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Federico Faggin – I computer coscienti

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I computer potranno diventare più intelligenti degli umani? Potranno aiutarci a risolvere le grandi sfide del nostro tempo? Ne parliamo con lo scienziato italiano Federico Faggin, che nel 1971 inventò il primo microprocessore, rivoluzionando il mondo. Nel 1986, partendo dal presupposto comune che la coscienza è una proprietà del cervello, si impegnò per sviluppare computer capaci di autoapprendere e diventare coscienti. Che ne sarà dell’essere umano? Di cosa si occuperà? Quale sarà il prossimo cambiamento necessario? Ascoltate cos’ha da dire uno degli uomini più geniali del nostro tempo sul futuro che stiamo costruendo

Cristina: I computer potranno diventare più intelligenti degli umani? Potranno aiutarci a risolvere le grandi sfide del nostro tempo? Ne parliamo con lo scienziato italiano Federico Faggin, che rivoluzionò il mondo nel 1971 inventando il primo microprocessore. Nel 1986, partendo dal presupposto che la coscienza è una proprietà del cervello, si impegnò per sviluppare computer in grado di autoapprendere e diventare coscienti. Federico a che punto siamo con lo sviluppo dei computer coscienti?

Federico Faggin: Non siamo neanche partiti. I computer coscienti secondo me non saranno possibili. Il computer è semplicemente un manipolatore di simboli, benché all’inizio pensassi che il computer potesse essere consapevole, questo parliamo dell’86..’87. Avevo anche io pensato che la complessità del cervello potesse esprimersi attraverso la coscienza, poi pensandoci, cercando di capire e creare un computer che potesse essere consapevole, mi sono accorto che questa era un’impossibilità perché non c’è nessuna legge fisica che permetta di trasformare i segnali elettrici – quelli del computer oppure i segnali biochimici del cervello – in coscienza, in sensazioni o in sentimenti. Noi percepiamo il mondo con sensazioni e sentimenti.

Cristina: Quali sono i rischi di partire dal presupposto che i computer diventeranno coscienti?

Federico Faggin: Molta gente viene sviata nella maniera in cui pensa di essere, pensa che la vita sia simulabile in un computer e così via, che la consapevolezza sia downloadable in un computer. Tutte queste sono cose che non hanno veramente nessun fondamento scientifico, infatti il fondamento scientifico le nega, quindi perché preoccuparsi? La macchina non ha comprensione, la consapevolezza è ciò che ci da la comprensione della realtà, il fatto è che siamo molto di più di quello che pensiamo di essere e questo può essere soltanto compreso attraverso un’esperienza vissuta, non può essere compreso mentalmente. Finché l’uomo crede che l’unica comprensione sia una comprensione mentale, invece che esperienzale, si sbaglierà. Purtroppo la scienza oggi pensa che sia tutto mentale e invece si dimenticano del loro cuore e si dimenticano spesso anche della loro pancia, e del coraggio. Finchè la scienza che è l’autorità non riconosce altro che materia, la fisicalità e disconosce qualsiasi aspetto che puzzi di qualcosa che non sia materia abbiamo un problema grandissimo. È quando qualcuno incomincia a riconoscere qualcosa che non è riducibile alla materia che si apre tutta una possibilità di nuova conoscenza, nuova esperienza che oggi è oggi negata. Il fisico risponderà tipicamente a un discorso come “faccio io”, “ah ma quest è filosofia” e in questo modo è buttato via tutto da una parte e si continua come prima.

Cristina: Proprio la comprensione della realtà ha convinto 193 paesi a stilare e adottare l’agenda 2030 e i 17 SDG. Federico Faggin è stato un propulsore fondamentale di tante innovazioni – dunque il numero 9 gli appartiene a pieno titolo. E il suo studio della coscienza tocca tutti gli altri.

Parte II

Cristina: In un mondo sempre più automatizzato, dove appunto anche molti lavori ripetitivi verranno sostituiti dai robot, l’essere umano di cosa dovrà o potrà occuparsi?

Federico Faggin: Del suo sviluppo emotivo, spirituale, mentale e questo naturalmente è la speranza che l’intelligenza artificiale, usata bene, possa portare a questo. Il problema è quando invece viene usata contro l’uomo o per ridurre l’uomo, che è manipolabile, per consumare generi che gli sono proposti attraverso la manipolazione dell’informazione, quello è il problema. L’etica è fondamentale, certamente quando l’intelligenza artificiale sarà usata in medicina, oppure nella guida automatica, stabilire regole etiche di comportamento diventa essenziale. Per non parlare dell’uso dell’intelligenza artificiale nella guerra, come ci sono già stati problemi etici per esempio con le armi chimiche, quindi ci sono trattati e cose così. Il problema diventerà sempre più serio, man mano che la tecnologia diventa più potente, però l’etica si può sempre violare, è li il problema. Come facciamo quando l’etica viene violata? Il problema fondamentale di cambiare l’immagine che l’uomo ha di se in modo che si regoli da solo, quindi è un problema di educazione della coscienza di chi è l’uomo, perché si cambia fuori perché dal fuori bisogna cambiare dentro. Oggi si pensa che per cambiare da fuori si può cambiare dentro una persona, ma quello non funziona, si può solo cambiare qualcosa fuori se uno cambia da dentro, ed è li proprio il problema della coscienza. È li il passo fondamentale che l’uomo deve fare oggi, deve capire che non è una macchina. L’uomo non è una macchina, è un essere spirituale.

Cristina: Ha fiducia che l’umanità potrà collettivamente risvegliarsi? Soprattutto in relazione alle questioni climatiche?

Federico Faggin: Non c’è scelta, l’umanità deve cambiare. Per risolvere i problemi del cambiamento climatico che avverranno tra 30, 40, 50 anni potenzialmente catastrofico e quindi richiedono l’umanità, che si mettano d’accordo a risolvere questo problema come umanità, non più come paese.

Cristina: Ci sarà o no una tecnologia in grado di accelerare questo processo?

Federico Faggin: La tecnologia è facilmente raggiungibile se il mondo si mette d’accordo a trovarla, di fatti c’è una tecnologia fondamentale che secondo me, per caso, appare allo stesso tempo che c’è un problema a livello globale, che è internet. Permette alle persone di mettersi d’accordo in un giorno, tutto il mondo può sapere quello che succede nel mondo.

Cristina: In questa cornice, l’innovazione tecnologica SDG 9, potrà aiutare l’umanità a onorare tutti i 17 obiettivi dell’Agenda 2030. Sta a noi. Federico Faggin conclude la sua autobiografia Silicio con una frase molto calzante di Albert Einstein che dice: I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi, gli esseri umani sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti. L’insieme dei due costituisce una forza incalcolabile. Occhio al futuro!

In onda 8 e 15-2-2020

Tessuto in polipropilene di Respect Life

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Si stima che nel mondo vengano prodotti ogni anno circa 400 miliardi di metri quadrati di tessuti. 80 miliardi di capi di abbigliamento di cui il 75% finisce in discarica o viene incenerito. Oggi esistono realtà capaci di ridurre questi sprechi. Ad esempio i tessuti di Respect Life in polipropilene, riciclabili al 100%. Per produrli si consuma pochissima acqua, senza inquinarla. Sono antibatterici, anallergici, e quindi ottimi per l’impiego in strutture sanitarie come ospedali e ambulatori.

Cristina: Si stima che nel mondo vengano prodotti ogni anno circa 400 miliardi di metri quadri di tessuti. 80 miliardi per capi di abbigliamento, di cui il 75% viene incenerito o finisce in discarica. Oggi esistono realtà che sono in grado di ridurli questi sprechi. Ad esempio i tessuti in polipropilene, che sono riciclabili al 100%. Per produrli si consuma pochissima acqua, senza inquinarla.  Sono antibatterici, anallergici, e quindi ottimi per l’impiego in strutture sanitarie come ospedali e ambulatori. Mirella, rispetto ad altri tessuti in polipropilene, il vostro in che modo è diverso?

Mirella Civardi: Prima di tutto è diverso per il filato che utilizziamo, un filato continuo che non ha nessun tipo di nodo o di asperità, e pur essendo così piccolo, contiene 80 fili più sottili di un capello. La costruzione dei capi non richiede nessun altro tipo di prodotto o materiale, utilizziamo esclusivamente il polipropilene.

Cristina: E questo che vantaggi comporta al contatto con la pelle?

Mirella Civardi: Al contatto con la pelle abbiamo un tessuto morbido, liscio, e traspirante, senza alcun tipo di asperità. Non crea irritazioni alla pelle, neanche la più malata o con dei problemi sanitari.

Cristina: I vantaggi per la salute, in generale, quali sono? 

Mirella Civardi: Prima di tutto è completamente anallergico e antibatterico. Sia il tessuto che il filato sono completamente idrofobici, quindi i batteri non trovano un ambiente favorevole per potersi riprodurre.

Cristina: Invece i vantaggi per l’ambiente?

Mirella Civardi: La produzione al polipropilene è a bassissimo impatto ambientale: si colora in pasta, quindi tutto quello che serve per colorare non si disperde nell’ambiente. Si lava con acqua e sapone, e si ricicla al 100%. Questi tessuti possono essere colorati in mille modi, senza utilizzo di chimica e con colori naturali. Per fare una maglietta come la mia ci vogliono 0,6 litri d’acqua. Per fare una maglietta in cotone ce ne vogliono 2,700 di litri, senza parlare di tutti i pesticidi e tutto quello che serve per coltivare il cotone in campo.

Cristina: E quindi il mondo della moda potrebbe recepire la validità di un tessuto come questo?

Mirella Civardi: C’è una grande sensibilità sulla sostenibilità. Il nostro prodotto produce pochissima CO2 e produce anche pochissimo inquinamento perché può essere riciclato.

Cristina: Grazie Mirella. La qualità tattile, nonché quella estetica, sono molto interessanti e sono caratteristiche fondamentali per portare sul mercato prodotti sostenibili. Occhio al futuro!

In onda 1-6-2019

Il neuromarketing di Sensecatch

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Ogni anno nascono oltre 21.000 nuovi marchi. Il 95% scompaiono nel giro di 10 mesi. Un marchio ha successo quando riesce a creare un legame emotivo con il consumatore e a creare un senso di identità valoriale. SenseCatch lavora diversamente da un’agenzia tradizionale di marketing e comunicazione.

Cristina: Ogni anno nascono oltre 21.000 nuovi marchi. Il 95% scompare nel giro di 10 mesi. Un marchio ha successo quando riesce a creare un legame emotivo con il consumatore ed esistono delle tecnologie in grado di analizzare le emozioni che ci portano a scegliere una cosa piuttosto che un’altra. Andrea, come lavorate voi rispetto ad un’agenzia tradizionale di marketing e comunicazione?

Andrea Ciceri: Noi partiamo direttamente dal capire l’emozione che sta attorno ad un processo decisionale anche nel settore dell’alimentare, in cui questa dimensione è sicuramente fondamentale. Utilizziamo tecnologie a supporto per capire esattamente la tipologia di esperienza e reazione che un consumatore sta provando mentre ad esempio è davanti ad uno scaffale per scegliere una bottiglia di vino.

Cristina: Questo immagino che, stando a contatto con il cranio, cosa capta? 

Andrea Ciceri: Il segnale elettroencefalografico, mentre questo è il segnale di microsudorazione cutanea. È la macchina della verità, è un anellino che si mette sulle dita e di fatto cattura la microsudorazione cutanea, quindi ci da quanto coinvolgimento emotivo c’è mentre quella ci dice la direzione dell’emozione, quindi se qualcosa è positivo o negativo. Questa è una tecnologia eye-tracker, che si può mettere dietro ad uno schermo per capire l’attenzione visiva su un sito internet o una pubblicità oppure lo si può indossare per capire la persona cosa sta guardando, ad esempio su uno scaffale alimentare.

Cristina: O magari sta guardando il ragazzo che sta facendo la spesa e cogli tutto un altro giro di emozioni! Andrea ci fai qualche esempio? 

Andrea Ciceri: Abbiamo analizzato l’esperienza che un gruppo di consumatori provava durante la visione di alcune etichette di vino che abbiamo realizzato ad hoc..

Cristina:  ..e cosa avete imparato?

Andrea Ciceri: Abbiamo capito che l’etichetta nera era maggiormente capace di coinvolgere emotivamente perché aveva una texture più grezza e ruvida rispetto alle altre. Questo coinvolgimento emotivo lo si ha anche sopratutto attraverso il tatto, che ricordiamo essere uno dei primi sensi a svilupparsi fin dalla prima infanzia.

Cristina: Invece quando si naviga su internet per comprare qualcosa online?

Andrea Ciceri: I siti che piacciono di più sono i siti innanzitutto semplici. Oggigiorno i siti internet al posto di utilizzare contenuti testuali, dovrebbero utilizzare ad esempio delle immagini o delle infografiche, quindi una traduzione di un testo in un immagine.

Cristina: Grazie Andrea. Speriamo che questi strumenti di neuromarketing siano in grado di identificare le emozioni su cui fare leva per far si che la sostenibilità si diffonda su larga scala nelle cose che usiamo sempre di più. Occhio al futuro 

In onda 25-5-2019

la realtà virtuale di AnotheReality

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Il giro d’affari delle realtà immersive due anni fa era di 3,5 miliardi di euro e lo scorso anno di 7 miliardi. Ma non si tratta solo di entertainment, anzi, quello che cresce di più sono le applicazioni della realtà aumentata e la realtà immersiva nei campi più disparati dell’attività umana. AnotheReality ci mostra cos’è possibile oggi!

Cristina: Il giro d’affari delle realtà immersive è su una curva esponenziale. Due anni fa valeva 3.5 miliardi di euro, lo scorso anno 7 e continuerà a moltiplicarsi. Sono tecnologie che nascono nel mondo del gaming, ma in realtà le applicazioni si stanno allargando a qualsiasi attività umana. La realtà virtuale ricostruisce un ambiente fisico mentre quella aumentata arricchisce le nostre percezioni oltre i confini dei cinque sensi. Lorenzo dove mi porti?

Lorenzo Cappannari: Devi indossare questi occhiali e guardare di la..

Cristina: Wow che bella sorpresa che ci avete fatto 

Lorenzo Cappannari: Fondamentalmente si tratta di un ologramma, immaginati un’azienda che ha sedi in giro per il mondo e deve fare vedere i propri prodotti ai clienti, piuttosto che utilizzare questi ologrammi per condividere fasi di prototipazione all’interno dell’azienda. Questa è una modalità innovativa e sicuramente molto più realistica ed immersiva per mostrare un prodotto che ancora non c’è, ma come se fosse fisicamente li.

Cristina: Qualche esempio? 

Lorenzo Cappannari: Abbiamo programmato un avatar digitale per una banca, che può essere utilizzato sia per fare vera e proprio interazione con clienti oppure fare formazione su rete vendita diffuse sul territorio, simulando l’interazione con il cliente 

Cristina: Siete in grado di portare anche le persone dentro agli ambienti virtuali

Lorenzo Cappannari: Ti potrei teletrasportare all’interno di un ambiente particolarmente pericoloso, dove l’utilizzo della realtà virtuale permette di fare simulazioni in ambienti totalmente protetti. L’idea è che puoi sbagliare quanto vuoi ma non ti succede niente, mentre nella realtà, potrebbe essere pericoloso.

Cristina: Mi hai fatto qualche esempio di realtà immersiva, invece con la realtà virtuale cosa state facendo?

Lorenzo Cappannari: Immaginati per esempio di essere un’azienda che produce macchinari particolarmente voluminosi, produco ascensori, piuttosto che gru. Trasportarle in giro per fiere è abbastanza difficile, in questo caso le nostre tecnologie permettono la promozione di questo tipo di prodotti in modalità totalmente facile e semplice da trasportare, basta una valigetta e un visore.

Cristina: Grazie Lorenzo. Familiarizzeremo sempre di più con attrezzature come questa, effettivamente si vede veramente un’altra realtà. Chissà se poi quando rientriamo in questa siamo altrettanto contenti. Occhio al futuro! 

In onda 18-5-2019

Mathesia

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Mathesia è una piattaforma che aiuta le aziende ad individuare i migliori esperti facilitando il dialogo tra il mondo del business e quello della scienza. Nata al Politecnico di Milano, dalla collaborazione di 2 start-up, valorizza l’eccellenza italiana nel campo della matematica applicata.

Cristina: Oggi vi raccontiamo di una piattaforma web che connette società e organizzazioni con le migliori menti matematiche, per risolvere problemi e accelerare l’innovazione, in qualunque settore.

Luca Prati: Il progetto nasce al Polihub, l’incubatore del Politecnico di Milano. Ci occupiamo di valorizzare la scientifica e lo facciamo attraverso una piattaforma digitale mettendo in dialogo da un lato le aziende e dall’altro gli esperti della matematica  e statistica applicata.

Cristina: L’idea è venuta vedendo che in altri ambiti, quali lo sviluppo di software o il design di loghi, il modello del crowdsourcing, ossia l’esternalizzazione di progetti, era già diffuso. E sapendo che le competenze matematiche e statistiche saranno cruciali per le aziende, hanno creato una rete di professionisti qualificati nell’ambito di simulazione numerica, ottimizzazione e data science… Grazie ad un algoritmo, la piattaforma aiuta le aziende ad individuare i migliori esperti facilitando il dialogo tra il mondo del business e quello della scienza.

Luca Prati: Per farti un’esempio, ti racconto uno dei primi problemi che abbiamo risolto e affrontato. Il problema era uno di logistica di una multinazionale che aveva i magazzini bloccati perché i prodotti che erano all’interno di questo magazzino avevano una forma cilindrica ed erano molto delicati. C’era la produzione ferma per il fatto che non riuscivano a venire stoccati nella maniera corretta. È stato possibile risolvere il problema grazie ad una competenza trovata sulla piattaforma, che aveva già risolto il problema in un ambito diverso ma aveva un modello simile, ed era quello di una falegnameria. Uno degli aspetti più interessanti della matematica è quello di poter riutilizzare gli stessi modelli per risolvere problemi in ambiti completamente distanti tra loro. E questo a volte consente risparmi molto interessanti sia in termini di tempo che di costi.

Cristina: Un importante ospedale milanese ha ottimizzato la gestione delle sale operatorie attraverso un’analisi statistica di loro dati raccolti per anni, quali: tipo di intervento e caratteristiche dei pazienti, stabilendo così, in modo più preciso, la durata di ogni operazione. Questo ha reso più efficiente sia la pianificazione degli interventi sia i costi delle sale. Anche la sicurezza sul lavoro può essere migliorata attraverso questa piattaforma. Una grande industria energetica ha avviato un’analisi sui dati storici di incidenti, per mappare le caratteristiche e le fonti di informazione più rilevanti, e capire meglio le cause e i fattori di rischio.

Luca Prati: Abbiamo creato una rete di esperti – ora sono circa 3000 tra ricercatori, professori universitari e consulenti professionali. Sono le eccellenza nei mondi della matematica e statistica applicata.

Cristina: Il vantaggio di questa piattaforma è che consente ai cervelloni italiani e ai nostri esperti di dare un loro importante contributo alla soluzione di problemi senza lasciare il nostro paese. E sappiamo qui quanto ci sia bisogno di teste brillanti!

In onda 20-4-2019

Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

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Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019

Indagare il riciclo dei rifiuti elettronici

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Gli elementi preziosi nell’elettronica hanno tre problematiche: il danno all’ambiente nell’estrazione; la breve durata di vita dei dispositivi stessi; alla fine del loro ciclo di vita, non vengono adeguatamente riciclati. Si stima che entro il 2080, le più grandi riserve minerarie non saranno più sottoterra, ma in superficie, come lingotti o come parti di materiali da costruzione, elettrodomestici, mobili e device.
Simone Farresin e Andrea Trimarchi di Studio Formafantasma hanno condotto un’indagine ambiziosa sul riciclaggio di rifiuti elettronici con il loro progetto Ore Streams – in esposizione durante Broken Nature alla Triennale di Milano

Cristina: Questo cassetto è fatto con il case di un vecchio computer. Pensate, i rifiuti elettrici ed elettronici sono quelli che crescono più in fretta, solo il 30% però viene riciclato. Intervenire sul restante 70% è molto complesso perché complessi sono gli oggetti di cui parliamo e complicate sono le filiere.

Simone Farresin: La smontabilità degli oggetti è fondamentale, pertanto per esempio istituire un sistema di viti universale sarebbe utilissimo. Per esempio il nero dei cavi elettrici è molto difficile da riconoscere per i sistemi che vengono utilizzati per separare, i lettori ottici. Cambiare semplicemente il colore dal nero ad un colore aiuterebbe il riconoscimento dei cavi elettrici e il recupero del rame. Per di più sarebbe fondamentale istituire un sistema di etichettatura che dica all’utente, nel momento in cui compra un oggetto elettronico, quanto durerà nel tempo. Ovviamente questi oggetti vengono riciclati ma in modo un po’ più sofisticato nei nostri paesi, invece nei paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di un codice colore che li aiuti a comprendere in modo intuitivo quali sono i componenti pericolosi per essere smontati a mano, in modo tale che il riciclo venga fatto nel modo opportuno.

Cristina: Voi avete incontrato per il vostro progetto attori lungo tutto la filiera, dove avete incontrato la maggiore resistenza?

Andrea Trimarchi: Devo dire che una delle cose più complesse in realtà è stata entrare in contatto con i produttori di elettronici. Abbiamo parlato con università, con produttori, aziende di riciclo, abbiamo parlato anche con persone che si occupano di leggi. Diciamo che quelle sono state più disponibili poi ad accoglierci, la cosa più difficile appunto è stata parlare con i produttori.

Cristina: Perché non sono disposti ad essere parte della soluzione?

Simone Farresin: Probabilmente perché è molto complesso in questo momento investire risorse economiche per cambiare veramente le cose invece di semplicemente fare dei piccoli passi avanti che vengono usati simbolicamente come sistema pubblicitario invece che di reale interesse per il riciclo di questi prodotti.

Cristina: Voi avete una soluzione a tutte, qual è?

Andrea Trimarchi: Una delle più probabili soluzioni potrebbe essere di organizzare tavoli dove i vari attori del sistema produttivi, dai produttori di elettronica ai riciclatori e ovviamente anche designer, possano incontrarsi su queste tematiche.

Cristina: Sembra assurdo, questo non avviene già?

Andrea Trimarchi: Purtroppo no, anche in ambito legislativo spesso vengono messi insieme i riciclatori e anche i produttori, ma la maggior parte delle volte, noi designer che siamo quelli che trasformano le materie prime in oggetti, non facciamo parte di queste riunioni.

Cristina: Il design può e, in questo caso, ha un ruolo politico, lasciamoci ispirare.

In onda 30-3-2019

Fanghi da depurazione diventano risorsa con Bioforcetech

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Il fango da depurazione è quella frazione di materia solida contenuta nelle acque reflue urbane ed extraurbane, che viene rimossa negli impianti di depurazione durante i vari trattamenti depurativi necessari a rendere le acque chiarificate compatibili con la loro reimmissione in natura senza creare alterazioni all’ecosistema. Complessivamente, in Italia vengono prodotte circa 3.000.000 di ton/anno di fanghi da depurazione. Più o meno inquinati. Eliminarli correttamente costa una media di 150€/ton, totale sono 450.000.000 €/anno. Con il sistema di Bioforcetech, che diminuisce notevolmente il rifiuto e lo trasforma in Biochar, si può arrivare ad un risparmio del 90% . Perché riducendo il volume del 90% si riducono altrettanto tutti i costi i consumi energetici e di trasporto.

Cristina: Il problema che trattiamo oggi nasce dalle nostre fogne, riguarda la salute di tutti noi. La soluzione nasce da un gruppo di giovani italiani che hanno progettato un macchinario capace di trasformare rifiuti in risorsa.
Gli scarichi urbani, industriali e agricoli vengono raccolti in impianti che separano la parte liquida da quella solida, per poi essere trattati. La legge consente di riutilizzarne una parte in agricoltura. Nel 2017, 60 comuni lombardi si sono uniti per contestare l’uso dei fanghi da depurazione nei terreni dove cresce il cibo che mangiamo, hanno fatto ricorso al TAR e hanno vinto. La loro preoccupazione era di non poter tutelare la salute dei cittadini. La questione è divampata, generando interventi e analisi in diverse regioni italiane. Sono stati trovati elementi inquinanti elevati come idrocarburi, PFAS e altre sostanze nocive. Mangiamo cibo inquinato più di quanto pensiamo.
In seguito alla decisione dal TAR sono stati abbassati del 90% gli inquinanti ammessi nei fanghi da depurazione usati in agricoltura. Ma gli impianti non sono stati in grado di adeguarsi alle nuove norme e il sistema è entrato in crisi. Data l’emergenza, nel Decreto Genova, quello del ponte, si è inserito un aggiornamento che porta la soglia al 50% di quella iniziale. Fifty Fifty, come si suol dire! Con il rischio di continuare a mangiare cibo inquinato.
Le soluzioni ci sono, e questa che vedete è capace di depurare i fanghi direttamente dove vengono raccolti, trasformandoli in risorse pulite e nutrienti, riducendone peso e volume del 90%, usando pochissima energia esterna e producendo energia rinnovabile. Si tratta di un essiccatore biotecnologico che non usa combustione diretta, dove nella prima parte il calore emesso dalle sostanze organiche viene recuperato e diventa energia per essiccare i fanghi. Successivamente attraverso un procedimento in assenza di ossigeno i fanghi vengono portati a temperature che vanno dai 350C° ai 700C° – secondo la qualità della materia di partenza. Il prodotto che esce da questo macchinario si chiama biochar ed è altamente fertilizzante. I vostri macchinari dove li avete installati?

Matteo Longo: Abbiamo installato le nostre prime macchine negli USA, il più importante si trova a San Francisco dove trattiamo 7000 tonnellate all’anno di fanghi di depurazione. Noi le macchine le produciamo in Italia, proprio perché vogliamo lavorare con le piccole-medie imprese italiane a costruire le nostre macchine.

Cristina: Oltre ai vantaggi ecologici che abbiamo visto, quelli economici quali sono?

Matteo Longo: Quelli economici sono molto interessanti. Complessivamente, in Italia vengono prodotte circa 3.000.000 di ton/anno di fanghi di depurazione. E hanno un costo di smaltimento di circa 150€/ton (totale 450.000.000 €/anno). Con i nostri processi andremmo ad abbattere del 90% il costo proprio grazie alla diminuzione del rifiuto, che poi possiamo anche riutilizzare come ammendante per il terreno nel caso del biochar.

Cristina: Il biochar serve come materiale filtrante per bonificare acque inquinate e fumi nocivi. Può diventare un biomateriale per il design e l’architettura, filamento per le stampanti 3D e chissà …. Conviene a tutti fare i conti con la realtà. E promuovere l’economia circolare. Non solo a parole ma coi fatti.

i biopolimeri di POLIVE

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Come ridurre questioni complesse in messaggi semplici che aiutino le persone a fare le scelte giuste? Il design può giocare un ruolo importante. I simboli su molti imballaggi sono rivolti all’industria e non al consumatore. Noi ci auspichiamo che nasca una nuova famiglia di simboli che con un colpo d’occhio diano le informazioni altamente rilevanti.
Ormai i termini biodegradabile e compostabile sono sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti e i più possono intuirne il significato: sono materiali – e nel caso di questo pezzo – biopolimeri – che la natura è in grado di digerire.
La questione diventa complicata quando analizziamo i tempi e le condizioni ambientali di tale degradazione, e quando guardiamo le “ricette” di tali materiali. Avrebbe senso immaginare che siano tutti di natura rinnovabile, ossia che la natura sia capace di rigenerarli stando al passo con il prelievo – in poche parole, quello che tolgo si rigenera in tempi relativamente brevi. Ma non è così. La legge consente una percentuale non trascurabile di sostanze fossili, ossia non rinnovabili. Ed è per questo che è importante sapere che ci sono allo studio biopolimeri biodegradabili e compostabili al 100% da materiali rinnovabili quali gli scarti dell’industria alimentare, come quelli del Progetto Polive.

Cristina: Ogni anno in Italia vengono consumate 7 milioni di tonnellate di plastica, 2.2 servono per gli imballaggi usa e getta e di questi, meno della metà può essere riutilizzato perché troppo costoso separare i vari tipi di polimero. Chi vuole essere più sostenibile sceglie quando può imballaggi in bioplastica, contrassegnati con le parole “compostabile” o “biodegradabile”, pensando di fare la cosa giusta. Dietro a questi termini c’è un mondo da capire. La legge regola la biodegradabilità e la compostabilità di un materiale, definendo i tempi e le modalità di decomposizione, che variano in base alla tipologia dell’oggetto e alle condizioni ambientali in cui viene posto. Non è d’obbligo dichiarare la ricetta completa del materiale e la sorgente da cui derivano i singoli ingredienti. La maggior parte dei biopolimeri attualmente in commercio derivano, per una percentuale che può arrivare anche al 60%, da risorse non rinnovabili quali il petrolio. Oggi incontriamo un gruppo di ricercatori italiani che stanno lavorando ad una nuova famiglia di biopolimeri: sono compostabili, biodegradabili, al 100% da fonti rinnovabili, secondo il principio della trasparenza totale e secondo i requisiti dell’economia circolare.

Gianluca Calderoni: Oggi stiamo lavorando a una bioplastica il cui polimero di base è  il PLA, ottenuto per vie fermentative, utilizzando gli scarti della filiera agroalimentare, ad esempio gli scarti della produzione dell’attività dolciaria. Al nostro polimero aggiungiamo degli ingredienti da fonte rinnovabile e riusciamo così a conferire alla nostra bioplastica delle performance molto simili alla plastica, riuscendo così a creare oggetti dai differenti usi. Packaging, dermocosmetica, imballaggi per alimenti, grucce nel settore dell’abbigliamento, e tantissimi altri oggetti che oggi stanno provocando tantissimi danni verso l’ambiente. Per differenziarci dalle altre aziende che producono bioplastica, oggi abbiamo brevettato un processo che ci permette di utilizzare gli scarti perché non vogliamo togliere il cibo a nessuno. Questo processo di fermentazione che è molto simile a quello della birra, ci permette di coltivare dei microrganismi per produrre il nostro polimero. I parametri di fermentazione che vengono controllati in laboratorio sono in piccolo verranno poi portati a scala industriale.

Cristina: Le norme faticano a stare a passo con l’innovazione, le informazioni sui biomateriali sono comunicate spesso in maniera confusa. Andrebbe creato una famiglia di simboli facili da interpretare. Se ognuno farà bene la sua parte forse potremo farcela.

In onda 9-3-2019

U-Earth, depuratore d’aria e VOC

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Secondo le Agenzie per l’ambiente Europea e Americana, l’aria che respiriamo negli ambienti interni risulta essere fino a 5 volte più inquinata di quella all’aperto. Un dispositivo di U-Earth è capace di catturare e distruggere fino a 3.5 kg di inquinanti aerei al giorno e consuma solo 24w, quanto una lampadina.
Attraverso una carica elettrica molecolare, il dispositivo attira l’aria inquinata. I contaminanti catturati vengono distrutti da una formula di microrganismi ed enzimi, chiamata U-OX, che poi li digeriscono senza produrre rifiuti nocivi e senza lasciare scorie da smaltire.
È come avere una foresta in una scatola!

Cristina: La maggior parte di noi, trascorre molto più tempo in spazi chiusi, come uffici, scuole, che all’esterno. Secondo le Agenzie per l’ambiente Europea e Americana, l’aria che respiriamo negli ambienti interni, risulta essere fino a 5 volte più inquinata di quella che respiriamo all’aperto. È evidente quanto sia urgente adottare misure di monitoraggio e di purificazione. L’aria entra sporca da fuori, si deposita negli edifici con i suoi gas e particolati, i quali, si sommano a polveri, funghi, batteri, particelle sospese e altri gas…che si sviluppano tra le mura e nei condotti di aerazione. Questo nuoce alla nostra salute. Scuole, Uffici, Fabbriche, Ospedali, oggi possono usufruire di una soluzione tutta Italiana. Ora siamo in una “pure air zone”, cioè in un’area dove è stato installato un dispositivo che purifica l’aria, un bioreattore per l’esattezza. Guardate, questa è la sua pancia e guardate che cosa viene fuori. Capace di catturare e distruggere fino a 3.5 kg di inquinanti aerei al giorno, è come avere una foresta in una scatola. Pensate che il 92% dei contaminanti che intrappola non rispondono ai comuni impianti di ventilazione. Il dispositivo attira l’aria inquinata attraverso una carica elettrica molecolare. I contaminanti catturati vengono distrutti da una formula di microrganismi ed enzimi che poi li digeriscono senza produrre rifiuti nocivi e senza lasciare scorie da smaltire.

Betta Maggio: Vedi Cristina, le particelle contenute in questa bottiglia sono state recuperate nel nostro bioreattore qui in ufficio. Quello che tu vedi sospeso qua è il risultato di quello che è stato digerito dalle sostanze organiche volatili. Questi piccoli detriti, piccole particelle indigeribili, sono molto tossiche nel nostro organismo, mentre in natura non hanno nessun problema.

Cristina: Quindi sono leggerissime, forse è per questo che non restano intrappolate nei comuni impianti?

Betta Maggio: Assolutamente. Questo è ferro, alluminio, cromo, zolfo…. Sono tutti elementi naturali.

Cristina: L’aria che respiriamo è come l’acqua che beviamo: un bene irrinunciabile.

Betta Maggio: I livelli di allerta sono altissimi, sia in interni che esterni. Queste piccolissime particelle, attraverso la respirazione e attraverso la pelle, vanno a finire nel nostro organismo, passando addirittura la barriera encefalica. Significa che possono causare condizioni come la sindrome della deficienza dell’attenzione, autismo, alzheimer ma anche demenza senile e invecchiamento precoce.  I bambini si stanno ammalando 30% in più l’anno di asma e allergie. L’installazione di questo dispositivo permetterebbe di aumentare la nostra produttività, in tutti i luoghi che frequentiamo quindi immagina, metterlo negli ospedali, uffici, palestre, tutti i luoghi pubblici. I dati dell’Organizazzione Mondiale della Sanità (WHO), nel 2012 ha dimostrato che 7 milioni di persone sono morte prematuramente da malattie causate dalla scarsa qualità dell’aria.

Cristina: Presto, grazie ad una app, sarà possibile trovare su una mappa i luoghi dove l’aria è “pura” e segnalare quelli che si vorrebbe diventassero tali, ad esempio, ai propri datori di lavoro. Tutti possono partecipare attivamente a cambiare le cose. Pensate che quantitativamente il rapporto tra ciò che mangiamo e beviamo, e ciò che respiriamo è di 1 a 25. Siamo così attenti a come ci nutriamo, forse è il caso di poter scegliere anche cosa respiriamo.

In onda 2-3-2019