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Fanghi da depurazione diventano risorsa con Bioforcetech

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Il fango da depurazione è quella frazione di materia solida contenuta nelle acque reflue urbane ed extraurbane, che viene rimossa negli impianti di depurazione durante i vari trattamenti depurativi necessari a rendere le acque chiarificate compatibili con la loro reimmissione in natura senza creare alterazioni all’ecosistema. Complessivamente, in Italia vengono prodotte circa 3.000.000 di ton/anno di fanghi da depurazione. Più o meno inquinati. Eliminarli correttamente costa una media di 150€/ton, totale sono 450.000.000 €/anno. Con il sistema di Bioforcetech, che diminuisce notevolmente il rifiuto e lo trasforma in Biochar, si può arrivare ad un risparmio del 90% . Perché riducendo il volume del 90% si riducono altrettanto tutti i costi i consumi energetici e di trasporto.

Cristina: Il problema che trattiamo oggi nasce dalle nostre fogne, riguarda la salute di tutti noi. La soluzione nasce da un gruppo di giovani italiani che hanno progettato un macchinario capace di trasformare rifiuti in risorsa.
Gli scarichi urbani, industriali e agricoli vengono raccolti in impianti che separano la parte liquida da quella solida, per poi essere trattati. La legge consente di riutilizzarne una parte in agricoltura. Nel 2017, 60 comuni lombardi si sono uniti per contestare l’uso dei fanghi da depurazione nei terreni dove cresce il cibo che mangiamo, hanno fatto ricorso al TAR e hanno vinto. La loro preoccupazione era di non poter tutelare la salute dei cittadini. La questione è divampata, generando interventi e analisi in diverse regioni italiane. Sono stati trovati elementi inquinanti elevati come idrocarburi, PFAS e altre sostanze nocive. Mangiamo cibo inquinato più di quanto pensiamo.
In seguito alla decisione dal TAR sono stati abbassati del 90% gli inquinanti ammessi nei fanghi da depurazione usati in agricoltura. Ma gli impianti non sono stati in grado di adeguarsi alle nuove norme e il sistema è entrato in crisi. Data l’emergenza, nel Decreto Genova, quello del ponte, si è inserito un aggiornamento che porta la soglia al 50% di quella iniziale. Fifty Fifty, come si suol dire! Con il rischio di continuare a mangiare cibo inquinato.
Le soluzioni ci sono, e questa che vedete è capace di depurare i fanghi direttamente dove vengono raccolti, trasformandoli in risorse pulite e nutrienti, riducendone peso e volume del 90%, usando pochissima energia esterna e producendo energia rinnovabile. Si tratta di un essiccatore biotecnologico che non usa combustione diretta, dove nella prima parte il calore emesso dalle sostanze organiche viene recuperato e diventa energia per essiccare i fanghi. Successivamente attraverso un procedimento in assenza di ossigeno i fanghi vengono portati a temperature che vanno dai 350C° ai 700C° – secondo la qualità della materia di partenza. Il prodotto che esce da questo macchinario si chiama biochar ed è altamente fertilizzante. I vostri macchinari dove li avete installati?

Matteo Longo: Abbiamo installato le nostre prime macchine negli USA, il più importante si trova a San Francisco dove trattiamo 7000 tonnellate all’anno di fanghi di depurazione. Noi le macchine le produciamo in Italia, proprio perché vogliamo lavorare con le piccole-medie imprese italiane a costruire le nostre macchine.

Cristina: Oltre ai vantaggi ecologici che abbiamo visto, quelli economici quali sono?

Matteo Longo: Quelli economici sono molto interessanti. Complessivamente, in Italia vengono prodotte circa 3.000.000 di ton/anno di fanghi di depurazione. E hanno un costo di smaltimento di circa 150€/ton (totale 450.000.000 €/anno). Con i nostri processi andremmo ad abbattere del 90% il costo proprio grazie alla diminuzione del rifiuto, che poi possiamo anche riutilizzare come ammendante per il terreno nel caso del biochar.

Cristina: Il biochar serve come materiale filtrante per bonificare acque inquinate e fumi nocivi. Può diventare un biomateriale per il design e l’architettura, filamento per le stampanti 3D e chissà …. Conviene a tutti fare i conti con la realtà. E promuovere l’economia circolare. Non solo a parole ma coi fatti.

i biopolimeri di POLIVE

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Come ridurre questioni complesse in messaggi semplici che aiutino le persone a fare le scelte giuste? Il design può giocare un ruolo importante. I simboli su molti imballaggi sono rivolti all’industria e non al consumatore. Noi ci auspichiamo che nasca una nuova famiglia di simboli che con un colpo d’occhio diano le informazioni altamente rilevanti.
Ormai i termini biodegradabile e compostabile sono sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti e i più possono intuirne il significato: sono materiali – e nel caso di questo pezzo – biopolimeri – che la natura è in grado di digerire.
La questione diventa complicata quando analizziamo i tempi e le condizioni ambientali di tale degradazione, e quando guardiamo le “ricette” di tali materiali. Avrebbe senso immaginare che siano tutti di natura rinnovabile, ossia che la natura sia capace di rigenerarli stando al passo con il prelievo – in poche parole, quello che tolgo si rigenera in tempi relativamente brevi. Ma non è così. La legge consente una percentuale non trascurabile di sostanze fossili, ossia non rinnovabili. Ed è per questo che è importante sapere che ci sono allo studio biopolimeri biodegradabili e compostabili al 100% da materiali rinnovabili quali gli scarti dell’industria alimentare, come quelli del Progetto Polive.

Cristina: Ogni anno in Italia vengono consumate 7 milioni di tonnellate di plastica, 2.2 servono per gli imballaggi usa e getta e di questi, meno della metà può essere riutilizzato perché troppo costoso separare i vari tipi di polimero. Chi vuole essere più sostenibile sceglie quando può imballaggi in bioplastica, contrassegnati con le parole “compostabile” o “biodegradabile”, pensando di fare la cosa giusta. Dietro a questi termini c’è un mondo da capire. La legge regola la biodegradabilità e la compostabilità di un materiale, definendo i tempi e le modalità di decomposizione, che variano in base alla tipologia dell’oggetto e alle condizioni ambientali in cui viene posto. Non è d’obbligo dichiarare la ricetta completa del materiale e la sorgente da cui derivano i singoli ingredienti. La maggior parte dei biopolimeri attualmente in commercio derivano, per una percentuale che può arrivare anche al 60%, da risorse non rinnovabili quali il petrolio. Oggi incontriamo un gruppo di ricercatori italiani che stanno lavorando ad una nuova famiglia di biopolimeri: sono compostabili, biodegradabili, al 100% da fonti rinnovabili, secondo il principio della trasparenza totale e secondo i requisiti dell’economia circolare.

Gianluca Calderoni: Oggi stiamo lavorando a una bioplastica il cui polimero di base è  il PLA, ottenuto per vie fermentative, utilizzando gli scarti della filiera agroalimentare, ad esempio gli scarti della produzione dell’attività dolciaria. Al nostro polimero aggiungiamo degli ingredienti da fonte rinnovabile e riusciamo così a conferire alla nostra bioplastica delle performance molto simili alla plastica, riuscendo così a creare oggetti dai differenti usi. Packaging, dermocosmetica, imballaggi per alimenti, grucce nel settore dell’abbigliamento, e tantissimi altri oggetti che oggi stanno provocando tantissimi danni verso l’ambiente. Per differenziarci dalle altre aziende che producono bioplastica, oggi abbiamo brevettato un processo che ci permette di utilizzare gli scarti perché non vogliamo togliere il cibo a nessuno. Questo processo di fermentazione che è molto simile a quello della birra, ci permette di coltivare dei microrganismi per produrre il nostro polimero. I parametri di fermentazione che vengono controllati in laboratorio sono in piccolo verranno poi portati a scala industriale.

Cristina: Le norme faticano a stare a passo con l’innovazione, le informazioni sui biomateriali sono comunicate spesso in maniera confusa. Andrebbe creato una famiglia di simboli facili da interpretare. Se ognuno farà bene la sua parte forse potremo farcela.

In onda 9-3-2019

U-Earth, depuratore d’aria e VOC

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Secondo le Agenzie per l’ambiente Europea e Americana, l’aria che respiriamo negli ambienti interni risulta essere fino a 5 volte più inquinata di quella all’aperto. Un dispositivo di U-Earth è capace di catturare e distruggere fino a 3.5 kg di inquinanti aerei al giorno e consuma solo 24w, quanto una lampadina.
Attraverso una carica elettrica molecolare, il dispositivo attira l’aria inquinata. I contaminanti catturati vengono distrutti da una formula di microrganismi ed enzimi, chiamata U-OX, che poi li digeriscono senza produrre rifiuti nocivi e senza lasciare scorie da smaltire.
È come avere una foresta in una scatola!

Cristina: La maggior parte di noi, trascorre molto più tempo in spazi chiusi, come uffici, scuole, che all’esterno. Secondo le Agenzie per l’ambiente Europea e Americana, l’aria che respiriamo negli ambienti interni, risulta essere fino a 5 volte più inquinata di quella che respiriamo all’aperto. È evidente quanto sia urgente adottare misure di monitoraggio e di purificazione. L’aria entra sporca da fuori, si deposita negli edifici con i suoi gas e particolati, i quali, si sommano a polveri, funghi, batteri, particelle sospese e altri gas…che si sviluppano tra le mura e nei condotti di aerazione. Questo nuoce alla nostra salute. Scuole, Uffici, Fabbriche, Ospedali, oggi possono usufruire di una soluzione tutta Italiana. Ora siamo in una “pure air zone”, cioè in un’area dove è stato installato un dispositivo che purifica l’aria, un bioreattore per l’esattezza. Guardate, questa è la sua pancia e guardate che cosa viene fuori. Capace di catturare e distruggere fino a 3.5 kg di inquinanti aerei al giorno, è come avere una foresta in una scatola. Pensate che il 92% dei contaminanti che intrappola non rispondono ai comuni impianti di ventilazione. Il dispositivo attira l’aria inquinata attraverso una carica elettrica molecolare. I contaminanti catturati vengono distrutti da una formula di microrganismi ed enzimi che poi li digeriscono senza produrre rifiuti nocivi e senza lasciare scorie da smaltire.

Betta Maggio: Vedi Cristina, le particelle contenute in questa bottiglia sono state recuperate nel nostro bioreattore qui in ufficio. Quello che tu vedi sospeso qua è il risultato di quello che è stato digerito dalle sostanze organiche volatili. Questi piccoli detriti, piccole particelle indigeribili, sono molto tossiche nel nostro organismo, mentre in natura non hanno nessun problema.

Cristina: Quindi sono leggerissime, forse è per questo che non restano intrappolate nei comuni impianti?

Betta Maggio: Assolutamente. Questo è ferro, alluminio, cromo, zolfo…. Sono tutti elementi naturali.

Cristina: L’aria che respiriamo è come l’acqua che beviamo: un bene irrinunciabile.

Betta Maggio: I livelli di allerta sono altissimi, sia in interni che esterni. Queste piccolissime particelle, attraverso la respirazione e attraverso la pelle, vanno a finire nel nostro organismo, passando addirittura la barriera encefalica. Significa che possono causare condizioni come la sindrome della deficienza dell’attenzione, autismo, alzheimer ma anche demenza senile e invecchiamento precoce.  I bambini si stanno ammalando 30% in più l’anno di asma e allergie. L’installazione di questo dispositivo permetterebbe di aumentare la nostra produttività, in tutti i luoghi che frequentiamo quindi immagina, metterlo negli ospedali, uffici, palestre, tutti i luoghi pubblici. I dati dell’Organizazzione Mondiale della Sanità (WHO), nel 2012 ha dimostrato che 7 milioni di persone sono morte prematuramente da malattie causate dalla scarsa qualità dell’aria.

Cristina: Presto, grazie ad una app, sarà possibile trovare su una mappa i luoghi dove l’aria è “pura” e segnalare quelli che si vorrebbe diventassero tali, ad esempio, ai propri datori di lavoro. Tutti possono partecipare attivamente a cambiare le cose. Pensate che quantitativamente il rapporto tra ciò che mangiamo e beviamo, e ciò che respiriamo è di 1 a 25. Siamo così attenti a come ci nutriamo, forse è il caso di poter scegliere anche cosa respiriamo.

In onda 2-3-2019

L’enorme potenziale dei miceti

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La degradazione del suolo è un problema molto importante, la cui causa principale è l’inquinamento da parte di metalli pesanti, oli o idrocarburi che rendono inutilizzabili circa 340mila siti in tutta Europa.
Alla Mycotheca dell’Università di Torino sono conservati oltre 6.000 ceppi di miceti (funghi), provenienti da tutto il mondo. Rappresenta una delle più importanti banche di biodiversità fungina in Italia, dove studiano l’enorme potenziale di questa specie. In collaborazione con il progetto europeo LIFE Biorest, si stanno occupando del biorisanamento di 18 ettari a Fidenza.

Parte I

Cristina: Siamo alla Mycotheca di Torino che fa parte del Dipartimento di Scienza della Vita e Biologia dei Sistemi per raccontarvi quanto sono potenti ed efficaci i funghi. State lavorando ad un importante progetto con l’Unione Europea, ce lo racconta?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Certo, si tratta del progetto Life Biorest, volto alla depurazione di siti contaminati. La contaminazione del suolo è un problema enorme a livello mondiale ed europeo. Per darvi un numero, in Europa ci sono più di 200.000 siti contaminati, meno del 20% in questo momento sono diciamo trattati. Il progetto si svolge nel comune di Fidenza, è uno dei cosiddetti SIN, quindi i siti più contaminati in Italia. Abbiamo selezionato una serie di microrganismi, nel nostro caso funghi, per la loro spiccata capacità di degradare inquinanti.

Cristina: Come funziona questa depurazione?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Questo funghi li abbiamo isolati, fatti crescere dandogli da mangiare esclusivamente i contaminanti di questo suolo come ad esempio il pirene, il naftalene e fenantrene, poi abbiamo dimostrato come questi funghi si sono così adattati all’ambiente contaminato che preferiscono mangiare questo tipo di inquinante piuttosto che molecole come il glucosio. Li abbiamo selezionati poi per la capacità di poter crescere su substrato a basso costo, perché uno dei problemi più importanti è di far vivere e vegetare i microrganismi nel suolo. Quindi i microrganismi selezionati per le loro capacità degradative vengono poi miscelati al suolo e attraverso un sistema di questo genere vengono poi creati dei grossi cumuli di circa 1 tonnellata di suolo che viene mantenuto in condizioni controllate di temperature e umidità per un periodo che va dai 3 ai 6 mesi. L’utilizzo di questo microrganismi permette di degradare una quantità molto maggiore di inquinanti e di abbreviare i tempi di trattamento, riducendo quindi anche i costi del trattamento stesso.

Cristina: Su questo terreno poi si potranno edificare case, si potrà vivere in modo sano?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Questo processo prevede anche una rivegetazione, quindi l’Università Cattolica di Piacenza sta selezionando una serie di piante che siano ben adattate a questi suoli. Nel momento in cui la popolazione vedrà che i microrganismi prima hanno degradato la maggior parte degli inquinanti e che le piante si accrescono su questo suolo, avrà la percezione visiva che il sito è stato veramente pulito in modo definitivo. L’area è molto vasta, di circa 18 ettari, e a causa dei bombardamenti che ci furono durante la seconda guerra mondiale gli inquinanti si spingono fino a 28 metri di profondità, quindi un volume di suolo da trattare veramente enorme.

Cristina: Quando decreterete i primi risultati?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: I risultati che abbiamo ottenuto fino ad adesso nelle prove preliminari sono assolutamente positivi.

Parte 2

Cristina: Siamo tornati alla Mycotheca di Torino perché qui c’è la più importante collezione di ceppi di funghi d’Italia. Stanno lavorando a tantissime applicazioni, veramente strategiche per il nostro futuro, ma la cosa più interessante ancora è che di questo regno, perché così sono classificati i funghi, si conosce solo il 10%. Quali altre virtù ci vuole raccontare su questa importante popolazione di organismi?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: I funghi, oltre che essere bellissimi sono bravissimi e li stiamo utilizzando per studiare la degradazione di tantissimi contaminanti. Un esempio molto recente è la degradazione delle materie plastiche, ci sono tanti tipi di materie plastiche anche le cosiddette bioplastiche quelle biodegradabili in realtà non sono completamente biodegradabili, la normativa si sta evolvendo nel tempo ma diciamo che ad oggi una plastica per essere biodegradabile deve avere il 40% di materiale biodegradabile che diventerà il 50% il prossimo anno il 60% nel 2020. Questo vuol dire che noi dobbiamo favorire questa degradazione, selezionando dei microrganismi in grado di degradare proprio queste materie plastiche e quindi di favorire il loro utilizzo anche in processi come quelli del compostaggio. Stiamo lavorando anche sulle microplastiche in mare, ci sono dei progetti europei per isolare ed identificare microrganismi associati a questo ambiente acquatico ed anche in questo caso per identificare i microrganismi e gli enzimi coinvolti in questa degradazione.

Cristina: Poi c’è anche tutta una classe di sostanze chimiche che non sono proprio favorevoli per la nostra salute di cui vi state occupando.

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Si in effetti per rimanere nell’ambito acquatico, in questo momento si parla tanto dei cosiddetti interferenti endocrini, sono migliaia da molecole presenti a bassissime concentrazioni nelle nostre acqua. Parliamo di microrganismi a nanogrammi che possono avere degli impatti sulla salute delle persone. Facendo un esempio, lo sviluppo sessuale precoce nei bambini oppure l’obesità infantile. Ovviamente sono ancora cose che devono essere dimostrate in modo certo in campo medico ma insomma il pensiero comune è che quelle molecole presenti nell’ambiente abbiano un ruolo non indifferente. I funghi sono bravissimi nel degradare queste sostanze e quindi a ridurre la tossicità dei reflui civili e dei reflui industriali.

Cristina: Alcuni sono molto promettenti anche in ambito farmaceutico e di cosmetica.

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Assolutamente si, i funghi producono milioni di metaboliti secondari che hanno attività farmacologiche e quindi ad esempio stiamo studiando le possibilità di coltivare alcuni funghi per produrre nuove molecole ad attività antibatterica, antivirale o con attività antitumorale. In particolare i funghi e, se vogliamo, i funghi provenienti dagli ambienti marini sono in questo momento tra gli organismi più studiati al mondo per la produzione di queste molecole.

Cristina: E poi concludiamo con il piacere di mangiarli. Non ci sono solo i porcini ma..

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Probabilmente i funghi sono il cibo del futuro attraverso la produzione delle cosiddette micoproteine. Cibo ideale per eccellenza, ricco di proteine, con poche calorie, ricco di fibre e privo di colesterolo.

Cristina: Un universo da scoprire. Occhio al futuro.

In onda 16 e 23-2-2019

re3CUBE – smaltire i rifiuti medici

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re3CUBE è una tecnologia che consente di abbattere gli ingenti costi di smaltimento per i rifiuti sanitari pericolosi e di evitarne il trasporto per centinaia di km.

Cristina: Quando andiamo dal medico per curarci, produciamo spesso rifiuti infettivi o pericolosi. Sono i guanti, le garze, siringhe. Finiscono in contenitori come questi, sono volumi immensi, pensate che in un solo mesi per raggiungere i siti autorizzati per il loro smaltimento si percorre la stessa distanza che c’è tra la terra e la luna: 384.400 km. Per un costo sempre mensile di 13 milioni di euro. Siamo venuti a Tortona per raccontarvi una soluzione che elimina queste scatole, che riduce costi, inquinamento e responsabilità. Luciano in che cosa consiste il vostro dispositivo?

Luciano Scibilla: Il nostro dispositivo serve per migliorare e cambiare un po’ la gestione dei rifiuti dei piccoli produttori. I nostri clienti sono dentisti, veterinari, quelle cliniche che producono quel tipo di rifiuto che è il 180301. Con questa macchina, tutta la burocrazia si elimina perché noi sterilizziamo direttamente dove vengono prodotti e nel momento in cui la sterilizzazione è finita, cioè entro le 4 ore, il certificato arriva via email direttamente spedito dal nostro centro di controllo che monitora la macchina passo passo durante tutto il ciclo. Ha la capacità di gestire circa 1,5-2 kg di rifiuti giornalieri, nel tempo stiamo mettendo a punto macchine che hanno una produttività migliore. Siamo già pronti con una macchina da 15 kg e quindi pensiamo di poter risolvere anche le problematiche di entità più grosse. Noi trituriamo il tutto, lo sterilizziamo e lo trasferiamo in un sacchetto che poi può essere tranquillamente gettato in un contenitore assimilabile ai rifiuti urbani.

Cristina: La vostra ambizione più grande?

Luciano Scibilla: Quella di poter riuscire a servire ospedali: i piccoli e grandi ospedali pubblici ma anche quelli privati dove c’è una produzione elevatissima. Si parla di 4,500 kg al giorno e noi stiamo mettendo a punto una macchina che riesce a gestirne fino a 9,000. Questo taglierà completamente il costo di un’ospedale di almeno il 60%. Basta pensare che questo oggetto è il risultato di una scatola di 60 litri ridotta in 6 litri, quindi ridotta del 90% e poi della quale un piccolo smaltitore spendeva molto meno fino a ieri con un sistema tradizionale.

Cristina: Grazie Luciano. Lo stiamo vedendo in molti ambiti, gestire i rifiuti laddove vengono prodotti è sicuramente la migliore soluzione.

In onda 3-2-2019

RI-generation, elettrodomestici circolari

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L’Italia nel 2017 ha raggiunto un tasso di ritorno complessivo dei RAEE del 41,19%, un risultato che dovrà essere incrementato per raggiungere il target europeo pari al 65% della media dell’immesso del triennio precedente entro il 2019. Gli elettrodomestici oramai sono fatti per essere sostituiti e non per durare, il progetto RI-generation è un esempio di economia circolare

Cristina: La maggior parte delle cose che usiamo nasce da un modello di economia lineare, ossia è fatto per essere sostituito e non per durare. Questo genera sprechi ed inquinamento e sappiamo che così non si può continuare. Mimando la natura dove tutto si rigenera e ricordando il buonsenso dei nostri nonni, nasce l’economia circolare, che oggi vi raccontiamo attraverso la storia di una lavatrice.

Riccardo Bertolino: Noi intercettiamo i grandi elettrodomestici: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e cucine che vengono rottamati. Hanno un grandissimo valore ancora, classi energetiche dalla classe A o superiori e non vi immaginate il valore che questi prodotti hanno ancora perché il vostro credere comune è che quando la lavatrice si rompe non conviene più ripararla.

Cristina: Quindi hanno superato la garanzia ma hanno meno di 5-7 anni.

Riccardo Bertolino: Esatto. Noi comunque rigeneriamo un prodotto di classe energetica ancora attuale ai giorni nostri.

Cristina: Come funziona il processo?

Riccardo Bertolino: Noi abbiamo creato delle collaborazioni con i logistici che lavorano per conto della grande distribuzione e consegnano a casa vostra il prodotto nuovo, a costo zero ritirano il prodotto vecchio. Prima che venga buttato dentro ai cassoni per essere triturati, noi li selezioniamo valutando appunto la classe energetica, marca e modello. L’elettrodomestico viene portato nei nostri laboratori per una rigenerazione che non è una semplice riparazione, ma è anche sostituzione dei componenti usurati e un processo di sanificazione e un intervento di pulizia estetica del prodotto.

Cristina: Alla fine quanto costerà questo elettrodomestico?

Riccardo Bertolino: Lo rivendiamo con una garanzia di un anno, a prezzo meno della metà del nuovo. Il prodotto venduto ha anche degli upgrade, sistemi anti-allagamento, anti calcare e volendo facciamo anche una personalizzazione grafica per il cliente dietro richiesta. Questo consente da un rifiuto, avere un prodotto quasi come fosse un pezzo unico.

Cristina: Non rigenerate solo gli elettrodomestici ma anche le esperienze e il sapere delle persone che lavorano qui.

Riccardo Bertolino: L’Italia è stata la culla produttiva degli elettrodomestici ma molte aziende hanno delocalizzato all’estero, le persone rimangono con forti competenze tecniche che noi usiamo.

Cristina: Grazie Riccardo. Questi prodotti rigenerati si trovano online, purtroppo però con l’IVA al 22%, in Svezia si paga l’IVA al 10% per i prodotti rigenerati e speriamo che questo succeda molto presto anche in Italia. Occhio al futuro

In onda 26-1-2019

Jellyfish Barge, la chiatta serra

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Un progetto di della start-up fiorentina Pnat, Jellyfish Barge è una chiatta ottagonale che produce il fabbisogno alimentare di otto persone. Utilizza energia solare e il suo sistema di irrgigazione desalinizza l’acqua del mare su cui galleggia. Una soluzione per il popolo mondiale in crescita..

Cristina: Nel 2050 ci saranno due miliardi e mezzo di persone in più e non basta la terra coltivabile, non basta l’acqua dolce, che è alla base di ogni forma di vita. Stefano voi che soluzione avete elaborato?

Stefano Mancuso: Il problema è un problema enorme, perché stiamo parlando di nutrire 2 miliardi e mezzo di persone in un tempo così breve e come hai detto giustamente, non c’è abbastanza suolo coltivabile e soprattutto non c’è abbastanza acqua dolce. Vorrei ricordare quanta acqua dolce c’è sul pianeta, il 97% dell’acqua che è presente è salata e non la possiamo utilizzare. Il restante 3%, 1% è fermato ai poli quindi ne rimane il 2%, di questo 2% per un motivo o per un altro un’altra quantità non è utilizzabile, quindi noi viviamo con l’1,5% dell’acqua del pianeta. Ad oggi, il 70% di tutta l’acqua dolce del pianeta terra è utilizzata per l’agricoltura, non potremo andare avanti a lungo in questa maniera. Di sicuro non potremo nutrire altri due miliardi e mezzo di persone con questa poca acqua, bisogna trovare delle soluzioni alternative. La soluzione che abbiamo trovato noi si chiama Jellyfish Barge ed è un serra galleggiante. Ha una forma ottagonale, che ha un diametro di 12 metri che galleggia sul mare, quindi non utilizza nessun tipo di terra, nessun tipo di suolo. Non hai bisogno di acqua dolce perché è in grado di dissalare l’acqua del mare e utilizzare quest’acqua che ha dissalato per nutrire le piante al suo interno. Il tutto utilizzando esclusivamente energia solare.

Cristina: Si avrebbe bisogno di fertilizzanti nel Barge?

Stefano Mancuso: Noi non utilizziamo nessun fertilizzante che non siano alghe, soltanto alghe che crescono nel mare. Senza nessun tipo di energia non rinnovabile, senza suolo e senza neanche un millilitro di acqua dolce siamo in grado di produrre da mangiare per otto persone. Queste zattere galleggianti possono essere messe a galleggiare li dove il cibo necessita, possono essere agganciate l’una all’altra fino a rendere possibile la produzione di alimenti necessari. Se c’è una popolazione di 50.000 persone o di 30.000 persone, il Jellyfish crescerà diciamo in maniera adeguata. Fra l’altro hanno una forma ottagonale, non esagonale, perché l’esagono coprono tutta la superficie, mentre invece gli ottagoni lasciano la possibilità di creare delle strade, dei luoghi attraverso i quali camminare anche. Tutta l’idea che ha spinto fin dall’inizio della progettazione di Jellyfish Barge è quella di avere dei mercati, dei propri luoghi dove si produce da mangiare, dove la si vende, come si dice oggi a km 0 e rispettosa dell’ambiente.

Cristina: Grazie Stefano, speriamo che qualcuno si renda conto del buonsenso di questo progetto perché prima o poi i costi ambientali li dovremo pagare. Occhio al futuro

In onda 19-1-2019

Foxwin, la piattaforma delle idee

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Foxwin è una piattaforma nata per dare valore alle idee. I dipendenti possono partecipare a bandi all’interno della propria azienda, facilitando la condivisione e sviluppo di creatività e ingegno.

Cristina: Avere buone idee per migliorare la propria attività o organizzazione è una prerogativa di tutti, ma come organizzarle ed implementarle è un’altra questione. Filippo, voi come fate?

Filippo Causero: Che cosa deve fare una persona in azienda se vuole realizzare la propria idea innovativa, magari cambiare anche il processo. Deve parlare con il suo responsabile, e il suo responsabile deve parlare con un dirigente. Molte volte però questo processo di approvazione si blocca sempre da qualche parte, quindi abbiamo creato un’applicazione, un software, per le aziende medio-grandi per raccogliere tutte le idee innovative, suggerimenti sui nuovi prodotti da condividere all’interno dell’azienda. Così che tutti quanti possano votare le idee dei colleghi ed aiutare a migliorare.  Poi saranno i dirigenti che sceglieranno le idee migliori da realizzare. L’idea è nata in una multinazionale italiana dove abbiamo creato questo concorso delle idee e devo dire che in otto mesi abbiamo risparmiato quasi 3 milioni di euro.

Cristina: Trovate che i collaboratori e dipendenti esprimano le loro idee più facilmente anonimamente o identificandosi?

Filippo Causero: Soltanto le idee che verranno realizzate e quindi che si trasformeranno in progetti concreti, solo in quel caso il nome dell’autore diventerà visibile.

Cristina: Cosa c’è di diverso rispetto alla classica scatola dei commenti?

Filippo Causero: La scatola dei suggerimenti ha più di cento anni, e ci sono alcune aziende che sono riuscite a fare un grande successo con questa scatola. Abbiamo trasformato la scatola in uno strumento, un software innovativo, che aiuta la collaborazione interna dell’azienda. Snellisce tutto il processo dalla raccolta dell’idea alla sua realizzazione. Con il software si possono fare due cose principalmente: o un processo di miglioramento continuo secondo degli obbiettivi, come la riduzione di costi, oppure si possono proporre delle sfide con dei problemi da risolvere e in breve ottenere moltissime soluzioni al problema.

Cristina: Questo tipo di servizio che costi ha?

Filippo Causero: Il service è come un software, quindi un CAD mensile o annuale in base alla dimensione dell’azienda però adesso c’è anche un incentivo economico che è legato al coinvolgimento paritetico dei lavoratori che abbatte quasi del tutto i costi della piattaforma. Noi puntiamo sul fatto che l’80% delle persone sia insoddisfatta del proprio lavoro, vogliamo aiutare le organizzazioni, aiutare le persone ad indirizzare le proprie idee. Perché se uno usa la propria determinazione, creatività, riesce a migliorare la propria azienda e si sente più partecipe. Quindi è più coinvolto ed è anche più felice di andare al lavoro.

Cristina: Opportunità come queste sono preziose per far circolare le buone idee.

In onda 12-1-2019

L’intelligenza artificiale di IRIS

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Anita Schjøll Brede racconta come l’intelligenza artificiale di Iris potrebbe aiutare a semplificare le ricerche scientifiche e molto altro.

Cristina: Abbiamo tutte le soluzioni ai problemi pressanti del nostro tempo, ma come pezzi sparsi di un puzzle sono in luoghi, lingue e formati diversi. L’intelligenza artificiale ci può aiutare in questo. Anita, puoi darci una metafora per spiegare come funziona l’intelligenza artificiale?

Anita Schjøll Brede: Stiamo sviluppando sistemi che vogliono mimare il cervello umano più che una calcolatrice. Se io avessi una pizzeria, ogni mattina vorrei capire quanta pasta fare. È una domanda complessa: che tempo fa? Quanto ho venduto sin qui? È la stagione turistica? Che giorno della settimana è? Ci sono molti dati che influenzano le risposte e l’esperienza umana contribuisce molto al raggiungimento di un buona stima.
Se si ha un sistema che col tempo impara, lo si può impostare per calcolare ogni mattina, sulla base dei dati, quanta pasta fare. Ogni giorno si aggiungono nuovi da inserire e il sistema si aggiornerà diventando sempre più efficace nel fare le previsioni.

Cristina: Come stai usando l’IA?

Anita Schjøll Brede: Abbiamo una gamma di strumenti che aiutano i ricercatori a mappare la letteratura scientifica esistente in relazione ad un quesito, e presentano una lista di testi molto precisa.

Cristina: Wow

Anita Schjøll Brede: Richiede moltissimo tempo, ci sono 150 milioni di ricerche scientifiche, milioni e milioni di brevetti e un essere umano non è in grado di leggere e comprendere quel vasto volume di informazioni. Stiamo costruendo un sistema che è in grado di farlo, facendo si che una persona possa trovare esattamente i pezzi del puzzle di cui ha bisogno per risolvere un problema.

Cristina: Credi che aiuterà a connettere diverse aree di ricerca per trarre conclusioni migliori in relazione a problemi sistemici?

Anita Schjøll Brede: Si. Tantissime soluzioni ai nostri grandi problemi, che siano cambiamenti climatici o altro, sono interdisciplinari. Significa prendere quella soluzione e quella e quella e metterle insieme. Oggi un essere umano non è in grado di farlo, ma l’IA che stiamo realizzando si.

Cristina: È già funzionante?

Anita Schjøll Brede: Una parte si, quella che ti aiuta a fare le valutazioni delle ricerche, partendo da un quesito e arrivando ad una lista di lettura. Questo funziona, lo stiamo vendendo alle università e alle corporazioni. Il prossimo passo sarà estrapolare ipotesi, arrivare a conclusioni e cominciare a vedere i grandi schemi.

Cristina: Quindi il sistema diventerà un ricercatore in sè?

Anita Schjøll Brede: Prima o poi si.

Cristina: Siamo sempre più affascinati da queste importanti e utili prodezze tecnologiche ma non dimentichiamoci quello che abbiamo qui dentro. Occhio al futuro.

In onda 29-12-2018

Jaya Baloo, consigli di sicurezza informatica

By sdg 16, sdg 17, sdg 9, technology

Jaya Baloo, esperta di sicurezza informatica, spiega le diverse motivazioni di un hacker e gli attacchi informatici che potrebbero colpirci – dal cittadino, all’azienda, fino alle infrastrutture statali.

PUNTATA I

Cristina: Sono con una delle più grandi esperte di sicurezza cibernetica, lavora in Olanda e a lei chiediamo: Jaya dobbiamo preoccuparci?

Jaya Baloo: Si, ma il grado di preoccupazione dipende da ognuno di noi. Cambia a secondo di cosa devi proteggere e da chi.
Cambia se sei un individuo, un’azienda o un governo. E per quanto riguarda “da chi” proteggersi, mi piace dire i hacker hanno tre motivazioni: divertimento, guadagno e politica. Solitamente crescono in quell’ordine. Partendo da un hacker individuale che è magari curioso e lo fa per divertimento, ai criminali cibernetici che lo fanno per guadagno, fino agli hacker sponsorizzati dagli Stati, che lo fanno per motivi politici.

Cristina: Quali sono tre tipi di attacco in ognuna di queste categorie in modo che le persone possano capirne l’entità?

Jaya Baloo: Ti do tre esempi: quando parliamo di hacker individuali, quello che vediamo sono attacchi semplici, ma molto efficaci. Ad esempio la negazione di servizio, dove servizi – generalmente online – sono resi inaccessibili perché vengono inondati di traffico. Questo è facilmente realizzabile da un hacker individuale, ma non è sempre semplice difendersi.

Cristina: E dicevi che per 40 euro puoi arruolare qualcuno che inonderà il tuo sito di traffico che il tuo server non sarà in grado di gestire?

Jaya Baloo: Esatto e non riesce più a esaudire le richieste valide. È una cosa che vediamo spesso. Non ci sono solo attacchi di tipo volumetrico ma anche applicativi. È difficile difendersi e costano milioni di euro alle aziende. Quindi questi sono gli hacker individuali. Se guardiamo i criminali cibernetici, abbiamo assistito al più grande colpo bancario della storia, per oltre un miliardo di dollari. È stato dirompente, ma vediamo che anche le persone comuni sono vulnerabili ai riscatti: il loro computer viene criptato e possono solo sbloccarlo mandando al criminale un pagamento in bitcoin. E quando si tratta di attacchi sponsorizzati dagli Stati, da dove inizio? Lo vediamo ovunque, lo abbiamo visto nelle elezioni degli stati uniti, lo vediamo nelle elezioni europee, hanno cercato di attaccare anche la marina militare italiana. Ci sono tantissimi casi.

Cristina: In Italia chi se ne sta occupando che dovremmo conoscere?

Jaya Baloo: Se dovessi scegliere un eroe italiano, sarebbe Paolo Villoresi. È all’università di Padova e credo che dovremmo prestare molta più attenzione a persone come lui e garantire più fondi alla loro ricerca.

In onda 15-12-2018

PUNTATA II

Cristina: Quando sentite parlare di attacchi informatici, pensate che non vi riguardi? Preparatevi a cambiare idea. Jaya cosa possiamo fare a livello individuale per proteggerci?

Jaya Baloo: In realtà può essere molto semplice: iniziamo a essere diligenti con gli aggiornamenti dei nostri software e hardware. Questo significa scaricarli appena sono disponibili e non aspettare tre settimane per poi avere trentacinque mila aggiornamenti da fare. La seconda cosa che è semplice e poco sexy è fare i back-up: salvate i vostri dati sia offline che online. Usate un antivirus e l’autenticazione a due fattori, con questi piccoli cambiamenti togliamo ai hacker una buona parte delle tentazioni.

Cristina: Le persone pensano che sia conveniente fare una ricerca online e ricevere proposte affini dal sistema ma questa in realtà non è una buona cosa, vero?

Jaya Baloo: Il bene più prezioso che abbiamo è il tempo, e guadagnarne è sempre bello, ma non a discapito della nostra sicurezza e privacy. Possiamo solo essere liberi di godere dei frutti della nostra innovazione digitale se non dobbiamo preoccuparci che i nostri dati vengano rubati o condivisi con persone che non abbiamo autorizzato. Dobbiamo prenderne possesso e comprendere a pieno di chi ci possiamo fidare.

Cristina: E invece per organizzazioni, multinazionali e governi?

Jaya Baloo: Sono molto preoccupata per le nostre infrastrutture nazionali sensibili e credo che i governi potrebbero concentrarsi su questo. Dall’acqua potabile, all’energia e le telecomunicazioni, in quell’ordine dovremmo avere un programma per cercare le vulnerabilità e proteggerle. Abbiamo una responsabilità nei confronti dei cittadini di ogni paese e penso che sia un problema in Italia quanto in Olanda. Abbiamo l’urgenza di cercare i punti deboli: dove cercherebbe di infiltrarsi un hacker se volesse rendere inefficiente queste infrastrutture? e chiudere ogni porta d’ingresso, concentrandoci sulla difensiva anziché tattiche offensive come la raccolta di informazioni.

Cristina: Intendi le intercettazioni telefoniche?

Jaya Baloo: Si, intercettazioni di conversazioni e segnali di telecomunicazione oppure risposte aggressive agli attacchi. Sono assolutamente contraria perché significa aggravare anziché dialogare. Vorrei che ci focalizzassimo sulla pace cibernetica e le nostre difese.

Cristina: E ci incoraggia scoprire che dal tuo punto di vista c’è tanto talento in Italia.

Jaya Baloo: C’è tantissimo talento in Italia. Sono una grande fan delle università italiane. Penso che abbiano moltissimo da offrire. Frequentate gli atenei. Dovremmo incoraggiare le grandi aziende a collaborare di più con gli istituti accademici.

Cristina: Che dire? Occhio al futuro.

In onda 22-12-2018