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RI-generation, elettrodomestici circolari

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L’Italia nel 2017 ha raggiunto un tasso di ritorno complessivo dei RAEE del 41,19%, un risultato che dovrà essere incrementato per raggiungere il target europeo pari al 65% della media dell’immesso del triennio precedente entro il 2019. Gli elettrodomestici oramai sono fatti per essere sostituiti e non per durare, il progetto RI-generation è un esempio di economia circolare

Cristina: La maggior parte delle cose che usiamo nasce da un modello di economia lineare, ossia è fatto per essere sostituito e non per durare. Questo genera sprechi ed inquinamento e sappiamo che così non si può continuare. Mimando la natura dove tutto si rigenera e ricordando il buonsenso dei nostri nonni, nasce l’economia circolare, che oggi vi raccontiamo attraverso la storia di una lavatrice.

Riccardo Bertolino: Noi intercettiamo i grandi elettrodomestici: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e cucine che vengono rottamati. Hanno un grandissimo valore ancora, classi energetiche dalla classe A o superiori e non vi immaginate il valore che questi prodotti hanno ancora perché il vostro credere comune è che quando la lavatrice si rompe non conviene più ripararla.

Cristina: Quindi hanno superato la garanzia ma hanno meno di 5-7 anni.

Riccardo Bertolino: Esatto. Noi comunque rigeneriamo un prodotto di classe energetica ancora attuale ai giorni nostri.

Cristina: Come funziona il processo?

Riccardo Bertolino: Noi abbiamo creato delle collaborazioni con i logistici che lavorano per conto della grande distribuzione e consegnano a casa vostra il prodotto nuovo, a costo zero ritirano il prodotto vecchio. Prima che venga buttato dentro ai cassoni per essere triturati, noi li selezioniamo valutando appunto la classe energetica, marca e modello. L’elettrodomestico viene portato nei nostri laboratori per una rigenerazione che non è una semplice riparazione, ma è anche sostituzione dei componenti usurati e un processo di sanificazione e un intervento di pulizia estetica del prodotto.

Cristina: Alla fine quanto costerà questo elettrodomestico?

Riccardo Bertolino: Lo rivendiamo con una garanzia di un anno, a prezzo meno della metà del nuovo. Il prodotto venduto ha anche degli upgrade, sistemi anti-allagamento, anti calcare e volendo facciamo anche una personalizzazione grafica per il cliente dietro richiesta. Questo consente da un rifiuto, avere un prodotto quasi come fosse un pezzo unico.

Cristina: Non rigenerate solo gli elettrodomestici ma anche le esperienze e il sapere delle persone che lavorano qui.

Riccardo Bertolino: L’Italia è stata la culla produttiva degli elettrodomestici ma molte aziende hanno delocalizzato all’estero, le persone rimangono con forti competenze tecniche che noi usiamo.

Cristina: Grazie Riccardo. Questi prodotti rigenerati si trovano online, purtroppo però con l’IVA al 22%, in Svezia si paga l’IVA al 10% per i prodotti rigenerati e speriamo che questo succeda molto presto anche in Italia. Occhio al futuro

In onda 26-1-2019

Foxwin, la piattaforma delle idee

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Foxwin è una piattaforma nata per dare valore alle idee. I dipendenti possono partecipare a bandi all’interno della propria azienda, facilitando la condivisione e sviluppo di creatività e ingegno.

Cristina: Avere buone idee per migliorare la propria attività o organizzazione è una prerogativa di tutti, ma come organizzarle ed implementarle è un’altra questione. Filippo, voi come fate?

Filippo Causero: Che cosa deve fare una persona in azienda se vuole realizzare la propria idea innovativa, magari cambiare anche il processo. Deve parlare con il suo responsabile, e il suo responsabile deve parlare con un dirigente. Molte volte però questo processo di approvazione si blocca sempre da qualche parte, quindi abbiamo creato un’applicazione, un software, per le aziende medio-grandi per raccogliere tutte le idee innovative, suggerimenti sui nuovi prodotti da condividere all’interno dell’azienda. Così che tutti quanti possano votare le idee dei colleghi ed aiutare a migliorare.  Poi saranno i dirigenti che sceglieranno le idee migliori da realizzare. L’idea è nata in una multinazionale italiana dove abbiamo creato questo concorso delle idee e devo dire che in otto mesi abbiamo risparmiato quasi 3 milioni di euro.

Cristina: Trovate che i collaboratori e dipendenti esprimano le loro idee più facilmente anonimamente o identificandosi?

Filippo Causero: Soltanto le idee che verranno realizzate e quindi che si trasformeranno in progetti concreti, solo in quel caso il nome dell’autore diventerà visibile.

Cristina: Cosa c’è di diverso rispetto alla classica scatola dei commenti?

Filippo Causero: La scatola dei suggerimenti ha più di cento anni, e ci sono alcune aziende che sono riuscite a fare un grande successo con questa scatola. Abbiamo trasformato la scatola in uno strumento, un software innovativo, che aiuta la collaborazione interna dell’azienda. Snellisce tutto il processo dalla raccolta dell’idea alla sua realizzazione. Con il software si possono fare due cose principalmente: o un processo di miglioramento continuo secondo degli obbiettivi, come la riduzione di costi, oppure si possono proporre delle sfide con dei problemi da risolvere e in breve ottenere moltissime soluzioni al problema.

Cristina: Questo tipo di servizio che costi ha?

Filippo Causero: Il service è come un software, quindi un CAD mensile o annuale in base alla dimensione dell’azienda però adesso c’è anche un incentivo economico che è legato al coinvolgimento paritetico dei lavoratori che abbatte quasi del tutto i costi della piattaforma. Noi puntiamo sul fatto che l’80% delle persone sia insoddisfatta del proprio lavoro, vogliamo aiutare le organizzazioni, aiutare le persone ad indirizzare le proprie idee. Perché se uno usa la propria determinazione, creatività, riesce a migliorare la propria azienda e si sente più partecipe. Quindi è più coinvolto ed è anche più felice di andare al lavoro.

Cristina: Opportunità come queste sono preziose per far circolare le buone idee.

In onda 12-1-2019

Chi è un hacker “etico”?

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Nei prossimi anni saranno circa 3 milioni i posti di lavoro legati alla sicurezza informatica. Il Prof. Camil Demetrescu, docente alla Sapienza di Roma, spiega l’importanza del percorso che fanno i suoi studenti. Cercando falle nei sistemi per poterli rattoppare e rendere sicuri, diventano hacker di tipo “etico”.

Cristina: Siamo a Roma, all’Università La Sapienza facoltà di Ingegneria, per raccontarvi di come i nostri ragazzi ben formati e ben motivati possono avere un ruolo chiave per proteggere i nostri sistemi informatici. Perché è così importante il percorso che fate qui?

Prof. Camil Demetrescu: Perché siamo sotto attacco, come cittadini, come governi e come aziende. Un rapporto della Polizia Postale parla di oltre 30.000 attacchi alle infrastrutture critiche di cui oltre 1.000 sono andati a buon fine nell’arco di un anno. Il costo di cui stiamo parlando è un costo che per le aziende di grandi dimensioni ha una media in Italia di 7 milioni di dollari all’anno dovuto agli attacchi informatici. Un costo che sta aumentando, per esempio tra il 2013 e il 2017 è aumentato del 22%.

Cristina: Questi ragazzi in che modo diventano angeli custodi dei nostri sistemi?

Prof. Camil Demetrescu: Innanzitutto facendo un percorso di formazione in cui imparano le basi della sicurezza informatica e iniziano con un testi di ammissione in cui chiediamo di avere essenzialmente capacità logiche, capacità di programmazione ed entrano in un percorso di  4 mesi che li porta ad imparare tutte le tecniche di difesa e come mettersi nella testa dell’attaccante informatico.

Cristina: Qualche esempio di come lavorano per identificare le falle nel sistema?

Prof. Camil Demetrescu: Ci accorgiamo di un hacker spesso dai piccoli dettagli, quelli che fuggono ai più ma che in realtà con un’esame attento possono indicarci il problema. La presenza di un file nascosto,  sulla barra del browser ci sono scritte delle cose che non sono esattamente quelle che vogliamo. Una delle attività che abbiamo fatto proprio in questa sala dove siamo oggi è quella di dissezionare questo oggetto e comprendere in che modo funzionasse, quindi l’obbiettivo principale è quello di comprendere il più presto possibile il funzionamento per capire se c’è un’interruttore per spegnerlo. Questo è l’addestramento che noi facciamo, culmina con la partecipazione dei migliori di questo percorso alla squadra nazionale italiana, che l’anno scorso ha partecipato per la prima volta in Europa, prendendo il terzo posto. È stata una grande soddisfazione che dimostra anche il talento dei nostri giovani.

Cristina: Quali sono le opportunità di lavoro nel prossimo futuro per chi ha questi talenti?

Prof. Camil Demetrescu: La stima è di oltre 3 milioni di posti di lavoro che bisognerà colmare con competenze con sicurezza informatica nei prossimi quattro o cinque anni.

Cristina: Ragazzi, arruolatevi! Appassionatevi a questo perché è un ruolo fondamentale nella società di oggi e di domani.

In onda 24-11-2019

Turatti e l’industria 4.0

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Alessandro Turatti, CEO di Turatti Group, ci racconta come la sua azienda storica di famiglia possa avanzare nell’industria 4.0, valorizzando le sinergie tra uomo e macchinario.

Da quattro generazioni, il Gruppo Turatti opera nel settore alimentare, accumulando un’esperienza di 150 anni, a partire dalla fondazione a Cavarzere, in Veneto, nel 1869. Dalla costruzione di macchinari per l’agricoltura, all’industria conserviera, dal settore dei surgelati a quello dei ready-meals e quarta gamma.

Cristina: L’italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa, è un settore che sta cambiando molto rapidamente. Oggi siamo in un’azienda che sta cavalcando questa trasformazione. Lei rappresenta la quinta generazione di un’impresa familiare che da un piccolo paese nel Veneto, è entrata nel mondo. In che modo?

Alessandro Turatti: Siamo partiti da Cavarzere in provincia di Venezia e abbiamo conquistato il mondo, siamo diventati leader nella costruzione di macchinari e impianti per l’industria alimentare, con tutta una serie di innovazioni che vanno da una serie di tecnologie, destinate soprattutto all’alimentare, in particolare nel settore del ready meal e della quarta gamma come viene chiamata in italia.

Cristina: Ready meal che sono i cibi pronti. Quali sono le tecnologie?

Alessandro Turatti: Sono tecnologie che permettono di preservare la qualità degli alimenti e permettono di avere un alto livello di automazione perche l’automazione si coniuga molto bene con la sicurezza alimentare, permettendo anche di avere una maggior resa. Questo mi permette di parlare di industria 4.0. Siamo arrivati in una nuova fase industriale nella quale i vari componenti, i vari macchinari dialogano tra di loro e questo offre l’opportunità di migliorare la resa e tutta una serie di parametri. Comporta però anche delle sfide diverse in termini di industria manifatturiera.

Cristina: E la componente umana che ruolo gioca?

Alessandro Turatti: È assolutamente fondamentale. Noi abbiamo investito molto in termini di formazione, abbiamo tecnici che girano per il mondo e si trovano ad affrontare delle sfide molto importanti in quanto i macchinari d’oggi dialogano tra di loro e necessitano di alcune specializzazioni di conoscenze informatiche, anche blockchain e intelligenza artificiale. Pertanto noi pensiamo che l’uomo sia sempre al centro di questo progetto dell’industria 4.0

Cristina: La quarta rivoluzione industriale o l’industria 4.0 significa nella realtà creare sinergie tra le migliori opportunità che le tecnologie possono offrire e il talento umano. Occhio al futuro

In onda 10-11-2018

La filiera alimentare su blockchain

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Fondata nel 2014 da Massimo Morbiato e ospitata nel Galileo Visionary District, incubatore dell’università di Padova, la start up padovana EZlab ha sviluppato AgriOpendata, la prima applicazione al mondo che utilizza la tecnologia blockchain per la tracciabilità alimentare. Proprio grazie a questa innovazione nell’aprile 2017 è risultata l’unica startup italiana selezionata, assieme ad altre 9 provenienti da tutto il mondo, da Thrive, acceleratore di riferimento a livello mondiale per il settore dell’agrifood, con sede a Salinas (California). A seguito di quest’esperienza, Ez Lab ha aperto una sede a San Francisco, con l’obiettivo di proporre l’applicazione anche nel mercato statunitense.

Cristina: È consuetudine ormai chiedersi ciò che consumiamo da dove arriva, che viaggio fa e dove va a finire. Però dobbiamo contare sulla buona parola o sulla reputazione di un produttore. Oggi ci sono modi nuovi per avere delle sicurezze in più. Buongiorno Massimo, voi che cosa ci raccontate della filiera di ciò che noi consumiamo?

Massimo Morbiato: Partiamo da quando l’azienda agricola decide cosa produrre, quanto produrre e dove produrre. Seguiamo con il massimo delle tecnologie, quindi applichiamo droni, sonde nel terreno, sonde meteo, dati statistici, open data che prendiamo anche dai vari sistemi del ministero, li integriamo e gestiamo tutte le informazioni che arrivano dal campo. Dalla trasformazione del prodotto, fino al consumatore finale. Sappiamo quanti fitofarmaci sono stati usati, disciplina di produzione – se sono biologici, ma il problema più grande è una volta che il prodotto viene consegnato c’è tutta una lunghissima trafila che passa dalla trasformazione e il trasporto, per calcolare quanta CO2, quanto vero impatto ambientale di un prodotto agricolo in tutte le sue fasi. Capire quanto incide e mantenere e verificare la qualità che deve rimanere inalterata fino alla nostra tavola.

Cristina: Come riconosco i prodotti che sono stati tracciati in questa maniera?

Massimo Morbiato: Ogni prodotto o confezione ha un’etichetta, un QR code o un tag, e con il proprio smartphone o i nuovi banchi frigo che abbiamo visto nell’ultimo EXPO, c’è la possibilità di prendere in mano un prodotto, di inquadrarlo e lui riconoscendo il prodotto mi sa dire chi è, da dove arriva, quanta strada ha fatto, e se è un prodotto biologico o no.

Cristina: E nel QR code stanno anche informazioni sulle condizioni di vita di chi lavora in tutta questa filiera?

Massimo Morbiato: Si, per alcune aziende noi andiamo a certificare anche le condizioni di vita dei lavoratori, la paga minima e dove viene fatto.

Cristina: Se sono un produttore quindi come faccio ad attivare questo processo?

Massimo Morbiato: È molto semplice, lo applichiamo sia con aziende che sono a conduzione familiare – papà, mamma e figli – sia multinazionali. In sostanza noi acquisiamo delle informazioni che loro devono comunque avere per legge, sia in maniera semplice e manuale, sia attraverso sonde, droni, dati automatici e applicazioni telematiche. Li mettiamo in ordine, li certifichiamo e li rappresentiamo. Questo è il focus dell’applicazione, noi praticamente una volta che l’applicazione funziona, non si vede, è trasparente, quindi non incide per quanto riguarda il lavoro quotidiano delle aziende agricole.

Cristina: Grazie Massimo. Chi non coltiverà cibo in casa, lo vorrà acquistare sempre in questo modo, perché la trasparenza è necessaria. Occhio al futuro

In onda 3-11-2018

Blockchain con Cristina Pozzi

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Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo e fondatrice di Impactscool, ci parla della tecnologia blockchain.

Cristina: Le tecnologie evolvono così rapidamente che a volte fatichiamo a comprenderne i significati, a partire dal nome. Cristina tu ti occupi di formazione, come spieghi ai tuoi alunni che hanno età molto diverse, e provenienze molto diverse, che cos`è e a che cosa serve la blockchain?

Cristina Pozzi: Serve a tantissime cose, ad esempio anche contratti per passaggi di proprietà. Proviamo ad immaginare di voler vendere un’auto, questo si può fare già tra privati ma ci sono diverse istituzioni tra certificazioni, archivi dove l’informazione del passaggio di proprietà deve essere registrata, ci vogliono anche diversi giorni per avere tutte le carte sistemate e in ordine. Se io potessi farlo attraverso un sistema basato su blockchain, questa informazione verrebbe registrata automaticamente in modo istantaneo su tutta una serie di nodi, si chiamano – sono dei blocchi che stanno all’interno di questa catena dei computer – che registrano l’informazione e a quel punto la rendono immediatamente disponibile per tutti.

Cristina: Altre applicazioni?

Cristina Pozzi: Si può pensare anche all’acquisto di una casa, qua lascio alla fantasia di tutti che, esperienza che conosciamo, cercare di numerare tutti gli intermediari che oggi devono intervenire quando faccio un passaggio di proprietà di un immobile. Neanche in questo caso gli intermediari potrebbero essere sostituiti da un sistema che è condiviso e collettivo, però non sempre, e non è solo così, questo sistema deve essere qualcosa di pubblico e istituzionale quindi stanno nascendo ed esistono già sistemi di blockchain che invece vengono creati per privati. Per esempio nel mondo della logistica, immaginiamo di dover spedire un pacco internazionale da un continente all’altro, i passaggi di informazione di dati, soprattutto i soggetti coinvolti sono tantissimi, e stanno già creando un consorzio tra quelle società che operano nel mondo della logistica per avere queste informazioni disponibili a tutti, accessibili e soprattutto anche tra di loro compatibili in modo che quando un pacco passa in dogana o viene spedito o ritirato, l’informazione venga registrata su un sistema di questo genere.

Cristina: E diventerà pervasivo in quanto tempo?

Cristina Pozzi: Questo esiste già, questa è proprio un’applicazione già esistente. Sicuramente l’opzione di applicarlo alla pubblica amministrazione o a tutta una serie di cose con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, nel giro di 10-15-20 anni sicuramente presente. È molto interessante e soprattutto realistico.

In onda 20-10-2018

Un viaggio nel futuro con Cristina Pozzi

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Vi gira la testa quando pensate agli scenari del futuro di lavoro, società e famiglia? Ecco un breve viaggio con Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo. Cristina è anche fondatrice di Impactscool, che porta nelle scuole e università italiane percorsi di formazione per essere pronti ai grandi cambiamenti in corso.

Cristina: Quali sono i cambiamenti che ci aspettano nei prossimi anni? Cristina tu sei imprenditrice sociale e scrittrice e hai fatto un viaggio nel futuro, che cosa hai visto?

Cristina Pozzi: Sicuramente il futuro che ho visto nel 2050 è un futuro dove cambia l’ambiente in cui noi viviamo perché il nostro pianeta, ahimè, per effetto del riscaldamento globale sarà soggetto a tantissimi cambiamenti, però anche lo stesso concetto di ad esempio famiglia, potrebbe essere messo in dubbio, cambiare, evolversi, per effetto di evoluzioni della genetica. Per esempio già oggi si possono fare figli con tre genitori andando ad utilizzare il materiale genetico di tutti e tre, si fa già in Inghilterra.

Cristina: E come faremo ad aumentare le nostre capacità cognitive?

Cristina Pozzi: Potremo farlo in tanti modi, sia dal punto di vista chimico con medicine che si stanno già studiando che possono aumentare la nostra attenzione ad esempio, si anche con le cosiddette neurotecnologie che invece possono essere veri e propri impianti tecnologici o caschetti da indossare che sono in grado di aumentare la nostra creatività

Cristina: E se non sono a portata di tutti come costi?

Cristina Pozzi: Potrebbero essere a beneficio solo di alcuni. Probabilmente non vogliamo vedere una società dove solo alcune persone possono essere più intelligenti, più di successo sul lavoro o avere accesso a determinate cure, più sani. Per chi non se lo può permettere potrebbero esserci scenari dove addirittura si può ottenere una tecnologia in cambio però di essere soggetti a pubblicità, magari continue, in modo da poterlo avere gratuitamente.

Cristina: Pure cedendo i propri dati del DNA?

Cristina Pozzi: Assolutamente si, quello potrebbe diventare una vera e propria fonte di reddito, addirittura quasi uno dei tanti lavori che ci troveremo a svolgere perché molto probabilmente non svolgeremo un solo lavoro ma tanti contemporaneamente.

Cristina: E i mestieri di oggi spariranno. Quali sono quelli che secondo te rimarranno o nasceranno e saranno strategici?

Cristina Pozzi: Sicuramente trovandoci immersi in una realtà cambiata in pochissimo tempo e che facciamo fatica a comprendere, magari anche per la presenza di robot attorno a noi in qualunque situazione, la figura dello psicologo che ci può aiutare nel gestire il passaggio, sarà centrale.

Cristina: Secondo te c’è la formazione giusta per compiere questo viaggio verso il futuro?

Cristina Pozzi: Per ora no, il consiglio che do sempre è quello di imparare a essere curiosi e imparare ad imparare.

Cristina: Coniugando quindi i nostri naturali talenti e le nostre capacità intellettuali, di cuore, creative e la volontà. Occhio al futuro

In onda 29-9-2018

DoCured, il welfare aziendale

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DoCured è una piattaforma di welfare aziendale, ossia quella rosa di servizi destinati al benessere del lavoratore, che crea una ricaduta di conseguenze positive.

Cristina: Il welfare aziendale, ossia quella rosa di servizi destinata al benessere del lavoratore ha una serie di ricadute positive. Oggi vi raccontiamo che cosa offre e quale impatto sta avendo un servizio di telemedicina. Buongiorno Lorenzo, a chi si rivolge? Quanti specialisti avete? Quali sono gli effetti e i risultati?

Lorenzo Tancredi: La nostra piattaforma di teleconsulti medici e psicologici online ha sviluppato un software di chat che permette ai dipendenti, direttamente dall’ufficio, di poter parlare con un medico o uno psicologo. Ad oggi contiamo più di 130, tra medici e psicologi iscritti alla piattaforma e abbiamo un bacino di dipendenti intorno ai 15.000, copriamo circa il 70% delle specializzazioni mediche. Dal ginecologo all’ortopedico e i nostri psicologi invece sono tutti degli esperti nella gestione dello stress lavorativo soprattutto.

Cristina: Quali sono gli specialisti più consultati e con quali risultati?

Lorenzo Tancredi: Sicuramente i ginecologi sono la branca medica più richiesta in assoluto e i consulti psicologici. Di solito una persona quando si trova di fronte ad una tematica psicologica e l’affronta scrivendola, si trova in una comfort zone in cui si esprime in modo più sincero.

Cristina: Vantaggi per quanto si riduce l’assenteismo? Quanto si genera una fiducia anche nelle nuove tecnologie e in un nuovo modo di curarsi?

Lorenzo Tancredi: C’è un assenteismo medio intorno al 7%, siamo riusciti grazie alla nostra piattaforma ad abbattere questa percentuale all’1,5%. Abbiamo notato che su un’azienda di 100 dipendenti circa il 60% è favorevole e vuole utilizzare una piattaforma come la nostra.

Cristina: Chi ci guadagna alla fine con questo sistema?

Lorenzo Tancredi: Essendo un servizio di welfare non ha un costo per il dipendente, l’azienda ha un vantaggio fiscale nell’offrire il servizio ai propri dipendenti, creare un risparmio per lo stato in termini di sovraccarico delle realtà ospedaliere.

Cristina: Quando tutti ci guadagnano chiaramente la soluzione è vincente.

In onda 12-5-2018

I danni dell’estrazione mineraria

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Cristina: Questo oggetto che tutti usiamo contiene più di 40 minerali, che vengono estratti in ogni parte della terra. Estrarli crea danni importantissimi sia alle popolazioni che vivono vicino alle miniere, che all’ambiente.

Flaviano Bianchini: Oggi il 38% delle foreste primarie del mondo sono minacciate dall’industria estrattiva. Pensate che solo l’acqua che le miniere che inquinano negli Stati Uniti, solo in un anno, se le mettessimo tutta in delle bottiglie di plastica ne avremmo abbastanza per andare dalla terra alla luna, andata e ritorno, 54 volte. Pensa che per estrarre i 20 grammi necessari a produrre un anello d’oro, bisogna estrarre dalla terra 20 tonnellate di roccia e poi dissolverla con del cianuro. Vicino alla miniera d’ora in Honduras, la mortalità infantile è 12 volte più alta della media nazionale. In Perù, sulle Ande, dove invece viene estratto il rame il 100% degli 80.000 abitanti della città di Serro de Pasco andrebbe ospedalizzato d’urgenza per la presenza di metalli nel loro sangue e la speranza di vita media di quella città è di 15 anni inferiore alla media del Perù. Una miniera d’oro di medie dimensioni come la miniera di Serro de Pasco sulle Ande in Perù, produce la stessa quantità di spazzatura, di rocce, di tutte le città degli Stati Uniti messe insieme, in un anno. Quindi nella città si crea una lotta continua per lo spazio. I bambini giocano a calcio sugli scarti minerari. L’ospedale è quasi seppellito dagli scarti. In Mongolia c’è una miniera d’oro che è un deposito fluviale, quindi nel letto di un fiume lunga 16 km, questo comporta che pastori nomadi devono fare 30km per andare a prendere l’acqua. Pensa che per le attività minerarie tra il 1990 e il 1998 in Ghana sono state sfrattate 30.000 persone. Abbiamo insomma tutto il mondo che giustamente si è indignato all’ISIS che faceva saltare in aria Palmira, in Messico nello stato di Guerrero una compagnia mineraria ha fatto saltare in aria una piramide Olmeca, però li l’hanno chiamato sviluppo.

Cristina: E per noi consumatori quali soluzioni ci sono?

Flaviano: Innanzitutto consumare meno è meglio. Evitare di cambiare prodotti ogni due settimane, desiderare di possedere mille cose. Per esempio esiste una certificazione dell’oro etico e esiste un telefonino che è composto principalmente da minerali riciclati, per di più si può smontare. Per esempio quando la batteria è esausta non si deve cambiare l’intero telefonino, si cambia la batteria, si ricompra e non si cambia tutto il telefono. Se si rompe la telecamera si può sostituire solo quella, il chip lo stesso. Questi sono tutti minerali che si risparmiano e se ne risparmia l’estrazione.

Cristina: Oltre che essere fedeli ai nostri coniugi forse dovremmo essere anche un po’ più fedeli alla terra, che ne dite?