da rifiuti scarti e nuovi materiali attraverso azioni concrete di rispetto per l’economia la società e l’ambiente, lungo tutta la filiera.

Cristina: Sappiamo che l’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo l’impatto da negativo a positivo producendo fibre tessili da scarti, rifiuti e nuovi materiali. In quest’azienda le fabbriche sono alimentate al 100% da energie rinnovabili, si usa acqua a ciclo chiuso in ogni fase di lavorazione. Sono stati avviati protocolli ambientali lungo tutta la filiera, e attivati progetti educativi in azienda per i dipendenti e nelle scuole. Si fa ricerca su nuovi materiali da biomassa, ogni anno si riducono le emissioni di gas serra, si promuovono programmi per la tutela dei mari e per tutti i prodotti si fa l’analisi del ciclo di vita. Queste azioni, nel loro insieme, adempiono alle indicazioni di ben 8 dei 17 SDG – gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU! Per ogni 10.000 tonnellate di materia prima da processo di riciclo si risparmiano 70.000 barili di petrolio e l’equivalente di 57.100 tonnellate di CO2.
Oggi vi mostriamo come vengono trasformate le reti da pesca, insieme ad altri rifiuti di nylon. Nel 2018 sono stati recuperati 78 tonnellate da ONG che operano in tutta Europa. Una volta pulite, le reti vengono trasformate chimicamente, poi il liquido diventa polimero, e il polimero si trasforma in filo. Il risultato è che sempre più filati derivano da un processo di rigenerazione. Per diventare tappeti, occhiali, borse, abiti, costumi da bagno.
Dottor Bonazzi, si può immaginare di rispondere alla richiesta di mercato di nylon solo con materiali di recupero e di riciclo?

Giulio Bonazzi: No, purtroppo no, neanche si potesse recuperare tutto il nylon, non sarebbe mai sufficiente per garantire le necessità future. Oltre a ciò è importante capire che riciclare ha un suo impatto ambientale, noi cerchiamo di farlo al meglio, ma è importante capire come si ricicla e come ridurre al massimo l’impatto durante il ciclo.

Cristina: Che cosa significa per lei innovare? Come cittadino e come imprenditore?

Giulio Bonazzi: Innovare per me significa smettere qualcosa di vecchio per fare qualcosa di nuovo. Ad esempio bisogna ricordarsi che prima di riciclare bisogna ridurre le materie prime, riusare e poi riciclare.

Cristina: Avete già pronta una nuova famiglia di materiali?

Giulio Bonazzi: Si l’abbiamo, vogliamo produrre il nylon da fonti rinnovabili ossia da biomasse, anzi abbiamo già prodotto i primi chili.

Cristina: Che differenza c’è tra il filo derivato dal petrolio, da riciclo e da biomassa?

Giulio Bonazzi: Nessuna, i tre prodotti sono perfettamente identici ma fa una grande differenza per l’ambiente. È un bell’esempio di economia circolare.

Cristina: Grazie Dottor Bonazzi. Occhio al futuro!

In onda il 18-1-2020

Quanto inquina la tua crema solare?

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La crema solare che utilizziamo si sta accumulando in mare con conseguenze disastrose. Si stima che una media di 10.000 tonnellate di protezione solare venga rilasciata da bagnanti, subacquei e snorkelers e un ulteriore inquinamento della protezione solare danneggia le aree costiere a causa delle acque reflue che alla fine sfociano nei mari.

Organismi sensibili come pesci giovani e invertebrati e fino al 10% delle barriere coralline del mondo potrebbe essere minacciato da sostanze chimiche, in particolare 4, presenti nei comuni filtri solari, e anche bassissime concentrazioni sono pericolose: una singola goccia per 6,5 piscine olimpioniche!

Questi sono quelli da cercare ed evitare:
L’ossibenzone (Benzophenone-3, BP-3) è presente in oltre 3500 marchi di creme solari in tutto il mondo. È un filtro chimico che interrompe la riproduzione dei coralli, provoca lo sbiancamento e danneggia il suo DNA.
Il butylparaben, il conservante più comune, provoca anche lo sbiancamento.
L’ottinoxato (etilesilmetossicinnamato) è un altro agente filtrante che ha dimostrato di causare lo sbiancamento dei coralli.
La canfora 4-metilbenzilidene (4MBC) è un’altra sostanza chimica da evitare. È consentito in Europa e in Canada, non negli Stati Uniti o in Giappone.

L’Haereticus Environmental Laboratory ricerca gli effetti dei filtri solari e di altri ingredienti per la cura personale sulle barriere coralline e su altri ecosistemi e animali selvatici. Il loro elenco di ingredienti che considerano inquinanti ambientali comprende:

Qualsiasi forma di sfera o perline di microplastica.
Eventuali nanoparticelle come ossido di zinco o biossido di titanio. Questi però sono ingredienti amichevoli quando non nano.
Oxybenzone
Octinoxate
Canfora di 4-metilbenzilidene
Octocrylene
Acido para-aminobenzoico (PABA)
Methylparaben
Ethylparaben
Propylparaben
Butylparaben
Benzilparaben
Triclosan

Questa è una certificazioni da cercare se vuoi proteggere la tua pelle e gli ecosistemi marini: Protect Land + Sea 

effecorta, negozio sfuso

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Nel 2009 per Occhio allo Spreco, eravamo andati a Capannori, in provincia di Lucca, per raccontare una realtà pioniera – il negozio Effecorta, che vendeva prodotti locali e sfusi, ossia privi di imballaggi. Nei 10 anni trascorsi da allora, Effecorta ha aperto a Milano nel quartiere di Affori e abbiamo deciso di buttarci l’occhio.

Renato Plati, uno dei fondatori di Effecorta, dice che l’interesse al suo modello è tanto, le richieste sono addirittura quasi quotidiane e arrivano da tutta Italia. La filiera corta è importante, è nel nome stesso. Facilitano quello che è l’incontro tra il produttore e il consumatore alla ricerca un prodotto genuino e locale – il loro fulcro è l’acquisto diretto dai produttori, selezionati nel raggio di 70 km dal negozio. Alcuni prodotti, come l’olio e gli agrumi, arrivano dal centro e sud Italia, ma mantengono un rapporto diretto con chi li produce. Per Renato, filiera corta significa un solo passaggio dal produttore al consumatore finale.

“Al tempo del servizio abbiamo raggiunto oltre 400 contatti” ci racconta, “e abbiamo organizzato tanti seminari per cui le persone venivano, e potevano informasi sul modello. Pochi sono riusciti a trasformare l’idea in un negozio vero e proprio, la maggioranza si sono scontrate con la realtà economica. Quando ragioniamo su una configurazione di un negozio di 100-120 metri suggeriamo sempre un budget minimo dagli 80-100.000 euro, per far fronte a quelli che possono essere gli imprevisti dei primi anni. La possibilità di avere accesso al credito costituisce un fattore determinante per lo sviluppo e riteniamo che esistano molti bandi sia a livello regionale, che europeo e ci auspichiamo che venga fuori qualcosa anche per noi per quello che potrebbe essere lo spostamento in una zona più centrale, in uno o più punti. A Milano potremmo tranquillamente aprire in ogni zona. Un contributo all’affitto sarebbe ottimale perché è una delle voci spesa più pesanti.”

Speriamo presto di vedere negozi così in ogni quartiere.

Bellezza coerente

By ecology

Come avere cura del nostro corpo e della pelle senza danneggiare il pianeta?

Non è facile. Recentemente mi sono fidata della reputazione di un brand che usavo tempo fa e ho acquistato alcune creme per il viso. Poi ho guardato l'inci.

  • Il biossido di titanio è utitlizzato come filtro protettivo per i raggi UVB. Ci sono studi che dimostrano che nanoparticelle >35 nm di biossido di titanio non rivestito possono essere dannose per gli animali marini. Le dimensioni estremamente ridotte di queste particelle generano uno stress ossidativo sotto la luce UV, potenzialmente causando danni cellulari ad organismi sensibili come coralli, pesci giovani e invertebrati.
  • La paraffina liquida è un olio incolore e inodore, che ha origini minerali ed è composto da un mix di idrocarburi C15-C40 ottenuti dalla distillazione del petrolio. Quando utilizzata sulla cute forma un film lipidico. Per via della loro natura oleosa, però, i prodotti contenenti paraffina impediscono un’adeguata traspirazione.

Nel 2010 avevo intervistato l’eco-dermatologa Riccarda Serri, che aveva fondato con Pucci Romano l’associazione SkinEco, con il desiderio di fare luce sull’impatto ambientale e l’interazione con la pelle dei prodotti cosmetici comunemente usati. La normativa europea vigente non considera ancora la biodegradabilità delle sostanze utilizzate nei cosmetici, e solo in Europa, ogni giorno, vengono immesse nell’ambiente 5.100 tonnellate di prodotti cosmetici consumati. Purtroppo Riccarda non è più con noi ma resta il suo prezioso insegnamento, che mi sono ripassata, scoprendo che quando avrò finito le confezioni dei prodotti che ho acquistato, tornerò a cercare unguenti privi di sostanze indicate da Riccarda.

Ecco un estratto dal mio libro Occhio allo Spreco

Dottoressa Serri, quali sono gli ingredienti più comuni per i quali merita avere un occhio di riguardo?

Petrolatum e paraffina sono derivati dal petrolio, la natura non è in grado di digerirli e per la pelle c’è di meglio. La vaselina, usata molto nei prodotti per l’infanzia, è occlusiva e disturba la microbiologia cutanea; il silicone, e tutti gli ingredienti che terminano in –oni e –ani, non nutrono la pelle bensì danno bellezza al prodotto.”
Una goccia di fondotinta addensato col silicone sul lavandino è molto difficile da pulire. Così è per il viso, e a causa dell’uso crescente di sostanze che mimano nel prodotto le caratteristiche che si vorrebbero trasferire alla pelle: l’effetto liscio, vellutato e morbido, è aumentata anche l’offerta di prodotti esfolianti, maschere, gommage.
“L’ultimo strato della nostra pelle è composta da corneoliti, o cellule senza nucleo. Vengono chiamate cellule morte, ma morte non sono, in quanto svolgono un’importante funzione metabolica e, conclude Serri, “ci consigliano di pulire la pelle come se fosse ceramica di Capodimonte, poi serve lo scrub per la pulizia a fondo. A quel punto la pelle si irrita e occorre la crema restitutiva. S’innesca così un ciclo vizioso”.

Cosa preferire?

“E’ meglio un unico detergente, delicato ma efficace, da togliere con una salvietta di puro cotone imbevuta d’acqua tiepida. Esistono anche panni in microfibra per il viso che puliscono senza detergenti.”

E cosa evitare?

“Disinfettanti quali Triclosan, molto dannosi per l’ambiente, che penetrano negli strati più profondi dell’epidermide e sono stati addirittura trovati nel latte materno. Il motto di una cosmesi sana per la pelle e per l’ambiente è: QB, quanto basta, e di qualità, come per l’alimentazione.”

Nel fare ricerca di prodotti che usano meno plastica (o non la usano proprio) ho trovato una maggiore coerenza con il contenuto. Ad esempio, sto provando un dentifricio in pastiglie, confezionato nel vetro e l’esperienza è molto interessante. E un altro in pasta a base di olio di cocco. Invece, un altro marchio al quale sono fedele, che produce un dentifricio senza ingredienti minacciosi quali coloranti, conservanti, disinfettanti e SLS fluoro, viene distribuito in un tubo di plastica ma vorrei sapere di che polimero è per capire se è riciclabile.

Se cerchiamo prodotti naturali non possiamo fidarci degli slogan sulla confezione – ma alla crema fantastica in plastica ci sono alternative?

Per maggiori informazioni sulle sostanze chimiche da evitare, è utile consultare il sito della direttiva REACH. Non è necessario diventare “paranoici ambientali” ma è importante essere informati. Nel giugno 2007 il Parlamento Europeo ha deliberato la direttiva REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) con l’obiettivo di studiare meglio i materiali altamente sospetti e regolamentarne l’uso. Si stima che in circolazione ce ne siano circa 900 altamente preoccupanti e REACH ne sta identificando altre 600 pericolose. Sulla base di studi e prelievi si stima che in media ogni essere umano abbia dentro al corpo diverse centinaia di sostanze chimiche dannose per l’organismo.
Attualmente è molto costoso introdurre nuove sostanze sul mercato, per questo le industrie preferiscono usare quelle già esistenti che però non sono mai state adeguatamente testate. Le cavie siamo noi.

Nel 1981 le sostanze chimiche in uso erano 100.106 e da quella data ne sono state introdotte solo 4.300 di cui, si sospetta, il 70% contiene almeno un ingrediente malsano.

Elencate nella categoria 1 e 2 dell’indice REACH sono le sostanze abbreviate come CMR: cancerogene, mutagene (danneggiano i geni) e tossiche per il sistema riproduttivo.
“Altamente pericolose” sono anche le sostanze “persistenti”, quelle “tossiche bio-accumulative” (PBT) e quelle “molto persistenti” e “molto bio-accumulative” (vPvBs).
Molto preoccupanti sono anche gli inibitori ormonali (interferenti endocrini), ritenuti responsabili di varie alterazioni ormonali come i tumori ormono-dipendenti (mammella, prostata, utero), infertilità, pubertà o menopausa precoci, malformazioni fetali ed ermafroditismo (sia negli uomini che negli animali).

Per approfondire gli effetti dei prodotti sul corpo: EWG.org e safecosmetics.org
C’è una nuova app che si chiama Thinkdirty che proverò.

Grey Panthers, il portale della “grey age”

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In un mondo sempre più digitalizzato, cittadini di tutte le età sono chiamati a risolvere burocrazie online, c’è chi ha pensato alle fasce d’età nate nell’era analogica. Grey Panthers è un’iniziativa fenomenale, che mette i giovani al servizio delle generazioni più avanzate.

Cristina: In un mondo sempre più digitalizzato dove persone di tutte le età sono chiamate a risolvere questioni burocratiche online, c’è chi ha pensato alla fascia di età più avanzata, nata nell’era analogica. Non è facile per chi è anziano adattarsi al progresso. Qui a Milano è nata un’iniziativa fenomenale che mette i giovani al servizio delle generazioni più avanzate. Dottoressa Paesano, ci racconti di Grey Panthers.

Vitalba Paesano: Grey Panthers, intanto, è un giornale che si rivolge ai senior. Siamo il portale della “grey age”, abbiamo un pubblico che grazie solo al passaparola sta raggiungendo una massa critica interessante perché possiamo, con orgoglio, dire che siamo 84,000.

Cristina: E mette insieme nonni e nipoti o i figli e genitori, attorno ad un processo educativo necessario. Probabilmente funziona da tutte e due le parti.

Vitalba Paesano: Abbiamo accolto molto volentieri un progetto, oramai quattro anni fa, di Assolombarda che permetteva di fare l’alternanza scuola lavoro per i giovani. Noi l’abbiamo fatto con gli studenti dell’Istituto Molinari e si sono trasformati loro stessi in professori e sui banchi di scuola sono andati i senior e a fare i professori erano i ragazzi.

Cristina: Christian, che cosa ti da quest’esperienza di insegnante?

Christian Garcia: Posso sentirmi utile alle persone che hanno necessità.

Cristina: Se tu dici agli amici “vado a lavorare da Grey Panthers”, ti guardano un po’ strano oppure..

Christian: Chi conosce il progetto mi ringrazia anche perché può darsi che quella persona che aiuto sia suo nonno.

Laura Bolgeri: L’aiuto che mi da Christian, ad esempio gli chiedo come navigare per fare delle ricerche oppure come contattare una persona, è essenziale.

Diana Banfi: L’anno scorso, mi sono messa alla pari con mio nipote di 12 anni, l’ho aiutato in tutte le ricerche per le tesine dei suoi esami di terza media. Mi ha portato in regalo una pianta di rosmarino dicendo che “è merito anche tuo se ho preso questo voto”

Vitalba Paesano:  Però non ci bastava, perché una volta finiti i corsi avevamo anche il sospetto che qualche senior si dimenticasse quello che aveva imparato. Quindi, da due anni, abbiamo aperto uno sportello digitale, che è aperto 24 ore, quindi sempre. In questo sportello digitale, i nostri lettori possono formulare domande sui loro dubbi, le loro incertezze, su quello che pensavano di sapere e hanno scoperto che non se lo ricordano e cosa via e ricevono entro 24 ore una risposta.

Cristina: In futuro che cosa vuole fare? Quali sono i suoi prossimi passi?

Vitalba Paesano: Pensiamo, ad esempio, alle domande che il pubblico dei senior si pone nei confronti della digitalizzazione di questo paese, quindi i rapporti con la pubblica amministrazione, i rapporti con la sanità digitale. Quindi la qualità di vita dei senior passerà sempre di più attraverso il digitale, questo lo  diciamo da 10 anni. Oggi incominciano a capirli tutto, i senior ce lo chiedono e quindi vogliamo continuare in questa operazione di digitalizzazione del nostro paese.

Cristina: Complimenti e buona fortuna! Il 35% della popolazione italiana ha più di 65 anni. 5 punti al di sopra della media europea. Gli anziani sono una risorsa da valorizzare. Occhio al futuro!

In onda 8-6-2019

Federico Faggin, la scienza della consapevolezza

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È tra i padri del microprocessore e del touch pad. Oggi, con la Fondazione Federico ed Elvia Faggin, indaga la natura della coscienza cercando di estendere il metodo scientifico per esplorare la mente.

Federico Faggin, fisico, inventore e imprenditore, è nato a Vicenza il 1° dicembre 1941, si laurea in fisica summa cum laude nel 1965 all’Università di Padova e dal 1968 risiede in California. Quell’anno, alla Fairchild sviluppa la tecnologia MOS con porta di silicio, che consente la fabbricazione dei primi microprocessori e delle memorie EPROM e DRAM, cuore della digitalizzazione dell’informazione. Diventa poi capo-progetto e designer dei primi microprocessori Intel (4004, 8008, 4040 e 8080). Nel 1974 co-fonda e dirige la Zilog, dove progetta il microprocessore Z80. Nel 1986 Faggin co-fonda e dirige Synaptics, che sviluppa i primi touch pad e touch screen. Il 19 ottobre 2010 Faggin riceve dal presidente Barack Obama la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione per l’invenzione del microprocessore e l’anno dopo fonda la Federico ed Elvia Faggin Foundation, dedicata allo studio scientifico della coscienza.

L’INTERVISTA A FEDERICO FAGGIN SU THE GOOD LIFE ITALIA 

Lo sfondo della Basilica Palladiana, in piazza dei Signori a Vicenza, non potrebbe essere più adatto. L’armonia delle forme, la cadenza regolare di archi e aperture laterali, le campate di ampiezze variabili, creano un insieme che è più potente delle singole parti. Anche la carriera di Federico Faggin è una somma di parti, un lavoro di squadra che il fisico vicentino ha concertato esercitando le virtù del leader naturale.

È stato infatti grazie ad una sinergia delle menti giuste che Faggin ha fatto nascere, nel 1971, l’Intel 4004, il primo microprocessore e una vera rivoluzione per l’informatica. Un oggetto che, a guardarlo, ha anche lui una sua armonia: i circuiti integrati creano un pattern, ed è la giusta disposizione di queste parti a garantire la potenza dell’insieme.

Federico Faggin ha 77 anni e una lunga carriera alle spalle, ma non smette di guardare avanti e oggi studia la natura della coscienza. Già nel 1986 fonda Synaptics con lo scopo di sviluppare computer capaci di auto-apprendere attraverso strutture di reti neurali. Un’intuizione che anticipava di 30 anni le ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale. Dalla fisica Faggin ha imparato che esiste solo un mondo oggettivo fatto di materia, energia, spazio e tempo. «Se la coscienza è una proprietà del cervello, mi dicevo, deve essere possibile riuscire a fare un computer consapevole» racconta con lo sguardo intenso di un uomo che non finirà mai di indagare. «Avevo un comitato scientifico di neuroscienziati molto validi e la domanda che ponevo loro era “Qual è la differenza tra consapevolezza e cervello?” Loro rispondevano “la consapevolezza è un fenomeno del cervello”». In altre parole, non c’è differenza.

Faggin vuole capire meglio e intraprende da allora un lungo e appassionante percorso. Mette a confronto e armonizza la sua mente scientifica con l’intuizione e il suo dialogo interiore con la fenomenologia del mondo esteriore. Una ricerca di cui è parte integrante Elvia Faggin, moglie e compagna di una vita.

Nel 1992 Synaptics sviluppa un’altra invenzione destinata a cambiare il nostro modo di rapportarci alle tecnologie: il touch pad. «È nato da una sciocchezza» racconta. «Una piccola rottura di scatole. Ero nel consiglio di amministrazione di Logitech, che produceva trackball (le palline usate al posto del mouse sui primi laptop, ndr). Ma ogni paio di giorni dovevo aprirlo e pulirlo perché il grasso delle mani lubrificava la pallina. In quel periodo avevo un piccolo gruppo di ricerca e lanciai la proposta di cercare un’alternativa alla trackball ricorrendo a elettroniche a stato solido. In un paio di mesi, abbiamo inventato il touch pad che sostituì i trackball, e anche il touch screen, per il quale non esisteva ancora una piattaforma».

La rivoluzione della mente

Faggin rivoluzionerà il mondo della scienza come ha fatto con quello dell’informatica? «Il mio obbiettivo è capire, non rivoluzionare» risponde con ferma umiltà. «Dopo anni di ricerche ho vissuto un’esperienza che ha ribaltato la mia prospettiva. Era il 1990. Avevo quasi 50 anni e ho avuto un’esperienza percettiva spontanea, non indotta e brevissima, in cui mi sono sentito simultaneamente il mondo e l’osservatore del mondo. Un evento fondamentalmente diverso da quelli ordinari, in cui ci sentiamo separati dagli altri. È stata una rivelazione profonda. Ho capito che dovevo esplorare la mia consapevolezza in prima persona. Io non so se lei sia consapevole, né lei sa se lo sono io. Non possiamo provarlo scientificamente, e questo è parte del problema».

Faggin si affida allora a una psicologa transpersonale, non per rimuovere traumi, ma per capire i processi della mente e aprirsi a idee nuove. Studia, approfondisce, vive altre esperienze. «Dopo quella prima ne ho avute molte altre, come risposta a quello che cercavo. E continua a essere così. Faccio un sogno e mi sveglio con un’idea. So che sono guidato. Come sarebbe possibile, altrimenti? Non è
possibile che ci arrivi da solo. Noi siamo guidati». Il suo candore è illuminante.

Faggin ha trovato nel Diamond Approach, fondato da A. H. Almaas il metodo per indagare le molteplici dimensioni del potenziale umano attraverso un percorso che integra psicologia e spiritualità.

Ritiri, lezioni e meditazioni, studio e pratica segnano 10 anni della vita di Faggin. Finché, nel 2008, capisce come restituire al mondo ciò che, fino a quel punto, era stato un processo personale. Cede ai giapponesi la sua ultima società, Foveon, che produce sensori per l’acquisizione di immagini. Esce dai consigli d’amministrazione di cui era membro e nel 2009 decide che vanno finanziate le ricerche sulla consapevolezza, partendo dall’ipotesi che essa sia una proprietà fondamentale della natura. Conosce studiosi in gamba che la pensano come lui, ma non trovano fondi. Perché la premessa è che la consapevolezza è solo una funzione del cervello. Per questo nel 2011 nasce la Fondazione Federico ed Elvia Faggin. «È stato Federico a volere il mio nome nella Fondazione. Non ho nessun ruolo nell’originare idee, ma quando si sveglia di notte con delle idee, mi sveglio con lui e ne parliamo. In questo senso sono molto partecipe» racconta Elvia. «Spazio e tempo sono due ossessioni di Federico: durante le nostre conversazioni cerca di incastrare i pezzi del puzzle nel suo modello filosofico-scientifico».
«La nostra dinamica Ying-Yang riflette le polarità alla base della
vita» conferma Faggin. Nella sua nuova visione, l’ambito fenomenologico, cioè lo studio dei fenomeni anche scientifici, deve unire l’aspetto intuitivo, femminile, con il maschile, razionale. La ricerca di Faggin si è spinta molto lontano dall’idea di creare un “computer consapevole”.

«La scienza e la spiritualità devono trovare un’armonia che oggi non c’è. Sono considerati due campi separati, coesistono ma non si riconoscono. Così riduciamo da un lato la nostra umanità a una macchina, e dall’altro coltiviamo un senso di superiorità riguardo alla scienza e alla materia. Dobbiamo andare oltre, se vogliamo scoprire la natura della realtà».

Un altro modo di vedere

Lo scienziato Faggin ha dunque sviluppato un diverso modo di osservare il mondo e i suoi fenomeni. «Io non posso osservare direttamente il mondo interiore di un’altra persona. Devo cercare di capirlo interpretandone i segni: le parole, il comportamento, l’insieme dell’aspetto fisico. La nostra coscienza, però, che assumo esista prima dello spazio-tempo, può percepire gli altri come se stesso». Può sembrare strano, ma, come spiega Faggin, è lo stesso tipo di contraddizione che sta alla base della fisica quantistica. «Il qubit, cioè il bit quantistico è sia zero che uno. È allo stesso tempo vero e falso. Ciò deriva dal fatto che la realtà è olistica. Non esiste una parte distinguibile dall’altra. La fisica classica è riduzionista e le sue parti sono separate e identificabili. La meccanica quantistica è olistica, e le sue parti sono i campi quantici. Questi sono identificabili, ma inseparabili: sono “parti intero”, cioè gli aspetti identificabili di un universo indivisibile. Nel modello che sto mettendo a punto, il campo quantico è solo l’aspetto fisico di una entità più vasta che chiamo “unità di consapevolezza”. L’unità di consapevolezza è un sé cosciente con un aspetto interno semantico e un aspetto esterno simbolico. I due aspetti si riflettono l’un l’altro. Come le due facce di una stessa medaglia».

La ricerca di Faggin si è spinta molto lontano dall’idea di un “computer consapevole” capace di programmarsi da solo mimando il processo decisionale dell’uomo. Oggi Faggin è giunto alla conclusione che quel tipo di calcolatore non si può progettare. «Come faccio a tradurre quello che provo in segnali elettrici o biochimici che sia, e viceversa? Percepiamo la realtà attraverso sensazioni e sentimenti, emozioni e pensieri. Che non hanno niente a che vedere con i segnali elettrici». Non è una resa della scienza: solo la conclusione che il vero “computer” da studiare è dentro di noi.

Italia Che Cambia

By ecology, sdg 17

Daniel Tarozzi, fondatore di Italia Che Cambia e fellow della rete Ashoka, ha raccontato il viaggio in camper che lo ha portato a conoscere, e mappare, gli agenti di cambiamento dal sud al nord dell’Italia.

Cristina: Mentre l’Italia fatica a fare sistema, per fortuna ci sono giovani che s’impegnano a contrastare questo problema. Daniel si muove su e giù per il nostro paese in camper, per cercare talenti da valorizzare e mapparli. Daniel, com’è nato questo tuo mestiere?

Daniel Tarozzi: Guarda tutto è nato da un viaggio lungo quasi un anno alla ricerca di persona che si assumevano la responsabilità della propria vita senza aspettare che qualcuno lo faccia al loro posto. Nel 2012 sono partito in questo camper, con l’idea di andare in giro per l’Italia, pensando di stare in giro per poche settimane. In realtà ho scoperto centinaia, migliaia di esperienze concrete di cambiamento in tutte le regioni italiane. Quello che doveva essere un viaggio finalizzato a scrivere un libro è diventato un progetto di racconto di questa Italia Che Cambia che va avanti da oltre 7 anni. Pensa che solo nel mio primo viaggio ne incontrai oltre 450, sulla nostra mappa ci sono 2.000 progetti mappati ma sono molte, molte di più quelle che costellano il nostro paese.

Cristina: Che metodologia seguite?

Daniel Tarozzi: Ci arrivano segnalazioni, il passaparola che è straordinario, ogni persona che incontro mi segnala altri 5-10 progetti, ovviamente il web siamo prevalentemente sul digitale, abbiamo i nostri canali social e il nostro sito. Da questa esperienza sono concrete, non sono solo astratte, progetti che funzionano e che negli anni migliorano.

Cristina: Che visione avete dell’Italia nel 2040?

Daniel Tarozzi: Abbiamo raccolto oltre 500 azioni che possiamo realizzare tutti, a partire da oggi, per cambiare l’ambiente, per cambiare l’economia, per creare lavoro, senza aspettare nessun governo, azioni che possiamo fare adesso.

Cristina: In che modo si creano collaborazioni tra le realtà che mappate?

Daniel Tarozzi: Il nostro lavoro è un lavoro sull’immaginario, la prima cosa che cerchiamo di fare è di proporre esempi positivi ispirandoci un po’ allo slogan “vietato non copiare”. La prima connessione che siamo riusciti a creare è quella tra la domanda di cambiamento e l’offerta di cambiamento, ovvero sono un cittadino, un professionista, una persona insoddisfatta, voglio andare a vivere fuori città, creare lavoro, voglio fare qualcosa nella mia vita. Vado a trovare chi lo ha già fatto e poi cerco person con cui farlo anch’io, per cui si ci sono tanti borghi abbandonati che si stanno ripopolando. Ci sono tantissimi altri che stanno creando progetti agricoli, ma anche imprenditoriali, digitali, fab lab. Quindi natura, città, davvero un’Italia in fermento e straordinaria in tutti i campi.

Cristina: C’è una Regione che meglio di altre fa sistema?

Daniel Tarozzi: Per fare qualche esempio concreto da nord a sud mi vengono in mente ad esempio, circuiti di monete complementari in Sardegna che stanno mettendo l’economia in circolo davvero facendo girare milioni di euro di economia che non avrebbe girato senza questo strumento. Oppure ancora dei piccoli produttori che in Sicilia si sono messi a cooperare con i cosiddetti competitor, cooperando insieme vendendo ai gruppo di acquisto del centro-nord hanno visto tutti aumentare i fatturati. La cooperazione che vince contro la competizione. E ancora, tantissimi giovani, c’è questa tema dell’agricoltura. L’agricoltura, quella che davvero valorizza i nostri prodotti. è in una crescita incredibile, quindi quando si parla di crisi bisogna stare attenti. C’è la crisi di un mondo, di un settore. Io racconto l’Italia dal 2012 e in questi anni di crisi piena c’è tutta un’Italia, che senza mai negare le difficoltà perché saremmo utopici, che sta realizzando progetti che funzionano anche a livello economico.

Cristina: Sembrerà tanto banale ma viviamo in un paese meraviglioso, facciamolo funzionare meglio. Occhio al futuro

In onda 11-5-2019