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“Running the Numbers” di Chris Jordan

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Uscire dal vortice di abitudini tanto comode quanto dannose è una grande sfida, ma come tutti i cambiamenti, è più faticoso pensarli che affrontarli. Lo sa bene Chris Jordan che, sulla soglia dei 40 anni lascia l’avvocatura. La cultura del consumismo, difesa da avvocato, diventa il soggetto dell’artista di Seattle. Appassionato al lavoro di Andreas Gursky e Richard Misrach, studia il banco ottico, attratto dalla qualità suprema dei dettagli. Come un archeologo post-moderno esplora porti, zone industriali, discariche, fotografa “on location” e in studio. Più si addentra, più vede con chiarezza le contraddizioni, la confusione, l’assurdità di quella che definisce “un’apocalisse al rallentatore”.

Di fronte alle sue fotografie è impossibile restare indifferenti. Le opere di Jordan sono testimonianze concrete di un crescente degrado, coreografato e interpretato con grande sensibilità artistica. La collezione di immagini stupefacenti, da lontano seducono l’occhio; da vicino ingaggiano la mente e colpiscono il cuore.

“Io faccio parte di una comunità di pensatori, artisti e scienziati consapevoli di quanto l’attuale modello di consumo non sia più sostenibile, ma siamo ai margini della società; al centro c’è una potentissima macchina controllata da industrie, aziende e politici che vive in negazione e non percepisce quanto gli effetti del consumismo siano devastanti, non solo per la natura ma per la psiche umana”, spiega Jordan.

Running the Numbers, e Running the Numbers II, in italiano, Diamo i Numeri, sono due serie nate nel 2006 e tutt’ora in corso, che visualizzano le dimensioni grottesche dei nostri consumi attraverso fedeli rappresentazioni di dati e statistiche. Una voracità collettiva di cui nessuno vuol essere responsabile.

“La gente si diverte a scoprire gli strati molteplici delle mie immagini”, dice Jordan. “Durante le mostre s’informa, s’indigna, si entusiasma, ma la motivazione delle persone è come un colpo di remo: crea un piccolo mulinello che pian piano s’allarga poi sfuma e sparisce nella corrente.”

Sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta ma i comportamenti non cambiano. Se l’effetto cumulativo dei consumi non è sostenibile, solo la coscienza di ciascuno può valutare il peso dei danni che produce, dando rilevanza all’impatto delle semplici azioni quotidiane.

Jamer Hunt, designer senza confini

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Docente di Transdisciplinary Design alla New School di New York e autore di saggi sull’impatto del design nelle nostre vite, Jamer Hunt ha una formazione da antropologo. Nel 2009 ha fondato (e diretto fino al 2015) il corso di Transdisciplinary Design alla Parsons School of Design di New York. È docente all’Institute of Design a Umeå, in Svezia. Con Paola Antonelli, curatrice di Architettura e Design al MoMA ha ideato il progetto Design and Violence. Nel 2006 ha co-fondato DesignPhiladelphia e nella stessa città ha coordinato il recupero di Hawthorne Park. Il tutto con una convinzione: i problemi complessi si risolvono collettivamente.

L’INTERVISTA A JAMER HUNT SU THE GOOD LIFE ITALIA

Ha la tempra e il fisico del maratoneta e una mente che prospera nella diversità. Antropologo di formazione, Jamer Hunt è entrato nel mondo del design grazie a una serie di coincidenze e sta aprendo orizzonti nuovi su un mestiere che non si occupa solo più di cose ma di sistemi – industriali, territoriali, sociali – e ovunque serva analizzare problemi e concepire soluzioni. Quando nel 2009 ha creato e poi diretto il nuovo Master in Transdisciplinary Design alla Parsons’ School of Design di New York, il titolo era soggetto alle interpretazioni più disparate. “Avviare il programma è stata una grande sfida” racconta, nel giardino della Triennale, dopo una riunione del team curatoriale di Broken Nature, (marzo-settembre 2019, curatrice Paola Antonelli). “Stavamo cercando di prevedere dove andasse l’industria e se i nostri studenti avrebbero trovato lavoro. All’inizio abbiamo insistito che tutti i progetti fossero collaborativi e la ragione, in parte, era di allontanare i ragazzi dalla nozione del designer eroico. Ci sembrava che i problemi, sempre più complessi, non potessero più essere risolti da singoli, bensì collettivamente. Abbiamo verificato sul campo che più gli studenti prendevano le distanze dalla posizione egocentrica del progettista, più si consolidava il legame di gruppo, che ho sostenuto anche fuori dalle aule con cene e momenti di socializzazione. In poco tempo sono diventati solidali, aiutandosi, sostenendosi e scambiando conoscenze. Il risultato è che quando si sono laureati e sono entrati nel mondo del lavoro, si sono facilmente integrati, portando spirito di squadra e adattabilità. Assunti in aziende come designer, in breve tempo hanno contribuito a riprogettarne la cultura, raggiungendo traguardi inaspettati. Comprendendo, durante il corso, le dinamiche interpersonali, hanno maturato un’intelligenza organizzativa. Inizialmente le ambizioni e la preparazione degli studenti erano disallineati con le organizzazioni che li reclutavano. Erano giovani d’età ma maturi per sensibilità, competenza e creatività, però nessuno era disposto ad affidare pianificazioni strategiche a quadri di primo livello. Poi, qualcosa di radicale è cambiato. Organizzazioni quali la Banca Mondiale,il Governo Federale degli Stati Uniti o le scuole pubbliche a Detroit, che non avevano mai pensato di assumere designer, hanno capito che non sono solo utili per rifare l’atrio.” Con soddisfazione Hunt ha visto crescere le opportunità d’impiego per i suoi laureandi. Nel 2016, il programma è consolidato, la sinergia tra studenti e docenti produce progetti notevoli e Hunt, sentendo di non avere nulla da aggiungere, decide di prendere un anno sabbatico lasciando la direzione a Lara Penin, laureata al Politecnico di Milano. La pausa serve a lui e al suo ateneo per capire che il processo avviato è importante e che può continuare in altri corsi: “Il mio nuovo ruolo è Provost per le Iniziative Transdisciplinari – riuniamo studenti di diversi programmi e facoltà. E’ un modo di insegnare che non ha precedenti, attraverso dinamiche co-creative in cui anche i docenti impararano.”

È consueto per Hunt lavorare fuori dagli schemi. Sarà anche per questo che ha collaborato in diverse occasioni con Paola Antonelli. Il loro esperimento curatoriale Design and Violence, durato 2 anni (2013-2015), ha messo in questione il ruolo del design, del designer e del curatore gettando luce sulle nuove e sottili forme di violenza nella società contemporanea. “Abbiamo voluto mettere in discussione i valori eccessivamente ottimisti e l’idea che il design abbia creato solo cose positive”, racconta con il ritmo di chi ama esplorare le proprietà delle parole. “Può fare anche molti danni e una comunità matura dovrebbe essere in grado di avere conversazioni su questo. Portare la mostra online ha creato un’apertura sorprendente e ci sono state diverse conversazioni che hanno cambiato prospettive su ruoli e significati. Non sono mancate sorprese. Un progetto che Paola ed io postammo su come macellare umanamente il bestiame aveva generato tanti commenti e animate discussioni sull’etica di uccidere e mangiare animali. Il nostro ultimo post, sul cocktail chimico somministrato ai condannati a morte, attraverso un’intervista a un uomo che dopo 30 anni fu trovato innocente e che raccontava la sua esperienza nel braccio della morte, ebbe 3 commenti.”

Nel corso della conversazione il nesso tra la formazione di Hunt come antropologo culturale e il suo lavoro attuale appare sempre più chiaro. “Ci sono due cose che mi interessano davvero del design: poetica e politica. Progetti come Design and Violence e Broken Nature ci permettono di riflettere sull’impatto del design nel quotidiano. Sto scrivendo un libro sulla nostra incapacità di cimentarci con l’entità dei problemi nel mondo, e credo che abbiamo bisogno di modi radicalmente nuovi per affrontarli. Sono problemi a cui tutti contribuiamo, ma in maniera difficili da tracciare. Con Broken Nature speriamo di sfidare il sistema, il potere, l’agire e l’autorità che ci hanno portato dove siamo come società umana.”

Qual è l’impatto di un cittadino quando i problemi sono di scala globale? Serve ancora riciclare quando urge ripensare a come progettiamo produciamo consumiamo e smaltiamo le nostre cose?

Quale sarà la sintesi di un team curatoriale che viene dall’Africa, l’Asia, e le Americhe su Broken Nature (Natura Rotta)? “Noi occidentali abbiamo nozioni strette su natura, cultura, umano, artificiale che devono essere trascese, contestate e ripensate,” risponde Hunt. ”E poi, Natura Rotta da chi? Cos’è la natura? Vogliamo parlare di riparazioni? Perché sottintende che ci sono crimini, e allora chi li ha commessi? Chi ne ha beneficiato? Sono questioni esplosive e il design è tradizionalmente a-politico. Microbi, procioni e maremoti che parte hanno? Cosa succede se togliamo la centralità all’uomo e lo mettiamo in competizione con l’ecosistema che crede di dominare? La natura ha molte soluzioni, dobbiamo solo ascoltarle. Ci stiamo ponendo quesiti difficili e mi affascina in questo processo trovare un equilibrio tra le riflessioni accademiche sul significato filosofo ed epistemologico di Broken Nature, il fatto che saremo in mostra tra 8 mesi (6 per chi legge!) e che la maggior parte del mondo non è interessato a quella conversazione. Nel contempo amo la poetica, il design brillante, bello, gioioso, che stupisce.” Jamer Hunt è un pensatore laterale e quando è ispirato produce inusuali associazioni d’idee. Per dare il suo meglio deve poter spaziare: “quando sono troppo occupato e concentrato sui compiti, divento meno interessante.”

Una carriera affascinante, in piena evoluzione, nata dall’incontro con un amico di un amico, Tucker B. Meister, e da una comune passione per i Simpson. Ha creato Design Philadelphia, una delle più importanti mostre del suo genere negli Stati Uniti e, ancora una volta, da un incontro casuale, è nata Hawthorne Park, area verde che ha restituito dignità a un’area disagiata della città. Ha collaborato con Sciences Po sul progetto Occupy Earth, aiutando gli studenti a capire come dare una voce e un ruolo a creature non umane per riconoscere l’importanza della natura sulla Terra.

Un uomo tanto aperto al dialogo quanto schivo  in rete e addirittura assente dai social media. Perché? “Nei primi anni 2000 quando i social iniziavano a crescere, avevo la sensazione di conoscere già abbastanza persone e non sentivo il bisogno di allargare il cerchio. La mia vita era già abbastanza complessa. Ho due figli, facevo il pendolare, avevo una comunità a New York e una a Philadelphia, quindi ho pensato di non voler aggiungere un altro strato di socializzazione. Poi, la decisione casuale di non essere iscritto a Facebook è diventata una posizione e persino un gesto politico. Piuttosto che essere l’ultimo a iscrivermi, aspetto che crolli, poi potrò essere il primo ad accedere al prossimo social media. Mi piacerebbe essere più presente su Twitter, ma mi è difficile trovare la giusta voce e il giusto tempo, l’energia e la leggerezza per progettare il mio brand personale. Ho un sito, posto su Instagram perché mi piace molto fare fotografie, ma in generale ho un rapporto strano con i social. Quando uscirà il mio libro dovrò diventare più sciolto e proattivo! Mia figlia, che ha 18 anni, può postare mille cose al giorno perché non si preoccupa del singolo contenuto, mentre io, che non lo faccio spesso, ritengo che ogni post sia importante e mi preoccupo troppo di farlo bene….”

Carlo Ratti, futuro presente

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Architetto e Ingegnere, Carlo Ratti insegna a MIT dove dirige il Senseable City Lab ed è socio fondatore della Carlo Ratti Associati. Diplomato al Politecnico di Torino, Ecole Nationale des Ponts et Chaussées a Parigi e Cambridge University, è co-autore di oltre 250 pubblicazioni tra cui Architettura Open Source (Einaudi) e Smart City Smart Citizen (Egea) e titolare di numerosi brevetti. Tra i numerosi incarichi, presiede il World Economic Forum Global Agenda Council on Future Cities e CARTS, il comitato della città di Singapore sulla mobilità autonoma. I suoi progetti sono stati esposti alla Biennale di Venezia e al MoMA di New York, al design Museum di Barcellona e al Science Museum di Londra. Tra i riconoscimenti – per i suoi lavori, migliore invenzione dell’anno secondo la rivista Time per Digital Water Pavilion e Copenhagen Wheel, e per la sua persona – Smart list dei 50 persone che cambieranno il futuro del mondo secondo Wired.

L’INTERVISTA A CARLO RATTI SU THE GOOD LIFE ITALIA

Non si direbbe mai che Carlo Ratti è appena sbarcato da un volo transatlantico. Arriva diretto da Boston, dove dirige il Senseable City Lab (MIT), all’Isola di San Giorgio (Venezia). Resterà poche ore, per parlare della sua rivoluzione digitale, rilasciare questa intervista e partecipare a due incontri. L’indomani Francoforte, per presentare il suo ultimo progetto, poi Forlì per parlare a un festival, il giorno dopo Torino, dove lavorerà in Studio e quello dopo ancora Masdar City, ad Abu Dhabi. Il ritmo è sempre questo. L’architetto torinese trova la sua pienezza nel momento.

La brezza e la luce mattutina esaltano la bellezza della Laguna e dell’ex monastero Benedettino, oggi sede della Fondazione Cini, dove Carlo Ratti interverrà alla 12° edizione di The Future of Science dedicata alla Digital Revolution. La conferenza, organizzata da Fondazione Umberto Veronesi, Fondazione Silvio Tronchetti Provera e Fondazione Cini, offre prospettive diverse e convergenti su soluzioni per far fronte alle grandi sfide dell’umanità.  Alla conversazione non poteva mancare la voce di Carlo Ratti che sta cambiando le nostre relazioni con gli spazi e con le cose. Prima di proiettare la platea nel futuro prossimo, quando corpi oggetti edifici e città saranno collegati a sensori e coordinati dalla rete per rendere la nostra quotidianità più fluida ed efficiente, il Professore prende tempo per The Good Life. Scegliamo una panchina al sole per parlare di come le tecnologie stanno cambiando, o potrebbero cambiare, le nostre vite.

La conversazione non può che partire da Venezia, simbolo unico di ingegno umano e armonia, e da com’è abitata: “I latini parlavano di Urbs, la città fisica e Civitas, la comunità dei cittadini. Quello che preoccupa di Venezia è si l’urbs, che deve fare i conti con i problemi che sappiamo, ma ancor più mi preoccupa la morte della civitas che l’ha creata, perché sta perdendo la sua forza. C’è una continua emorragia di persone. Alla fine del secolo scorso sono state sprecate occasioni per trasformare Venezia in una città universitaria internazionale, ma guardando avanti, credo che potrebbe parlare al mondo, diventare un polo d’innovazione in cui aggregare start-up, attraendo studenti e giovani che si occupano di innovazione. Mentre Venezia non avrebbe mai potuto adattarsi alle tecnologie del secolo scorso, all’industria pesante, si può adattare a quelle di oggi, che sono leggere, le tecnologie della rete, in cui nuovi modi di produrre possono far sì che questa città torni a vivere.”

E’ in questo spirito che tornerà a vivere un villaggio militare americano a Heidelberg in Germania. La Patrick Henry Community, progettata dalla Carlo Ratti Associati, potrà godere di vaste infrastrutture in un contesto urbano per trasformarsi in una comune del XXI secolo, un luogo per co-abitare co-lavorare co-produrre. Nuovi spazi flessibili sorgeranno nelle strutture esistenti, dove i box auto, resi obsoleti dalla mobilità condivisa, diventeranno laboratori, e così via.

Trasformare, non distruggere. Serbare memoria per innovare. “La Memoria del Mondo è un racconto molto bello di Italo Calvino scritto in tempi non sospetti, prima della rivoluzione digitale”, racconta Ratti. “E’ la storia del Signor Müllerche scopre il modo di mettere il British Museum in una castagna. E oggi abbiamo abbastanza memoria nello spazio di una castagna per archiviare tutto il British Museum.  L’autore immagina di fare una copia digitale del mondo fisco e la cosa porta a intrighi, tragedie, drammi. E’ interessante rileggerlo perché tutto quello che facciamo viene archiviato e le domande che si poneva Calvino sono le stesse di oggi: chi ha accesso ai dati? chi li può controllare? chi può cambiarli? come possiamo distinguere quelli veri da quelli falsi?  Viviamo in un’epoca in cui ci sono aziende, stati, che sanno tutto di noi, ma noi sappiamo poco di loro. Penso sia fondamentale avviare una conversazione aperta su questo.” Cosa che lui fa. Avvia conversazioni dalle quali scaturiscono idee e progetti. Come Light Traffic 2016, del Senseable City Lab, che visualizza in modo avvincente come cambierà il traffico quando tutte le auto si guideranno da sole. Non serviranno più i semafori e con metà delle vetture di oggi, tutti viaggeranno puntuali, senza attese, e si dimezzerà l’inquinamento. Dalle città alle cose con Roboat, barca autonoma capace di fornire trasporto, monitorare l’ambiente e, in flotta, diventare un ponte. Sarà testa ad Amsterdam nel 2017.

Guardi i suoi progetti, guardi lui, e vedi una frizzante curiosità, una visione ampia e trasversale, una mente che spazia e connette. “Mi piace l’ubiquitous computing,” racconta, danzando con gli occhi sull’orizzonte, “quando c’è la tecnologia, ma quasi scompare e puoi permetterti di dimenticarla.Come nel Supermercato del Futuro che abbiamo progettato per Expo2015: il prodotto raccontava la sua storia, però la tecnologia che lo rendeva possibile era invisibile.” Ed è proprio grazie a questo che il visitatore poteva abbandonarsi al piacere di sapere tutto sulla mela del supermercato. Provenienza, trattamento, elementi nutrizionali. Informazioni di solito frammentate in un sol colpo d’occhio. Sembra così facile. Ed è possibile. Grazie! Perché “Le informazioni hanno un grande potere di trasformare. Consentono di capire le conseguenze delle nostre azioni.” Dal supermercato all’orto (torneremo tutti coltivatori), Ratti sta progettando a Bologna FICO,giardino idroponico dove i visitatori potranno seminare, seguire la crescita della pianta anche in remoto, raccoglierla e mangiarla. Sperimentando con un cambiamento culturale necessario.

Ci adattiamo noi e si adattano gli spazi. Come può un edificio modularsi per rispondere alle esigenze variabili di chi lo abita? Luce e climatizzazione non hanno più postazioni fisse. Diventano mobili, capaci di seguire le persone, attivarsi dove serve. Sarà così la Fondazione Agnelli a Torino, uno spazio superconnesso e aperto alla città.

Carlo Ratti orchestra informazioni per connetterci a una quotidianità più fluida, efficiente, piacevole anche nelle scuole (Greene School, Palm Beach), per le strade (Singapore), in bicicletta (Copenhagen Wheel), in luoghi di cultura (Digital Water Pavilion), o in mezzo alla natura incontaminata (Pankhasari Retreat, Darjeliing, India). Ecologia umana e ambientale sono naturali conseguenze di una progettazione partecipata.

L’architetto è in movimento perpetuo, veloce ma mai di fretta: “Oggi l’ufficio è in mille posti, in uno studio, a casa, da Starbucks, nel lounge di un aeroporto, a bordo di un aereo, all’isola di San Giorgio. La tecnologia libera il nostro tempo, il modo di vivere, ma la città è anche immutabile. Passano le generazioni, i secoli, però le pietre restano. C’è qualcosa di primordiale che dobbiamo fare attenzione a mantenere perché è anche un antidoto per questo mondo dinamico che ci cattura.” Città che Ratti esplora appena può, camminando: “Mi piace andare un po’ alla deriva, una deriva situazionista. In francese diremmo à ras terre.” E mi piace il viaggio, perché mi permette di uscire da quello che tutti ci costruiamo intorno, una nicchia, un nido, creare contatti un po’ casuali, sia nei modi più semplici di  viaggiare che in quelli più sofisticati. Mi viene in mente una frase che ho letto qualche settimana fa in un libro di Mario Vargas Llosa, La tia Julia y el escribidor– Sono un uomo che odia le mezze misure, l’acqua torbida, il caffè lungo. Mi piacciono il sì o il no, gli uomini maschili e le donne femminili, la notte o il giorno. Nelle mie opere ci sono sempre aristocratici o popolani, prostitute o madonne.”

Giudicando dall’armonia del suo ritmo di vita, incessante ma non frenetico, c’è da essere ottimisti sul futuro. “Si, sono ottimista,” conferma l’architetto. “Penso che quello che il grande scienziato sociale Herbert Simon chiamava “il mondo dell’artificiale” evolva in modo non molto diverso a quello naturale. Forse l’approccio migliore non è di cercare di risolvere tutti i problemi ma cercare di introdurre delle mutazioni, nuove condizioni che ci permettono di trasformare lo spazio in cui viviamo. Alcune avranno più successo, altre meno, ma proprio nel creare una condizione più ricca, in cui ci sono più possibilità, aumenta il potenziale di far evolvere il sistema, meglio e più velocemente. In questo contesto io vedo il ruolo del designer nel senso anglosassone del termine, un progettista, un mutageno,  che porta a mutare. Imitando la natura, con le sue mutazioni. Da questa prospettiva sono ottimista. Penso che il sistema nel suo complesso saprà regolarsi.”

Franziska Nori, l’éclaireuse

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Nominata nel 2007 a capo del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Firenze, Franziska Nori è riuscita a rendere il palazzo il luogo ineludibile della modernità, nel cuore della culla del Rinascimento. La prova? Aumenta la frequenza di 20% l’anno.

L’INTERVISTA A FRANZISKA NORI SU THE GOOD LIFE ITALIA

Ha avuto 48 ore per decidere di accettare una grande sfida, e pochi mesi per realizzarla. Franziska Nori, anni, padre italiano e madre tedesca, dal 2007 è direttore del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Firenze. In cinque anni ha creato, nella culla del Rinascimento, un luogo d’impatto. Dai 7.000 visitatori della sua prima mostra, “Sistemi Emotivi – artisti contemporanei tra emozione e ragione”, ha avuto una crescita annua del 20%. Nel 2012, con “American Dreamers”e “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea”, il CCC Strozzina, che ha sede nelle fondamenta del palazzo Cinquecentesco, ha accolto più di 78.000 visitatori.

Il successo non era scontato. I fiorentini, fieri del loro patrimonio storico e artistico, avevano una certa diffidenza verso le forme espressive contemporanee. Con mostre a tema e attività collaterali, da laboratori a proiezioni, incontri e lezioni, Nori ha messo a segno l’obiettivo di far riflettere sulla realtà in cui viviamo, attraverso lo sguardo di artisti del nostro tempo. “Il lavoro al CCC Strozzina mi consente di dialogare con un pubblico preparato” afferma Nori, “e mettere a fuoco le mie riflessioni – da un lato sul ruolo che le istituzioni dedicate alla cultura contemporanea possono svolgere, e l’idea di politica culturale che vogliono esprimere, dall’altra su come rafforzare l’esperienza dell’incontro con l’arte, la forza trasformativa che, oltre la sfera intellettuale, diventa estetica non verbalizzabile.”

I temi da lei scelti hanno forte attinenza con l’attualità. Nel 2008, “Arte, Prezzo,Valore”, inaugurata mesi dopo il crollo della Lehmann Brothers, mette in relazione il crescente peso economico dell’arte contemporanea e il sistema economico internazionale: “In una società capitalistica che riconosce il valore monetario come indice di valore assoluto, l’artista diventa operatore economico sia della propria immagine, sia dei prodotti che si inseriscono in un sistema di mercato e di quotazioni. La mostra proponeva, attraverso le opere di 21 artisti tra cui Damian Hirst, Takashi Murakami e Aernout Mik, una riflessione sulle diverse strategie adottate da artisti in tale contesto.” Fanno da cornice le cifre esorbitanti raggiunte dalle aste internazionali. E’ del novembre 2012 il record di una singola asta di arte contemporanea: 412.2 milioni di dollari.

Nel 2011, già segnato dal fermento della Primavera Araba, Nori sceglie un altro tema caldo: “Declining Democracies”, e crea un percorso attraverso 12 artisti per riflettere sui valori, le contraddizioni e i paradossi delle democrazie. Interagisce con i visitatori attraverso un referendum, ponendo all’ingresso della mostra un facsimile di una scheda elettorale. La domanda è: la maggioranza ha sempre ragione? Risposta secca Si, No. L’azione provoca riflessioni e discussioni sui sistemi attuali di voto. Lo spoglio delle schede conferma, con il 69% di “No”, lo scetticismo nel principio di “maggioranza”. Risultato che trova risonanza oggi in Italia: “E’ innegabile la crescente sfiducia in un sistema politico in cui i cittadini, come scrive Colin Crouch in “Postdemocracy”, si sentono sempre meno protagonisti, vittime di un sistema di potere, un cortocircuito tra classi politiche, grandi imprese, banche e media.”

In questo contesto nasce Talenti Emergenti, rassegna e premio per giovani artisti. Il progetto biennale dà risonanza a sfide e opportunità per i giovani oggi, l’importanza dell’interazione. E ancora muove energie sul territorio con Educare al Presente, incontri e laboratori per le scuole secondarie, che fanno perno attorno ai temi sociali e politici delle mostre stesse. Nori declina in maniera pratica e diffusa la missione del CCC, che è di aprire l’accesso alla cultura e alla conoscenza. “La rete è uno strumento di democratizzazione impagabile, ma va accompagnata di pari passo dall’educazione sia civica sia culturale.” E questa avviene in luoghi fisici, attraverso il contatto umano, e con le opere d’arte.

Nel 2012, anno di elezioni, CCC ospita “American Dreamers”,e mette in risalto la coesistenza di incertezza e ottimismo, il Sogno Americano, la volontà di credere nel futuro. 11 artisti invitati, interventi molto diversi, un punto in comune: “Da tutte le opere è emersa un’attenzione alla manualità, e un atteggiamento anticonformista, contrario alle produzioni in serie, all’eccesso di velocità imposto dalla società moderna.“

Alla bellezza, l’esperienza soggettiva, i canoni che l’arte da sempre esalta e stravolge, è dedicata la mostra in corso. Oggi i principi di armonia delle forme, geometria, verosimiglianza o esecuzione virtuosa, hanno perso la loro valenza: ”Sussiste un’oscillazione tra due antipodi, tra una diffidenza verso la rivelazione del bello, e la ricerca di significati connessi alla dimensione esistenziale più profonda dell’uomo”, conclude la curatrice, che indaga “Un’Idea di Bellezza”attraverso 8 artisti internazionali.

Le tre cose che Nori ama e non sopporta dell’Italia sono le stesse, valgono in entrambi i sensi: “Il nostro rapporto con l’abbondanza artistica presente nel nostro paese, il nostro rapporto con le bellezze e il patrimonio naturale e animale di cui l’Italia è ricca, lo spiccato senso di individualità rispetto al collettività.”

Nori supera la dualità abbracciando gli opposti, e la sua doppia identità italo-germanica con un senso di appartenenza europea, cultura in cui crede profondamente.

Ma è lontano, nel deserto dell’Arizona, il suo luogo d’arte preferito: “Il Roden Crater, un vulcano architettonicamente modificato dall’artista James Turrell, dedicato alla percezione della luce degli astri è un’esperienza da non perdere.”

Rosalba Bonaccorsi, la cacciatrice di alieni

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“La passione per la vita nello spazio è sempre stata in me. L’ho scoperta appena ho cominciato a pensare.”

L’INTERVISTA A ROSALBA BONACCORSI SU THE GOOD LIFE ITALIA

La maggior parte di noi lo spazio lo sogna. Rosalba Bonaccorsi, astrobiologa, lo pensa, lo studia e lo racconta. Ricercatrice presso il SETI Institute – Search for Extra Terrestrial Intelligence – in cooperazione con Nasa Ames, e membro del Carl Sagan Center for the Study of Life in the Universe, Bonaccorsi cerca la vita su altri pianeti. In particolare, su Marte. Mestiere che la porta a essere imprenditrice, esploratrice, educatrice. Conduce una vita estrema, fatta di notti a scrivere proposalsnel suo piccolo laboratorio-studio a Nasa Ames, nel cuore della Silicon Valley, e di osservazioni e analisi dei sedimenti sul campo, nella Death Valley, luogo definitohigh fidelity, ossia molto simile a quello del pianeta rosso. Ma anche high intensity,per via delle forti escursioni termiche. Oggi i suoi risultatisono un importante tassello di un programma che alletta molti ricercatori e imprenditori: la conquista di un pianeta abitabile.

Raggiungo la ricercatrice bergamasca (ormai quasi californiana) al telefono. Per lei è mezzanotte, mattino per noi.  Mi sento un impostore, seppure sia stata lei a fissare l’appuntamento. “Tranquilla, ho tutto il tempo che occorre, e quando finiamo la nostra conversazione, scriverò”, mi rassicura. Skype non è accessibile nella zona high security dove risiede. Nel raggio di un chilometro dal suo ufficio, ci sono tecnologie tra le più avanzate al mondo.

Il 2015 è stato un anno importante per la ricerca della vita su Marte. “Grazie alle immagini più definite dei satelliti, sappiamo che c’è acqua”, racconta con un picco di emozione. Questa conferma dà una valenza nuova alla sua ricerca.

Ho conosciuto Rosalba lo scorso anno, per raccontare il suo progetto Lunar Plant Growth, nato in collaborazione con Chris McKay, un mito della Planetary Science. Insieme, hanno costruito un modulo capace di far germogliare semi di pomodoro e basilico sulla luna. Mentre cerca un passaggio per la magica scatoletta su un volo spaziale destinato al nostro satellite naturale, per testarla, McKay tenta di convincere Google a partecipare all’impresa. Tra un ciak e l’altro della nostra video-intervista, Rosalba mi aveva raccontato della sua vera missione: trovare segni di vita su Marte. Oggi parliamo di questo. “Da anni conduco le mie ricerche nella Death Valley (Deserto del Mojave, California), tra i posti più caldi della terra. Il mio sito di osservazione è nel Cratere Ubehebe, luogo fragile e prezioso. Per i  Timbisha Shoshone, i nativi della zona, è Valle della Vita, l’ombelico del mondo, centro della Creazione. Mi addentro nella conca millenaria con un senso di infinita connessione al cosmo e con l’entusiasmo per le scoperte scientifiche all’orizzonte. Devo conoscere tutto di lei per conoscere Marte. L’area presenta molti aspetti Marziani: i crateri sono coperti da ceneri vulcaniche e contengono depositi argillosi in pozze lacustri di breve durata. Tali pozze si formano in seguito a sporadiche ma violentissime piogge, proprio come plausibilmente accadde su Marte qualche miliardo di anni fa.”

Come un detective, cerca indizi di vita cellulare, micro-algale, capace di risvegliarsi per tempi brevissimi. Cogliere l’attimo è conoscenza, esperienza e intuizione. E’ partire, pronti a sopportare prove fisiche estreme: “Quando scendo nel cratere durante i giorni più caldi (48 C) o quando risalgo nelle notti più oscure e fredde, (-16 C) mi sento veramente su Marte! Il più grande pericolo, lì, è la disidratazione. Il corpo umano a 45° C e 1% di umidità perde 1 litro di acqua salata l’ora (siamo fatti di acqua di mare!) che deve essere reintegrato con elettroliti. Come un’astronauta, devo calcolare quanta acqua portare. La minaccia di ipotermia e morte sono i limiti della mia attività esplorativa. Poi, devo essere pronta ad affrontare tempeste di sabbia e bombe d’acqua. Il mio veicolo, una sedandel 2000, è la mia capsula di sopravvivenza, e i miei amici Ranger, le guardie del parco, sono i miei grandi alleati.”

I depositi lacustri che Rosalba osserva sono molto simili a quelli scoperti nel Gale Craterdal Rover Curiosity, il robot atterrato sul pianeta rosso nel 2012. Ma la notizia bomba arriva il 26 settembre 2015, quando il Mars Science Labdella Nasa annuncia: risolto il mistero di Marte. Ricorrenti Slope Linae (RSL)confermano che scorre acqua. Le RSLsono striature di sali sulle pendici di alcuni crateri, resi evidenti dalle immagini ad alta definizione del satellite Mars Reconaissance Orbiter. Dal flusso regolare di dati, gli studiosi hanno visto che le striature appaiono e aumentano nelle stagioni calde e svaniscono in quelle fredde.

Rosalba spiega l’implicazione rivoluzionaria: “Nei periodi di acqua liquida su Marte, si ipotizza che la vita microbica possa riprodursi, crescere e tornare dormiente.  E’ esattamente ciò che osservo nel deserto: una vita effimera, nascosta, criptica, che usa brevissimi intervalli per manifestarsi.”

Al rientro dalle escursioni, Bonaccorsi incrocia dati raccolti su Marte e in altri luoghi sulla Terra che hanno caratteristiche simili, come il deserto di Atacama, in Perù, sul quale sta scrivendo un paper. “Quando lì piove, il deserto fiorisce, segno che non solo i microbi possono risvegliarsi, ma anche alcuni semi. Sul nostro pianeta, in zone molto aride dove sembra che non ci sia vita, si dimostra che invece basta poca acqua per ridestarla. Il Sacro Graal sarebbe di trovare su un pianeta cellule vive, o molecole prodotte da cellule viventi.”

La tentazione di chiederle un’opinione su Il Sopravvissuto (The Martian), il film del 2015 diretto da Ridley Scott con Matt Damon, è irresistibile. Mark Watney è un’astronauta che viene abbandonato su Marte dal suo equipaggio, che lo crede morto. “E’ molto realistico in termini di progetti della Nasa”, racconta, “meno per quanto riguarda le condizioni di sopravvivenza di Watney (Matt Damon). Nel deserto provo emozioni ed esperienze simili, anche se posso respirare senza il casco. Il 2015 ha regalato un altro bel film agli appassionati di fantascienza, Interstellar. “Va guardato diverse volte – c’è dramma, scienza, e fisica quantistica, difficile da capire anche per uno scienziato.”

Avere le idee chiare sin da piccoli non guasta, ma non è detto che avere successo sia più facile. Rosalba Bonaccorsi ha fatto molta strada per arrivare fino alla Nasa. Un passo che, da ragazza le sembrava “improbabile”, un posto che ha conquistato con perseveranza e umiltà. Rosalba non ha scienziati in famiglia. Figlia unica, da bambina è attratta dal cielo stellato, e vuole capire come funzionano le cose. Smonta la sveglia meccanica della nonna, osserva, rimonta, ma non funzionerà più. La nonna s’infuria ma Rosalba non si arrende e continua a sperimentare di nascosto con insetti, semi e rocce che polverizza per magiche pozioni colorate.

Crescendo si sente diversa: “Ero una nerd ma non mi vergognavo affatto”. Lascia Bergamo per l’Università, a Milano, dove s’iscrive a Scienze Naturali. Si laurea con una tesi sui delfini del Mar Ligure e una sottotesi in geologia, sui sedimenti marini e le carote del Mar Mediterraneo Orientale che servono per verificare i cambiamenti climatici avvenuti 5 milioni di anni fa. Primo mentore è la Professoressa Maria Bianca Cita, “Una forza della natura. Quello che ho imparato con lei mi ha catapultato verso il dottorato di ricerca all’Università di Trieste”, racconta Rosalba con un picco di piacere. Un percorso difficile. A suo tempo, ai dottorati si accedeva solo se scelti da un professore, “ E io non ero stata scelta. Ho dovuto partecipare a 22 concorsi e ce l’ho fatta solo perché mancava un candidato.”  Quanti sono pronti a tanto impegno per raggiungere un obiettivo? Rosalba dovrebbe tenere un corso sulla perseveranza.  A Trieste studia i sedimenti marini dell’Antartide, che, per vie traverse, la porta all’astrobiologia, perché l’Antartide è un “analogo” per Marte.

Maggio 1995. Durante il terzo e ultimo anno, Rosalba legge un inserto per uno stage alla Nasa sulla rivista Nature. Pur non avendo sponsor, fa domanda. 10 settimane interamente spesate nell’istituto di ricerca più ambito al mondo le sembrano un sogno. La prendono. Non ci può credere, ma dopo l’emozione della vittoria, il rifiuto. Al Biosphere 2, in Arizona, dove negli anni 70 si fecero i primi esperimenti di isolamento umano, (poi campus universitario), dicono di non avere tempo per seguire un altro studente. Il disguido, se così lo vogliamo chiamare, getta Rosalba nella disperazione più buia. La direttrice del programma presso la Nasa, Lynn Margulis, le scrive dispiaciuta per l’accaduto. Passata la bufera emotiva, la giovane e ambiziosa ricercatrice pensa: “se sono stata scelta una volta solo per quello che so fare, se la mitica Margulis (una delle mogli di Carl Sagan, ha sfiorato il Nobel e ha lavorato alla teoria Gaia con James Lovelock) ha preso il tempo per scrivermi, posso farcela di nuovo.”

Per farsi conoscere e per creare contatti con ricercatori interessati a sponsorizzare il suo post dottorato, viaggia per convegni, portando il suo lavoro sull’Antartide. Nel frattempo, l’arrivo di internet semplifica le procedure. Così incontra i suoi “cavalieri di Nasa Ames” come li chiama lei. Dopo il primo triennio, Rosalba trova fondi per continuare, ma fare ricerca pura è sempre più difficile, così integra le sue risorse economiche collaborando con il Death Valley National Park e organizzando seminari. Ora sta preparando con loro la quarta edizione del Mars Fest. Suona hippy, ma è un evento serio, che avrà particolare rilevanza nel 2016 perché ricorre il centenario del National Park Service.

Rosalba sogna di andare su Marte?

“Tempo fa ero frustrata di essere nata troppo presto per arrivarci – a meno che non venga rapita dai Marziani! Oggi, però, mi rendo conto che quando sono nel cratere della Death Valley mi sento su Marte. Non poterci andare per davvero non mi mancherà troppo.”

Il suo sogno a occhi aperti è di continuare la sua ricerca senza affanni e di essere d’ispirazione alle nuove generazioni per creare un mondo più pacifico. “La scienza non è solo un fine, è anche un mezzo per condividere con i nostri compagni umani, per scambiare conoscenza. Vorrei sviluppare modelli educativi, lavorare un po’ in Europa, fare da ponte tra diverse culture e luoghi nel mondo. Mi avvicino a questo con Spaceward Bound Project, che quest’anno mi porterà in India. Andremo nei villaggi a parlare di astrobiologia e faremo ricerca sull’Himalaya per studiare i ghiacciai, i deserti di alta quota e le sorgenti geotermali, insieme a colleghi indiani, australiani, neozelandesi e americani.”

Una persona così impegnata, audace e intensa non accetta compromessi nemmeno quando si tratta di relazioni sentimentali. “La vita romantica c’è stata e ci sarà”, commenta. Fiera di essere donna in un mondo di uomini, tra un impegno e l’altro trova anche il tempo per scrivere qualche verso.

Da “Reti di Luce”:

Geme e dispera la Potenzialita’ Inespressa,
che forse altrove, dispone e ricrea
una Rete di luce,
In un altro Universo.

Gioacchino Acampora – “La mia bottega digitale”

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Come un’icona della carrozzeria italiana diventa capace di rivoluzionare un sistema produttivo e creare tutto: dall’automobile al tessuto e al cibo digitale. Per una nuova civiltà del fare, con il progetto al centro.

L’INTERVISTA A GIOACCHINO ACAMPORA SU THE GOOD LIFE ITALIA

Quando una vocazione si manifesta presto nella vita, quando sai cosa ti piace e il tuo talento si esprime già nell’infanzia, in un certo senso parti avvantaggiato. Navigare verso il successo, però, è un’altra storia. E’ un delicato equilibrio tra istinto e ragione. Tra casualità e progetto.
Gioacchino Acampora disegna automobili da quando sa tenere la matita in mano. E si fa subito notare. “Avrò avuto 3 anni. Ero all’asilo, e la maestra chiede alla classe di fare un disegno della propria famiglia. Ero appena stato in montagna con la nuova macchina del papà, così ci ho messi tutti a bordo. Risultato: Suor Adriana (ricorda pure il nome!ndr) mi mette in castigo. Faccia al muro, dietro alla lavagna.”

Se, sulle prime sorge il dubbio che il vivido ricordo sia condito di fantasia, quando arriva la punizione – la suora voleva il classico quadretto familiare in cui si tengono tutti per mano – capisco che la storia è vera. Grazie alla neuroscienza e alla psicologia sappiamo che le emozioni forti sono il collante della memoria e che i rifiuti coltivano resilienza.
“Ricordo tutto di quella macchina. Il tetto in vinile nero, la carrozzeria color tabacco, i fanali grossi, gli interni in legno.” Il castigo fa si che Gioacchino si ostini a disegnare sempre più auto. E per farlo le deve frequentare, guardare, studiarne i dettagli, accarezzarle, annusarle. E’ l’inizio di un amore. Oggi, con la Carrozzeria Castagna, Acampora realizza auto personalizzate mettendo a frutto il talento secolare dei suoi bottegai e digitalizzando la filiera, dalla progettazione alla produzione. Perché la manodopera d’eccellenza è in via di estinzione. Non ci sono più giovani da formare. Se da ragazzo lui non avesse conosciuto i migliori ingegneri e designer che hanno fatto la storia dell’auto, non saprebbe quanto bagaglio umano rischia di essere perso. “Quando ho scoperto il francobollo”, racconta Acampora, “ho iniziato a scrivere a tutti: Quattroruote, Gente Motori al signor Giugiaro e il signor Pininfarina. Erano lettere di un ragazzino a modo che voleva sapere tutto delle macchine. Ammetto che volevo anche mostrare loro i miei disegni. Ero appassionato, così i miei miti hanno esaudito i miei desideri e mi hanno invitato da loro.” E’ in prima superiore quando inizia a esplorare il mondo fuori dalle aule scolastiche.

“Tra le mie esperienze, sono stato alla Burago, a fare modellini. Lì potevo vedere i nuovi modelli con grande anticipo, perché le case produttrici le mandavano a riprodurre. Usavano fare il rilievo a mano col centimetro e scalarlo fino a ottenerne una miniatura. Ci mettevano mesi. Io, a scuola, avevo imparato a modellare in 3D e disegnavo con il “piano di forma”, gli stessi strumenti delle case automobilistiche. Rivoluzionai il loro sistema di riproduzione arrivando in poche settimane al risultato finale.”
Acampora diventa uno dei primi modellatori digitali in Italia e s’impratichisce di strumenti nascenti che oggi sono la chiave del suo successo.
“Sono 20 anni che parliamo di salvare l’artigianato e nel frattempo i più bravi sono quasi tutti morti. La digitalizzazione mi consente di trasferire al computer il know how maturato in 300 anni e di invertire il paradigma produttivo. Con i macchinari digitali puoi fare tutto, dal mobile all’auto, il tessuto e la bicicletta, la scarpa o la pastasciutta. Molto disruptive, come si dice adesso. Ma se manca il progetto, è solo tecnologia.”

Nel 2015, insieme allo chef Eugenio Boer, Acampora, mette alla prova la stampante 3D che ha costruito per preparare un pasto: uno spaghetto al pomodoro in omaggio al papà napoletano, un risotto giallo dedicato alla mamma milanese e un panettone, la sua grande passione. Piatti perfettamente cotti, pieni di benessere che vanno oltre l’aspetto, la forma. Al contempo, per non tradire il “core business”, l’eclettico imprenditore partorisce una nuova famiglia di auto elettriche, le C_Car configurabili con una App e adattabili a diversi utenti – dal figlio adolescente, alla mamma in città e il guidatore prestante. C_Product, una gamma composta da una bici, una lampada, mobili e dalla C_Car, è stata selezionata per il prossimo Compasso d’Oro ed è appena stata presentata alla Borsa di Milano come proposta di modello produttivo capace di rifondare il significato del Made in Italy.

Occorre una Brand Identity che torni a parlare di processo, di design sistemico, e non solo di prodotto. Un insieme che Acampora impara al Politecnico di Milano, dove si laurea in Architettura nel ’96, dopo varie peripezie. “Volevo fare una tesi sul corporate design, seguire l’esempio di architetti e designer che rivoluzionavano le aziende a partire dal prodotto. Penso a Peter Behrens con AEG, al suo allievo Walter Gropius che disegnò le Adler, Dieter Rams i cui prodotti per la Braun ispirano oggi quelli di Apple, al nostro Giò Ponti. Ma il corporate design era visto come la grafica coordinata per i bigliettini da visita. Nessuno mi capiva, così decisi di mettere a frutto le mie passioni. Avevo imparato a disegnare le mie idee, conosciuto persone capaci di dare loro corpo e forma, così pensai: faccio un’automobile. Scelsi di dedicare la mia tesi a loro e al mio marchio preferito: Maserati. Il risultato fu Auge, una supercoupé con il nome del vento che soffia in Costa Azzurra, un auspicio che il Tridente tornasse “in auge”, un “occhio” in tedesco, speranza che qualcuno me lo strizzasse. Mi sono presentato il giorno della tesi con un’automobile funzionante. E mi sono laureato.”

L’architetto Acampora progetta la sua casa di Milano e sperimenta con materiali tattili e intelligenti, quali il biossido di titanio che rilascia ozono. E rifonda Castagna, il più importante “carrozzaio” nell’Ottocento e la prima carrozzeria del Novecento, dove, nel 1913, nasce l’auto moderna. E’ lì, in via Montevideo 19, che l’ingegnere tedesco O. Bergmann, pioniere dell’aerodinamica in campo automobilistico, trova le competenze per realizzare un prototipo a forma di siluro, ed è lì che il facoltoso Conte Ricotti cerca un regalo per fare colpo sulla donna amata e commissiona quell’auto diversa da tutte le altre. Dalla metà degli Anni Sessanta, l’auto è solo più di serie. I carrozzieri fanno soprattutto riparazioni e i giorni gloriosi sono un ricordo. Quando Acampora prende in mano Castagna, era ancora viva la genìa del talento ma mancava la domanda di auto personalizzate: i costi erano troppo elevati per i privati. Approfondisce i temi della tesi e re-inventa un processo per tornare a disegnare e produrre auto su misura: MINI e 500 diventano tender, giardinetta o limousine che piacciono in tutto il mondo. La nuova C_Car è elettrica e non servono stampi per produrla. Ha la carrozzeria in DIBOND, materiale duttile e resistente usato in architettura per rivestire le facciate continue degli edifici. E le parti conformate sono prodotte con stampanti 3D. Oggi la sua bottega ha un’infrastruttura essenziale e può fare tutto in casa. Anche in questo il digitale aiuta: con le stesse persone di un tempo si possono costruire sino a 40 vetture l’anno e altri oggetti della grande famiglia Castagna. Prossimo progetto è fondare una scuola, per insegnare a fare bottega. Quest’estate Acampora ospiterà una studentessa che vuole imparare a stampare un tessuto. Lui ha l’esperienza con le finte pelli in poliuterano, che al tatto sembrano vitellino.

“Digitalizzando il processo, mi avvicino al linguaggio dei ragazzi, ma voglio insegnare loro anche a usare lo straccio e la scopa. In officina passiamo più tempo a pulire che a costruire, perché non puoi mettere un’idea su un altare, crearne la liturgia, se il marmo non è pulito. E’ il rito del rispetto, unito alla conoscenza. Anche ai ragazzi reduci dai Master mancano sovente le basi. Recentemente con studenti al corso di Transportation Design ho scoperto che non sapevano chi fosse Le Corbusier, padre nobile dell’architettura e padre della Voiture Minimum (1928), riesumata dopo la guerra e diventata la 2 Cv di Citroen! Questa è storia. Se non sai come nasce l’identità di un prodotto, non puoi pensare di innovarlo. Il salto di paradigma è comprendere che il progetto del prodotto, oggi, è anche il progetto del tutto. Tesla ha inventato l’auto elettrica, ma senza la fabbrica delle batterie, non sarebbe andata lontano. Come fu per AEG, Braun, com’è oggi per la Carrozzeria Castagna.”

Angelica Hicks, potere all’ironia

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Giovane, scanzonata, senza timori reverenziali, con il suo segno grafico naïf e i suoi arguti giochi di parole ha osato fare il verso al fashion system e ai vizi della pop culture. Il suo stile conquista.

L’INTERVISTA AD ANGELICA HICKS SU THE GOOD LIFE ITALIA

Sottile e pungente, ma anche poetica o sfacciata, Angelica Hicks usa uno spiccato umorismo britannico per dare sprint al suo tratto felice. È Instagram a creare la cornice ideale per il suo connubio tra parole e immagini, e dal gennaio 2015, quando inizia a postare disegni, parte la sua ascesa. Oggi è seguita da 51.300 persone e si è costruita una solida reputazione di commentatrice sociale. La maggior parte dei post sono sul mondo della moda del quale sa cogliere un bisogno di leggerezza. Hicks debutta in chiave un po’ dark: Darth Jacobs gioca sul nome Mark Jacobs, e la giovane penna lo associa alla figura oscura di Guerre Stellari, Darth Vader, perché lo stilista americano aveva aperto il suo profilo Instagram raggiungendo 20.000 seguaci senza postare nemmeno un’immagine. O Helle Magazine che suona come la celebre testata, ma con l’H diventa metafora dell’inferno che può essere il fashion system. “Era un modo per rispondere ai tipici commenti dei miei coetanei che dicevano: “la moda è sfigata!”, racconta via FaceTime dall’appartamento a New York che condivide con un’amica. “Erano i tipi trendy di Londra e anche se c’era un che di vero, pure loro curavano molto il look! Così m’è venuta voglia di fargli un po’ il verso, cogliere le ironie. La moda non riguarda solo i modaioli. High Street diventa cultura popolare dal momento che gli stili vengono subito copiati e massificati. Osando un po’, ho capito che nel mondo della moda piace ridere.”
Donut-Ella Versace ritrae la stilista in una ciambella, caPUCCIno ha la tazza decorata con l’inconfondibile pattern del marchio fiorentino, l’iconica direttrice di Vogue America è banANNA Wintour. Ogni giorno la fantasia di Angelica dialoga con la realtà.

Londra sta stretta all’illustratrice ventiquattrenne che ora osa definirsi anche artista. E lo fa dopo aver varcato l’oceano, in cerca di libertà. I successi legati al suo cognome – padre Ashley architetto e cugino del Principe Carlo d’Inghilterra, madre Allegra designer, zia India modella e imprenditrice, e alle sue nobili discendenze –Lord Mountbatten, ammiraglio e uomo di Stato Britannico, era suo bisnonno – “non fanno parte della mia narrativa”, dichiara Angelica con voce ferma.

Lei preferisce misurarsi con le sfide di una ragazza che vuole fare strada sulle proprie gambe. Tenta di mettere a frutto le sue idee ancora studente a UCL (University College London) facendo Tshirt serigrafate che vende al mercato di Portobello, poi le fotografa e le posta online. “Mi piaceva, ma il processo era lungo e alla fine mi costava invece che farmi guadagnare. Con i disegni è stato tutto più facile e immediato. Sono stata fortunata a trovare un’agente e ora sono freelance.” Il timbro della sua giovane voce ha la determinazione di chi si dà da fare e non senza fatiche. Ha dipinto murales per Gucci, Unilever, Bumble (una app per single), collabora con diverse testate e, misura della sua ascesa, ha contratti coperti dal segreto dei NDA (non disclosure agreements). Aumentando le responsabilità, aumenta anche la sua disciplina. Lavora al disegno del giorno la mattina presto, dopo aver dato un occhio alle notizie. E i suoi commenti hanno connotazioni sempre più sociali. Tempo fa aveva fatto il verso alla campagna contro la censura di Instagram #Free The Nipple (libera il capezzolo) con FridaNipple, e recentemente ha dovuto diffidare chi vendeva magliette stampate con il suo disegno scaricato da internet. “Non vendo i disegni e non saprei nemmeno come deciderne il prezzo!”, racconta mentre mi mostra lo scaffale zeppo di fogli disegnati a matita e dipinti a mano.
Frida Khalo diventa protagonista inattesa di diverse circostanze. Angelica usa quell’immagine su un mobile vintage di Kartell, (un invito rivolto a lei a ad altri giovani artisti) e tra i commenti trova una richiesta di sostegno per le vittime del terremoto in Messico. “Io cerco di aiutare, ma è difficile. Non guadagno ancora abbastanza per destinare fondi alle cause in cui credo!” Se l’invito è un riconoscimento, il plagio è un’offesa. Un’azienda fa una brutta copia dell’iconica immagine per decorare tazze e custodie per iPhone. Angelica denuncia, postando gli oggetti con questo testo:
“posso copiare il tuo compito?”
“si, cambialo solo un po’ così non si capisce che hai copiato.”
“ok”
E affonda, svelando l’ironia del marchio Brave New Look. (nuovo look coraggioso)

La giovane influencer stuzzica non solo l’umorismo ma il pensiero. Construct My Gender, sulla libertà di genere, è accompagnato da una frase di Simone de Beauvoir: Donne non si nasce, si diventa. E subito una follower le suggerisce di usare l’immagine per attirare fondi per l’educazione nelle scuole concludendo: “Supereresti le più rosee aspettative!”.
La traiettoria di Angelica dimostra che quando un talento viene riconosciuto, fiorisce.

Per la morte dell’editore di Playboy, Hugh Hefner, ha un colpo di genio. Semplicemente, toglie la P. Layboy la dice tutta – lay – riposa, ma anche, in gergo, andare a letto con.

Ed è sempre una lettera a fare la differenza tra Macaron e Macron. Harvey Weinstein, il produttore di Hollywood caduto in disgrazia, diventa Swine-stein. Swine significa suino. Trump finisce sotto le ascelle. Che in inglese si chiamano arm pits. Ma pit è anche la fossa. Il detto è subito chiaro.
Ed è chiaro che Angelica ha molto da dire.

Nadia Pinardi, la signora delle correnti marine

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Seppure siano ancora poche le donne che occupano ruoli chiave nella ricerca, le bolognesi sono pioniere. Da Laura Maria Caterina Bassi, prima scienziata ad avere una cattedra universitaria nel 1732, all’oceanografa Nadia Pinardi, che nello stesso ateneo felsineo svolge un lavoro di rilevanza strategica per comprendere i cambiamenti climatici. E non solo.

L’INTERVISTA A NADIA PINARDI SU THE GOOD LIFE ITALIA

Questa è una storia d’amore. Per la scienza, per un uomo, per il mare. È una storia di unioni tra persone, menti e discipline. Siamo alla fine degli anni Settanta quelli della crescita esponenziale della meccanica quantistica della fisica delle particelle e dei primi grandi esperimenti al Cern. Nadia Pinardi studia fisica all Università di Bologna Con Antonio Navarra e altri studenti crea un gruppo di lavoro per scoprire l’affascinante mondo dei principi primi della materia. Antonio è un “mostro” di bravura e i due hanno molto in comune. Entrambi trovano nelle scienze della Terra quella combinazione ideale tra la fisica classica e quella più avanzata. Il loro cammino di studi però si divide. Lui cambia corso e parte per la Princeton University. Diventa climatologo e studia il sistema atmosfera oceano e il cambiamento climatico globale. Pinardi completa la sua tesi sulla fisica delle particelle e si laurea cum laude ma non è soddisfatta. Incontra un suo vecchio professore e conversando con lui emerge lopportunità di lavorare con un gruppo di meteorologi e oceanografi che si è appena costituito a Colonia. Opportunità che la porta a conoscere Allan Robinson, celebrità della fluidodinamica geofisica e docente ad Harvard. È un pioniere dello sviluppo dei modelli delle dinamiche oceaniche. Così Pinardi parte per Boston dove consegue un dottorato in Scienze applicate. Oggi insegna Fisica dell’atmosfera e Oceanografia all Università di Bologna e collabora con le più importanti istituzioni del mondo. «Ancora oggi, in Italia, le discipline dell’atmosfera e dell’oceano sono relegate a scienze minori all’interno dei dipartimenti di Fisica, Ingegneria, Chimica o Scienze ambientali» racconta Pinardi sconfortata «Non hanno, come in molti Paesi, dipartimenti propri».

Pioniera delle previsioni oceaniche

L’esperienza americana allarga gli orizzonti di Nadia e di Antonio. Il loro legame diventa indissolubile anche fuori dal lavoro. Si sposano e hanno un figlio ed è grazie al marito che lei trova l’equilibrio tra il suo ruolo di madre e il percorso accademico. «È un compagno eccezionale ed è napoletano, che secondo me è il mas- simo». Stanno insieme da 40 anni e sono sposati da 31. Il figlio eredita il gene della fisica ed emula il percorso dei genitori, laureato in Fisica teorica è da poco partito per il Georgia Tech dove ha vinto una borsa di studio per un dottorato in Computer and Climate Science. Anche lui vuole avere un impatto sulla realtà. Pinardi è moglie e madre fiera e la sua missione è di unire i saperi. Le motivazioni con cui l’Università di Liegi le ha assegnato una laurea honoris causa lo scorso marzo riassumono bene il valore di un curriculum vitae lungo pagine e con centinaia di pubblicazioni. «Per i progressi della conoscenza scientifica nell’ambito delle previsioni del mare, l’applicazione di risultati scientifici ad ambiti ambientali e socioeconomici, la capacità di attrarre fondi verso la ricerca scientifica, l ‘energia e il dinamismo unici nel coinvolgere giovani studenti in progetti europei e internazionali per la ricerca avanzata». Il prestigioso ateneo belga che negli anni ha premiato Winston Churchill e Nelson Mandela conclude «Se chiedete a un oceanografo chi più di tutti abbia contribuito a dar forma al panorama europeo delle previsioni oceaniche probabilmente la risposta sarà Nadia Pinardi.»

Sempre sul campo

«Chi lavora nei laboratori e non va sul campo non capisce quanto sia difficile il mestiere dello scienziato che studia la natura e le sue componenti» spiega. Noi le verifiche delle teorie le abbiamo tutti i giorni. Quotidianamente confrontiamo i dati reali rilevati dai satelliti con quelli dei nostri modelli matematici. C’è una continua validazione dei dati teorici, come in nessun’altra scienza». Per capire meglio come si svolge il lavoro all’interno del suo dipartimento Pinardi racconta: «Il mare è difficile da scrutare. I satelliti rilevano dati sulla superficie ma sotto è diverso. Usiamo tecniche avanzatissime di robotica per poterlo campionare a 4.000 metri di profondità. L’Italia ha contribuito a costruire il sistema Copernicus per il monitoraggio dell’ambiente, che unisce dati marini e terrestri ricevuti da satellite. Io ogni giorno consulto la parte marina di Copernicus e posso vedere il livello del mare in diversi punti del Mediterraneo, la temperatura in superfiicie e la quantità di clorofilla. Poi raccolgo i dati delle boe Argo, sonde robotizzate sottomarine che stanno a una determinata profondità per 5-10 giorni e vanno alla deriva con le correnti misurando parametri quali temperatura e trasparenza dell’acqua. Questo consente di mettere in relazione ciò che si vede dal satellite con quello che avviene sotto la superficie del mare. Quindi prendo informazioni dal glider, un aliante comandato a distanza che vola su rotte prefissate raccogliendo dati. Può per esempio essere indirizzato verso una parte di mare dove ci sono emergenze o fioriture di alghe. In fine prendo tutti questi dati e li passo a un gruppo di ricercatori che ho contribuito a organizzare presso il Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), che li analizza in tempo reale. Abbiamo creato un sistema per mettere in relazione i dati con i modelli e, grazie a questo confronto, correggere i modelli per migliorare le previsioni. Per essere efficaci occorre un enorme network internazionale: tanti satelliti, tante boe in tutte le parti del mondo Il mare è un fluido interconnesso, tutte le parti interagiscono tra di loro».

Il CMCC è diretto dal marito di Nadia. Insieme stanno portando l’Italia a livelli europei collaborando con il mondo intero. Le ricadute pratiche sono tante come spiega la scienziata: «Usiamo i nostri modelli previsionali quando c’è uno sversamento di petrolio, per capire dove è più probabile che si sposti nei giorni successivi all’incidente, in modo da piazzare le panne che assorbono gli idrocarburi e prevenire impatti devastanti sulle coste. Lo facciamo da oltre un decennio ed è molto più complicato di quanto sembri, perché una macchia di petrolio in mezzo al mare può teoricamente espandersi a gradi. Le informazioni che forniamo consentono un grande risparmio di risorse e una maggiore efficienza Sempre dal punto di vista ambientale, sviluppiamo modelli previsionali che indicano la presenza di alghe, per esempio quelle pericolose per la salute umana. In Italia siamo particolarmente avanzati in questo. Il nostro prossimo passo è applicare tali modelli allo studio della maricoltura off-shore: enormi gabbie in mare aperto dove il pesce è libero di muoversi e non è intrappolato, come accade negli allevamenti ittici costieri. Il Mediterraneo è molto profondo, specie nel Tirreno e nello Ionio già a chilometri dalla costa, ma bisogna convertire parte del lavoro della pesca alla maricoltura, e questo è un problema».

Il racconto di Nadia Pinardi è fluido e interconnesso come il mare che studia. Prevedere onde e correnti può ridurre il consumo di carburante delle navi e sempre in campo energetico contribuire allo sfruttamento di energie rinnovabili, quali le correnti marine o il moto ondoso. L’ultima frontiera della ricerca riguarda l’estrazione di minerali «Il fondale dell’oceano è ricco di minerali importantissimi per lo sviluppo dei computer. Le risorse terrestri sono pressoché esaurite, ma per andare a vedere cosa c’è sotto il mare bisogna conoscere le correnti in profondità, che sono fortissime. L’umanità per progredire ha bisogno di quelle risorse, ma dobbiamo gestire la loro ricerca in maniera corretta. Le nostre previsioni forniscono informazioni per ottenere risultati accettabili in relazione allo sforzo richiesto».

Il grande gigante gentile

Nell unire tecnologie e saperi non poteva mancare l’intelligenza artificiale applicata ai nuovi sistemi di osservazione satellitari della Terra e degli oceani «Sto seguendo il lavoro che si svolge a Boulder, in Colorado, dove c’è il più grande centro di studi meteorologici oceanografici americano, ho parlato con loro delle possibilità in questo settore». Le esperienze ad Harvard e a Princeton uniscono Nadia Pinardi e Antonio Navarra alla comunità americana che studia il clima della Terra anche per ciò che concerne le previsioni di eventi estremi come l’uragano Harvey che si è abbattuto sul Texas lo scorso agosto «Esiste un programma con il quale collaboriamo, allo Stevens Institute of Technology, nel New Jersey che si chiama Urban Oceanography. Da parecchi anni i nostri modelli sono in grado di prevedere con un anticipo di ore le inondazioni dovute a eventi meteorologici estremi, ma non sono molto usati. La ricerca è accurata. Adesso sono la società civile l’industria privata, i governi che la devono adottare».

Nadia Pinardi si muove sull’onda di un altro bolognese oggi semidimenticato, il conte Luigi Ferdinando Marsili ingegnere militare e scienziato vissuto a cavallo fra Sei e Settecento. Fu lui a comprendere che l’oceano ha due correnti, una in profondità che va in una direzione e una in superficie che va in quella opposta. Pinardi lo chiama il serpentone che si muove nel grande gigante gentile. Perché l’oceano è uno ed è tutto collegato. E a lui siamo indissolubilmente collegati anche noi.

Maria Grazia Mattei

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Ha intuito subito, tra i primi in Italia, l’impatto che avrebbe avuto il digitale. E subito si è messa in pole position: 12 anni fa ha dato vita a Meet the Media Guru, una serie di incontri, a Milano, con i protagonisti della rivoluzione digitale.

L’INTERVISTA A MARIA GRAZIA MATTEI SU THE GOOD LIFE ITALIA

The Good Life: Quale intuizione l’ha portata in prima linea?

Maria Grazia Mattei: Il mio ruolo è sempre stato quello…

TGL: …della miccia?

M.G.M.: Che bella definizione! Si. Quando ho sentito parlare per la prima volta di Facebook a Toronto nel 2004 ho capito che stava per accadere qualcosa di rivoluzionario. Nel 2005 ho pensato di cogliere questa trasformazione. Non con l’ennesimo convegno, ma in modalità 2.0. Ho creato un appuntamento culturale, trasversale, rivolto al grande pubblico, per indagare e stimolare i cambiamenti culturali e sociali di cui avevo intuito il potenziale negli Anni 80. Da una partecipazione iniziale di 2.000 persone, siamo arrivati a 60.000 senza budget per la pubblicità.

TGL: Qualche esperimento particolarmente riuscito?

M.G.M.: Nel 2005 nessuno faceva eventi dal vivo collegati online. Quando abbiamo lanciato il format di MtMG, abbiamo “abbattuto” le pareti delle sale che ci ospitavano. Con il livestream Mogulus facevamo una semplice regia video online, in bassa definizione. Man Mano ci siamo evoluti. Non c’era Twitter, avevo dei Blackberry che davo ai giornalisti e al pubblico invitandoli a mandare messaggi in diretta mentre seguivano l’evento… Ora stiamo indagando la contaminazione tra mondo reale e digitale, dall’infografica alla realtà virtuale e aumentata, per abbinare conversazione, narrazione e pratica.

TGL: In che modo il vostro lavoro contribuisce a far diventare Milano più smart?

M.G.M.: Abbattiamo i confini. nel 2005 faticavo a convincere i personaggi che invitavo a venire fino a Milano. MtMG ha contribuito a rendere la città meno provinciale, mettendo i milanesi a confronto con il pensiero e le pratiche internazionali, aprendo le menti oltre gli schemi abitudinari per percorrere nuove traiettorie.

TGL: Come vede la smart Milano futura?

M.G.M.: Una città dove la pubblica amministrazione offra i mezzi e le opportunità ai cittadini per vivere in maniera semplificata. C’è tanto da fare. Un città smart non ostenta la tecnologia, bensì lavora affinché i cittadini siano smart. Milano ha bisogno di accelerare la digital literacy. Da parte nostra stiamo creando uno spazio di interscambio dove, in maniera continuativa, i cittadini possano trovare gli strumenti per orientarsi nel mondo digitale: ci affiancheremo ad altre realtà per creare laboratori, workshop, mostre.

Marva Griffin – SaloneSatellite Award 2017

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In occasione dei 20 anni del SaloneSatellite, condivido con grande piacere la storia della sua ideatrice e curatrice Marva Griffin che ho raccolto per The Good Life Italia. E ringrazio Marva per avermi voluta nella giuria del SaloneSatellite Award 2017. Presieduta con la sua consueta visione e tenacia da Paola Antonelli, insieme al critico Marcelo Lima, gli imprenditori Alessandro Sarfatti, Franco Caimi, Giuseppe Pedrali e Nick Vinson di Wallpaper, abbiamo valutato i 108 progetti candidati, ci siamo confrontati e abbiamo votato i 4 vincitori. Il taiwanese Pistacchi design per Comma Stool, una seduta pubblica in pietra e resina, una forma organica e accogliente per una breve sosta. Il cinese Edmond Wong con X Bench, una panca che si trasforma in attrezzo fitness, lineare e utile in una casa piccola. La russa Tanya Repina con Ëo, un pannello fonoassorbente e aromatico in aghi d’abete, materiale interessante e di riciclo. Il premio Intesa Sanpaolo è andato al belga Laurent Verly per O-Line, una lampada sinuosa che prende diverse forme. Verly trasforma un materiale solitamente usato in edilizia in un arredo.

L’INTERVISTA A MARVA GRIFFIN SU THE GOOD LIFE ITALIA

“Milano è il posto che fa per te.” Marva Griffin ha da poco finito gli studi all’Università per stranieri di Perugia e si appresta a cercare lavoro. Poco più che ventenne, venezuelana, madre del piccolo Gustavo, sa che vuole restare in Italia, ha una passione per il design, è attratta dalla bellezza del nostro paese e dalla sonorità della lingua. Secondo l’amica, le occasioni giuste per lei sono nella metropoli lombarda. Incontro la creatrice e curatrice del SaloneSatellite, il padiglione del Salone Internazionale del Mobile di Milano dedicato ai giovani, nel suo piccolo ufficio in Foro Bonaparte. Circondata da pile ordinate di libri carte e riviste, sa subito dove mettere le mani per mostrarmi una foto, un articolo o una lettera. È il ventesimo anniversario della sua creatura, ma aver avviato al successo migliaia di designer non è un traguardo bensì uno stimolo a continuare la sua ricerca di talenti in erba. Ed è occasione, per noi, di percorrere le tappe di un appassionante cammino.

Marva Griffin Wilshire nasce a El Callao, Venezuela, in una grande famiglia. Il carattere solare e la forte tempra sono forgiati da un’infanzia allegra ma anche dalla precoce indipendenza, conquistata in collegio dove viene mandata ancora bambina. “Guarda che è solo qui in Italia che il collegio è considerato una punizione. Nel mio paese è normale mandarvi i figli ancora piccoli”, puntualizza con tono forte e chiaro. Lascia il suo paese nel 1968, madre del piccolo Gustavo. Destinazione, Perugia. Le chiedo se era ribelle. “Ribelle? Sgrana gli occhi, fa una pausa, poi, “No, non m’interessava quel modo di vivere”, come dire, Hippy io? Ma no. Il senso di responsabilità verso un figlio da crescere e una vita tutta da costruire non si concilia con la contestazione. Affronta la vita a testa alta, pronta a mettersi alla prova. Nel 1971 arriva a Milano, ed è ancora un’amica a segnalarle due annunci classificati sul Corriere della Sera. Uno è di Cathay Pacific che sta aprendo il mercato italiano, l’altro è di C&B, il già celebre mobilificio di Cantù. Risponde a entrambi, dal primo ha subito un’offerta, ma la seconda posizione, come assistente della Direzione per viaggi e comunicazione, le interessa di più. Conosce la reputazione dell’azienda ma non capisce perché, dopo il primo colloquio, le chiedono di tornare altre tre volte. Si sente avvilita da domande che ritiene inopportune. Così, quando la cercano presso l’amica di cui aveva lasciato il recapito (quanto era tutto più complicato prima della telefonia mobile!), questa risponde: “Marva non c’è ma le dico già che è molto seccata e non vuole venire da voi.” “Dica alla Griffin che è stata selezionata tra più di 100 candidati!”, esclama il chiamante. Spavalderie di altri tempi. “Avevano fatto di tutto per mettermi in crisi”, ricorda Marva, “cercavano di spiazzarmi con domande tranello per vedere come reagivo. Tante donne si erano candidate, attratte dall’idea di viaggiare. Poi non avevo capito quanto la C&B fosse conosciuta nel mondo”, racconta con candore. “Tobia Scarpa aveva appena fatto Coronado, il divano di cui parlavano tutti.”

A Cantù, il primo giorno di lavoro, l’accoglie il direttore del personale scusandosi: “Sa, avrà a che fare con personaggi molto particolari.” E la accompagna in un salottino. Quando entra l’uomo barbuto, vestito di bianco, lei non sa che è Piero Busnelli. Che si presenta e la porta subito nel suo ufficio. “La sua scrivania è qui”, e indica il tavolo davanti al suo. Un attimo dopo entra Cesare Cassina, e dice: “mi siedo volentieri vicino a questa bella tusa”. Alla fine del primo giorno Griffin ha colto lo spessore dei due grandi maestri. “Non mi poteva succedere di meglio”, commenta orgogliosa. “Sono gratissima. Ho girato il mondo con loro, aprendo nuovi mercati, dal Giappone all’America.” I ricordi scorrono veloci, e dalle note di colore si profila il carattere di un imprenditore che ha fatto la storia del design italiano: “ ‘Vedi tutti questi dutùr’, mi diceva Busnelli indicando i suoi dirigenti laureati, ‘l’università la fanno qui da me!’ ” Alla C&B, diventata poi B&B, Griffin ha modo di conoscere ogni passaggio del processo produttivo, scopre i nuovi materiali, dalle schiume al poliuterano, ed è testimone di una dinamica interazione tra la proprietà, gli operai, gli artigiani e i designer. Nel 1974 è chiamata da Maison et Jardin della Condé Nast, ancora una volta, grazie ad un amico che la segnala come ‘la più competente’ per sviluppare il giornale. “Andrai mica alla concorrenza!” esclama Busnelli quando Griffin presenta le dimissioni. Rassicurato, l’imprenditore brianzolo trova per lei un’altra collocazione, e le affida la comunicazione esterna del gruppo. Il piccolo Gustavo è in collegio a Cantù, così Marva può viaggiare e non perde una presentazione. Conosce tutti, da Zanotta a Gavina, che produce il Bauhaus, e i grandi architetti, quali Herman Miller e Philip Johnson, tutti attratti da questi “fenomeni”. Connette le sue conoscenze, porta pubblicità alla rivista e fa aprire le porte a centinaia di case. Grazie al suo impareggiabile savoir faire, varca molte soglie e conquista tutti con la sua naturale capacità di tessere relazioni. Gli amici sono contenti di darle una mano quando Marva non può raggiungere il figlio per i fine settimana, ed è così che Gustavo passa il tempo libero in famiglia, se non la sua, quella delle persone più vicine.

Griffin ha un’energia inesauribile che rigenera con la sua autentica passione. Non perde un colpo. Il mercato è in forte espansione e con naturalezza entra nel giro del Salone Internazionale del Mobile. Il mercato è in forte espansione. Organizza mostre, eventi e incontra giovani ambiziosi designer che le chiedono di aiutarli a farsi conoscere. Cosa che non manca di far sapere all’AD di Cosmit Manlio Armellini. Il Fuorisalone sta crescendo ma per chiudere il cerchio e mettere i creativi in contatto con l’industria, occorre portarli in fiera. Nel 1998 Armellini coglie il potenziale dell’intuizione di Marva e le affida un padiglione. Lei ha già adocchiato talenti promettenti a Milano, New York, Londra e Monaco e li invita a passare parola. La notizia fa il giro del mondo. Al primo SaloneSatellite arrivano designer e architetti insieme a scuole e università, da tante nazioni. E’ subito successo. I giornalisti accorrono per vedere le ultime novità, i produttori incontrano i creativi e i creativi incontrano i produttori. I 101 espositori della prima edizione si moltiplicano esponenzialmente e nel 2001 Griffin nomina una giuria per assisterla nel processo di selezione. L’energia è elettrizzante e la sua formula consente a chi si affaccia sul mercato di incontrare designer e architetti affermati, artigiani e produttori, di conoscere realtà di altri paesi e cogliere nuove tendenze. In vent’anni hanno esposto al suo Satellite più di 10.000 designere 270 scuole e dal 2010 il SaloneSatellite Award premia i giovani più convincenti. E’ un modello di business vincente imitato in molti paesi. Marva consolida l’appuntamento milanese e tiene d’occhio i paesi emergenti. Quali la Russia. Nel 2005 parte alla conquista di Mosca, avamposto strategico per mettere l’occhio su talenti extraeuropei, e dallo scorso novembre è anche in Cina. Avremo modo di conoscere i vincitori di Satellite Shangai perché li premia invitandoli a esporre nuovi progetti a Milano. Altra contaminazione. Altre opportunità in orbita. “Molti dei miei ragazzi restano in contatto”, racconta Griffin, “ma mi capita anche di aprire un giornale e scoprire che un mio giovane è arrivato al successo”. Impossibile strapparle i nomi di cui è più fiera. “Sono tanti! Non li posso elencare tutti.” Celebri sono diventati i francesi Matali Crasset e Patrick Jouin, i finlandesi Harri Koskinen e Ilkka Suppanen, i giapponesi Tomoko Azumi e Nendo, gli americani Sean Yoo e Cory Grosser, le svedesi Front e Johan Lindstén, il belga Xavier Lust, il norvegese Daniel Rybakken, l’indiano Satyendra Pakhalé, l’argentino Federico Churba e gli italiani Lorenzo Damiani, Tommaso Nani, Cristina Celestino e Francesca Lanzavecchia. Ma sono solo alcuni. Loro e tanti altri saranno celebrati in occasione del prossimo Salone (4-9 aprile 2017) in due eventi: la mostra curata da Beppe Finessi alla Fabbrica del Vapore, dove il critico esporrà una selezione di testimonianze e lavori di designer passati per il Satellite, e una collezione curata da Marva di oggetti nuovi, nati dalla sinergia dei suoi giovani con i grandi del Salone del Mobile. Non un’operazione nostalgia, quindi, bensì una testimonianza di quanta creatività i suoi pupilli hanno ancora da esprimere e di quanto lei ha ancora da dare. Possiamo essere certi che la Marva collection viaggerà per il mondo e continuerà a crescere.