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La transizione ecologica del Ministro Cingolani

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Insieme al Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani abbiamo immaginato come sarà il mondo nel 2040 quando suo figlio piccolo avrà 30 anni. Cingolani ci aiuta a capire perché è necessario agire ora per mettere a frutto tutta la conoscenza che abbiamo. Siete pronti a fare la vostra parte per facilitare una transizione che, per la natura stessa del termine, dev’essere graduale? 

Cristina: Come sarà la transizione dal mondo che abbiamo a quello che vogliamo? Siamo venuti a Genova per chiederlo direttamente al Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani, fisico, ricercatore e padre di 3 figli. Buongiorno Ministro. Nel 2040 mancheranno 10 anni all’obiettivo zero emissioni del 2050 e suo figlio piccolo avrà 30 anni – come sarà il mondo?

Ministro Cingolani: Se avremo fatto un buon lavoro adesso potrà essere molto più pulito di com’è ora e soprattutto dovremo avere molta meno anidride carbonica in atmosfera e probabilmente cominceremo limitare e mitigare gli effetti del riscaldamento globale. Il problema è che dobbiamo incominciare da domani a installare tutta l’energia rinnovabile che ci serve, dobbiamo arrivare al 72% dell’elettricità prodotta in maniera rinnovabile al 2030, quindi 10 anni prima della data che mi dice lei e devo dire che questo un po’ mi preoccupa. Il problema in questo momento paradossalmente non sono né le risorse né le tecnologie, ne le grandi aziende che possono installare questi grandi impianti, soprattutto in Italia dove ci sono competenze enormi. In questo momento il fattore più limitante è quello burocratico. La catena di permessi per impiantare delle centrali fotovoltaiche, eoliche, insomma rinnovabili, è talmente lenta che noi rischiamo che nel tempo della durata del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che è 5 anni, questi vengano rilasciati con molto ritardo. Bisogno semplificare innanzitutto l’aspetto normativo e l’aspetto autorizzativo perché c’è urgenza, non si può più perdere un giorno.

Cristina: Immaginiamo ancora un attimo quel mondo nel 2040.

Ministro Cingolani: Mobilità intelligente, più a misura d’uomo, più verde. Si spera di aver recuperato un po’ di biodiversità, e soprattutto una grande consapevolezza da parte di quelli che in quel momento saranno gli adulti, cioè di quelli che oggi sono i bambini.

Cristina: Inevitabile la domanda sui sussidi alle fonti fossili. A che punto siamo e qual è secondo lei la giusta destinazione?

Ministro Cingolani: È un argomento delicatissimo, la sostenibilità purtroppo è un compromesso fra istanze diverse, noi dobbiamo mitigare al più presto i danni che abbiamo fatto all’ambiente ma allo stesso tempo dobbiamo consentire alla gente di vivere e lavorare e purtroppo questo dipende anche dalle situazioni contingenti, non usciamo da un periodo particolarmente florido e felice. Certamente vanno ridotti il prima possibile, casomai riducendoli si riesce a reinvestire una parte di queste riduzioni in qualcosa che aiuti la creazioni di nuovi posti di lavoro, anche a ricondizionare le attrezzature e i mezzi, per esempio dei trasportatori. Bisogna avere una grande equidistanza perché se si ideologizza il problema facciamo danno ai lavoratori, se trascuriamo il problema facciamo un danno all’ambiente, quindi dobbiamo tutti riflettere su come riorganizzare i nostri costumi i nostri stili di vita sapendo che non c’è nulla di gratis.

Cristina: Grazie Ministro.

Ministro Cingolani: Grazie a voi e buona fortuna a tutti.

Cristina: La transizione ecologica del nostro paese deve adempiere a tutti e 17 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Un occhio al presente e occhio al futuro!

In onda il 12-6-2021

e-concept, mobilità elettrica a Venezia

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Avreste mai immaginato che Venezia è in cima alle classifiche per concentrazione di polveri sottili nell’aria? Vi siete mai chiesti se inquina di più un motore stradale o marino? Insieme a Francesco Pannoli e Claudio Iannelli di e-concept rispondiamo a questi quesiti raccontando la loro iniziativa che contribuirebbe a salvaguardare il delicato ecosistema della Serenissima.

Mentre una serie di mecenati e celebrities quali Mick Jagger, Francis Ford Coppola si rivolgono alle autorità nazionali e locali con un “decalogo per Venezia”  richiedendo che si tuteli l’integrità fisica e culturale della città lagunare con uno statuto speciale, il 5 giugno, giornata mondiale dell’ambiente, sono tornate in laguna le grandi navi. Ogni soluzione nel nostro paese rischia di incepparsi nei meandri delle burocrazie, però, più che mai occorre insistere con le buone soluzioni. E cercare di snellire in ogni modo possibile la loro implementazione. Questa è una che merita.

Cristina: Sappiamo che le emissioni delle auto sono regolamentate dalle classi dell’UE. Per le imbarcazioni, che a Venezia assolvono a tutti i bisogni, non ci sono norme corrispettive. Eppure un motore marino ha un impatto molto superiore ad un suo omologo stradale. Secondo lo studio di Legambiente lo scorso anno, Venezia è seconda a Torino per concentrazioni di polveri sottili e questo è imputabile in parte ai mezzi di trasporto. C’è chi sta studiando un’alternativa. Buongiorno Claudio, raccontaci dell’infrastruttura che state creando. 

Claudio Iannelli: Venezia è la città simbolo per il trasporto nautico in quanto sia i privati che il pubblico si muove attraverso le imbarcazioni, abbiamo individuato nella palina di ormeggio nautico l’elemento nella quale integrare la tecnologia necessaria per la ricarica. Crediamo che sia il primo passaggio fondamentale per consentire lo switch che sta avvenendo anche negli altri settori di trasporto verso l’elettrico, in quanto l’elettrico è privo di emissioni nocive sia chimiche che fisiche.

Cristina: Questo ovviamente se vi fornite di energia rinnovabile.

Claudio Iannelli: Si, l’energia che erogano le paline è tutta da fonte rinnovabile certificata. La richiesta di questo tipo di energia motiva le utility a produrne e a immetterne in rete sempre di più. È un percorso virtuoso.

Cristina: Francesco qual è a situazione oggi a livello di emissioni a Venezia?

Francesco Pannoli: Si stima che a Venezia durante una giornata a regime si brucino circa 50.000 litri di combustili di cui l’80% diesel e il 20% benzina verde.

Cristina: Quindi insomma è una forte motivazione a fare questa transizione.

Francesco Pannoli: Si, contando che in laguna ci sono circa 40.000 imbarcazioni.

Cristina: Di cui quante Claudio sono elettriche?

Claudio Iannelli: Allo stato attuale non più di qualche decina, una trentina. Chiaramente è in funzione del fatto che non esiste una infrastruttura di ricarica e l’utente medio non si affaccia a questo tipo di opportunità. Per questo che vogliamo creare una prima rete in modo che il processo si avvii.

Cristina: Qual è il piano di decarbonizzazione di Venezia?

Francesco Pannoli: Il 30 aprile del 2020 il comune ha firmato il patto globale dei sindaci e questo chiaramente è una prima cosa perché la riduzione del 40% delle emissioni di CO2 entro il 2030 e poi la totale decarbonizzazione entro il 2050. Sta intraprendendo altri progetti molto interessanti come stanziare dei fondi per l’elettrificazione dei mezzi pubblici o delle barche che si occupano della raccolta e del compattamento dei rifiuti quindi ci sono tutte le buone intenzioni per andare verso quella direzione. Ciò non toglie che il cambiamento del settore nautico non è facile.

Cristina: Grazie in bocca al lupo. Questa soluzione adempie agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 3 salute e benessere, 7 energia pulita e accessibile, 9 industria innovazione e infrastruttura, 11 città e comunità sostenibili, 13 agire per il clima.

In onda il 8-6-2021

Api, sentinelle di biodiversità

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Occupandomi di sviluppo sostenibile da qualche decennio e concentrandomi su soluzioni alle nostre più grandi sfide, di tanto in tanto mi illudo che questioni trattate più volte abbiano avuto nel tempo un’evoluzione positiva. Credo nella capacità della nostra specie di evolvere verso una co-esistenza rispettosa dei sistemi vitali che ci regalano la vita, ma parlando con Andrea, l’apicoltore dal quale compro sempre il miele, che mi ha presentato Luca e Marco. Grazie a questi ragazzi dedicati appassionati e competenti, ho scoperto che gli impollinatori sono più minacciati che mai. È nata così la storia di questa settimana, e ho avuto conferma di quanto ci sia ancora da fare.
Se conoscete coltivatori di nocciole inoltrate per favore questo servizio. Dialogare con le persone dalle quali acquistiamo prodotti è fondamentale per avere un quadro più realistico dell’impatto di ogni nostra scelta.

Cristina: Oggi è la giornata mondiale della biodiversità, e l’ONU vuole portare la nostra attenzione sulla complessa dinamica che regola la vita sulla terra. La biodiversità è il nostro più grande tesoro e monitorare la sua salute è complicato. Siamo nel Cuneese per incontrare Luca, apicoltore. Luca perché le api sono le più preziose sentinelle di biodiversità?

Luca Bosco: Perché tutto ciò che arriva nell’alveare raccolto dalle api è il frutto di una sinergia tra diverse forme di vita e quindi è frutto della biodiversità dell’ambiente.

Cristina: Le vostre osservazioni cosa vi dicono?

Luca Bosco: Che la situazione delle api, e in generale degli impollinatori, è gravissima. Vediamo molto spesso episodi di morie, avvelenamenti, sui nostri alveari. Purtroppo ritroviamo nelle matrici degli alveari sia gli insetticidi che i fungicidi, sia i diserbanti. Un diserbante in particolare, la molecola glifosato, è particolarmente seria perché il ritrovamento, soprattutto nella matrice miele del nido, miele in maturazione, è un indizio preciso. La molecola che viene irrorata qui può finire ovunque, la ritroviamo nell’acqua, nell’aria, nel suolo quasi per forza perché viene irrorata sul suolo e la ritroviamo anche nel polline delle piante, nel nettare delle piante. Questo è un chiaro indizio che i filtri naturali dell’ecosistema in qualche modo si stanno degradando.

Cristina: Luca quali sono le coltivazioni che vengono più irrorate di queste sostanze ?

Luca Bosco: Qua siamo in zona di viticoltura e di corilicoltura, quindi vite e nocciolo. In questi anni grazie anche al lavoro dell’associazione degli apicoltori, i viticoltori hanno imparato a utilizzare i fitofarmaci in modo oculato, quindi senza dare un problema diretto e grave agli impollinatori. Per quanto riguarda il nocciolo invece il discorso è tutto da fare perché è una coltura nuova e in questo momento le pratiche agronomiche messe in campo lasciano parecchio a desiderare. Sono fonte di avvelenamento diretto, sono in qualche modo anche la causa di quel ritrovamento sistematico all’interno delle matrici degli alveari, soprattutto in questa zona ovviamente. A chi coltiva nocciolo si può rivolgere un appello a, in qualche modo, seguire la strada già intrapresa dai viticoltori.

Cristina: Luca state per fare delle campionature, che frequenza hanno e a cosa servono?

Luca Bosco: Hanno frequenza mensile e servono per andare a indagare l’eventuale presenza di molecole chimiche. L’esperienza ci dice che molto probabilmente ci saranno perché negli anni passati, la loro presenza è stata purtroppo molto assidua. Sappiamo che queste molecole sono dannose per l’ape, anche per la loro capacità – in qualche modo singolare – quella di depurare le matrici ambientali assorbendo nei loro corpi le molecole chimiche, a loro discapito ovviamente, ma andando a preservare soprattutto il miele. Il miele, in qualche modo, è sempre risultato pulito.

Cristina: È fenomenale. Questi dati li incrociate con altri?

Luca Bosco: Questi dati li incrociamo con altri monitoraggi che vengono effettuati nella zona, in particolare modo con quelli effettuati sul fiume Tanaro, che potete vedere proprio qui vicino, e i due monitoraggi confermano la stessa cosa, la presenza ubiquitaria delle molecole chimiche.

Cristina: Grazie Luca. Questa storia tocca tutti e 17 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. E noi che cosa possiamo fare? Dialogare il più possibile con apicoltori, capire le criticità del nostro territorio e proteggerlo in ogni modo possibile. Conviene a tutti. Occhio al futuro

In onda il 22-5-2021

La bellezza sostenibile di Davines

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Sono sempre stata curiosa di scoprire come potermi curare la pelle e il corpo senza pesare troppo sull’ambiente. Quando scrissi il mio secondo libro, Occhio allo Spreco, imparai molto da Riccarda Serri, co-fondatrice di Skineco, tanto che divenne una cara amica. Purtroppo non è più con noi ma ci ha lasciato un’importante eredità. Grazie a lei ho imparato a leggere l’INCI anche se oggi le app arrivano a un dettaglio ben superiore della mia conoscenza. La storia di oggi racconta quanto il prodotto è il punto di arrivo di un lavoro capillare che tocca ogni aspetto di un’azienda. E resta sempre un punto di partenza per superare gli obiettivi raggiunti.

Davines è una B Corp, Società Benefit e ha usato l’SDG Action Manager come strumento per misurare il grado di implementazione dell’Agenda 2030.

Cristina: Siamo nel giardino scientifico di un’azienda di cosmesi che applica la sostenibilità a tutta la sua filiera, dagli ingredienti dei prodotti agli imballaggi, le sedi, i rapporti con le persone e con il territorio. Buongiorno Davide. Cosa sta alla base della vostra cultura aziendale?

Davide Bollati: Il perché facciamo le cose, più del cosa e come le facciamo. Etica, bellezza e sostenibilità sono la base del nostro pensiero.

Cristina: Voi usate uno strumento che vi consente di implementare tutta l’Agenda 2030. In che modo è utile l’SDG Action Manager?

Davide Bollati: Ci è utile anche perché ci permette di monitorare i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, quindi con questo monitoraggio abbiamo i principi per le nostre formulazioni che devono essere attente non solo alla persona ma anche all’ambiente e al pianeta quindi c’è un doppio obiettivo. La circolarità del packaging, l’energia per lo stabilimento, la biodiversità degli ingredienti e l’impatto sulle comunità. Abbiamo tantissime iniziative e questo Action Manager ci permette di misurare. Ci permette anche di non scegliere à la carte alcuni di questi ma avere un approccio complessivo e quindi di affrontarli tutti insieme nella sua complessità. In alcuni performiamo molto bene, in altri meno e quindi sappiamo dove è meglio lavorare. All’interno comunque di uno scopo aziendale che va in qualche modo considerato, ad esempio obiettivi come sconfiggere la povertà nel mondo (SDG 1), risulta un po’ difficile.

Cristina: Qual è la vostra prossima sfida?

Davide Bollati: Dopo che siamo riusciti ad arrivare ad uno stabilimento a impatto zero, la nostra sfida adesso è di allargare questo obiettivo anche alla nostra comunità, alla filiera, a tutti i nostri fornitori e a tutti i nostri clienti. Dopo tanti anni di lavoro sulla riduzione dell’impatto fino alla neutralizzazione, oggi la sfida importante è l’impatto positivo.

Cristina: Che vuol dire diventare moltiplicatori rigenerativi.

Davide Bollati: Esattamente, secondo il principio di interdipendenza.

Cristina: Questa azienda sta implementando tutti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile ed è più avanti sul 3 salute e benessere, 12 consumo e produzione responsabile e 13 agire per il clima. Arrivare a questo livelli di sostenibilità richiede impegno e anche sacrificio. Ma alla fine è un piacere. Occhio al futuro

In onda il 15-5-2021

La ricerca e sviluppo dell’IIT per decarbonizzare

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Questa settimana il nostro occhio punta sull’Istituto Italiano di Tecnologia per scoprire quali tecnologie stanno sviluppando per decarbonizzare le attività umane e contribuire a raggiungere il target di zero emissioni per il 2050. Il CSFT – Centro per le Tecnologie Future Sostenibili che si occupa di questo è a Torino e la visita ci ha aiutato a capire quanto servano sia le ricerche di prossima applicazione, sia quelle che oggi sembrano distanti se non impossibili.

Cristina: Vivere “a budget”  non significa solo risparmiare risorse economiche e naturali. Abbiamo anche un “ budget di carbonio” necessario per contrastare il riscaldamento globale. Siamo venuti a Torino alla sede dell’Istituto Italiano di Tecnologia perché qui si concentra la ricerca, condotta insieme al Politecnico, per decarbonizzare. Fabrizio quali sono gli obiettivi principali del vostro centro?

Fabrizio Pirri: Produrre nuove tecnologie che sono in grado di diminuire le emissioni di CO2 nell’ambiente o di recuperare la CO2 nell’ambiente e trasformarla in molecole ad alto valore aggiunto.

Cristina: A che punto è la vostra ricerca?

Fabrizio Pirri: Abbiamo sviluppato delle tecnologie per la cattura della CO2, che cosa vuol dire? Che possiamo mettere dei sistemi all’uscita dei grandi produttori di CO2: ciminiere, acciaierie, cementifici. Stiamo sviluppando ed è ad un buon stato di avanzamento una tecnologia in grado di trasformare la molecola di CO2 in molecole ad alto valore aggiunto. Cosa intendo? Combustibili, molecole per l’industria farmaceutica, chimica e per l’industria agroalimentare. Stiamo sviluppando dei sistemi per lo stoccaggio dell’energia elettrica che prendono il nome di supercapacitori, che potranno risolvere il problema di dove immagazzinare gli eccessi di energia del futuro.

Cristina: Quindi parliamo di un’economia circolare dei gas climalteranti?

Fabrizio Pirri: È proprio così, stiamo parlando di prendere la CO2 dal produttore, utilizzarla al momento o stoccarla in giacimento ad esempio. Stiamo sviluppando delle tecnologie che permettono di utilizzare i giacimenti esausti di metano per stoccare la CO2 e poter utilizzare in un secondo momento questa CO2. Lo stoccaggio avviene nei giacimenti esausti, viene pagato attraverso progetti a valere sulle accise dei carburanti, ma in realtà abbiamo una tecnologia molto avanzata all’interno dei nostri laboratori, vieni a vederla.

Cristina: Molto volentieri.

Fabrizio Pirri: In questo laboratorio abbiamo sviluppato una foglia artificiale, che cos’è? È un sistema che integra al suo interno un pannello fotovoltaico, un sistema per lo stoccaggio dell’energia elettrica – un supercapacitore, e una cella che è in grado di ridurre la CO2 a nuovi combustibili o molecole chimiche utilizzabili dall’industria farmaceutica, dall’industria agroalimentare, dall’industria dei polimeri. È qualcosa di industrializzabile in tempi brevi, in grado di bloccare la CO2 all’uscita della produzione.

Cristina: Qual è l’equilibrio tra le ricerche avanzate e le tecnologie già spendibili oggi?

Fabrizio Pirri: L’equilibrio si basa su prendere delle tecnologie già presenti in laboratorio in buono stadio di avanzamento e trasformarli in dispositivi industrializzabili. Le ricerche invece di ampio respiro sono quelle che permettono di andare a sviluppare nuovi materiali e nuovi sistemi con tempi però più lunghi d’industrializzazione, e questo cosa impatta? impatta sul fatto che comunque il nostro pianeta ha dei tempi brevi per raggiungere un’equilibrio che non sia il suo completo esaurimento. Noi dobbiamo usare le tecnologie esistenti, dopo di che dovremmo o potremmo usare le nuove tecnologie per invertire un degrado che comunque continua a rimanere. La CO2 immessa in ambiente è già presente in ambiente. C’è poco da fare, dobbiamo diminuirla se vogliamo evitare la deriva climatica.

Cristina: Grazie. Queste tecnologie adempiono agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 7 energia pulita e accessibile, 9 industria innovazione e infrastrutture, 11 città e comunità sostenibili e 13 agire per il clima. La tecnologia corre veloce, stiamogli al passo riducendo al massimo le nostre emissioni. Occhio al futuro

In onda il 8-5-2021

Cosa significa decarbonizzare? con Jeff Sachs

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Jeffrey Sachs è una stella cometa dello sviluppo sostenibile, e per questo non poteva mancare nella rubrica di Occhio al futuro. Riveste importanti ruoli accademici e di consigliere per accelerare una transizione necessaria, ed è presidente dell’SDSN (Sustainable Development Solutions Network), il network dell’ONU che si occupa di identificare e condividere soluzioni.

Cristina: Ci colleghiamo di nuovo con New York con il Professor Sachs, che è uno dei più grandi esperti al mondo di sviluppo sostenibile. Decarbonizzare entro il 2050 è un traguardo cruciale. Può aiutarci a capire quali sono i nostri obblighi, le soluzioni e perché è importante agire subito?

Prof. Jeff Sachs: Dobbiamo fermare le emissioni di gas serra che surriscaldano il pianeta e, ancora più importante, l’emissione di carbonio che deriva dai combustibili fossili: carbone, gasolio e gas. Per poterlo fare, dobbiamo cambiare le nostre fonti energetiche dai combustibili fossili al solare, l’eolico, l’idroelettrico e altre fonti pulite. Dobbiamo trasformare i nostri mezzi di trasporto da motori a scoppio a veicoli elettrici. Dobbiamo studiare come usare altre rinnovabili, come l’idrogeno: separare atomi di acqua per produrre idrogeno che può essere usato dalle industrie. Dobbiamo smettere di abbattere le foreste, perché anche questo emette carbonio. Questi sono i pilastri di base. È un cambiamento drammatico perché il sistema energetico è alla base dell’economia moderna, ci vorranno decenni per farlo. Il 2050 è stato individuato come traguardo perché se non decarbonizziamo entro quella data, rischieremo aumenti della temperatura oltre l’1,5 C, con effetti a catena e disastri climatici devastanti. Il 2050 sembra lontano ma è un traguardo difficile da raggiungere, perchè ci vorrà tempo per sostituire tutte i veicoli, creare nuove infrastrutture, nuove centrali energetiche. Gli studi dimostrano che è possibile. Possiamo farcela, e impostare una transizione in maniera economicamente accessibile. Dobbiamo muoverci con urgenza, adesso, in modo che tutto il Pianeta giunga a zero emissioni di gas serra nel 2050.

Cristina: Nei rapporti scientifici a cui lei contribuisce, uno degli aspetti più incoraggianti sono le opportunità di nuovi lavori. Potrebbe descriverle in breve?

Prof. Jeff Sachs: Questa trasformazione porterà alla creazione di tanti nuovi mestieri e impieghi, con la crescita dell’industria verde e pulita. La verità è che il vecchio settore dei combustibili fossili, che deve scomparire, è ad alta intensità di capitale e non crea così tanti posti di lavoro. Vedremo nascere molte opportunità d’impiego nel nuovo mondo green e digitale.

Cristina:  Questa è la più grande sfida che abbiamo, vediamola come un’opportunità. Occhio al futuro

In onda il 17-4-2021

Greenovation – un piano di efficientamento per la casa in pochi click

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L’efficienza energetica degli edifici non solo comporta risparmi per chi li abita. Riduce le emissioni di CO2, e mettersi all’opera per decarbonizzare le attività umane nel loro complesso è un obbligo se vogliamo sperare di contenere i cambiamenti climatici. La piattaforma di Greenovation è un buon alleato per conoscere in pochi minuti la classe energetica di partenza, la sintesi degli interventi possibili e le agevolazioni. Il nostro paese offre diversi incentivi per aggiornare il patrimonio immobiliare nazionale, che è perlopiù inefficiente, e molti interventi di riqualificazione sono in corso. Però siamo tra i pochi paesi che non hanno ancora presentato all’UE un piano di decarbonizzazione a lungo termine. È aperta una consultazione pubblica fino al 22 giugno 2021 per raccogliere opinioni sui provvedimenti individuati per accelerare il ritmo di riqualificazione.

Cristina: La maggior parte del patrimonio immobiliare in Italia è energeticamente inefficiente, ossia in classe E, F o G. Gli ecobonus incentivano interventi importanti che migliorano la qualità abitativa e riducono l’impatto ambientale. Oggi siamo venuti in provincia di Torino per raccontarvi di una piattaforma che consente, in pochi minuti, di conoscere la classe energetica della propria abitazione e gli interventi da fare. E lo facciamo attraverso la storia della casa che vedete alle mie spalle. Paolo, come funziona il vostro sistema?

Paolo Mottura: Attraverso un semplice questionario l’utente descrive la propria abitazione, sono una ventina di campi molto molto semplici. Inserisci i dati, il nostro sistema di calcolo ad intelligenza artificiale genera un modello energetico dell’edificio. Su questo modello vengono effettuate una serie di analisi per andare a realizzare un progetto di riqualificazione energetica. All’interno di questo progetto sono contenute una serie di informazioni fondamentali come la classe energetica di partenza, gli interventi migliorativi proposti, la classe energetica ottenibile, i risparmi sui singoli interventi proposti e poi le analisi relative agli incentivi fiscali quindi 50%/65% o superecobonus 110%.

Cristina: Quanto costa all’utente il progetto e quanti sono gli edifici che avete analizzato finora?

Giordano Colarullo: Il progetto base ha un costo di €199, ma è disponibile una versione gratuita che chiunque può utilizzare per avere una serie di informazioni preliminari comunque molto importanti. Ad oggi sono oltre 40.000 le unità abitative analizzate di cui 15.000 condomini. Il nostro sistema ha una precisione, chiaramente partendo da un’edificio standard, superiore al 90%.

Cristina: Franco è il padrone di casa e andiamo a vedere cosa ha fatto.

Franco Vignolo: Grazie alla piattaforma, che mi ha reso veramente semplice la valutazione della mia ristrutturazione, ho potuto poi valutare i vari interventi che ho fatto su questa casa. A cominciare da, vedi li che c’è la pompa del calore che gestisce tutto il riscaldamento a pavimento che abbiamo fatto all’interno e tutta l’acqua sanitaria e tutto quanto. Poi abbiamo fatto un cappotto in lana di roccia, che si può sentire, che tra l’altro mi ha aiutato sull’isolamento estivo, quindi non ho avuto addirittura l’esigenza di mettere il raffrescamento. Sopra, come potrai vedere, ci sono i pannelli fotovoltaici.

Cristina: E qui dentro?

Franco Vignolo: Qui dentro c’è la macchina che gestisce tutto l’impianto a pavimento e l’acqua sanitaria.

Cristina: Franco complessivamente quanto risparmia in bolletta energetica?

Franco Vignolo: Questa è una casa di 80 metri quadri. Non utilizzo combustibili fossili, utilizzo solamente la corrente elettrica, risparmio circa €1.800 l’anno.

Cristina: E ci vivi bene in questa casa?

Franco Vignolo: Guarda sono più che soddisfatto di questo intervento, sono stato veramente aiutato da tutto il discorso della piattaforma, e dei risultati ottenuti.

Cristina: Grazie. Questa casa era in classe G e adesso è A2. Pensate se tutti facessimo interventi come questi, quanti benefici avremmo. Occhio al futuro.

In onda il 10-4-2021

EcoAllene – riciclare i poliaccoppiati

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EcoAllene è un nuovo e innovativo materiale derivante dal riciclo di poliaccoppiati, cioè formati da un film plastico e un film metallico. In Italia sono immessi sul mercato circa 7 miliardi di contenitori per bevande, si tratta di 150.000 Ton di rifiuto poliaccoppiato che può essere trasformato in risorsa.

Parte I – EcoAllene

Parte II – Innovare i processi

Parte I

Cristina: Questa è una storia di economia circolare che nasce dai rifiuti delle cartiere. Contenitori come questi contengono un rivestimento esterno in cellulosa di alta qualità che viene recuperata, ma resta la parte interna, un poliaccoppiato di plastica e alluminio che qui, diventa risorsa. Stefano, come funziona il vostro processo?

Stefano Richaud: Quando riceviamo dalle cartiere il cosiddetto poly-al, quindi la frazione di alluminio e plastica, la inseriamo in un processo che innanzitutto prevede un lavaggio profondo per eliminare la cellulosa rimasta attaccata allo scarto ed eventuali altri inquinanti che da una raccolta differenziata, possono finire all’interno del nostro prodotto. Poi agglomeriamo questa sorta di coriandolo, trasformandola in una ghiaietta, per poi estruderla e trasformarla in questi granuli plastici che poi possono essere trasformati in un prodotto plastico.

Cristina: Siete stati i primi a fare questa innovazione? A riciclare questi poliaccoppiati?

Stefano Richaud: Il processo deriva da un’idea, da un’intuizione di un imprenditore italiano che ha brevettato questa idea di non separare la parte di plastica con quella di alluminio, ma tenerla insieme. Trasformando quindi un nuovo granulo plastico, una cosiddetta materia prima-seconda, da un rifiuto.

Cristina: Che cosa ne ricavate?

Stefano Richaud: Ne ricaviamo un granulo plastico che dato ai nostri clienti può essere trasformato in tantissime applicazioni di uso quotidiano. Come può essere un accessorio casalingo, come una scopa o una paletta; degli attrezzi per l’edilizia come i manici di un martello; la cancelleria: pennarelli, evidenziatori, penne; o addirittura dei packaging per la cosmetica e per il settore della detergenza.

Cristina: Non alimentari però..

Stefano Richaud: La normativa europea non permette il contatto alimentare con un prodotto riciclato, salvo il PET che è una unica riserva.

Cristina: Il vostro quindi è un materiale 100% riciclato ma è anche riciclabile?

Stefano Richaud: Assolutamente si. Una volta che arriva a fine vita, l’applicazione realizzata con il nostro granulo può essere riciclata come una normale materia plastica, come un polietilene.

Cristina: Qual è il volume di rifiuti poliaccoppiati in Italia? E quanti riuscite a riciclarne voi?

Stefano Richaud: In Italia sono immessi 7 miliardi di contenitori per bevande ogni anno, di questi, la parte di plastica e alluminio è circa il 25%, quindi con l’attuale livello di raccolta differenziata attorno al 60% ci sono 120.000 tonnellate di questo rifiuto che trattiamo. All’impianto di Alessandria abbiamo un riciclo di circa un terzo di quello che può essere riciclato in Italia. Questo problema chiaramente, è moltiplicato in tutti i paesi, dove il cartone per bevande è largamente utilizzato. E aggiungiamo anche tutti gli altri poliaccoppiati, formati da carta, plastica e alluminio. Con la nostra tecnologia possono trovare una soluzione.

Cristina:  Grazie. Tecnologie come questa sono un’eccellenza in Europa e nel mondo. Andiamone fieri. Adesso però bisogna innovare anche la filiera. Occhio al futuro

In onda il 13-3-2021

Parte II

Cristina: Siamo in un impianto dove si riciclano materiali poliaccoppiati. La tecnologia corre sempre più veloce, ci sono nuove famiglie di materiali che nascono in continuazione, questo ci obbliga anche a innovare le filiere. Ed è proprio parlando con chi innova che vengono gli spunti migliori. La legge spesso fatica a stare al passo con l’innovazione, come innovatore nell’ambito del riciclo, quali sono i punti chiave necessari per aggiornare le leggi sul trattamento dei rifiuti?

Stefano Richaud: Sicuramente bisognerebbe implementare quella che è la raccolta differenziata. Oggi soltanto il packaging va differenziato ma ci sono tantissimi prodotti di plastica sul mercato che andrebbero intercettati, raccolti, perché si possono riciclare. Inoltre, quando una tecnologia con la nostra nasce e si afferma, è importante sapere – facciamo un esempio – che bisogna lasciare il tappo attaccato al cartone per bevande, anche se sembra un packaging di carta. E comunque bene tenerlo perché nel processo di riciclo viene completamente recuperato.

Cristina: Poi ci sono sempre più materiali poliaccoppiati, il processo che voi usate è estendibile anche a quelli?

Stefano Richaud: Assolutamente si, il processo è esattamente lo stesso. Quindi si trova la soluzione di sposare questi due elementi: la parte metallica e la parte di plastica, poi a volte c’è la cellulosa e a volte no. Il processo c’è, bisogna ingegnerizzare le macchine, come questa che abbiamo qua, per poterlo riciclare. È importante trovare un compromesso tra la shelf-life, e quindi il fatto che il packaging conservi al massimo l’alimento, con la sua riciclabilità. Noi stiamo lavorando con i produttori per cercare di trovare la soluzione migliore.

Cristina: Perché oggi quelle sono plastiche considerate non nobili e quindi vengono termovalorizzate. Che fine fanno?

Stefano Richaud: Esattamente, o discarica o incenerimento.

Cristina: Invece per quello che riguarda le bioplastiche? Sovente finiscono con la plastica, mentre dovrebbero nell’umido.

Stefano Richaud: La bioplastica può essere sicuramente una soluzione per specifiche applicazioni, però anche qua va regolamentata, quindi quando arriva a fine vita bisogna fare attenzione a distinguere quello che è compostabile da quello che è biodegradabile, e soprattutto ciò che è biodegradabile non finisca nelle attuali filiere di riciclo già esistenti che sono delle eccellenze, funzionano, ma possono essere minacciate da altri materiali se messe nel bidone sbagliato.

Cristina: Diciamolo in due parole la differenza da biodegradabile e compostabile.

Stefano Richaud: Una volta conferiti correttamente, un materiale biodegradabile si decompone nell’arco di 6 mesi, mentre per un materiale compostabile sono sufficiente solo 3 mesi.

Cristina:  Grazie. Già oggi la maggior parte dei rifiuti possono diventare risorsa, è questa la questiona al cuore dell’economia circolare di cui si parla tanto. Tutti noi possiamo essere parte di questo processo, l’importante è di aggiornare il tutto continuamente. Occhio al futuro

In onda il 20-3-2021

Crowdfunding per tutti con Produzioni dal Basso

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Produzioni dal Basso è la prima piattaforma italiana di crowdfunding, attiva dal 2005. Permette a chiunque di proporre e raccontare in modo semplice il proprio progetto, raccogliendo fondi per realizzarlo, che sia un progetto di tipo sociale, ambientale o educativo.

Cristina: Oggi vi parliamo di una piattaforma che consente ai cittadini di dare o ricevere contributi economici per cause in cui credono. C’è di tutto, dal ristorante che per reinventarsi ha bisogno del sostegno della comunità, a centri di cura e accoglienza, progetti culturali sociali anche in collaborazione con diversi comuni italiani o associati agli SDG. Buongiorno Marta. Come funziona la vostra piattaforma?

Marta Dall’Omo: La nostra piattaforma permette a qualsiasi soggetto, che sia un soggetto sub-giuridico o che sia una persona fisica, di raccogliere fondi online in maniera semplice e trasparente. Attraverso la nostra piattaforma quindi, chiunque può lanciare la proprio campagna di raccolta fondi per realizzare il proprio progetto, che sia in ambito culturale, sociale, che sia un progetto di start-up o d’impresa.

Cristina: Immagino che in questo momento di crisi molti si rivolgano a voi. Quante richieste avete?

Marta Dall’Omo: In questo momento ci sono più di 500 campagna attive e in generale, nella storia della nostra piattaforma, abbiamo raccolto oltre 15 milioni di euro da una comunità di donatori di oltre 300.000 persone. I progetti finanziati sono più di 5.000.

Cristina: Alcune piattaforme danno i soldi solo se raggiungi il tetto richiesto, voi come vi comportate?

Marta Dall’Omo: Noi abbiamo quattro modelli di raccolta fondi, alcuni presuppongono questo tipo di funzionamento, quindi spetta al progettista ovvero colui che lancia la campagna, scegliere quale modello preferire, se utilizzare una modalità di raccogli tutto, quindi qualsiasi sia l’obiettivo, i fondi raccolti andranno nelle disponibilità del progetto oppure un obiettivo di raccolta – se non viene raggiunto quell’obiettivo non si ha accesso a quei fondi.

Cristina: Diciamo per i telespettatori, i fondi vengono restituiti ai donatori..

Marta Dall’Omo: Certamente, in quel caso i fondi non vengono neanche processati. Nella modalità “tutto o niente” per dirla in gergo, le donazioni vengono solamente promesse, quindi non c’è proprio una movimentazione di denaro se l’obiettivo non viene raggiunto.

Cristina: Chi ha bisogno di fondi ma non sa come fare?

Marta Dall’Omo: Sulla nostra piattaforma molto spesso ci sono delle iniziative, dei bandi, che vengono proposti da alcuni brand, associazioni, aziende, università, che quindi decidono di partecipare o co-partecipare alla creazione di alcune campagne e di alcuni progetti. Ovviamente se vengono raggiunti dei presupposti, per esempio il raggiungimento del 50% dell’obiettivo di raccolta.

Cristina: Avete un sistema anti-truffa?

Marta Dall’Omo: Allora, diciamo che la piattaforma fa dei controlli periodici, quindi controlla tutte le campagne che vengono proposte. In più insieme ai sistemi di pagamento integrati in piattaforma facciamo delle verifiche anti-riciclaggio e come terzo, ma non meno importante controllo, la comunità valida le idee e sostanzialmente decide se sostenerlo oppure no.

Cristina:  E poi avete una sezione dedicata agli SDGs…

Marta Dall’Omo: Qualche tempo fa abbiamo lanciato una sfida verso la nostra community, abbiamo immaginato che oltre alla finalità della raccolta fondi, i nostri progettisti avessero finalità più alte, e quindi potessero indicare i loro progetti in quale area d’impatto avesser appunto un impatto. Ed è stata incredibile la risposta, oltre 3.500 progetti in pochissimo tempo hanno indicato almeno un obiettivo d’impatto all’interno della loro campagna e quelli maggiormente indicati sono il numero 10, il numero 4 e il numero 3.

Cristina:  Grazie Marta. Per la comunità di questa piattaforma ridurre le disuguaglianze, sostenere educazione di qualità e salute per tutti sono la priorità. Come vedete, gli SDG sono veramente una mappa utile per progredire verso uno sviluppo necessario. Occhio al futuro

In onda il 6-3-2021

L’app di AWorld, perché non c’è un pianeta B

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Una app che è stata scelta dall’ONU per la campagna Act Now – agisci ora, per l’implementazione dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. AWorld, attraverso tecniche di gioco, aiuta gli utenti ad adottare stili di vita più sostenibili.

Cristina: La storia di oggi parte da Torino e arriva nel mondo. Alessandro Armillotta, Alessandro Lanceri che oggi non ha potuto essere con noi e Marco Armellino, partendo dal desiderio di voler adottare abitudini sostenibili hanno sviluppato una app che è stata scelta dall’ONU per la campagna Act Now – agisci ora per l’implementazione dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Perché molte persone animate di buone intenzioni  hanno bisogno di essere guidate. Alessandro, come funziona?

Alessandro Armillotta: AWorld è una app e una guida, che permette di scoprire, tramite tecniche di gioco, che cos’è la sostenibilità e quali sono le azioni pratiche che possiamo fare nella nostra vita quotidiana che possono avere un impatto positivo sull’ambiente. Collaborando con l’ONU e attivisti da tutto il mondo, siamo riusciti a racchiudere dentro quest’app tutte le informazioni e le esperienze e quei piccoli trucchi che possono aiutarci a vivere sostenibilmente.

Cristina: Marco come calcolate l’impatto delle azioni?

Marco Armellino: Assieme al team delle Nazioni Unite, abbiamo calcolato l’impatto delle singole azioni delle persone ad esempio in termini di consumo di CO2, acqua o energia elettrica. per esempio ti suggeriamo di staccare le spine dei tuoi piccoli elettrodomestici, in questo modo puoi risparmiare, statisticamente, 3,5 kw di energia al giorno e 1,5 di CO2.

Cristina: Anna, vi fidate che le azioni siano veritiere?

Anna Olivero: Intanto prima di rilasciare l’app abbiamo fatto dei test e delle ricerche e abbiamo capito che le persone che aderiscono al progetto di salvare il mondo non hanno bisogno di barare. Inoltre le azioni quotidiane che suggeriamo sono molto motivanti quindi, non è necessario prendere in giro se stessi.

Cristina: Come premiate i virtuosismi?

Marco Armellino: Allora, quello che puoi fare all’interno della nostra app è aderire a una sfida di gruppo, tutti gli utenti insieme ad esempio, in questo momento, stanno risparmiando 200.000 kg di CO2 con le proprie azioni. Quello che noi facciamo è di raddoppiare il loro impatto, insieme a delle aziende partner, in questo caso piantumare degli alberi – dei bambù – che in 20 anni assorbiranno altri 200.000 kg di CO2.

Cristina:  Finora che risultati avete raggiunto?

Alessandro Armillotta: Beh, nei primi mesi abbiamo raggiunto 40.000 utenti, generando insieme un milione di azioni ma sappiamo che, in prospettiva, nel mondo ci sono milioni di persone che sono pronte ad agire e pensiamo di fare miliardi di azioni collettivamente per la salvaguardia del pianeta.

Cristina:  Grazie ragazzi. Piccole azioni quotidiane, tutte insieme, possono fare la grande differenza. Occhio al futuro

In onda il 27-2-2021