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Brigitte Lacombe

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Brigitte Lacombe: la semplicità che svela l’anima dei suoi ritratti

Brigitte Vainity Fair

Una volta li chiamavano divi e divine. Le star, appunto, le stelle. Per definizione irraggiungibili e perfette. Poco umane, molto mitiche.
Il cinema ce le restituiva così. Soprattutto così le raccontava la fotografia. Con la posa e le luci, otteneva il distacco netto dal mondo dei comuni mortali: la lontananza delle stelle, appunto.

Poi si sono fatti polvere, forse per colpa della tv, o del cinema che ha cominciato a raccontare storie comuni: non nel senso che hanno perso magia, ma nel senso che stanno lì, ogni giorno, di fianco a noi, imperfetti, a volte fragili, a volte grandi. Più compagni di strada, meno star.

E così vogliono essere fotografati.

Gwyneth Paltrow, Dustin Hoffman, Cate Blanchett, Leonardo DiCaprio: lei li ha capiti, loro l’hanno scelta, anzi, loro l’hanno voluta perché lei li ha amati.

Lei è Brigitte Lacombe, la ritrattista preferita degli attori di Hollywood, la donna che sa cogliere con candore il tratto più intimo che si nasconde in ciascuno di loro.

Il suo arrivo a Milano viene preceduto da una telefonata breve:
«J’arrive!»

È quanto le basta dire per trovare dall’altra parte un consenso carico di entusiasmo. Ha appena finito di fotografare la famiglia Gaja nei vigneti in Piemonte.

La incontriamo per un’intervista consapevoli che è un privilegio che concede a pochi.

«Le mie fotografie nascono sempre da un grande interesse per i miei soggetti, che siano personaggi come Tobey McGuire o le terre sconfinate della Patagonia.»

La sua chiave d’ingresso, ciò che le permette di arrivare al cuore delle persone e dei luoghi, è l’amore. Dall’amore nasce la bellezza che scaturisce da ogni sua immagine, la disarmante genuinità con cui coglie l’essenza.

David Mamet, nella presentazione dell’antologia Brigitte Lacombe cinema/theatre – dal 1975 ad oggi, ha scritto:
«Come nessun altro fotografo contemporaneo Lacombe svela i suoi soggetti con sguardo intimo e onesto. Queste fotografie non sono semplici “celebrity portraits”, sono un documento sorprendente e cruciale per conoscere i protagonisti e le opere di culto dell’ultimo quarto di secolo».

Brigitte Lacombe

Racconta Lacombe:

«Riesco a calarmi nel presente al cento per cento. Penso sia questo che permette alle persone di esprimersi. Quando fotografo non giudico, sono lì per lasciar emergere ciò che vedo. Chi mi sta di fronte sa di potersi fidare, sa che è in buone mani.»

«Ci sono tanti modi di fare ritratti. Molti fotografi amano preparare un set, creare una vera produzione, arrivano con un’idea, una scenografia, stilisti, creano un servizio di moda. Io non voglio rendere migliori i miei soggetti, bensì cogliere ciò che lasciano emergere.»

La magica alchimia che Brigitte Lacombe instaura con le persone è l’elemento scatenante non solo di splendide fotografie, ma anche di sincere e profonde amicizie.

Un esempio per tutti è Meryl Streep, grande amica, suo soggetto preferito ma anche il più difficile.

«È molto raro che chi fotografo non si fidi di me e ciò mi dà molta carica. S’instaura un tipo di intimità curiosa, totalmente immediata, profonda e genuina. Nasce all’istante. È così che ho conosciuto gli uomini di cui mi sono innamorata e i miei amici.»

Sull’amore si sofferma. È il motore della sua vita, del suo lavoro. Il suo talento è stimolato dallo scambio profondo che si innesca quando fotografa, si concede pienamente, ma questo intenso rapporto col mondo circostante l’ha portata a una grossa rinuncia.

«Non avere relazioni sentimentali è stata una scelta. È un mio limite, vivo ancora nel mondo delle fiabe, ma per me è tutto o niente. È un grande difetto ma va bene così. Inoltre non penso che avrei potuto essere così dedicata alla fotografia. So quanto posso dare e so anche di volermi proteggere emotivamente.»

A 17 anni, quando le strade di Parigi erano attraversate dalla rivoluzione studentesca, Brigitte ha abbandonato gli studi.

«Ogni anno cambiavo scuola, finché non mi hanno più accettata alle pubbliche e i miei genitori dovettero iscrivermi con grandi sacrifici a una scuola privata. Ero già stata bocciata due volte, così ho finalmente deciso di lasciar perdere!»

È stato il padre, fotografo per passione e capo del laboratorio al settimanale francese Elle, a trovarle lavoro come apprendista.

«Sono diventata la loro piccola mascotte.»

Nel 1975 è inviata al Festival di Cannes. Sulla Croisette conosce Dustin Hoffman e Donald Sutherland. La carriera decolla. Il centro di gravità si sposta negli Stati Uniti.

«Credo che all’inizio ho contato molto sul mio accento francese, sul fatto che ero una bella ragazza e pensavo di poter conquistare il mondo.»

Hoffman la invita sul set di Tutti gli uomini del Presidente, Sutherland la chiama per Casanova a Cinecittà.

«Sono finita in una splendida villa sulla Via Appia Antica… Non ho neanche dovuto passare per il suo letto!»

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OGGI…
È passato un quarto di secolo da quando ho intervistato Brigitte.

Nel frattempo è maturata un’amicizia nitida, sentita, senza fronzoli. Quando so di andare a New York, le mando subito un messaggio.

Un paio d’anni fa ha rinnovato l’invito ad andare in studio. Con gratitudine ho detto sì. Niente trucco, nessun orpello. Mi sono presentata a testa nuda, come faccio da quando quattro anni fa ho perso i capelli per stress.

Man mano che si avvicinava il momento del primo scatto, cadevano le maschere. Mi sono affidata al suo sguardo che vede oltre. Ho lasciato danzare la mia anima.

Durante la sessione sono stata attraversata da tante emozioni, che ho ritrovato nei diversi scatti.

Grazie Brigitte per amarmi.

Estratto da un articolo che scrissi per Specchio della Stampa. Direttore, Chiara Beria d’Argentine.

Cristina Gabetti con Michelangelo Pistoletto al MEET di Milano

Conversazione con Michelangelo Pistoletto al MEET: arte, Terzo Paradiso e intelligenza artificiale

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Al MEET – Digital Culture Center di Milano ho avuto il piacere di moderare una conversazione speciale con il Maestro Michelangelo Pistoletto, in occasione di un incontro riservato ai soci di The Core. È stato un momento di ascolto e confronto profondo, in cui arte, pensiero e visione si sono intrecciati per parlare del presente e, soprattutto, del futuro.

Pace Preventiva e Terzo Paradiso: il pensiero di Pistoletto oggi

Con il Maestro abbiamo affrontato il tema della Pace Preventiva, un concetto che invita a ripensare radicalmente il nostro modo di stare nel mondo, anticipando i conflitti attraverso la responsabilità individuale e collettiva. Da qui, il dialogo si è naturalmente aperto al Terzo Paradiso, simbolo e progetto che rappresenta l’incontro tra natura e artificio, tra ciò che siamo stati e ciò che stiamo diventando.

Cristina Gabetti con Michelangelo Pistoletto al MEET di Milano

Arte e intelligenza artificiale: una responsabilità umanistica

Abbiamo riflettuto sul potere dell’arte come forza attiva di trasformazione: non solo espressione estetica, ma strumento capace di modificare il nostro rapporto con il pianeta, con gli altri esseri umani e con le tecnologie che plasmano la nostra quotidianità. In questo contesto, l’intelligenza artificiale è entrata nella conversazione non come minaccia o soluzione assoluta, ma come elemento da integrare in modo consapevole all’interno di una visione umanistica più ampia.

Il Terzo Paradiso come gesto personale e collettivo

Ciò che rende il pensiero di Pistoletto così attuale è la sua capacità di tenere insieme complessità e semplicità, visione e azione. Il Terzo Paradiso non è solo un simbolo da osservare, ma un impegno da incarnare. Per questo ho scelto di raccontarlo anche in modo personale, portandolo letteralmente sulla mia pelle, come gesto di adesione e responsabilità.

Ringrazio The Core, MEET Digital Culture Center e 3D Produzioni per aver reso possibile questo incontro, e il Maestro Michelangelo Pistoletto e Cittadellarte per la generosità con cui continuano a offrire strumenti di pensiero e di cambiamento.

In un tempo in cui il futuro sembra spesso astratto o distante, momenti come questo ci ricordano che il cambiamento comincia da una conversazione, da un segno, da una scelta consapevole.

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Rapporto ASviS 2025: la sostenibilità è un investimento sul futuro

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Chi si occupa di sviluppo sostenibile perché sa che è l’unica strada per cercare di garantire prosperità alle future generazioni, ci crede e mette in relazione lo stato del mondo dal punto di vista sociale economico e ambientale non può che essere affranto dalla fiacca che imperversa in governi istituzioni e nel settore privato.

A rappresentare il quadro d’insieme nel nostro paese, c’è L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), che nel Rapporto ASviS 2025 evidenzia che lo sviluppo sostenibile rappresenta un necessario investimento sul futuro, e non un “fastidio” da gestire. L’Alleanza analizza la situazione nell’otticadell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite in Italia e propone azioni concrete per accelerare il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs).

Il quadro globale e le principali sfide dell’Italia

Solo 3 SDGs su 17 registrano miglioramenti significativi:

  • Istruzione

  • Parità di genere

  • Azione per il clima

Al contrario, peggiorano:

  • Fame

  • Salute

  • Acqua e igiene

  • Riduzione delle disuguaglianze

  • Ecosistemi terrestri

  • Biodiversità

Su 38 target specifici analizzati:

  • 11 (29%) sono raggiungibili entro il 2030

  • 22 (58%) non saranno raggiunti

Perchè investire in sostenibilità conviene davvero

Secondo il Rapporto di Primavera ASviS 2025, la transizione ecologica e digitale rappresenta anche un’importante occasione economica.

Entro il 2035, la transizione potrebbe generare:

  • +1,1% di PIL

  • +8,4% di PIL entro il 2050

  • -0,7 punti percentuali nel tasso di disoccupazione

Settori chiave come industria, agricoltura e servizi trarrebbero benefici significativi, confermando che sostenibilità e competitività non sono in contrasto. Anzi, diventano strumenti per:

  • attrarre talenti

  • accedere a nuovi mercati

  • migliorare la reputazione aziendale

Le priorità indicate del Rapporto ASviS 2025

ASviS individua cinque leve trasformative fondamentali:

  1. Governance

  2. Capitale umano

  3. Finanza sostenibile

  4. Cultura

  5. Partnership e collaborazione

E definisce sei aree prioritarie per l’Italia:

  • Salute

  • Istruzione

  • Economia sostenibile

  • Sistemi alimentari resilienti

  • Decarbonizzazione ed energia

  • Città sostenibili e tutela dei beni comuni

Tuttavia, queste priorità resteranno solo parole se non verranno trasformate in azioni coordinate da governo, imprese, istituzioni, associazioni di categoria e cittadini. La collaborazione trasversale è essenziale per affrontare le crisi sistemiche contemporanee.

Il ruolo di istituzioni, aziende e cittadini

Il mondo aziendale italiano mostra consapevolezza crescente:

  • 88% delle aziende conosce gli SDGs

  • 72% li integra nella strategia

  • Solo 43% utilizza indicatori di performance misurabili

  • L’11% non adotta alcun sistema di valutazione

Questo divario tra strategia e misurazione evidenzia la necessità di un approccio più concreto.

Per ASviS, è fondamentale una governance capace di:

  • prevedere i rischi,

  • pianificare a lungo termine,

  • misurare gli impatti delle azioni.

Anche cittadini e creativi giocano un ruolo chiave: integrare la sostenibilità nei propri progetti significa generare innovazione, reputazione e valore aggiunto.

Il Rapporto ASviS 2025 sottolinea un punto cruciale: la sostenibilità non è un ostacolo, ma un investimento economico, sociale e ambientale imprescindibile.

Per mantenersi competitiva e resiliente, l’Italia deve accelerare l’adozione di politiche e pratiche sostenibili. Per aziende, istituzioni e professionisti creativi il messaggio è netto: serve una strategia concreta, misurabile e condivisa.

Michelangelo Pistoletto e Cristina Gabetti

Michelangelo Pistoletto candidato al Nobel per la Pace 2025

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Michelangelo Pistoletto e Cristina Gabetti

Michelangelo Pistoletto candidato al Nobel per la Pace 2025

Michelangelo Pistoletto, tra i protagonisti dell’Arte Povera e una delle voci più influenti dell’arte contemporanea, è stato ufficialmente candidato al Premio Nobel per la Pace 2025.

La candidatura al Premio Nobel per la Pace 2025

La candidatura, presentata dalla Fondazione Gorbachev e sostenuta da Nobel Italia, riconosce non solo la straordinaria carriera artistica di Pistoletto, ma soprattutto l’impegno costante nel trasformare l’arte in un linguaggio universale di dialogo, responsabilità e convivenza pacifica.

Questa candidatura sottolinea come l’arte possa essere strumento di cambiamento e di impegno civile, non solo espressione estetica. Pistoletto ha saputo tradurre la pratica artistica in azione concreta, coinvolgendo comunità, istituzioni e nuove generazioni in progetti che mettono al centro responsabilità collettiva, inclusione e giustizia sociale.

Il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto

Da decenni Pistoletto porta avanti un’idea di “pace preventiva”: una pace che non arriva dopo il conflitto, ma che si costruisce prima, attraverso azioni culturali, educative e sociali capaci di incidere sulla realtà.

Al centro di questa visione si colloca il “Terzo Paradiso”, simbolo da lui ideato, che rappresenta la riconciliazione tra natura e artificio e l’incontro tra polarità opposte in uno spazio di equilibrio e nuova umanità.

L’arte come strumento di dialogo e convivenza pacifica

Il Nobel per la Pace sarebbe un riconoscimento a un percorso che dimostra come creatività e visione possano diventare motore di trasformazione globale.

La candidatura, presentata dalla Fondazione Gorbachev e sostenuta da Nobel Italia, ribadisce la forza di un impegno che fa dell’arte uno strumento concreto di responsabilità e convivenza.

Cristina Gabetti ambasciatrice del Terzo Paradiso

Tra i numerosi ambasciatori del “Terzo Paradiso” figura anche Cristina Gabetti, giornalista e attivista ambientale, che da anni sostiene e diffonde il messaggio di Pistoletto. La sua presenza rafforza il legame tra arte, sostenibilità e cittadinanza attiva.

Tondo come il mondo

Tondo come il Mondo

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“Tondo come il Mondo”: la campagna educativa rivolta alle scuole primarie, ha concluso il suo quindicesimo anno.
Il Manuale per bambini amici della terra.

Tondo come il mondo

Quando il motore è il cuore, e si lavora mossi da un desiderio autentico, i risultati arrivano. Tondo come il Mondo nasce da una domanda: “cosa possiamo fare per i bambini?”. Era primavera del 2009. Mio marito ed io eravamo ospiti a cena da Nino Tronchetti Provera. I nostri figli erano ancora piccoli e lui stava fondando la sgr Ambienta. La mia risposta spontanea fu: scrivo un libro di educazione ambientale. E mio marito aggiunse: per le scuole.  Al tempo collaborava con Giunti Progetti Educativi, diventato poi Librì. A fine serata l’idea aveva un fondamento di concretezza.
Tondo come il mondo è sgorgato dalla mia penna con il desiderio di offrire una guida pratica e simpatica a insegnanti e alunni per essere amici della Terra che abitiamo. Con l’illustratore Piero Corva ci fu subito sintonia, e la longevità di questo progetto, distribuito da 15 anni in 2000 classi di 3,4,5 elementare, è frutto di una collaborazione sincera e da una grande passione.
Sono stata felice di ritrovare Piero per lavorare alla riedizione del libro in occasione del recente anniversario.

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E’ gratificante sapere che ogni anno le copie disponibili di Tondo Come il Mondo vengono esaurite – e che celebriamo il nostro quindicesimo anno nelle scuole italiane con una comunità di 656.299 bambini e le loro famiglie! – ma la gioia più grande è di vedere gli elaborati che giungono dal concorso. Per ogni edizione pensiamo a un tema.
Qualche esempio: creare un libro delle cose rotonde che vedi nella vita e nella natura (2010/11); la segnaletica dell’ospitalità per accogliere bambini dal mondo all’Expo di Milano (2014/15)); diario di una settimana senza plastica (2018/19); immaginiamo insieme la nostra città sostenibile (2022/23); eco-stilisti per un giorno (2023/24); opera d’arte circolare (2024). A valutare gli elaborati, siamo una piccola giuria e ogni anno ci sorprendono la creatività e l’ingegno dei lavori presentati.
Questa esperienza mi ha insegnato che il concetto di circolarità, che sta alla base della vita e di ogni forma di riuso e riciclo, viene colto spontaneamente dai bambini, perché le loro facoltà mentali, emotive ed espressive sono ancora pienamente interconnesse. Non sono state linearizzate dalla separazione di materie e competenze. La loro naturalezza è sempre di grande ispirazione. Ringrazio la comunità che ha dato vita a questo progetto, che di anno in anno cresce e lo sta accompagnando in un bellissimo viaggio.

La campagna educativa Tondo come il Mondo è

  • Accreditata sulla piattaforma S.O.F.I.A del MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito);
  • Può essere utilizzate per adempiere alle 33 ore di Educazione Civica
  • Ha il patrocinio morale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Tondo come il mondo bimbi

Cristobal Jodorowsky – Lo sciamano di famiglia

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I nostri problemi? Hanno radici antiche e profonde nelle vite degli avi. La soluzione: scoprire che cosa si nasconde nell’albero genealogico.

 

“Quanto assomiglia a sua mamma”, “però il carattere è tutto del papà!”. Queste frasi fatte le sentirete con altre orecchie, se vi capita di seguire un seminario di Cristobal Jodorowsky. “Nella vita danziamo la coreografia del nostro albero genealogico”, spiega Cristobal, poi passiamo anni a cercare noi stessi. I giudizi degli altri sigillano nell’ inconscio un’idea che spesso non corrisponde alla nostra natura più intima. Ci conosciamo per come siamo conosciuti, non per come realmente siamo. Le opinioni, i concetti e le attitudini delle  persone “influenti” nella nostra vita, sono come un vestito, che, strato dopo strato, dobbiamo imparare a togliere. Con grandissimo humor e charme, il giovane Jodorowsky porta “in scena” la sua grande conoscenza dell’essere umano, appresa insieme al padre Alejandro, durante una vita di ricerca. Hanno aperto i sentieri dello psicosciamanesimo, della biogenealogia, dello studio dell’albero genealogico e della psicomagia., conclude Alejandro. E. Indagando nella vita dei loro”pazienti”, si addentrano nei meandri più remoti della loro mente. Interrogano e ascoltano, per poi “prescrivere” la cura con atti di psicomagia. “Accedere ai problemi di una persona significa entrare nella sua famiglia, penetrare l’atmosfera psicologica del suo ambiente”, scrive Alejandro Jodorowsky in “Psicomagia”, edito da Feltrinelli. “Tutti siamo marcati, per non dire contaminati, dall’universo psicomentale dei nostri antenati. Così molti individui fanno propria una personalità che non è la loro, ma che proviene da uno o più membri della loro cerchia affettiva. Nascere in una famiglia è, diciamo, essere posseduto. Questo possesso si trasmette di generazione in generazione: la persona stregata si converte in stregone, proiettando sui suoi figli ciò che prima era stato proiettato su di lei…a meno che non si acquisti coscienza della situazione e si rompa il circolo vizioso”Racconta Cristobal:“A 15 anni ero già impegnato in questo cammino, e ho avuto la fortuna che mio padre iniziasse a sperimentare su di me la sua conoscenza. Sono stato la sua cavia per ogni pratica che abbiamo incontrato: dal massaggio sciamanico alla meditazione zen. Era tutto così intenso che non volevo più andare a scuola!  Sono nato con i tarocchi di marsiglia in mano, è partita lì la ricerca di Alejandro, ma non è mai stato un interesse folcloristico. Poi è giunto allo studio dell’albero, che mi ha appessionato più di tutti. Per “guarirlo”, ha indagato il corpo metaforico (la nostra identificazione con ciò che ci circonda, contro ciò che realmente siamo,ndr.) e la psicomagia. Tutto ciò che trasmetto è risultato di esperienze vissute in prima persona, il nostro è un metodo molto concreto. Per guarire le mie ansie”, prosegue Cristobal, “dovevo lavorare su tutta la mia famiglia, conoscere gli antenati che vivono in me, dialogare con loro, aiutarli ad evolvere, perdonarli, e farmi perdonare da loro. Aprendo la mente, con la fantasia, siamo diventati un’altra famiglia, lavorando sull’albero, ci siamo trasformati. Gli antenati sono diventati miei alleati, sostenengono il mio mondo interiore, guidandomi”. Prendere consapevolezza del proprio albero apre le porte al mito che è in ciascuno di noi. Dalla famiglia, che influenza profondamente il nostro sentire, arriviamo a capirci meglio. Ci portiamo addosso un palco di rami, fitto, misterioso, ripetitivo. Lo studio della genealogia offre indizi che portano a comprendere il rapporto che abbiamo col nostro corpo, nostra unica vera casa, con le emozioni, e con la forza del nostro intelletto. Questi tre livelli dell’essere: fisico, emotivo e del pensiero, sono influenzati dalle tre generazioni che ci hanno preceduto: rispettivamente, dai genitori, i nonni e i bisnonni.

Cristobal insegna a comprendere le dinamiche che abbiamo ereditato, e a modificarle. Con una straordinaria capacità interpretativa, recita i ruoli di genitore e figlio, di marito e moglie, cogliendo a pieno i classici comportamenti che entrano in gioco. Come in “Opera Panica” la famiglia Jodorowsky  porta in scena nei teatri l’allegoria delle nevrosi quotidiane, e con grande umorismo, toccano le corde più intime di ognuno di noi, così tramite le “terapie paniche”, Alejandro e Cristobal aiutano a muovere dinamiche comporamentali fissate nel nostro inconscio. Primo passo è osservare il proprio albero: chi, in famiglia, ci assomiglia di più nel carattere? Che rapporto abbiamo con i nostri genitori? E i nostri genitori con i loro? I nonni andavano d’accordo? A questa analisi, segue l’azione dell’atto psicomagico, che viene assegnato dopo una minuziosa e scrupolosa indagine della storia personale.

Così guidata, la ricerca sugli avi svela una prospettiva nuova sugli intrecci e le dinamiche potenti che si innescano all’interno di una famiglia. Si scopre un mondo ricco di avventure e sventure, di enigmi e segreti, che sono poi le nostre lotte e le nostre conquiste.  “Sono arrivato ai lavori sull’albero e allo psicosciamanesimo perché il rapporto con mio padre e con tutta la mia famiglia era molto doloroso”, racconta Cristobal. “Ho un’ eredità artistica forte, da parte di entrambi i gentitori, e da bambino ero profondamente traumatizzato. Soffrivo così tanto che mi son detto: affronto il mio malessere o mi suicido. Strada facendo, però, ho imparato a curarmi, e oggi aiuto gli altri a risolvere le difficoltà a trovare sé stessi. Ho capito che ho una missione. Come mio padre. Faccio teatro, cinema, dipingo, e mescolo arte e conoscenza in un percorso che definisco di neo-misticismo. Quando insegno, la mia esperienza di attore è preziosa. La bellezza è una potente medicina”. Cristobal, come Alejandro, hanno allenato all’ennesima potenza la loro sensibilità artistica, lavorando con sciamani e maestri in ogni parte del mondo. Come gitani, hanno viaggiato fuori e dentro sè stessi, per codificare un linguaggio. Ora lo usano per instaurare un dialogo con l’inconscio. A differenza, però, di un’analisi interpretativa, di ragionamento, i Jodorowsky propongono l’azione. Dopo un lungo dialogo con l’interlocutore, assegnano atti di psicomagia, copioni da recitare, che superando i confini della ragione, ci portano a contatto con la nostra natura più intima. E’  un tocco di follia che scatena vera magia. Sul risvolto di copertina del libro: “La Danza della Realtà”, di cui si attende la pubblicazione in Italia, Alejandro Jodorowsky scrive:”Della realtà misteriosa, tanto vasta e imprevedibile, percepiamo solo ciò che filtra attraverso il nostro piccolo punto di vista. L’immaginazione attiva è la chiave per una visione più ampia”. I film-culto di Alejandro, quali “El Topo”  e “La Montagna Sacra”, sono saghe surreali, in cui la metafora è spesso pungente. A teatro invece, la famiglia Jodorowsky usa volentieri il veicolo della risata. Con humor le loro opere risvegliano reazioni profonde, e con il loro lavoro terapeutico, con la psicomagia, spostano l’azione sui loro interlocutori. Di fronte all’azione,   l’inconscio, soffocato dall’intelletto, reagisce con stupore. “Ogni essere umano dovrebbe fare un lavoro terpeutico su se stesso”, racconta ancora Cristobal. “Dovrebbe essere obbligatorio, imposto dal servizio sanitario nazionale, come le vaccinazioni! Servono anticorpi positivi, meta-gruppi di persone che lavorano su un più alto livello di consapevolezza“. Procedendo nel lavoro, i Jodorowsky hanno compreso quanto le caratteristiche emotive e psicologiche incidano nella genesi delle malattie.“Non sono medico, ma lavoro con medici”, spiega ancora Cristobal. “Ogni malattia, nella sua lingua, parla di qualcosa che è nascosto. Con lo studio che chiamiamo bio-genealogia, si cerca il conflitto emotivo che la causa, la difficoltà che non trova altra via d’uscita. Il corpo somatizza tutta la realtà che lo circonda, è un sistema simbolico che parla della storia attraverso i suoi diversi elementi. La collera troppo repressa, ad esempio, può causare l’ulcera, ogni “sede” del corpo vuole raccontare qualcosa. Io non guarisco dalle malattie, ma mi impegno ad indicare uno strategico percorso perché ognuno possa concretamente divenire il guaritore di sé stesso” Nell’albero ci sono diamanti, ma per trovarli bisogna potare, poi concimare. Così si diventa giardinieri della propria anima.

Pubblicato su Specchio – LA STAMPA

Cristobal Jodorowsky – Motivi di famiglia

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Il figlio del regista più visionario del mondo insegna “terapia genealogica”: induce così ad inscenare la proprio storia privata, fin dall’infanzia, ma anche quella degli antenati. Per sciogliere i nodi del passato, per farci vivere più liberamente il presente.

 

Cristobal Jodorowsky introduce sempre con delle barzellette i suoi seminari. Si carica di vitalità e allegria, muove il corpo con leggerezza, interpreta ogni parola con sconfinata espressività. È libero da vincoli di qualunque tipo, è svelto, si trasforma in un istante, è sempre attento. Crea, cura, comprende, stravolge, spezza, riunisce. È pura fantasia in azione. Insegna con passione la terapia forgiata col padre Alejandro: psicosciamanesimo e terapia genealogica. «Come mio padre, faccio teatro, cinema, scrivo, dipingo. Mescolo arte e conoscenza in un percorso che definirei di neomisticismo», spiega Cristobal. «Ho un’eredità artistica forte da parte di entrambi i gentitori, da bambino ne ero profondamente traumatizzato. Strada facendo ho imparato a curarmi con lo studio dell’albero genealogico e lo psicosciamanesimo. E oggi aiuto chi è in difficoltà nel trovare se stesso. Quando insegno, la mia esperienza di attore è preziosa: la bellezza è una potente medicina». Le opinioni, i concetti e le abitudini delle persone che sono “influenti” nella nostra vita sono come un vestito, che, strato dopo strato, dobbiamo imparare a toglierci. Per prendere consapevolezza della nostra nuda essenza. In realtà ci conosciamo per come siamo conosciuti, non per come realmente siamo. Ci identifichiamo nei giudizi degli altri perdendo cognizione della nostra natura più intima. Inoltre, ciò che non è stato realizzato dai nostri avi nelle generazioni precedenti si cristallizza nel nostro inconscio, e diventa il “debito familiare” che ci incastra in una continua manifestazione del passato, impedendoci di vivere liberamente il presente. La terapia genealogica insegna che il primo passaggio è comprendere l’origine di tali impedimenti e accettarli. Solo allora possiamo iniziare a forgiare il nostro destino. Curare l’albero genealogico vuol dire rivoluzionarne i concetti, trasformarlo con coraggio per andare incontro alla propria divinità interiore.

In pratica, il lavoro che propone Jodorowsky agisce sui quattro piani dell’essere: fisico, emotivo, creativo, intellettuale. Alla comprensione della propria genealogia, e a come ci influenza, segue poi la psicomagia. Il terapista prescrive azioni che comunicano direttamente con l’inconscio. «Nella psicoanalisi è l’intelletto che comprende dolori, conflitti e blocchi», spiega Cristobal. «Con l’obiettivo di giungere a un comportamento diverso. Ma vedo che, in molti casi, le questioni non sono pienamente risolte nemmeno dopo anni. La psicomagia invece non passa per l’intelletto, ma comunica direttamente con l’inconscio attraverso la metafora, lo muove e rimuove ciò che gli impedisce di esprimersi. Una soluzione non vale mai per tutti, ma la psicomagia è immediata, agisce alla radice dei problemi, mentre l’analisi può durare 5, 10 anni. In passato ho fatto 4 anni d’analisi e due di psicoterapia, ma simultaneamente lavoravo con la psicomagia. Capivo le dinamiche per poi trovare la soluzione attraverso gli atti. Ho imparato su me stesso ciò che applico sugli altri». Il percorso di Jodorowsky è profondamente creativo. L’immaginario è reale, per questo se mettiamo al lavoro la nostra fantasia, troppo spesso ingabbiata dalla razionalità, il fantastico destino ci verrà incontro. Fondersi nella creatività è una liberazione, ma è necessario abbandonare ogni morale nel momento della terapia genealogica.

Con umorismo e carisma, il giovane Jodorowsky porta “in scena” la sua conoscenza profonda dell’essere umano, con il padre Alejandro, pioniere dell’avanguardia teatrale cilena, messicana ed europea dalla fine degli anni ’40, fondatore e animatore del Movimento Panico negli anni ’60 con Fernando Arrabal e Roland Topor, Cristobal sperimenta sin dall’infanzia il vasto sentiero del surreale, per giungere allo studio applicato della metafora inconscia e del potere del simbolo negli aspetti più legati allo sciamanesimo. «Sono un po’ come Obelix, son caduto nella pozione quando ero piccolissimo, ma ad un certo punto mi son chiesto se volevo continuare a sondare i meandri  dell’inconscio, se ero davvero appassionato o se imitavo mio padre per essere riconosciuto. Quando sei sincero, la vocazione ti viene incontro. Così a 16 anni ho iniziato seriamente il mio cammino. Fino ad allora ero uno studente gitano, ambulante, sempre in viaggio da sciamani, psicologi, artisti. Si parlava tanto di queste cose in casa. Ho capito che Dio vive in me e vuole che io sia utile agli altri».

Jodorowsky insegna in Italia da un paio d’anni, tiene un numero sempre crescente di seminari. Per alcuni il lavoro è troppo intenso, ma i più audaci hanno incontrato un percorso che apre la mente, con la fantasia si sono liberati da pregiudizi, hanno trasformato nemici in alleati, hanno scoperto la propria ricchezza interiore. «Un tempo partecipavo pienamente al dolore degli altri, se ne libera parecchio nei miei seminari, poi ho capito che non serve a niente soffrire con chi soffre. Gli sciamani operano in uno stato di estasi, è con la gioia che portano le persone a uscire dal dolore». È proprio l’aspetto più legato allo sciamanesimo che differenzia il percorso di Jodorowsky da quello di altri, vedi le Costellazioni Familiari di Bert Hellinger e Veniero Galvagni Miten: «Sto studiando la costellazione familiare, la direzione è la stessa: guarire l’inconscio familiare attraverso l’azione. La teatralizzazione dell’albero è un aspetto che accomuna i due percorsi ed è finalizzata a ricostruirlo in maniera ideale nell’inconscio, però la struttura del lavoro è diversa. Il nostro è un approccio più sciamanico, partiamo dal presupposto che il cervello non riconosce la differenza tra ciò che vede negli altri e se stesso, tra i suoi avi, i loro progetti, e i propri. Dopo aver lavorato sull’albero, imparando a distinguere le proiezioni degli altri dai propri desideri, bisogna lavorare sugli archetipi, diventare buddha o un grande artista, affinché tutto l’albero sia illuminato e l’individuo sia liberato. Finché c’è un conflitto irrisolto nell’albero, ci sarà una parte di noi che lo riflette, che è goffa. L’albero va continuamente ripulito finché si giunge alla comprensione che la propria famiglia non è che un passaggio, un mezzo. Siamo figli dell’universo intero, la nostra anima nasce prima dell’umanità, prim dell’universo stesso. E quando percepisci il tuo essere infinito cambia anche la percezione dei tuoi problemi. È un grande esercizio di fantasia». “Della realtà misteriosa, tanto vasta e imprevedibile, percepiamo solo ciò che filtra attraverso il nostro piccolo punto di vista. L’immaginazione attiva è la chiave per una visione più ampia”, scrive il padre Alejandro in La danza della Realtà. Cristobal indica un percorso affinché ognuno possa concretamente diventare guaritore di se stesso: «È un processo molto creativo e privo di scontate abitudini, sono grato a mio padre perché questa strada l’abbiamo forgiata insieme. Collaboriamo tutt’ora nello sviluppo della psicomagia e io applico ciò che imparo con lui. Il nostro cognome è un alleato, uno strumento che mi permette di incontrare e aiutare molta gente. Continuano ad arrivarmi nuove opportunità per insegnare, in Italia, Spagna, Cile, Messico, Francia. È proprio vero che quando sei pronto le occasioni giungono da sole». Curare se stessi equivale a superare la paura di scoprirsi. Abbiamo mille volti, la realtà è in perenne mutazione. Jodorowsky insegna a giocare con la realtà, a esplorarsi con gioia per liberare l’energia creativa che è in ciascuno di noi: «Se immaginiamo di sparire, di rimuovere pensieri, emozioni, desideri, di lasciare che il corpo intero si dissolva, ci rendiamo conto che resta sempre qualche cosa. Resta l’essenza, energia pura. In questa dimensione possiamo visitare l’universo intero, oltre lo spazio e il tempo, ricaricare la nostra fonte. Io pratico quel che insegno. Tutti i giorni».

Pubblicato su ELLE Italia

LOV – cosmesi solida e naturale

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C’è una scelta sempre più ampia di cosmetici “naturali” che piccoli produttori stanno portando sul mercato.

Mi incuriosiscono quelli solidi perché essendo anidri, ossia privi di acqua, pesano meno nel trasporto (quindi meno emissioni di CO2), non formano batteri, quindi non necessitano di conservanti, sono ottimali per viaggiare, consentono di evitare flaconi in plastica, e sono amici della pelle. Ho scelto di provare quelli di LOV perché nascono da un’esperienza curiosa.

Ivan Caravita e il suo socio Giulio Cardano sono entrambi ingegneri aerospaziali e oggi dedicano tutte le loro energie ai prodotti che hanno sviluppato: una linea solida, naturale, biodegradabile e vegana a zero sprechi lungo tutta la filiera. Il packaging è in carta riciclabile senza pellicole plastiche.

Ivan Caravita e il suo socio Giulio Cardano sono entrambi ingegneri aerospaziali e oggi dedicano tutte le loro energie ai prodotti che hanno sviluppato: una linea solida, naturale, biodegradabile e vegana a zero sprechi lungo tutta la filiera. Il packaging è in carta riciclabile senza pellicole plastiche.

Ho scelto di provare il bagnodoccia alla camomilla, la crema solida per le mani e il disco di argilla esfoliante. Sono tutti buoni. In particolare mi piace la crema per le mani che non unge e lascia uno strato emolliente e il disco di argilla che è efficace nel rimuovere la pelle morta però non è aggressivo e facilita l’assorbimento della crema idratante.

Volendo saperne di più sulla sfida di lanciarsi in un’avventura del genere e della filiera di approvvigionamento delle materie prime, ho chiamato Ivan.

La prima domanda non poteva che essere: Perché un ingegnere aerospaziale fa prodotti cosmetici?

Avevo bisogno di un’esperienza che mi avvicinasse all’umano! Poi, la voglia di creare qualcosa di mio e di etico, pur sempre con metodo scientifico, perché quella è la mia formazione. Chiedendomi quali problemi nel mondo potessi essere in grado di affrontare, la prima risposta è stata: la plastica. Per due anni e mezzo abbiamo studiato, raccogliendo informazioni tecniche, poi abbiamo sviluppato e testato i prodotti e così è nata LOV. 

I vostri ingredienti sono tutti italiani?

Gli oli essenziali per le profumazioni, sì – ad esempio l’olio essenziale di bergamotto è calabrese e quello di limone siciliano. Non usiamo profumi sintetici. Le altre materie prime di base –  burri e oli, no. L’olio di mandorle e l’aloe vera arrivano dall’Ungheria perché il nostro fornitore ritiene che abbiano il miglior rapporto qualità prezzo. 

Ci sono ingredienti che potrebbero essere italiani se avessero una filiera garantita e un prezzo competitivo?

Si. Per esempio l’olio essenziale di bergamotto calabro costa 128 euro al kg, mentre dall’Inghilterra costa 69 euro al kg. Per quale motivo il prodotto italiano deve costare di più di quello importato?  

È un problema che riguarda tante filiere. Siete tornati dal fornitore calabrese a dirgli che vorreste comprare da loro ma chiedete prezzi più competitivi? 

Si, è sceso con il prezzo, anche se non al livello degli inglesi, però abbiamo tenuto duro preferendo il prodotto italiano. Per gli ingredienti di base, invece, usiamo prodotti certificati ma non italiani. Il burro di murumuru viene dal Brasile, perché vogliamo materie prime naturali in grado di dare un beneficio cosmetico. Sui capelli le donne brasiliane lo usano puro, ha una proprietà proteica molto simile al capello e ristabilisce gli equilibri minacciati da smog o trattamenti. 

Tutte le vostre filiere di approvvigionamento sono certificate?

Si. Le materie prime in Europa devono essere assenti di metalli pesanti, cruelty free, e non possono essere da agricoltura intensiva. 

Questo vale anche per la cosmesi più industriale? O solo quella “naturale”?

La legge europea impone a tutte le aziende cosmetiche di essere cruelty free e non avere elementi cancerogeni e mutageni all’interno dei propri prodotti. Quando si costituisce un’azienda cosmetica, ci si iscrive al portale europeo CPMCC – dove abbiamo dovuto dichiarare tutti i nostri ingredienti, come anche al Ministero della Salute, con documentazioni di circa 200 pagine per prodotto! Però alcune multinazionali testano prodotti all’estero dove la ricerca sull’animale  è concessa e poi importano il prodotto dicendo che è cruelty-free. Il mondo legislativo della cosmetica è enorme. l’Europa si adatta agli aggiornamenti italiani perché siamo i più stringenti sui limiti dei metalli pesanti assieme alla Germania. Allo stesso tempo ci sono prodotti che spesso superano i limiti, smentiti solo attraverso un’analisi di controllo dietro segnalazioni. 

Il vostro impatto lo avete misurato? 

Test per le certificazioni, non ancora. Dai nostri calcoli stimiamo che  la crema mani – 40g – equivale a un tubetto di crema di 75 ml, e dura più di 5 mesi seguendo i nostri consigli per l’uso, ovvero dare una buona passata sulla zona da idratare. Quanto ai prodotti per capelli, sempre seguendo i nostri consigli, dura quasi due mesi – con 30 lavaggi ogni due giorni, mentre un flacone da 250ml di prodotto dura circa un mesetto. E non ci sono imballaggi di plastica da smaltire.

Nel vostro primo anno di attività avete raggiunto i vostri obiettivi?

Purtroppo no, il mercato è difficile e la fatica di farci conoscere è altissima. Le vendite ancora non coprono i costi. Siamo voluti essere “officina cosmetica”, seguendo un iter burocratico pressoché infinito e abbiamo dovuto finanziare tutto noi. Il 97% della nostra clientela sono donne. Detto tra noi l’uomo si laverebbe anche con lo Svelto! È vero che convincere le persone a cambiare routine non è facile. È un settore complicato con una concorrenza elevata. 

Qual è la principale innovazione scientifica che avete portato nello sviluppo dei vostri prodotti?

Utilizzare tensioattivi di origine naturale, vegetale. Il tensioattivo è quel componente chimico che permette di togliere lo sporco. Di solito le big usano chimici da laboratorio, che consentono di avere margini molto alti. Noi sfruttiamo l’innovazione: è stato inventato il tensioattivo dalla noce di cocco, che mantiene la naturalezza e biodegradabilità. Per noi è stato fondamentale, ci ha permesso di unire il potere schiumogeno mantenendo un grado di delicatezza. 

Siete una Società Benefit? 

La burocrazia necessaria lo rendeva difficile. Al momento siamo una srl normale, ma l’etica non ce la toglie nessuno. 

Bravi, coraggiosi. Buona fortuna.

Covid-19: A Conversation with Frank Snowden

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Frank Snowden ha frequentato l’Università di Harvard e ha conseguito il dottorato a Oxford. Ha insegnato per quarantacinque anni alle Università di Londra e Yale, ed è ora professore emerito di Storia e Storia della Medicina presso la cattedra Andrew Downey Orrick. Le sue principali pubblicazioni relative alle malattie epidemiche sono: Epidemics and Society: From the Black Death to the Present (Epidemie e società: dalla peste nera ai giorni nostri); The Conquest of Malaria: Italy, 1900-1962 (La conquista della malaria: Italia, 1900-1962); e Naples in the Time of Cholera, 1884-1911 (Napoli al tempo del colera, 1884-1911). La sua attuale ricerca include uno studio sulle origini del Covid-19 e sulla mancanza di preparazione ad affrontarlo.

Frank Snowden ha frequentato l’Università di Harvard e ha conseguito il dottorato a Oxford. Ha insegnato per quarantacinque anni alle Università di Londra e Yale, ed è ora professore emerito di Storia e Storia della Medicina presso la cattedra Andrew Downey Orrick. Le sue principali pubblicazioni relative alle malattie epidemiche sono: Epidemics and Society: From the Black Death to the Present (Epidemie e società: dalla peste nera ai giorni nostri); The Conquest of Malaria: Italy, 1900-1962 (La conquista della malaria: Italia, 1900-1962); e Naples in the Time of Cholera, 1884-1911 (Napoli al tempo del colera, 1884-1911). La sua attuale ricerca include uno studio sulle origini del Covid-19 e sulla mancanza di preparazione ad affrontarlo.

Environmental Performance Index 2024

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Environmental Performance Index (EPI) è un rapporto biennale che da 25 anni viene redatto da ricercatori da ricercatori delle università di Yale e Columbia.

L’Environmental Performance Index (EPI) è un rapporto biennale che da 25 anni viene redatto dai ricercatori delle università di Yale e Columbia. La sua longevità, la metodologia rigorosa e la qualità dei dati — raccolti dai migliori enti di ricerca internazionali — fanno dell’EPI il riferimento più autorevole per analizzare e confrontare le politiche ambientali nel mondo.

Nell’edizione 2024, pubblicata a inizio giugno, sono state introdotte nuove metriche per valutare la riduzione delle emissioni di gas serra (GHG), la gestione delle aree protette e la capacità degli stati di raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e del nuovo Global Biodiversity Framework.

Il report ha valutato 180 paesi attraverso 58 indicatori suddivisi in 11 categorie, raggruppate in tre obiettivi principali:

  • mitigazione dei cambiamenti climatici (30% del punteggio),

  • salute ambientale (25%),

  • vitalità degli ecosistemi (45%).

L’Italia nel 2024: miglioramento netto, ma non basta

Nel 2024 l’Italia si è classificata al 29° posto con un punteggio di 60,3 su 100, in crescita di circa +4 punti rispetto a dieci anni fa. Un risultato in miglioramento, ma ancora inferiore alla media dei paesi occidentali comparabili, nonostante sia superiore alla media globale.

Salute ambientale: progressi costanti

Con un punteggio di 64,2, l’Italia si posiziona al 36° posto per quanto riguarda la salute ambientale, che include qualità dell’aria, accesso all’acqua potabile, metalli pesanti e gestione dei rifiuti.
Spiccano:

  • una qualità dell’aria eccellente (28° posto, 89,5 punti),

  • e risultati eccezionali nella riduzione delle emissioni di NO₂ e SO₂, dove l’Italia è prima al mondo in termini di progresso rispetto agli obiettivi.

Resta però critica la gestione dei rifiuti urbani, con un’elevata quantità prodotta pro capite e tassi di recupero inferiori alla media UE.

Ecosistemi: bene acqua e agricoltura, male pesca e biodiversità

La vitalità degli ecosistemi (62,8 punti, 36° posto) mostra segnali contrastanti.

  • L’Italia ottiene buoni risultati nella gestione delle risorse idriche e nell’efficienza agricola (soprattutto nella gestione dell’azoto).

  • Tuttavia, la situazione è preoccupante nella sostenibilità della pesca, dove il paese si piazza al 124° posto, e nella tutela della biodiversità e degli habitat naturali, con un modesto 53° posto e un peggioramento dell’indicatore legato alle specie minacciate (Red List Index).

Mitigazione climatica: lontani dagli obiettivi di Parigi

Sebbene l’EPI 2024 non fornisca un punteggio disaggregato per ogni paese in questa categoria, le analisi indicano che nessun paese al mondo — Italia inclusa — sta decarbonizzando a un ritmo sufficiente per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Il Climate Change Performance Index (CCPI) 2024, un indice complementare focalizzato esclusivamente sulle emissioni, ha collocato l’Italia al 44° posto, in netto calo rispetto al 29° posto del 2023.

I migliori al mondo

La top 5 della classifica 2024 è guidata da:

  1. Estonia

  2. Lussemburgo

  3. Germania

  4. Finlandia

  5. Regno Unito

La Danimarca, che nel 2022 era al primo posto, è ora decima. Gli Stati Uniti d’America si trovano al 34° posto, penalizzati da politiche ambientali e climatiche non sufficientemente ambiziose.

Cosa ci insegna il rapporto EPI

Consultare questo tipo di report è utile per comprendere come politiche pubbliche efficaci, investimenti in infrastrutture sostenibili, la preservazione delle risorse naturali e il coinvolgimento della società civile siano determinanti nel miglioramento delle performance ambientali.

I paesi che ottengono risultati migliori — come Estonia o Lussemburgo — presentano buone pratiche di governance, obiettivi chiari di riduzione delle emissioni, una tutela attiva della biodiversità e strumenti normativi avanzati. L’Italia, pur mostrando segni di miglioramento, ha ancora margini notevoli su cui lavorare, specialmente in tema di decarbonizzazione, biodiversità e sostenibilità ittica.

Fonti dei dati EPI

I dati dell’EPI provengono da fonti di massimo rilievo scientifico come:

  • Institute for Health Metrics and Evaluation

  • World Resources Institute

  • Potsdam Institute for Climate Impact Research

  • CSIRO

  • FAO – Food and Agriculture Organization

  • World Bank

  • Sea Around Us Project – University of British Columbia

Risorse aggiuntive