Privacy Policy Liv Sala, Autore presso Cristina Gabetti • Pagina 3 di 23 Skip to main content
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Liv Sala

Environmental Performance Index 2020

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Environmental Performance Index (EPI) è un rapporto biennale che da 22 anni viene redatto da ricercatori da ricercatori delle università di Yale e Columbia.

La longevità del progetto, la metodologia e la qualità dei dati, raccolti dai migliori enti di ricerca nel mondo, fanno dell’EPI il più autorevole riferimento per l’analisi delle politiche ambientali. In questa edizione sono state introdotte nuove metriche per valutare la gestione dei rifiuti e le emissioni dei gas che contribuiscono in maniera importante ai cambiamenti climatici.

L’edizione 2020, pubblicata a inizio giugno, ha valutato 180 paesi secondo 32 indicatori di performance in 11 categorie di salute ambientale (environmental health) e vitalità degli ecosistemi (ecosystem vitality). La Danimarca conquista il primo posto, seguita da Lussemburgo, Svizzera e Regno Unito. L’Italia è 20esima, pari merito con Canada e Repubblica Ceca. Gli Stati Uniti D’America sono 24esimi.

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Guardando nel dettaglio, che trovate qui, per quanto riguarda la salute ambientale, che include la qualità dell’aria, sanità e acqua potabile, metalli pesanti e gestione dei rifiuti, rispetto a 10 anni il nostro paese è migliorato di 4,6 punti, mentre per la vitalità degli ecosistemi, che comprende habitat e biodiversità, acquacoltura, cambiamenti climatici, emissioni inquinanti, agricoltura e gestione acque reflue, siamo peggiorati di 1,3.

In generale, l’Italia è sopra la media mondiale ma sotto quella regionale (il riferimento è l’Occidente).

Forte del risultato, il Ministro danese dell’Ambiente Dan Jørgensen afferma: “Abbiamo appena iniziato a negoziare con il parlamento danese per concordare i prossimi passi verso il nostro obiettivo di ridurre le emissioni del 70% per il 2030, e speriamo che le nostre misure possano essere d’ispirazione per altri paesi.” Obiettivo ambizioso che Daniel Esty, direttore del Yale Center for Environmental Law & Policy (co-produttore dell’EPI) vede come il risultato di politiche audaci.

La Danimarca eccelle in quasi tutti gli indicatori. Un esempio da seguire, considerato che il progresso globale di contenimento dei cambiamenti climatici è in calo. Nessun paese si sta de-carbonizzando abbastanza in fretta per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di parigi.

Consultare questo rapporto è utile per comprendere quanto politiche di gestione della salute pubblica e dei rifiuti, investimenti in infrastrutture e preservazione delle risorse naturali, premino. Insieme a buone governance, leggi audaci e ben strutturate, il coinvolgimento attivo della cittadinanza e dei media indipendenti.

 

 

Fonti per i dati dell’EPI:

Institute for Health Metrics and Evaluation, the World Resources Institute, the Potsdam Institute for Climate Impact Research, CSIRO, the Mullion Groupthe Sea Around Us Project at the University of British Columbia,  World Bank e the UN Food and Agriculture Organization.

Risorse aggiuntive:

https://www.key4biz.it/economia-circolare-piano-da-210-milioni-per-innovazione-e-sostenibilita-nelle-imprese/310235/

https://www.innaturale.com/a-che-punto-e-la-sostenibilita-nel-mondo/

https://www.we-wealth.com/it/news/sri-impact-investing/sri-impact-investing/sostenibilita-italia-20esima-classifica-globale/

https://www.theguardian.com/environment/2020/jun/04/us-ranks-24th-in-the-world-on-environmental-performance

MAC – il modulo ospedaliero riciclato di Miniwiz per il Covid

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Arthur Huang, architetto e ingegnere Taiwanese, è il più ingegnoso protagonista dell’economia circolare che abbia mai conosciuto. Con Miniwiz ha ingegnerizzato più di 1.200 materiali da rifiuti pre e post consumo. In questa puntata di Occhio al Futuro, narrata dal suo collaboratore italiano Renato Mirone, vi raccontiamo la sua nuova sfida: costruire stanze ospedaliere con materiali plastici e alluminio riciclati, utilizzando tecnologie per il monitoraggio in remoto dei pazienti e per la santificazione delle unità. Progettate in tempo di Covid-19, queste camere possono essere utilizzate per le degenze di malati infettivi ed essere trasformate per rispondere anche ad altri bisogni.

Cristina: Su 24 milioni di abitanti, Taiwan ha avuto solo 441 casi di Covid-19, e 7 decessi, perché ha subito attuato misure contenitive. C’è il sospetto che li, sappiano fare le cose bene. Ci colleghiamo con la capitale Taipei, per incontrare Arthur Huang architetto ed ingegnere, che, con la sua squadra ha progettato dei moduli per convertire spazi ospedalieri inutilizzati. Buongiorno Renato, dove siete?

Renato Mirone: In un ospedale che stiamo convertendo a Taipei e sono con il presidente dell’Università Cattolica FuJen e questo è il nostro modulo. Viene assemblata ed attivata in meno di 24 ore.

Cristina: Il costo per modulo qual’è?

Renato Mirone: Per la versione standard, il prezzo è di $100.000 USD, ma il prezzo varia a seconda della posizione e dei requisiti dell’unità.

Cristina: In che materiali è costruito?

Renato Mirone: Gran parte con materiali riciclati. L’elemento principale di questo modulo è un pannello composito, costituito da due lamine in alluminio riciclato con un nucleo centrale in PET riciclato. Per il soffitto abbiamo utilizzato dei pannelli traslucidi in policarbonato riciclato da post-consumo. In totale sono state riutilizzate 7.000 lattine in alluminio e 9.000 bottiglie di plastica per kit di costruzione.

Cristina: Renato quali tecnologie avete applicato a questa stanza?

Renato Mirone: Questo modulo è stato concepito per essere flessibile ed adattabile, così da poter convertire uno spazio in base alle diverse esigenze. Può diventare un’unità di terapia intensiva, o di isolamento, o una generica camera di degenza. La stanza è dotata di un sistema di ventilazione a pressione negativa, dove l’aria espulsa non viene fatta ricircolare, ma viene microfiltrata e diretta all’esterno dei locali. Ai pannelli è stato applicato un nano-rivestimento fotocatalitico ed antibatterico, che combinato con una serie di lampade a raggi ultravioletti, permettono di sanificare la stanza velocemente. Un sistema integrato per il monitoraggio in remoto del paziente, composto da telecamere e sensori, permette di limitare i rischi degli operatori sanitari ed allo stesso tempo lo staff medico può gestire un maggior numero di pazienti. Infine su una delle pareti è presente una grande opera d’arte costituita da pannelli in PET riciclato fonoassorbente e antibatterica. Quest’ultima soluzione aiuta a ridurre il livello di stress durante lunghe degenze. Questo modulo può essere installato all’interno o all’esterno di un ospedale, ma è concepito per trasformare velocemente spazi sottoutilizzati presenti nelle strutture ospedaliere. Dopo aver consultato dottori a Taiwan, negli Stati Uniti e in Italia, abbiamo riscontrato che molto spesso le unità per l’emergenza sono installate troppo lontano dalle strutture sanitarie.

Cristina: In che modo hanno contribuito gli italiani allo sviluppo di questo progetto?

Renato Mirone: Il nostro studio, specializzato nello sviluppo di materiali provenienti dai rifiuti domestici ed industriali, da molto tempo coopera con ricercatori e organizzazioni non governative italiane. [ndr. Per questo progetto hanno collaborato con il Centro per l’Innovazione dell’Ospedale dell’Università Cattolica FuJen di Tapei e il Ministero degli Affari economici di Taiwan]

Cristina: Vedremo queste strutture presto anche da noi?

Renato Mirone: L’Università Cattolica FuJen da sempre ha ottime relazioni con l’Italia, noi come studio siamo anche presenti a Milano, quindi speriamo di portare presto anche da voi questa struttura innovativa.

Cristina: Questa soluzione adempie agli SDG 3, 9, 11, 12 e 13. Occhio al Futuro!

In onda il 13-6-2020

Fashion Revolution, l’insostenibilità sociale ed ambientale della moda

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È complesso in ogni ambito della vita onorare bisogni e soddisfare piaceri. Vestirsi è sia una cosa che l’altra ma per far si che il piacere dei consumatori non arrechi danni alle persone e all’ambiente occorre maggiore coscienza.

Cristina: Vestirsi è un bisogno primario, ma ciò che indossiamo, è spesso il risultato di pratiche insostenibili. I prezzi bassi della moda veloce hanno un costo alto per le persone che la confezionano e per l’ambiente, ma il gioco vale la candela? Un capo nuovo viene usato in media solo 7 volte!!! Servono leggi più efficaci, ma anche maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, è dimostrato che quando siamo informati, compiamo scelte più responsabili. Marina, tu sei portavoce per l’Italia del movimento Fashion Revolution. In che modo state facendo breccia nel sistema moda?

Marina Spadafora: Fashion Revolution, che esiste dal 2013 quando crollò il Rana Plaza in Bangladesh uccidendo più di mille persone, è nato dicendo “chi ha fatto i miei vestiti? who made my clothes?”. Ci sono 70 milioni di persone che lavorano nella filiera della moda, la maggior parte non viene pagata il giusto e quindi non si può permettere di vivere in maniera decente ed è per questo che fanno lavorare anche i bambini. Quindi ci vogliono leggi molto forti, un movimento di consumatori che richieda vestiti fatti con dignità e rispettando l’ambiente. Solo con queste due forze riusciremo a cambiare l’industria della moda e avere una vera rivoluzione.

Cristina: E adesso incontriamo Matteo che è designer, attivista, educatore.

Matteo Ward: Vedi Cristina, c’è il vintage e poi c’è l’innovazione invece.

Cristina: Fammi vedere cos’hai.

Matteo Ward: Per esempio qui abbiamo capi tinti con polvere di grafite riciclata, esempi di upcycling, tinture con mattoni tritati, ecco queste sono un manifesto dei processi produttivi a ridotto impatto ambientale, ma trasformano anche un prodotto in un servizio per rispondere ad alcune tra le più pressanti e reali esigenze dell’umanità. Poi siccome non è semplicissimo, mi rendo conto, trovare tutti questi prodotti sul mercato già oggi nei negozi, esistono oramai piattaforme come questa che facilitano i consumatori la scoperta di prodotti funzionali a quello che vogliono o che gli serve, ma soprattutto allineati con i loro valori sociali ed ambientali. Basta mettere nel motore di ricerca “magliette in cotone organico” e ti vengono fuori tutti i prodotti dei vari brand che già li sviluppano in giro per il mondo.

Cristina: Fantastico. Quindi è diviso per tipo diciamo?

Matteo Ward: Per tipologia, materiale, funzionalità che ricerchi in un capo.

Cristina: Grazie Matteo. Si stima che, in questo decennio, il comparto moda e calzature crescerà dell’81%. Cresceranno però anche i consumi di risorse naturali – l’acqua usata ogni anno per fare i nostri vestiti soddisferebbe i bisogni primari di 5 milioni di persone. E aumenterà l’inquinamento – pensiamo a microplastiche, sostanze chimiche e abiti dismessi di cui solo l’1% viene riciclato. La moda sostenibile adempie agli SDG 8, 9, 10, 12 e 13. Dai sondaggi, la gente è pronta a cambiare. Facciamolo! Occhio al futuro

Giorgio Vacchiano – come rendere le foreste resilienti

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Che impatto hanno i cambiamenti climatici sulle foreste e come possiamo aiutarle a essere resilienti? In questa puntata abbiamo incontrato Giorgio Vacchiano, ricercatore forestale che, grazie alla sua specializzazione, è stato inserito nella lista degli 11 migliori scienziati emergenti al mondo dalla rivista scientifica Nature. Lo abbiamo raggiunto nel Parco del Po e delle Colline Torinesi alle porte di Torino, per ascoltarlo e per vederlo al lavoro.

Cristina: C’è una stretta relazione tra la nostra salute e quella delle foreste, che depurano la nostra aria, certo. Ma c’è molto di più. Siamo venuti al parco del Po e delle Colline Torinesi per incontrare Giorgio Vacchiano, ricercatore di scienze forestali che nel 2018 è stato scelto dalla rivista Nature tra gli 11 migliori scienziati emergenti al mondo. Giorgio come ti sei guadagnato questo riconoscimento?

Giorgio Vacchiano: Io lavoro per capire la relazione tra foreste e cambiamenti climatici. Gli alberi sono una delle armi migliori che abbiamo per lottare contro la crisi climatica. Prevedere come si svilupperanno le foreste e come ci possono aiutare al meglio è quello che cerco di fare nelle mie ricerche. Lo faccio insieme a tanti altri ricercatori nel mondo con un approccio innovativo, quello della modellazione matematica. Cerchiamo di riprodurre dentro al computer il modo in cui una foresta cresce, si sviluppa e di capire come possiamo anche aiutarla a sopportare e resistere bene ai capricci del clima che dovremo affrontare.

Cristina: Come si svolge nella pratica il tuo lavoro?

Giorgio Vacchiano: La prima parte si svolge sempre nel bosco. Misuriamo le dimensioni degli alberi e la specie. Questo carpino per esempio, misuriamo il diametro o la circonferenza. Siamo intorno ai 22 cm, vuol dire che è un albero ancora abbastanza giovane, se poi mettiamo insieme questa misura con quelle di tutti gli altri alberi del bosco possiamo capire in che fase di sviluppo si trova. Oppure misuriamo gli accrescimenti, facciamo un carotaggio del legno, una semplice punturina in cui riusciamo a vedere gli anelli di accrescimento annuale che l’albero ha formato nel corso del tempo. Dal loro spessore riusciamo a capire come l’albero ha reagito alle condizioni climatiche del passato e quindi come potrebbe rispondere a future siccità o cambiamenti del clima.

Cristina: Gli alberi crescono lentamente e l’uomo corre sempre più veloce. Cosa significa questo per te e per il tuo lavoro?

Giorgio Vacchiano: Per molti anni questo è rimasto un contrasto importante. Qua vediamo per esempio dove sono stati piantati negli anni 50/60 degli alberi che c’entrano molto poco con questa zona, dei pini, delle conifere anche esotiche. Oggi invece il tentativo è quello di riportare questo bosco alle sue condizioni naturali, come vediamo da quest’altra parte, essere un bosco di querce. Abbiamo fatto degli interventi di gestione, abbiamo fatto un po’ di luce nel sottobosco in modo che le specie naturali possano sviluppare per conto proprio. E poi il legno che abbiamo ricavato dagli alberi è stato utilizzato. Usare il legno sembra una contraddizione, invece se lo prendiamo in modo sostenibile rispettando il ritmo della natura, è un grande alleato contro il cambiamento climatico.

Cristina: Giorgio perché il tuo lavoro è così importante?

Giorgio Vacchiano: Sapere come crescono le foreste e come gestirle in modo sostenibile vuol dire assicurarsi che continuino a esistere anche in un clima che cambia. Assicurarsi che continuino a darci i loro benefici, e che continuino a essere foreste che funzionano in piena salute anche con la conservazione della biodiversità. Per esempio qui abbiamo lasciato alcuni tronchi a terra in occasione dell’ultimo intervento forestale per far sviluppare i funghi, questi esseri viventi da cui dipende il benessere e il buon funzionamento del bosco. Tagliare non vuol dire deforestare, anzi, ci curiamo sempre che ci siano nuove piantine pronte a crescere, modificando la struttura del bosco.

Cristina: Il lavoro di Giorgio adempie agli SDG 3, 12, 13 e 15. Occhio al Futuro

In onda il 6-6-2020

Gamindo – come donare giocando

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Come trasformare tempo in denaro? Nicolò Santin e un gruppo di giovani italiani hanno trovato una formula convincente per usare il gioco come strumento di raccolta fondi. Progettando videogiochi per aziende, che vogliono sostenere Onlus come attività di CSR, e facendo scegliere a quali enti donare dai gamer stessi, i creatori di Gamindo mettono in atto un ciclo virtuoso.
Gamindo ha lanciato la sua app a febbraio con 5000 utenti e adesso sono più di 15.000, che scelgono tra 12 giochi per sostenere 22 enti non profit. Evidentemente la formula piace. E stanno sviluppando un gioco sul distanziamento sociale e uno sugli SDG. Complimenti.

Cristina: Oggi giocando, faremo donazioni da destinare a enti no-profit senza tirar fuori un euro dal portafoglio, questo grazie ad una nuova piattaforma di videogiochi, che converte il tempo in denaro. Buongiorno Nicolò, quanti e che tipo di giochi avete sviluppato?

Nicolò Santin: Oltre 10 giochi, di logica, memory, corsa e avventura. Ci stiamo concentrando molto sui giochi educativi con il tema del Covid attuale e anche per quello che sono gli SDGs.

Cristina: Come funzionano invece le donazioni?

Nicolò Santin: Le donazioni sono possibili grazie alle aziende presenti all’interno della piattaforma, commissionano il gioco e grazie al budget messo da parte da queste aziende, è possibile poi permettere alle persone di donare grazie alle gemme che ricevono all’interno dei singoli giochi.

Cristina: E garantisce anche a voi una sostenibilità economica essendo startupper ancora, giusto?

Nicolò Santin: Assolutamente si bravissima. Lo sviluppo del gioco ci garantisce la sostenibilità economica ma la natura della piattaforma è quella che ha come mission di permettere a chiunque di donare giocando. Permette anche di avere un impatto a livello sociale ed ambientale.

Cristina: Per le aziende è un ottima azione di responsabilità sociale d’impresa o CSR. Quante associazioni e che tipo di associazioni state sostenendo?

Nicolò Santin: Abbiamo già sostenuto oltre 20 organizzazioni no-profit, dal Buzzi a Emergency, a Plant for the Planet, con cui nella giornata mondiale della terra abbiamo piantato oltre 100 alberi, ed è stato possibile appunto grazie agli utenti, alle loro partite, e hanno scelto gli utenti stessi a chi donare le loro gemme. Questa per noi è una cosa bellissima. Al Buzzi [l’ospedale dei bambini a Milano] abbiamo donato mille euro e ora ve lo faccio raccontare da Antonella.

Antonella Conti: Ricordo con molto piacere l’operazione realizzata che grazie al videogioco di Oggy ha permesso alla nostra associazione OBM Onlus di migliorare l’accoglienza delle famiglie del Buzzi.

Cristina: Qual’è l’età media dei vostri giocatori?

Nicolò Santin: È 25-30 anni.

Cristina: Così grandi?

Nicolò Santin: Assolutamente si, si crede che il giocatore sia ancora il quindicenne con i brufoli rinchiuso in camera, in realtà l’età media del videogiocatore in Italia sono 34 anni.

Cristina: Grazie Nicolò. Nelle settimane scorse l’OMS ha lanciato #PlayApartTogether che significa giochiamo lontani ma uniti. Si stima che i videogiochi siano lo svago preferito per 2.3 miliardi di persone nel mondo, e così si aggiunge anche un’importante valenza sociale e terapeutica. Questa piattaforma adempie agli SDG 8, 9, 11, e 13. Occhio al Futuro

In onda il 30-5-2020

eViSuS – il totem di telemedicina nei reparti CoVid

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Il mio primo incontro con un Robot di telepresenza – così si chiamano i totem con i quali una persona può essere presente da remoto – è stato nell’autunno 2014 alla sede della Singularity University in Silicon Valley. Avevo pensato a tante applicazioni diverse – dalla partecipazione a riunioni e convegni distanti, a interventi tecnici in luoghi difficili da raggiungere. Ma non avevo immaginato che, in caso di pandemia, avrebbe potuto salvare vite evitando contagi. È stata una bella sorpresa scoprire l’applicazione che vi raccontiamo oggi, sviluppata dal team italiano di Evisus, che consente al personale sanitario di monitorare pazienti in reparti infettivi e interagire con loro senza esporsi al virus. Grazie a questa tecnologia anche noi abbiamo potuto comunicare con una paziente affetta da Covid19. 

Cristina: In tempi di Covid 19, lavorare per il personale sanitario, non è facile. Sono 28.000 i contagiati, più di 160 medici e 40 infermieri sono morti. Per garantire condizioni di sicurezza maggiore, sono in funzione in alcuni centri dei ROBOT, che sono in grado di curare i pazienti in remoto.

Giuseppe Pacotto: Questo è il totem trasportabile. Utilizzato per la televisita e il monitoraggio a distanza a casa, nelle RSA e nell’assistenza ospedaliera. Si è rivelato particolarmente utile nell’emergenza Covid per ridurre la frequenza di accesso degli operatori sanitari in reparti infettivi, riducendo di conseguenza le probabilità di contagio.

Dott. Giusto Viglino: Questo è il totem che vedete, in questo momento è aperto. Ha tre parti fondamentali, che sono la telecamera ad alta risoluzione controllata a distanza dall’amico e collega Valerio che è a Brescia. Poi abbiamo una parte sotto, microfono e vivavoce, poi c’è la parte centrale che è il monitor. Come vedete qui in questo caso stiamo simulando una ripresa a Cristina, non solo, ma adesso Valerio vi farà vedere come può insegnare a Cristina a prendere le pastiglie che ha sul tavolo.

Cristina: Dottore quale medicina prendo?

Dott. Valerio Vizzardi: Un attimo solo che glielo indico così non si può sbagliare. Deve prendere questi che sottolineo con la penna. Perfetto bravissima.

Cristina: Questa tecnologia è particolarmente importante adesso e infatti ci colleghiamo con un reparto Covid.

Dott. Valerio Vizzardi: Buongiorno Signora Domenica, tutto bene? Mi fa vedere con un cenno della mano se sta bene? Benissimo. Ecco vedete? Questa apparecchiatura mi permette di monitorare la paziente e addirittura interagire con lei. Signora mi può premere il pulsante verde della macchina per favore? Vedete la signora mi ha messo in contatto con la macchina in modo che io la possa monitorare, allo stesso modo posso monitorare il paziente dal punto di vista clinico. Signora mi batte gli occhi per favore? Bravissima. E posso anche andare a verificare, in questo caso dal monitor tutti i suoi parametri vitali.

Cristina: Grazie mille, è veramente molto interessante e siamo grati sia a lei che alla paziente che si è concessa per questa dimostrazione, buona guarigione! Abbiamo visto i vantaggi per il personale sanitario e per i pazienti in ospedale. Pensa a chi si cura a casa o presso un RSA può conquistare una graduale autonomia, può fare cose che prima non sapeva fare, si possono fare corsi di formazione. Questa tecnologia tutta italiana adempie a gli SDG 3 e 9. Occhio al Futuro

In onda il 23-5-2020

L’educazione per il XXI secolo di Fondazione Mondo Digitale

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Alfonso Molina con la Fondazione Mondo Digitale, ha creato un modello educativo a tutto tondo, che va dallo sviluppo delle competenze umane e creative all’auto-imprenditorialità, il coding, la robotica, la progettazione di videogiochi. Il suo è un universo tutto da esplorare, pensato per moltiplicarsi da solo, e prepararci in modo celere e capillare alla vita nel XXI secolo.

Cristina: La crisi che stiamo vivendo mette in evidenza sfide e opportunità. Come aiutare le persone che si trovano di fronte a transizioni inaspettate? Ne parliamo con Alfonso Molina, che con Fondazione Mondo Digitale propone il modello di educazione per la vita nel XXI secolo. Buongiorno Alfonso, in cosa consiste?

Alfonso Molina: La personalizzazione dell’educazione e le persone, non solo sono gli studenti, ma anche gli insegnanti e il personale della scuola. Ci sono tre grandi elementi di conoscenza: la conoscenza codificata che conosciamo dalla scuola e l’università, le competenze traversali che sono cose come la creatività, comunicazione, il pensiero critico, questi sono valori per una cittadinanza responsabile che ci permetterà di applicare le altre due per costruire un mondo migliore.

In onda il 9 e 16-5-2020

Cristina: Quali sono le aree di apprendimento?

Alfonso Molina: Noi abbiamo l’apprendimento lungo l’arco della vita, con tutto il cambiamento che c’è, questo è inevitabile, che un esempio è stato l’alternanza scuola-lavoro. In realtà tutto il mondo oggi dovrebbe diventare uno spazio di apprendimento. E finalmente l’apprendimento trasformativo ci fa vedere il mondo in una forma pro-attiva, con curiosità, con esplorazione, mettersi in gioco invece di avere un’attitudine passiva di aspettare che mi arrivino i risultati. Tutto questo noi lo sintetizziamo in una sola parola: auto-imprenditorialità, vogliamo dire che l’educazione di oggi debba insegnare ai ragazzi di essere imprenditori di se stessi.

Cristina: Per mettere in pratica questo modello, nascono le Palestre dell’Innovazione. Come sono strutturate e dove si trovano?

Alfonso Molina: La nostra palestra ha una varietà di laboratori che includono robotica, fabbricazione digitale, animazione 3D, effetti speciali, videogiochi interattivi, coding, qui facciamo intelligenza artificiale. Infine questa è l’area delle competenze digitali che sono fondamentali per il successo della vita nel XXI secolo. Noi abbiamo creato una rete nazionale di palestre che adesso quasi 120 scuole hanno aderito a questa idea, a questo movimento in un certo senso. Ci sono esempi anche molto interessanti di ragazzi che sono diventati formatori della Palestra dell’Innovazione.

Cristina: Inoltre la Fondazione ha digitalizzato molti corsi e offre sostegno tecnico e psicologico a alunni, insegnanti, adulti e anziani. Ne parleremo nella prossima puntata..

 

Parte II
Cristina:Torniamo a parlare di educazione per la vita nel 21 secolo con Alfonso Molina. La sua Fondazione offre anche un importante sostegno alle scuole. Bentornato Alfonso. In che modo aiutate insegnanti e alunni?

Alfonso Molina: Innanzitutto noi abbiamo messo quasi tutte le nostre attività, materiali e progetti online. Abbiamo strutturato più di 70 webinar, c’è un blocco dedicato agli insegnanti, un blocco dedicato a genitori, un blocco dedicato alle classi complete e un blocco dedicato agli over 60.

Cristina: Quali nuove soluzioni sono nate?

Alfonso Molina: Uno dei nostri maker ha creato una visiera protettiva molto leggera, costruita con pvc e di questa molto recentemente abbiamo creato 30, che abbiamo consegnato all’ospedale di Tivoli, all’ospedale di Frascati e anche ai vigili di Frascati. Per tanto queste sono le attività che vengono fuori in un momento che richiede grande solidarietà.

Cristina: Da questa esperienza è nata anche una nuova proposta…

Alfonso Molina: Il progetto Fattore J, che è un progetto dedicato allo sviluppo dell’intelligenza emozionale e l’empatia per persone affette da malattie. Questa settimana ha iniziato e durerà due anni. Spiega l’intelligenza emotiva, l’empatia e il valore fondamentale umano di questo progetto, in questo momento e per il futuro. Dopo c’è un elemento medico dove si spiega e dopo c’è la partecipazione di psicologi che interagiscono con i ragazzi u come comportarsi davanti alle persone che soffrono di queste malattie.

Cristina: Questa impresa sociale adempie a sei SDG 3, 4, 8, 10, 11, 17.

Alfonso Molina: Il sogno sarebbe vedere un mosaico di palestre nazionale dove differenti scuola hanno creato palestre con declinazioni differenti che appartengono alle loro passioni e si trasformano in referenti per altre scuole che hanno scelto un’altra passione. Io vedo che il futuro della educazione in questo senso diventa collaborativo, diventa personalizzato e diventa perofondamente allineato con le sfide e le esigenze del XXI secolo.

Cristina: È il caso di dirlo – Occhio al futuro!

In onda il 9 e 16-5-2020

Le soluzioni di Enrico Giovannini per una ripresa sostenibile

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Chi segue Occhio al futuro avrà familiarizzato con i 17 SDG. In questa puntata parliamo con il massimo esperto dell’Agenda 2030 dell’ONU in Italia, il Professor Enrico Giovannini, co fondatore di ASviS – L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, che ha lo scopo di accompagnare il nostro paese verso l’implementazione dei 17 obiettivi.

Cristina:Mentre la nostra attenzione è tutta focalizzata sulla gestione dell’emergenza Coronavirus, è importante pensare alla ripresa. Ne parliamo con
Enrico Giovannini, economista, statistico, accademico, e co-fondatore dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che ha lo scopo di accompagnare la società verso l’implementazione dell’Agenda 2030 dell’ONU e dei 17 SDG. Professore, lei parla molto di resilienza trasformativa. Ci spiega che cos’è?

Enrico Giovannini: La resilienza è la capacità di un materiale o di una persona o della società di reagire a uno shock, tornando dov’era. Prendiamo la bottiglietta di plastica, la comprimiamo poi la lasciamo e quella torna alla forma originaria ma noi solo pochi mesi fa ci lamentavamo di tante cose, l’inquinamento, la povertà, le disuguaglianze. Quindi non vogliamo tornare a dove eravamo. La resilienza trasformativa vuol dire sfruttare questa crisi drammatica per balzare in avanti e non indietro, vuol dire cambiare il nostro modo di produzione e la nostra società anche a favore delle persone e dell’ambiente.

Cristina: Quali sono le tre prime cose importanti da fare?

Enrico Giovannini: Abbiamo trasformato le nostre case in aule universitarie, in luoghi di lavoro, scuole per i bambini. Bene, non è che vorremmo smontare di nuovo tutto una volta tornati al lavoro, ma se le imprese faranno tutte smartworking nello stesso giorno, supponiamo venerdì, allora gli altri quattro giorni continueremo ad avere inquinamento e città intasate. Ecco dove la mano pubblica può aiutare a organizzare. Il secondo esempio, l’inquinamento è una concausa della letalità del virus, sappiamo che l’inquinamento indebolisce i polmoni e dunque ci rende più esposti. Lo stato spende 19 miliardi all’anno per sussidi alle famiglie, e alle imprese che danneggiano l’ambiente. Abbiamo tanti sussidi che forse dovremmo rivedere, ecco in questo caso, noi rimbalzeremmo avanti sulla produzione ma riducendo l’inquinamento. Poi, di nuovo, la formazione – come possiamo utilizzare lo smartworking e anche lo smart-learning per imparare? L’Italia non ha un programma di formazione degli adulti e possiamo realizzarlo a distanza riducendo anche le disuguaglianze. Insomma come vede è tutto molto collegato, le decisioni che prendiamo adesso possono avere un impatto molto positivo su vari aspetti dello sviluppo sostenibile.

Cristina: E i bonus fiscali possono essere di aiuto in queste circostanze?

Enrico Giovannini: Certamente si, nel momento in cui ci rendiamo conto dell’importanza della salute ma anche dell’innovazione, gli esempi che ho fatto prima, possono essere riorientata, alcuni dei bonus che magari sono meno importanti, proprio in questa direzione.

Cristina: Grazie Professore. Queste soluzioni adempiono a nove dei 17 SDG. Gli esperti annunciano che crisi così saranno più frequenti. Essere resilienti è fondamentale. Occhio al Futuro

In onda il 2-5-2020

Stefano Mancuso – Cosa possiamo imparare dalle piante?

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L’emergenza coronavirus ci pone tutti di fronte a grandi sfide, ma possiamo riconoscere i benefici di aver rallentato i ritmi. La natura è tornata a respirare e questo è curativo anche per noi. Abbiamo deciso di festeggiare il 25 aprile con il neurobiologo Stefano Mancuso affinché siano le piante a ispirarci anche quando torneremo in attività. Perché insegnano a usare le risorse disponibili, a non sprecarle, e a essere consapevoli del mondo circostante. La salute dei sistemi naturali e la nostra sono profondamente interconnesse.

Cristina: Chi meglio delle piante può insegnarci a trovare la libertà in questo momento di costrizione del movimento fisico che stiamo tutti vivendo? E perchè è così importante capirlo adesso per promuovere lo sviluppo sostenibile? Ne parliamo con Stefano Mancuso, che dalle regole che governano il mondo vegetale trae grandi insegnamenti.
Buongiorno Stefano, cosa possiamo imparare da queste piante per vivere al meglio la quarantena?

Stefano Mancuso: Diciamo che le piante sono gli organismi adatti a cui ispirarci in un momento in cui non ci possiamo muovere. Di fatto noi ora siamo fermi come delle piante, le nostre città sono silenziose come dei boschi e ci accorgiamo che molte cose cambiano. Stiamo più attenti alle risorse, non sprechiamo. Siamo più consapevoli dell’ambiente che sta intorno a noi, davvero credo che da questo punto di vista l’aver rallentato il tutto possa essere stato un gran bene per la nostra capacità di comprensione dell’ambiente e delle risorse del pianeta.

Cristina: In questo momento ad esempio cosa stanno facendo le piante, che è importante per noi comprendere?

Stefano Mancuso: È un momento particolare dell’anno, in questo momento le piante stanno utilizzando le risorse al meglio che hanno accumulato durante l’inverno e le nuove che stanno cercando. Stanno comunicando per convincere gli insetti a impollinarle, stanno facendo tutto quello che è necessario per mantenere la propria specie in vita. Questo è, soprattutto, il grande insegnamento che dovremmo trarre dalle piante, la specie è fondamentale e bisogna mantenerla in vita.

Cristina: L’agenda 2030 parla chiaro, questo decennio è determinante per la nostra vita su questa terra, per il nostro futuro. Quali sono le azioni fondamentali da compiere ora?

Stefano Mancuso: Hai detto bene, è fondamentale agire subito. La prima cosa è diminuire l’anidride carbonica nell’atmosfera e quindi bloccare il riscaldamento globale. Questo si ottiene abolendo praticamente qualunque combustibile fossile al più presto possibile. E poi risorse, questo pianeta non ha risorse infinite, è un pianeta finito quindi le sue risorse sono concluse. Dobbiamo imparare a utilizzare quello che c’è. Non sarà niente di nuovo ma è importante farlo subito.

Cristina: Speriamo proprio e ce la mettiamo tutta. Grazie Stefano e buon 25 aprile!

Stefano Mancuso: Grazie Cristina, anche a te.

Cristina: Queste soluzioni adempiono a sei SDG. Siamo parte della natura, che meraviglia. Forse, il primo passo, è di riconoscerlo! Occhio al futuro

In onda il 25-4-2020