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Life Based Value, la piattaforma che trasforma la genitorialità in master

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Riccarda Zezza, CEO di Life Based Value, partendo dalla sua esperienza di vita quando è diventata mamma, ha creato una piattaforma per trasferire le “soft skills”, sviluppate quando ci si prende cura degli altri, in ambito professionale.

Cristina: Tutti noi ci prendiamo cura di giovani e/o anziani, e sappiamo quante competenze servono per farlo bene. Oggi incontriamo una donna che, partendo dalla sua esperienza di vita, ha creato un metodo per trasferire le “competenze soft” in ambito professionale. Riccarda com’è nata la tua idea e come funziona?

Riccarda Zezza: È nata dal fatto che quando sono diventata mamma ed ero manager in una grande azienda ho scoperto che essere madre era una problema nel mondo del lavoro, mentre invece la stessa azienda mi mandava a fare formazione in una serie di competenze soft che proprio l’esperienza della maternità stava allenando benissimo. Pensa ad esempio alla gestione del tempo, la gestione delle crisi, l’empatia. Ho visto un grande paradosso, un grande spreco, perché le aziende spendono tantissimi soldi in formazione per una serie di competenze che la vita allena in modo naturale. Questo è successo 7-8 anni fa, da li è partita la ricerca che ho fatto con Andrea Vitullo che è un executive coach, ed effettivamente abbiamo scoperto che quando si diventa genitori si migliorano una serie di competenze che servono al mondo del lavoro. Sette anni dopo, oggi, questo metodo di apprendimento lo vendiamo alle aziende attraverso una piattaforma digitale, quindi le nostre aziende clienti aprono il percorso digitale neogenitori, neomamme o neopapà, ma anche da qualche tempo caregiver dei propri genitori, perché ogni esperienza di cura migliora queste competenze e le persone possono scoprire come prendersi cura di un bambino o un anziano migliorino proprio le competenze che servono nel mondo del lavoro.

Cristina: Questa iniziativa adempie a ben 8 SDG: 3, 4, 5, 8, 9, 10, 16 e 17. Adesso qual’è il tuo sogno?

Riccarda Zezza: Oggi siamo in 23 paesi e gli utenti della piattaforma ci dicono che già hanno queste energie, queste competenze e hanno solo bisogno dello spazio per portarle nel mondo e nella società. Il mio sogno è quello di arrivare il più velocemente possibile a dimostrare all’economia e alla società che prendersi cura è un valore, è un bisogno che la specie umana ha, e ha dentro tutte quelle energie e quelle risorse che oggi stiamo cercando nei posti sbagliati.

Cristina: Grazie Riccarda. Saper osservare e riflettere, valutare obiettivi e prendere decisioni, migliorarsi, adattarsi, e giocare, rende tutto più facile. Occhio al futuro!

In onda il 21-3-2020

Neorurale Hub

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Neorurale Hub è immerso in 500 ettari rinaturalizzati nella Pianura Padana, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, e la biodiversità è tornata a fiorire. Questo polo innovativo offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. Un esempio di efficienza e di economia circolare.

Cristina: Siamo immersi in 500 ettari rinaturalizzati a due passi da Milano, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, la biodiversità è tornata a fiorire. Nel 1996 questo terreno era così. Rigenerandosi, la natura ha ispirato la creazione di questo polo innovativo, che offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. E così si ottimizza l’uso di tutte le risorse, si producono cibo, energia e tanto altro. Un esempio di efficienza e di economia circolare. L’insieme di tutte le attività che che avvengono in questo polo adempiono a dodici dei 17 SDG – gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU – e precisamente 2, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 15, 17.
Luca dammi qualche esempio pratico di quello che avete imparato ripristinando quest’area.

Luca Pilenga: L’esempio più concreto della collaborazione uomo natura lo abbiamo e troviamo in queste barriere di ecosistemi dove rigeneriamo la natura per permetterle di creare biodiversità, che è quell’arma che abbiamo contro i parassiti che ci permette di abolire l’uso di insetticidi. Li abbiamo aboliti già dodici anni fa. Quest’acqua delle barriere che sgorga naturalmente ad una temperatura costante durante tutto l’anno la utilizziamo come scambio termico durante la climatizzazione degli edifici dove viene fatta la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione.

Cristina: Le tecnologie invece come le state usando?

Luca Pilenga: La tecnologia è il fattore abilitante che ci permette di condurre delle ricerche capaci, attraverso i dati di sensori locali presi anche da satelliti o da droni in alcuni casi, di sviluppare una ricerca capace di concentrare i principi attivi. Per esempio questa Erba Officinale che abbiamo reperito in giro per il mondo e che qui siamo riusciti a concentrare del 400% rispetto alle concentrazioni normali e senza contaminanti.

Cristina: Una pianta che cresce in un terreno sano e nelle condizioni migliori da i frutti migliori.

Luca Pilenga: Esattamente, grazie alla tecnologia riusciamo a capire quali meccanismi ci aiutano a raggiungere l’obiettivo, in questo caso una maggiore concentrazione, in altri casi il minor consumo di risorse. Qui nella struttura alle mie spalle collaborano oramai 20 tra startup, aziende e scuole per costruire la sostenibilità del settore agroalimentare.

Cristina: Osservare e imitare la natura è la nostra migliore scommessa. Occhio al futuro!

In onda il 7-3-2020

Alisea

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Susanna Martucci Fortuna, fondatrice di Alisea, ha trasformato un momento di crisi in opportunità. Ha creato una filiera di professionisti tutti italiani – da ingegneri a designer e artigiani evoluti, per dare una vita dignitosa a scarti industriali.

Cristina: Oggi vi raccontiamo il lavoro di una donna che ha trasformato una crisi in opportunità. Stava perdendo il l’azienda, e interrogandosi sul da farsi, le tornò in mente una conversazione sentita sul riciclo e si chiese come poter dare una vita dignitosa a scarti industriali, che nel suo distretto di Vicenza abbondano. Per dare concretezza alla sua idea, mise insieme una filiera tutta italiana di ingegneri, designer e artigiani evoluti. Andiamo a conoscerla e a scoprire che cosa fa. Buongiorno Susanna, raccontaci cosa abbiamo davanti.

Susanna Martucci: Qua si parla di grafite da noi, questi sono elettrodi in grafite e lo scarto inevitabile della produzione degli elettrodi di grafite è questa polvere, che viene recuperata dagli impianti di aerazione delle fabbriche. Noi recuperiamo questa polvere e abbiamo creato un nuovo materiale. Questo è un granulo che è fatto con l’80% di questo scarto. Questo nuovo materiale, che viene da economia circolare, ci ha dato accesso ad un processo produttivo innovativo per la produzione di una matita, che non usa legno e non usa colla per quanto riguardo l’aggancio della gomma, ma soprattutto chi la usa consuma 15 grammi di polvere di grafite, portandole via dalla discarica. Solo con lei, risparmiamo 60.000 alberi all’anno, perché molti magari non pensano che il legno delle matite tradizionali non è altro che packaging della grafite che è fragile e sporca le mani.

Cristina: Con la grafite hai fatto altro?

Susanna Martucci: Si chiaramente ci siamo innamorati di questo materiale che in questo altro caso partiamo sempre da polvere di grafite ma viene bagnato con l’acqua. Questo ci ha dato accesso ad un nuovo processo produttivo per la tintura dei tessuti. I ragazzi riescono a tingere vari materiali, la lana, denim, seta o il cotone organico ma in maniera totalmente atossica. Adesso vi porto nel mondo che parla di plastica riciclata, tante cose si possono fare: righelli per la scuola, custodie per i vinili, che vengono tutte da bottiglie post-consumo quindi da raccolta differenziata.

Cristina: Vedete quanto nasce da fantasia e determinazione? Questi puzzle per bambini sono recuperati da uno stand fieristico, così queste borse. Non abbiamo il tempo di raccontarvelo ma questo è sempre grafite e sughero riciclato. Questi sono sacchi di caffè trasformati insieme anche a sfridi della produzione del pellame. Pensate che l’attività di Susanna adempie a ben 6 dei 17 SDG, gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare il 8, 9, 10, 12, 15, e 17. Occhio al futuro!

In onda il 29-2-2020

Cooperativa Zerografica

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Zerografica è una delle 12 cooperative che offrono formazione e lavoro ai detenuti del carcere di Bollate. Avviarsi ad un mestiere aiuta a spendere in modo costruttivo il tempo dentro e prepara donne e uomini ad una vita responsabile e dignitosa. Zerografica nasce dal coraggio di credere, di dare fiducia e di saperla raccogliere. È un esempio di riscatto e di collaborazione, di servizio e di reinserimento.

Cristina: Siamo al Consorzio Viale dei Mille che vende prodotti realizzati nelle carceri e ospita anche gli uffici della Cooperativa Zerografica, una delle 12 cooperative che offrono formazione e lavoro ai detenuti nel carcere di Bollate. Avviarsi ad un mestiere aiuta a spendere in modo costruttivo il tempo dentro e prepara donne e uomini ad una vita responsabile e dignitosa. Grazie Gualtiero per averci invitato a scoprire questa importante realtà.  Ci racconti della tua esperienza?

Gualtiero Leoni: Sono arrivato nel carcere di Bollate nel 2009, dato che a Bollate c’è un metodo diverso degli altri carceri, Bollate ti da la possibilità di poterti ricostruire. Da la possibilità alla persona di essere al centro delle attività che ci sono in Bollate. Da la possibilità di ricominciare a sognare alle persone.

Cristina: E allena ad un mestiere..

Gualtiero Leoni: Si ti da la possibilità di prepararsi a vari corsi di formazione, corsi lavorativi.

Cristina: E adesso tu percepisci uno stipendio?

Gualtiero Leoni: Con la Cooperativa Zerografica io e miei compagni riusciamo a ritagliarci degli stipendi per poter vivere, per poter cominciare a vivere in società e potersi mantenere. È importante, riesci a credere in te stesso, riesci a dare un valore anche a quello che stai facendo.

Cristina: Che bello. Raccontaci che cosa fate qua, cosa fanno questi ragazzi?

Gualtiero Leoni: Zerografica si occupa innanzitutto di tipografia e di stampe all’interno del carcere e cancelleria per i detenuti. In più fa un servizio informatico per i detenuti del carcere di Bollate, San Vittore, Bergamo, Cremona, Torino e Monza. Ossia, spediamo le email dei vari detenuti dall’interno del carcere, diamo la possibilità alle persone ristrette di potersi sentire più vicine alla famiglia e in poco tempo. In carcere la cosa brutta è quando ci si sente da soli, abbandonati.

Cristina: Quindi come funziona?

Gualtiero Leoni: Le persone detenute ristrette scrivono su un cartaceo, che viene ritirato la mattina da una persona per l’uscita e portarle fuori qui in Viale dei Mille in consorzio. Vengono selezionate, scannerizzate, spedite. Una volta scannerizzate vengono distrutte perché la privacy è importante. Al pomeriggio si prendono le risposte, si riportano in carcere per la riconsegna del mattino successivo. Oltretutto perché Bollate ha un metodo meritocratico insomma, uno se lo deve meritare con i vari corsi e i vari programmi.

Cristina: I risultati del metodo Bollate sono entusiasmanti, 17% di recidiva, contro 74% della media nazionale. I 1.200 detenuti possono imparare mestieri in ambiti diversi. Secondo un patto reciproco tra istituto di detenzione e detenuti: che il tempo speso in carcere sia una correzione di percorso, verso la libertà. Un esempio da seguire, che adempie agli SDG 8, 10 e 16. Occhio al futuro!

In onda il 22-2-2020

Econyl, il filato di nylon rigenerato

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L’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo questo impatto da negativo a positivo: Aquafil, con il suo filato Econyl, produce fibre da rifiuti scarti e nuovi materiali attraverso azioni concrete di rispetto per l’economia la società e l’ambiente, lungo tutta la filiera.

Cristina: Sappiamo che l’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo l’impatto da negativo a positivo producendo fibre tessili da scarti, rifiuti e nuovi materiali. In quest’azienda le fabbriche sono alimentate al 100% da energie rinnovabili, si usa acqua a ciclo chiuso in ogni fase di lavorazione. Sono stati avviati protocolli ambientali lungo tutta la filiera, e attivati progetti educativi in azienda per i dipendenti e nelle scuole. Si fa ricerca su nuovi materiali da biomassa, ogni anno si riducono le emissioni di gas serra, si promuovono programmi per la tutela dei mari e per tutti i prodotti si fa l’analisi del ciclo di vita. Queste azioni, nel loro insieme, adempiono alle indicazioni di ben 8 dei 17 SDG – gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU! Per ogni 10.000 tonnellate di materia prima da processo di riciclo si risparmiano 70.000 barili di petrolio e l’equivalente di 57.100 tonnellate di CO2.
Oggi vi mostriamo come vengono trasformate le reti da pesca, insieme ad altri rifiuti di nylon. Nel 2018 sono stati recuperati 78 tonnellate da ONG che operano in tutta Europa. Una volta pulite, le reti vengono trasformate chimicamente, poi il liquido diventa polimero, e il polimero si trasforma in filo. Il risultato è che sempre più filati derivano da un processo di rigenerazione. Per diventare tappeti, occhiali, borse, abiti, costumi da bagno.
Dottor Bonazzi, si può immaginare di rispondere alla richiesta di mercato di nylon solo con materiali di recupero e di riciclo?

Giulio Bonazzi: No, purtroppo no, neanche si potesse recuperare tutto il nylon, non sarebbe mai sufficiente per garantire le necessità future. Oltre a ciò è importante capire che riciclare ha un suo impatto ambientale, noi cerchiamo di farlo al meglio, ma è importante capire come si ricicla e come ridurre al massimo l’impatto durante il ciclo.

Cristina: Che cosa significa per lei innovare? Come cittadino e come imprenditore?

Giulio Bonazzi: Innovare per me significa smettere qualcosa di vecchio per fare qualcosa di nuovo. Ad esempio bisogna ricordarsi che prima di riciclare bisogna ridurre le materie prime, riusare e poi riciclare.

Cristina: Avete già pronta una nuova famiglia di materiali?

Giulio Bonazzi: Si l’abbiamo, vogliamo produrre il nylon da fonti rinnovabili ossia da biomasse, anzi abbiamo già prodotto i primi chili.

Cristina: Che differenza c’è tra il filo derivato dal petrolio, da riciclo e da biomassa?

Giulio Bonazzi: Nessuna, i tre prodotti sono perfettamente identici ma fa una grande differenza per l’ambiente. È un bell’esempio di economia circolare.

Cristina: Grazie Dottor Bonazzi. Occhio al futuro!

In onda il 18-1-2020

Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

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Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019

RI-generation, elettrodomestici circolari

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L’Italia nel 2017 ha raggiunto un tasso di ritorno complessivo dei RAEE del 41,19%, un risultato che dovrà essere incrementato per raggiungere il target europeo pari al 65% della media dell’immesso del triennio precedente entro il 2019. Gli elettrodomestici oramai sono fatti per essere sostituiti e non per durare, il progetto RI-generation è un esempio di economia circolare

Cristina: La maggior parte delle cose che usiamo nasce da un modello di economia lineare, ossia è fatto per essere sostituito e non per durare. Questo genera sprechi ed inquinamento e sappiamo che così non si può continuare. Mimando la natura dove tutto si rigenera e ricordando il buonsenso dei nostri nonni, nasce l’economia circolare, che oggi vi raccontiamo attraverso la storia di una lavatrice.

Riccardo Bertolino: Noi intercettiamo i grandi elettrodomestici: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e cucine che vengono rottamati. Hanno un grandissimo valore ancora, classi energetiche dalla classe A o superiori e non vi immaginate il valore che questi prodotti hanno ancora perché il vostro credere comune è che quando la lavatrice si rompe non conviene più ripararla.

Cristina: Quindi hanno superato la garanzia ma hanno meno di 5-7 anni.

Riccardo Bertolino: Esatto. Noi comunque rigeneriamo un prodotto di classe energetica ancora attuale ai giorni nostri.

Cristina: Come funziona il processo?

Riccardo Bertolino: Noi abbiamo creato delle collaborazioni con i logistici che lavorano per conto della grande distribuzione e consegnano a casa vostra il prodotto nuovo, a costo zero ritirano il prodotto vecchio. Prima che venga buttato dentro ai cassoni per essere triturati, noi li selezioniamo valutando appunto la classe energetica, marca e modello. L’elettrodomestico viene portato nei nostri laboratori per una rigenerazione che non è una semplice riparazione, ma è anche sostituzione dei componenti usurati e un processo di sanificazione e un intervento di pulizia estetica del prodotto.

Cristina: Alla fine quanto costerà questo elettrodomestico?

Riccardo Bertolino: Lo rivendiamo con una garanzia di un anno, a prezzo meno della metà del nuovo. Il prodotto venduto ha anche degli upgrade, sistemi anti-allagamento, anti calcare e volendo facciamo anche una personalizzazione grafica per il cliente dietro richiesta. Questo consente da un rifiuto, avere un prodotto quasi come fosse un pezzo unico.

Cristina: Non rigenerate solo gli elettrodomestici ma anche le esperienze e il sapere delle persone che lavorano qui.

Riccardo Bertolino: L’Italia è stata la culla produttiva degli elettrodomestici ma molte aziende hanno delocalizzato all’estero, le persone rimangono con forti competenze tecniche che noi usiamo.

Cristina: Grazie Riccardo. Questi prodotti rigenerati si trovano online, purtroppo però con l’IVA al 22%, in Svezia si paga l’IVA al 10% per i prodotti rigenerati e speriamo che questo succeda molto presto anche in Italia. Occhio al futuro

In onda 26-1-2019

Foxwin, la piattaforma delle idee

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Foxwin è una piattaforma nata per dare valore alle idee. I dipendenti possono partecipare a bandi all’interno della propria azienda, facilitando la condivisione e sviluppo di creatività e ingegno.

Cristina: Avere buone idee per migliorare la propria attività o organizzazione è una prerogativa di tutti, ma come organizzarle ed implementarle è un’altra questione. Filippo, voi come fate?

Filippo Causero: Che cosa deve fare una persona in azienda se vuole realizzare la propria idea innovativa, magari cambiare anche il processo. Deve parlare con il suo responsabile, e il suo responsabile deve parlare con un dirigente. Molte volte però questo processo di approvazione si blocca sempre da qualche parte, quindi abbiamo creato un’applicazione, un software, per le aziende medio-grandi per raccogliere tutte le idee innovative, suggerimenti sui nuovi prodotti da condividere all’interno dell’azienda. Così che tutti quanti possano votare le idee dei colleghi ed aiutare a migliorare.  Poi saranno i dirigenti che sceglieranno le idee migliori da realizzare. L’idea è nata in una multinazionale italiana dove abbiamo creato questo concorso delle idee e devo dire che in otto mesi abbiamo risparmiato quasi 3 milioni di euro.

Cristina: Trovate che i collaboratori e dipendenti esprimano le loro idee più facilmente anonimamente o identificandosi?

Filippo Causero: Soltanto le idee che verranno realizzate e quindi che si trasformeranno in progetti concreti, solo in quel caso il nome dell’autore diventerà visibile.

Cristina: Cosa c’è di diverso rispetto alla classica scatola dei commenti?

Filippo Causero: La scatola dei suggerimenti ha più di cento anni, e ci sono alcune aziende che sono riuscite a fare un grande successo con questa scatola. Abbiamo trasformato la scatola in uno strumento, un software innovativo, che aiuta la collaborazione interna dell’azienda. Snellisce tutto il processo dalla raccolta dell’idea alla sua realizzazione. Con il software si possono fare due cose principalmente: o un processo di miglioramento continuo secondo degli obbiettivi, come la riduzione di costi, oppure si possono proporre delle sfide con dei problemi da risolvere e in breve ottenere moltissime soluzioni al problema.

Cristina: Questo tipo di servizio che costi ha?

Filippo Causero: Il service è come un software, quindi un CAD mensile o annuale in base alla dimensione dell’azienda però adesso c’è anche un incentivo economico che è legato al coinvolgimento paritetico dei lavoratori che abbatte quasi del tutto i costi della piattaforma. Noi puntiamo sul fatto che l’80% delle persone sia insoddisfatta del proprio lavoro, vogliamo aiutare le organizzazioni, aiutare le persone ad indirizzare le proprie idee. Perché se uno usa la propria determinazione, creatività, riesce a migliorare la propria azienda e si sente più partecipe. Quindi è più coinvolto ed è anche più felice di andare al lavoro.

Cristina: Opportunità come queste sono preziose per far circolare le buone idee.

In onda 12-1-2019

Chi è un hacker “etico”?

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Nei prossimi anni saranno circa 3 milioni i posti di lavoro legati alla sicurezza informatica. Il Prof. Camil Demetrescu, docente alla Sapienza di Roma, spiega l’importanza del percorso che fanno i suoi studenti. Cercando falle nei sistemi per poterli rattoppare e rendere sicuri, diventano hacker di tipo “etico”.

Cristina: Siamo a Roma, all’Università La Sapienza facoltà di Ingegneria, per raccontarvi di come i nostri ragazzi ben formati e ben motivati possono avere un ruolo chiave per proteggere i nostri sistemi informatici. Perché è così importante il percorso che fate qui?

Prof. Camil Demetrescu: Perché siamo sotto attacco, come cittadini, come governi e come aziende. Un rapporto della Polizia Postale parla di oltre 30.000 attacchi alle infrastrutture critiche di cui oltre 1.000 sono andati a buon fine nell’arco di un anno. Il costo di cui stiamo parlando è un costo che per le aziende di grandi dimensioni ha una media in Italia di 7 milioni di dollari all’anno dovuto agli attacchi informatici. Un costo che sta aumentando, per esempio tra il 2013 e il 2017 è aumentato del 22%.

Cristina: Questi ragazzi in che modo diventano angeli custodi dei nostri sistemi?

Prof. Camil Demetrescu: Innanzitutto facendo un percorso di formazione in cui imparano le basi della sicurezza informatica e iniziano con un testi di ammissione in cui chiediamo di avere essenzialmente capacità logiche, capacità di programmazione ed entrano in un percorso di  4 mesi che li porta ad imparare tutte le tecniche di difesa e come mettersi nella testa dell’attaccante informatico.

Cristina: Qualche esempio di come lavorano per identificare le falle nel sistema?

Prof. Camil Demetrescu: Ci accorgiamo di un hacker spesso dai piccoli dettagli, quelli che fuggono ai più ma che in realtà con un’esame attento possono indicarci il problema. La presenza di un file nascosto,  sulla barra del browser ci sono scritte delle cose che non sono esattamente quelle che vogliamo. Una delle attività che abbiamo fatto proprio in questa sala dove siamo oggi è quella di dissezionare questo oggetto e comprendere in che modo funzionasse, quindi l’obbiettivo principale è quello di comprendere il più presto possibile il funzionamento per capire se c’è un’interruttore per spegnerlo. Questo è l’addestramento che noi facciamo, culmina con la partecipazione dei migliori di questo percorso alla squadra nazionale italiana, che l’anno scorso ha partecipato per la prima volta in Europa, prendendo il terzo posto. È stata una grande soddisfazione che dimostra anche il talento dei nostri giovani.

Cristina: Quali sono le opportunità di lavoro nel prossimo futuro per chi ha questi talenti?

Prof. Camil Demetrescu: La stima è di oltre 3 milioni di posti di lavoro che bisognerà colmare con competenze con sicurezza informatica nei prossimi quattro o cinque anni.

Cristina: Ragazzi, arruolatevi! Appassionatevi a questo perché è un ruolo fondamentale nella società di oggi e di domani.

In onda 24-11-2019

Turatti e l’industria 4.0

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Alessandro Turatti, CEO di Turatti Group, ci racconta come la sua azienda storica di famiglia possa avanzare nell’industria 4.0, valorizzando le sinergie tra uomo e macchinario.

Da quattro generazioni, il Gruppo Turatti opera nel settore alimentare, accumulando un’esperienza di 150 anni, a partire dalla fondazione a Cavarzere, in Veneto, nel 1869. Dalla costruzione di macchinari per l’agricoltura, all’industria conserviera, dal settore dei surgelati a quello dei ready-meals e quarta gamma.

Cristina: L’italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa, è un settore che sta cambiando molto rapidamente. Oggi siamo in un’azienda che sta cavalcando questa trasformazione. Lei rappresenta la quinta generazione di un’impresa familiare che da un piccolo paese nel Veneto, è entrata nel mondo. In che modo?

Alessandro Turatti: Siamo partiti da Cavarzere in provincia di Venezia e abbiamo conquistato il mondo, siamo diventati leader nella costruzione di macchinari e impianti per l’industria alimentare, con tutta una serie di innovazioni che vanno da una serie di tecnologie, destinate soprattutto all’alimentare, in particolare nel settore del ready meal e della quarta gamma come viene chiamata in italia.

Cristina: Ready meal che sono i cibi pronti. Quali sono le tecnologie?

Alessandro Turatti: Sono tecnologie che permettono di preservare la qualità degli alimenti e permettono di avere un alto livello di automazione perche l’automazione si coniuga molto bene con la sicurezza alimentare, permettendo anche di avere una maggior resa. Questo mi permette di parlare di industria 4.0. Siamo arrivati in una nuova fase industriale nella quale i vari componenti, i vari macchinari dialogano tra di loro e questo offre l’opportunità di migliorare la resa e tutta una serie di parametri. Comporta però anche delle sfide diverse in termini di industria manifatturiera.

Cristina: E la componente umana che ruolo gioca?

Alessandro Turatti: È assolutamente fondamentale. Noi abbiamo investito molto in termini di formazione, abbiamo tecnici che girano per il mondo e si trovano ad affrontare delle sfide molto importanti in quanto i macchinari d’oggi dialogano tra di loro e necessitano di alcune specializzazioni di conoscenze informatiche, anche blockchain e intelligenza artificiale. Pertanto noi pensiamo che l’uomo sia sempre al centro di questo progetto dell’industria 4.0

Cristina: La quarta rivoluzione industriale o l’industria 4.0 significa nella realtà creare sinergie tra le migliori opportunità che le tecnologie possono offrire e il talento umano. Occhio al futuro

In onda 10-11-2018