Privacy Policy sdg 8 Archivi • Pagina 2 di 3 • Cristina Gabetti
Category

sdg 8

Le soluzioni di Enrico Giovannini per una ripresa sostenibile

By ecology, sdg 10, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 16, sdg 3, sdg 4, sdg 8, sdg 9

Chi segue Occhio al futuro avrà familiarizzato con i 17 SDG. In questa puntata parliamo con il massimo esperto dell’Agenda 2030 dell’ONU in Italia, il Professor Enrico Giovannini, co fondatore di ASviS – L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, che ha lo scopo di accompagnare il nostro paese verso l’implementazione dei 17 obiettivi.

Cristina:Mentre la nostra attenzione è tutta focalizzata sulla gestione dell’emergenza Coronavirus, è importante pensare alla ripresa. Ne parliamo con
Enrico Giovannini, economista, statistico, accademico, e co-fondatore dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che ha lo scopo di accompagnare la società verso l’implementazione dell’Agenda 2030 dell’ONU e dei 17 SDG. Professore, lei parla molto di resilienza trasformativa. Ci spiega che cos’è?

Enrico Giovannini: La resilienza è la capacità di un materiale o di una persona o della società di reagire a uno shock, tornando dov’era. Prendiamo la bottiglietta di plastica, la comprimiamo poi la lasciamo e quella torna alla forma originaria ma noi solo pochi mesi fa ci lamentavamo di tante cose, l’inquinamento, la povertà, le disuguaglianze. Quindi non vogliamo tornare a dove eravamo. La resilienza trasformativa vuol dire sfruttare questa crisi drammatica per balzare in avanti e non indietro, vuol dire cambiare il nostro modo di produzione e la nostra società anche a favore delle persone e dell’ambiente.

Cristina: Quali sono le tre prime cose importanti da fare?

Enrico Giovannini: Abbiamo trasformato le nostre case in aule universitarie, in luoghi di lavoro, scuole per i bambini. Bene, non è che vorremmo smontare di nuovo tutto una volta tornati al lavoro, ma se le imprese faranno tutte smartworking nello stesso giorno, supponiamo venerdì, allora gli altri quattro giorni continueremo ad avere inquinamento e città intasate. Ecco dove la mano pubblica può aiutare a organizzare. Il secondo esempio, l’inquinamento è una concausa della letalità del virus, sappiamo che l’inquinamento indebolisce i polmoni e dunque ci rende più esposti. Lo stato spende 19 miliardi all’anno per sussidi alle famiglie, e alle imprese che danneggiano l’ambiente. Abbiamo tanti sussidi che forse dovremmo rivedere, ecco in questo caso, noi rimbalzeremmo avanti sulla produzione ma riducendo l’inquinamento. Poi, di nuovo, la formazione – come possiamo utilizzare lo smartworking e anche lo smart-learning per imparare? L’Italia non ha un programma di formazione degli adulti e possiamo realizzarlo a distanza riducendo anche le disuguaglianze. Insomma come vede è tutto molto collegato, le decisioni che prendiamo adesso possono avere un impatto molto positivo su vari aspetti dello sviluppo sostenibile.

Cristina: E i bonus fiscali possono essere di aiuto in queste circostanze?

Enrico Giovannini: Certamente si, nel momento in cui ci rendiamo conto dell’importanza della salute ma anche dell’innovazione, gli esempi che ho fatto prima, possono essere riorientata, alcuni dei bonus che magari sono meno importanti, proprio in questa direzione.

Cristina: Grazie Professore. Queste soluzioni adempiono a nove dei 17 SDG. Gli esperti annunciano che crisi così saranno più frequenti. Essere resilienti è fondamentale. Occhio al Futuro

In onda il 2-5-2020

GAIA, la casa naturale stampata in 3D

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 17, sdg 3, sdg 8, sdg 9, technology

Questa storia aiuta a immaginare un nuovo modo di abitare – gradevole, semplice, accessibile, ecologico, sano. Un sogno possibile grazie alla perseveranza dell’architetto Tiziana Monterisi e del suo incontro con Massimo Moretti. Insieme hanno trovato il modo di utilizzare un materiale di scarto con ottime prestazioni e disponibile in quasi tutto il mondo. Grazie alla stampa 3D, viaggiano fisicamente solo gli strumenti tecnici; il progetto viaggia sul web e la materia prima si trova sul posto. Gli edifici di Rice House realizzati con Wasp sono modulari. Pensate che usare gli scarti di lavorazione del riso costa meno che smaltirli.

Cristina: Avete mai pensato di costruire una casa con materiali naturali tutti italiani? È possibile grazie alla stampa 3D e alla ricerca che oggi vi raccontiamo. Gli ingredienti sono terra cruda e scarti di lavorazione del riso che, da soli, ogni anno sarebbero sufficienti per costruire questi edifici sostenibili per l’intera popolazione italiana. Solo nel Vercellese, sono coltivati a riso 70.000 ettari e solo il 35% degli scarti sono riutilizzati. Massimo, raccontami il processo.

Massimo Moretti: Quello che abbiamo studiato è esattamente un processo, come costruire a basso impatto utilizzando i materiali che sono sul posto. È inserire il sapere nella materia più umile per trasformare quella materia in un materiale utile all’edilizia, quindi l’informazione in realtà dà il valore alla costruzione. Ecco vedi, questa costruzione è fatta di terra, del luogo, paglia di riso, perché il riso è una dei materiali che si trova di più sulla faccia della terra, ed è depositata con una macchina quindi questa formazione può essere replicata indefinite volte. È una costruzione modulare può assumere, di conseguenza, qualsiasi forma e dimensione a seconda di quello che serve sul luogo. L’unica cosa che viaggia fisicamente è un container con all’interno tutto il materiale tecnico per costruire, mentre le informazioni possono viaggiare via web.

Cristina: Grazie Massimo. Tiziana, tu invece sei autrice della ricerca, qual è l’impatto ambientale complessivo di questo edificio?

Tiziana Monterisi: Quasi nullo, perché grazie proprio ai materiali che compongono il muro, l’edificio è ad energia quasi zero, è paragonabile ad una Classe A++++. Ciò vuol dire che sfrutta gli apporti passivi ma non ha bisogno né di un riscaldamento durante l’inverno, né di un impianto di condizionatore durante il periodo estivo. La muratura si equilibria e mantiene sempre costante una temperatura e un’umidità che è quello che ci fa percepire il maggior comfort interno. In particolare, proprio la lolla di riso e la paglia di riso contengono una altissima percentuale di silice, che gli permette di non marcire, di non essere attaccata dagli insetti e soprattutto, di essere durevole. Una cosa non semplice e scontata per i materiali naturali. Sarebbe facile stampare in cemento, molto più rapido ma avrebbe un impatto sull’ambiente completamente diverso. Questa casa è 100% fatta di materiali naturali quindi sostenibile al massimo, non solo per l’ambiente ma anche per l’uomo. Vedi Cristina questa è la nostra nuova sfida, abbiamo tolto il legno e la costruzione è monomaterica.

Cristina: Pensate che riutilizzare questo scarto agricolo ha un impatto inferiore che smaltirlo. È una filiera tracciabile, riduce anche le bollette quando si sta nella casa e quindi insomma è una soluzione ecologica il più possibile. Adempie a otto dei diciassette SDG: 3, 8, 9, 11, 12, 13, 15 e 17. Occhio al futuro!

In onda il 11-4-2020

Fratello Sole e la transizione ecologica per il Terzo Settore

By ecology, sdg 1, sdg 10, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 17, sdg 2, sdg 4, sdg 7, sdg 8, sdg 9

Il più delle volte le imprese del terzo settore non riescono a rendere sostenibili gli edifici che ospitano le loro attività, perché mancano i mezzi economici. Fratello Sole è la prima impresa sociale non a scopo di lucro in Europa che supporta enti e associazioni di volontariato nella transizione ecologica. È un grande esempio di sostenibilità sociale ambientale ed economica.

Cristina: Dentro a questo edificio c’è il cantiere di VOCE – Volontari al Centro – e siamo qui per raccontarvi l’attività della prima impresa sociale non a scopo di lucro in Europa che supporta enti del Terzo Settore nella transizione ecologica. Fabio, raccontami di questo edificio e di che intervento state facendo qui.

Fabio Gerosa: Questo è un edificio che ha 200 anni di storia, e da 25 anni è abbandonato alla città di Milano. È in mezzo del quartiere della finanza e rappresenta uno scarto che verrà rivalutato da Fratello Sole sia in senso ambientale, pensa che sarà un edificio in classe A, e soprattutto in senso sociale. Questo sarà il centro di economia civile, il centro dove vivranno i volontari, dove vivrà un’economia umanizzante che aiuterà tutta la città e sarà il punto di riferimento di Milano per quello che è il volontariato.

Cristina: Questa iniziativa nasce per dare concretezza all’enciclica Laudato Sì, creando coerenza tra il luogo e le attività che ospita. Qui avranno sede l’Università del Volontariato, un ostello, un ristorante – tutto legato al terzo settore. Questo progetto adempie a 12 dei 17 SDG: 1, 2, 4, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 15 e 17. E verranno qui i volontari delle Olimpiadi Invernali 2026?

Fabio Gerosa: Questo edificio ospiterà anche questo grande evento delle Olimpiadi nella parte, appunto, dell’economia civile del volontariato.

Cristina: In pratica quindi come aiutate le aziende del terzo settore ad attuare la transizione ecologica?

Fabio Gerosa: Prima di tutto, attraverso la competenza. Gli enti del terzo settori sono competenti nel loro, quindi nell’educazione, nella cura delle persone fragili, nella vicinanza ai poveri, ma non hanno generalmente molta competenza rispetto ai temi ambientali. Quindi il primo aiuto è donare, dare, competenza agli enti del terzo settore, il secondo aiuto fondamentale è l’aiuto economico, perché la transizione ecologico o efficientamento energetico costa molti soldi e non è alla portata di tutti. Noi li aiutiamo a consumare molto molto meno, e con quel pezzo del risparmio che gli enti hanno, pagheranno una parte dell’intervento. L’altro aiuto economico è invece la cessione del credito, gli enti del terso settore hanno diritto al bonus energetico e il bonus antisismico, ma non hanno la capienza fiscale per ottenerlo. Allora noi come Fratello Sole lo acquistiamo, togliendo una gran parte dell’intervento allo stesso ente.

Cristina: Questo progetto genera benefici economici, sociali ed ambientali, soprattutto per gli ultimi, i più poveri. Occhio al futuro!

In onda il 4-4-2020

La fabbrica Lamborghini a zero emissioni

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 17, sdg 3, sdg 4, sdg 7, sdg 8, sdg 9, technology

Dal 2009 la fabbrica Lamborghini è a zero emissioni. Nel 2018, raddoppiando lo stabilimento e la produzione, hanno mantenuto la certificazione CO2 neutrale. I nuovi uffici sono LEED Platino, lo standard ambientale ed energetico più alto per un edificio; con impianti fotovoltaici, di cogenerazione e trigenerazione, tutte le innovazioni tecnologiche e di processo seguono i principi dell’industria 4.0

Cristina: Oggi visitiamo una fabbrica di automobili a zero emissioni, che ha raddoppiato lo stabilimento e la produzione mantenendo la certificazione CO2 neutrale. I nuovi uffici sono LEED Platino, lo standard ambientale ed energetico più alto per un edificio; qui tutte le innovazioni tecnologiche e di processo seguono i principi dell’industria 4.0 per la migliore sinergia possibile tra uomo e macchina.
Ingegnere, che interventi avete fatto per essere una fabbrica a zero emissioni?

Ranieri Niccoli: Intanto siamo partiti in tempi non sospetti molti anni fa e questo ci ha permesso di essere abbastanza avanti nel mondo del lusso. Parliamo di interventi per esempio riferiti a un impianto fotovoltaico che abbiamo installato sui nostri tetti e gli edifici, di 15.000 m2 e 2,1 megawatt di potenza. Successivamente abbiamo realizzato due impianti di trigenerazione, sono impianti che producono energia elettrica, calore e freddo attraverso l’utilizzo del metano e dei gas di scarico della combustione. Sono impianti molto efficienti di 2,4 megawatt. Ulteriormente abbiamo un impianto di teleriscaldamento, cioè prendiamo dell’acqua calda prodotto da un impianto di cogenerazione esterna alla nostra azienda che altrimenti verrebbe sprecata e la portiamo all’interno della fabbrica. Poi tante altre cose, l’utilizzo delle luci a LED, il policarbonato al posto del vetro, abbiamo realizzato delle protezioni per i nostri edifici più vecchi in modo da aumentare l’efficienza termica e poi tutta la parte di domotica per efficienziare l’accensione e lo spegnimento delle luci o dell’impianto di riscaldamento o raffrescamento. Tutto questo ci ha permesso di evitare di emettere quasi 6.000 tonnellate di CO2, pari alla quantità che assorbirebbe una foresta di circa 300.000 alberi.

Cristina: E quali le altre innovazioni più importanti?

Ranieri Niccoli: Il nostro processo produttivo l’abbiamo chiamato manifattura. Manifattura perché principalmente il processo è artigianale, i nostri operatori sono quelli che montano e danno il valore aggiunto. Le nostre macchine però sono molto complesse e sono una diversa dall’altra e allora per facilitare il compito delle persone che sono in fabbrica a montare abbiamo poi utilizzato una serie di strumenti digitali, che sono quelli della fabbrica 4.0 e una parte di automazione, parliamo di robot collaborativi, che insieme alle persone rendono il processo più robusto, più ergonomico e più semplice da realizzare.

Cristina: In questo bioparco di 7 ettari avvengono diverse iniziative per la salute delle persone e dell’ambiente, sono state piantate 10.000 querce e insediati 13 alveari, per la tutela della biodiversità. L’area è aperta alle scuole per educare i giovani sulla convivenza felice tra industria e natura. L’insieme di tutte queste azioni adempie a dieci dei diciassette SDG: 3, 4, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 15 e 17. Occhio al futuro!

In onda il 28-3-2020

Life Based Value, la piattaforma che trasforma la genitorialità in master

By sdg 10, sdg 16, sdg 17, sdg 3, sdg 4, sdg 5, sdg 8, sdg 9, technology

Riccarda Zezza, CEO di Life Based Value, partendo dalla sua esperienza di vita quando è diventata mamma, ha creato una piattaforma per trasferire le “soft skills”, sviluppate quando ci si prende cura degli altri, in ambito professionale.

Cristina: Tutti noi ci prendiamo cura di giovani e/o anziani, e sappiamo quante competenze servono per farlo bene. Oggi incontriamo una donna che, partendo dalla sua esperienza di vita, ha creato un metodo per trasferire le “competenze soft” in ambito professionale. Riccarda com’è nata la tua idea e come funziona?

Riccarda Zezza: È nata dal fatto che quando sono diventata mamma ed ero manager in una grande azienda ho scoperto che essere madre era una problema nel mondo del lavoro, mentre invece la stessa azienda mi mandava a fare formazione in una serie di competenze soft che proprio l’esperienza della maternità stava allenando benissimo. Pensa ad esempio alla gestione del tempo, la gestione delle crisi, l’empatia. Ho visto un grande paradosso, un grande spreco, perché le aziende spendono tantissimi soldi in formazione per una serie di competenze che la vita allena in modo naturale. Questo è successo 7-8 anni fa, da li è partita la ricerca che ho fatto con Andrea Vitullo che è un executive coach, ed effettivamente abbiamo scoperto che quando si diventa genitori si migliorano una serie di competenze che servono al mondo del lavoro. Sette anni dopo, oggi, questo metodo di apprendimento lo vendiamo alle aziende attraverso una piattaforma digitale, quindi le nostre aziende clienti aprono il percorso digitale neogenitori, neomamme o neopapà, ma anche da qualche tempo caregiver dei propri genitori, perché ogni esperienza di cura migliora queste competenze e le persone possono scoprire come prendersi cura di un bambino o un anziano migliorino proprio le competenze che servono nel mondo del lavoro.

Cristina: Questa iniziativa adempie a ben 8 SDG: 3, 4, 5, 8, 9, 10, 16 e 17. Adesso qual’è il tuo sogno?

Riccarda Zezza: Oggi siamo in 23 paesi e gli utenti della piattaforma ci dicono che già hanno queste energie, queste competenze e hanno solo bisogno dello spazio per portarle nel mondo e nella società. Il mio sogno è quello di arrivare il più velocemente possibile a dimostrare all’economia e alla società che prendersi cura è un valore, è un bisogno che la specie umana ha, e ha dentro tutte quelle energie e quelle risorse che oggi stiamo cercando nei posti sbagliati.

Cristina: Grazie Riccarda. Saper osservare e riflettere, valutare obiettivi e prendere decisioni, migliorarsi, adattarsi, e giocare, rende tutto più facile. Occhio al futuro!

In onda il 21-3-2020

Neorurale Hub

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 17, sdg 2, sdg 3, sdg 4, sdg 6, sdg 7, sdg 8, sdg 9, technology

Neorurale Hub è immerso in 500 ettari rinaturalizzati nella Pianura Padana, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, e la biodiversità è tornata a fiorire. Questo polo innovativo offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. Un esempio di efficienza e di economia circolare.

Cristina: Siamo immersi in 500 ettari rinaturalizzati a due passi da Milano, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, la biodiversità è tornata a fiorire. Nel 1996 questo terreno era così. Rigenerandosi, la natura ha ispirato la creazione di questo polo innovativo, che offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. E così si ottimizza l’uso di tutte le risorse, si producono cibo, energia e tanto altro. Un esempio di efficienza e di economia circolare. L’insieme di tutte le attività che che avvengono in questo polo adempiono a dodici dei 17 SDG – gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU – e precisamente 2, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 15, 17.
Luca dammi qualche esempio pratico di quello che avete imparato ripristinando quest’area.

Luca Pilenga: L’esempio più concreto della collaborazione uomo natura lo abbiamo e troviamo in queste barriere di ecosistemi dove rigeneriamo la natura per permetterle di creare biodiversità, che è quell’arma che abbiamo contro i parassiti che ci permette di abolire l’uso di insetticidi. Li abbiamo aboliti già dodici anni fa. Quest’acqua delle barriere che sgorga naturalmente ad una temperatura costante durante tutto l’anno la utilizziamo come scambio termico durante la climatizzazione degli edifici dove viene fatta la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione.

Cristina: Le tecnologie invece come le state usando?

Luca Pilenga: La tecnologia è il fattore abilitante che ci permette di condurre delle ricerche capaci, attraverso i dati di sensori locali presi anche da satelliti o da droni in alcuni casi, di sviluppare una ricerca capace di concentrare i principi attivi. Per esempio questa Erba Officinale che abbiamo reperito in giro per il mondo e che qui siamo riusciti a concentrare del 400% rispetto alle concentrazioni normali e senza contaminanti.

Cristina: Una pianta che cresce in un terreno sano e nelle condizioni migliori da i frutti migliori.

Luca Pilenga: Esattamente, grazie alla tecnologia riusciamo a capire quali meccanismi ci aiutano a raggiungere l’obiettivo, in questo caso una maggiore concentrazione, in altri casi il minor consumo di risorse. Qui nella struttura alle mie spalle collaborano oramai 20 tra startup, aziende e scuole per costruire la sostenibilità del settore agroalimentare.

Cristina: Osservare e imitare la natura è la nostra migliore scommessa. Occhio al futuro!

In onda il 7-3-2020

Alisea

By ecology, sdg 10, sdg 12, sdg 15, sdg 17, sdg 8, sdg 9, technology

Susanna Martucci Fortuna, fondatrice di Alisea, ha trasformato un momento di crisi in opportunità. Ha creato una filiera di professionisti tutti italiani – da ingegneri a designer e artigiani evoluti, per dare una vita dignitosa a scarti industriali.

Cristina: Oggi vi raccontiamo il lavoro di una donna che ha trasformato una crisi in opportunità. Stava perdendo il l’azienda, e interrogandosi sul da farsi, le tornò in mente una conversazione sentita sul riciclo e si chiese come poter dare una vita dignitosa a scarti industriali, che nel suo distretto di Vicenza abbondano. Per dare concretezza alla sua idea, mise insieme una filiera tutta italiana di ingegneri, designer e artigiani evoluti. Andiamo a conoscerla e a scoprire che cosa fa. Buongiorno Susanna, raccontaci cosa abbiamo davanti.

Susanna Martucci: Qua si parla di grafite da noi, questi sono elettrodi in grafite e lo scarto inevitabile della produzione degli elettrodi di grafite è questa polvere, che viene recuperata dagli impianti di aerazione delle fabbriche. Noi recuperiamo questa polvere e abbiamo creato un nuovo materiale. Questo è un granulo che è fatto con l’80% di questo scarto. Questo nuovo materiale, che viene da economia circolare, ci ha dato accesso ad un processo produttivo innovativo per la produzione di una matita, che non usa legno e non usa colla per quanto riguardo l’aggancio della gomma, ma soprattutto chi la usa consuma 15 grammi di polvere di grafite, portandole via dalla discarica. Solo con lei, risparmiamo 60.000 alberi all’anno, perché molti magari non pensano che il legno delle matite tradizionali non è altro che packaging della grafite che è fragile e sporca le mani.

Cristina: Con la grafite hai fatto altro?

Susanna Martucci: Si chiaramente ci siamo innamorati di questo materiale che in questo altro caso partiamo sempre da polvere di grafite ma viene bagnato con l’acqua. Questo ci ha dato accesso ad un nuovo processo produttivo per la tintura dei tessuti. I ragazzi riescono a tingere vari materiali, la lana, denim, seta o il cotone organico ma in maniera totalmente atossica. Adesso vi porto nel mondo che parla di plastica riciclata, tante cose si possono fare: righelli per la scuola, custodie per i vinili, che vengono tutte da bottiglie post-consumo quindi da raccolta differenziata.

Cristina: Vedete quanto nasce da fantasia e determinazione? Questi puzzle per bambini sono recuperati da uno stand fieristico, così queste borse. Non abbiamo il tempo di raccontarvelo ma questo è sempre grafite e sughero riciclato. Questi sono sacchi di caffè trasformati insieme anche a sfridi della produzione del pellame. Pensate che l’attività di Susanna adempie a ben 6 dei 17 SDG, gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare il 8, 9, 10, 12, 15, e 17. Occhio al futuro!

In onda il 29-2-2020

Cooperativa Zerografica

By sdg 10, sdg 16, sdg 8, technology

Zerografica è una delle 12 cooperative che offrono formazione e lavoro ai detenuti del carcere di Bollate. Avviarsi ad un mestiere aiuta a spendere in modo costruttivo il tempo dentro e prepara donne e uomini ad una vita responsabile e dignitosa. Zerografica nasce dal coraggio di credere, di dare fiducia e di saperla raccogliere. È un esempio di riscatto e di collaborazione, di servizio e di reinserimento.

Cristina: Siamo al Consorzio Viale dei Mille che vende prodotti realizzati nelle carceri e ospita anche gli uffici della Cooperativa Zerografica, una delle 12 cooperative che offrono formazione e lavoro ai detenuti nel carcere di Bollate. Avviarsi ad un mestiere aiuta a spendere in modo costruttivo il tempo dentro e prepara donne e uomini ad una vita responsabile e dignitosa. Grazie Gualtiero per averci invitato a scoprire questa importante realtà.  Ci racconti della tua esperienza?

Gualtiero Leoni: Sono arrivato nel carcere di Bollate nel 2009, dato che a Bollate c’è un metodo diverso degli altri carceri, Bollate ti da la possibilità di poterti ricostruire. Da la possibilità alla persona di essere al centro delle attività che ci sono in Bollate. Da la possibilità di ricominciare a sognare alle persone.

Cristina: E allena ad un mestiere..

Gualtiero Leoni: Si ti da la possibilità di prepararsi a vari corsi di formazione, corsi lavorativi.

Cristina: E adesso tu percepisci uno stipendio?

Gualtiero Leoni: Con la Cooperativa Zerografica io e miei compagni riusciamo a ritagliarci degli stipendi per poter vivere, per poter cominciare a vivere in società e potersi mantenere. È importante, riesci a credere in te stesso, riesci a dare un valore anche a quello che stai facendo.

Cristina: Che bello. Raccontaci che cosa fate qua, cosa fanno questi ragazzi?

Gualtiero Leoni: Zerografica si occupa innanzitutto di tipografia e di stampe all’interno del carcere e cancelleria per i detenuti. In più fa un servizio informatico per i detenuti del carcere di Bollate, San Vittore, Bergamo, Cremona, Torino e Monza. Ossia, spediamo le email dei vari detenuti dall’interno del carcere, diamo la possibilità alle persone ristrette di potersi sentire più vicine alla famiglia e in poco tempo. In carcere la cosa brutta è quando ci si sente da soli, abbandonati.

Cristina: Quindi come funziona?

Gualtiero Leoni: Le persone detenute ristrette scrivono su un cartaceo, che viene ritirato la mattina da una persona per l’uscita e portarle fuori qui in Viale dei Mille in consorzio. Vengono selezionate, scannerizzate, spedite. Una volta scannerizzate vengono distrutte perché la privacy è importante. Al pomeriggio si prendono le risposte, si riportano in carcere per la riconsegna del mattino successivo. Oltretutto perché Bollate ha un metodo meritocratico insomma, uno se lo deve meritare con i vari corsi e i vari programmi.

Cristina: I risultati del metodo Bollate sono entusiasmanti, 17% di recidiva, contro 74% della media nazionale. I 1.200 detenuti possono imparare mestieri in ambiti diversi. Secondo un patto reciproco tra istituto di detenzione e detenuti: che il tempo speso in carcere sia una correzione di percorso, verso la libertà. Un esempio da seguire, che adempie agli SDG 8, 10 e 16. Occhio al futuro!

In onda il 22-2-2020

Econyl, il filato di nylon rigenerato

By ecology, fashion, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 16, sdg 4, sdg 6, sdg 7, sdg 8, technology

L’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo questo impatto da negativo a positivo: Aquafil, con il suo filato Econyl, produce fibre da rifiuti scarti e nuovi materiali attraverso azioni concrete di rispetto per l’economia la società e l’ambiente, lungo tutta la filiera.

Cristina: Sappiamo che l’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo l’impatto da negativo a positivo producendo fibre tessili da scarti, rifiuti e nuovi materiali. In quest’azienda le fabbriche sono alimentate al 100% da energie rinnovabili, si usa acqua a ciclo chiuso in ogni fase di lavorazione. Sono stati avviati protocolli ambientali lungo tutta la filiera, e attivati progetti educativi in azienda per i dipendenti e nelle scuole. Si fa ricerca su nuovi materiali da biomassa, ogni anno si riducono le emissioni di gas serra, si promuovono programmi per la tutela dei mari e per tutti i prodotti si fa l’analisi del ciclo di vita. Queste azioni, nel loro insieme, adempiono alle indicazioni di ben 8 dei 17 SDG – gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU! Per ogni 10.000 tonnellate di materia prima da processo di riciclo si risparmiano 70.000 barili di petrolio e l’equivalente di 57.100 tonnellate di CO2.
Oggi vi mostriamo come vengono trasformate le reti da pesca, insieme ad altri rifiuti di nylon. Nel 2018 sono stati recuperati 78 tonnellate da ONG che operano in tutta Europa. Una volta pulite, le reti vengono trasformate chimicamente, poi il liquido diventa polimero, e il polimero si trasforma in filo. Il risultato è che sempre più filati derivano da un processo di rigenerazione. Per diventare tappeti, occhiali, borse, abiti, costumi da bagno.
Dottor Bonazzi, si può immaginare di rispondere alla richiesta di mercato di nylon solo con materiali di recupero e di riciclo?

Giulio Bonazzi: No, purtroppo no, neanche si potesse recuperare tutto il nylon, non sarebbe mai sufficiente per garantire le necessità future. Oltre a ciò è importante capire che riciclare ha un suo impatto ambientale, noi cerchiamo di farlo al meglio, ma è importante capire come si ricicla e come ridurre al massimo l’impatto durante il ciclo.

Cristina: Che cosa significa per lei innovare? Come cittadino e come imprenditore?

Giulio Bonazzi: Innovare per me significa smettere qualcosa di vecchio per fare qualcosa di nuovo. Ad esempio bisogna ricordarsi che prima di riciclare bisogna ridurre le materie prime, riusare e poi riciclare.

Cristina: Avete già pronta una nuova famiglia di materiali?

Giulio Bonazzi: Si l’abbiamo, vogliamo produrre il nylon da fonti rinnovabili ossia da biomasse, anzi abbiamo già prodotto i primi chili.

Cristina: Che differenza c’è tra il filo derivato dal petrolio, da riciclo e da biomassa?

Giulio Bonazzi: Nessuna, i tre prodotti sono perfettamente identici ma fa una grande differenza per l’ambiente. È un bell’esempio di economia circolare.

Cristina: Grazie Dottor Bonazzi. Occhio al futuro!

In onda il 18-1-2020

Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

By ecology, sdg 1, sdg 10, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 14, sdg 15, sdg 16, sdg 17, sdg 2, sdg 3, sdg 4, sdg 5, sdg 6, sdg 7, sdg 8, sdg 9

Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019