Privacy Policy sdg 9 Archivi • Pagina 3 di 7 • Cristina Gabetti
Category

sdg 9

Lucedentro

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 7, sdg 9, technology

La fotoluminescenza è una fonte di energia rinnovabile poco conosciuta, che ha applicazioni molto interessanti. È la proprietà di materiali naturali inorganici, quali terre rare, di accumulare luce solare o elettrica e di restituirla al buio. Lucedentro ha sviluppato una tecnologia che rende possibile l’applicazione della fotoluminescenza in tantissimi ambiti, dal design, alla sicurezza e l’abbigliamento.

Cristina: Oggi vi parliamo di una fonte di energia rinnovabile poco conosciuta con applicazioni molto interessanti. Si tratta della fotoluminescenza, ossia la proprietà di materiali naturali inorganici, quali terre rare, di accumulare luce solare o elettrica e di restituirla al buio. È una luce molto tenue, frutto di un principio fisico infinito. Luca raccontami della tua tecnologia.

Luca Beltrame: Noi partiamo da fosfori di ultima generazione dopati con terre rare, che sono europio – quello che si usa comunemente nei televisori a colori, e disprosio che serve ad allungare la radiazione luminosa fotoluminescente.

Cristina: In quali materiali state mettendo queste terre rare fotoluminescenti?

Luca Beltrame: I materiali sono tanti, si parte dal vetro e rientriamo nell’economia circolare perché usiamo vetri di riciclo, borrosilicato, che poi additiviamo con questi fosfori e andiamo a frantumare per fare i camminamenti, poi le plastiche, i polimeri prestazionali e non, travertini, legni.. È veramente il campo di applicazioni.

Cristina: Ecco appunto, le applicazioni più importanti quali sono?

Luca Beltrame: Noi abbiamo identificato 3 o 4 applicazioni molto importanti: la sicurezza, in caso di blackout questi materiali brillano da soli; l’architettura e il design; infine al risparmio energetico.

Cristina: In che modo?

Luca Beltrame: Abbiamo costruito dei pali intelligenti della luce che utilizzano sia la fotoluminescenza che la luce bianca. La luce bianca però viene utilizzata solo al bisogno, quindi sensore di presenza, macchina che passa, luci che si accendono. L’energia è fornita dal fotovoltaico, quindi siamo completamente verdi e addirittura, al netto della CO2 spesa per fare i pali, siamo anche a CO2 zero.

Cristina: E la fotoluminescenza dove va?

Luca Beltrame: La fotoluminescenza va in questo lampione, viene controllata da un sensore: un minuto ogni dieci minuti, per garantire continuità in questa luce di sicurezza ed emozionale.

Cristina: E questi materiali sono tossici?

Luca Beltrame: No, non sono assolutamente tossici o radioattivi. Sono tutti certificati REACH. Sono per esempio utilizzati negli smalti per le unghie o nei giocattoli, quindi il loro contenuto di materiali pesanti passa abbondantemente i limiti Europei ed Americani.

Cristina: Grazie Luca. Questa idea illuminata adempie a cinque SDG: 7, 9, 11, 12 e 13. Occhio al futuro!

In onda il 14-3-2020

Neorurale Hub

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 17, sdg 2, sdg 3, sdg 4, sdg 6, sdg 7, sdg 8, sdg 9, technology

Neorurale Hub è immerso in 500 ettari rinaturalizzati nella Pianura Padana, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, e la biodiversità è tornata a fiorire. Questo polo innovativo offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. Un esempio di efficienza e di economia circolare.

Cristina: Siamo immersi in 500 ettari rinaturalizzati a due passi da Milano, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, la biodiversità è tornata a fiorire. Nel 1996 questo terreno era così. Rigenerandosi, la natura ha ispirato la creazione di questo polo innovativo, che offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. E così si ottimizza l’uso di tutte le risorse, si producono cibo, energia e tanto altro. Un esempio di efficienza e di economia circolare. L’insieme di tutte le attività che che avvengono in questo polo adempiono a dodici dei 17 SDG – gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU – e precisamente 2, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 15, 17.
Luca dammi qualche esempio pratico di quello che avete imparato ripristinando quest’area.

Luca Pilenga: L’esempio più concreto della collaborazione uomo natura lo abbiamo e troviamo in queste barriere di ecosistemi dove rigeneriamo la natura per permetterle di creare biodiversità, che è quell’arma che abbiamo contro i parassiti che ci permette di abolire l’uso di insetticidi. Li abbiamo aboliti già dodici anni fa. Quest’acqua delle barriere che sgorga naturalmente ad una temperatura costante durante tutto l’anno la utilizziamo come scambio termico durante la climatizzazione degli edifici dove viene fatta la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione.

Cristina: Le tecnologie invece come le state usando?

Luca Pilenga: La tecnologia è il fattore abilitante che ci permette di condurre delle ricerche capaci, attraverso i dati di sensori locali presi anche da satelliti o da droni in alcuni casi, di sviluppare una ricerca capace di concentrare i principi attivi. Per esempio questa Erba Officinale che abbiamo reperito in giro per il mondo e che qui siamo riusciti a concentrare del 400% rispetto alle concentrazioni normali e senza contaminanti.

Cristina: Una pianta che cresce in un terreno sano e nelle condizioni migliori da i frutti migliori.

Luca Pilenga: Esattamente, grazie alla tecnologia riusciamo a capire quali meccanismi ci aiutano a raggiungere l’obiettivo, in questo caso una maggiore concentrazione, in altri casi il minor consumo di risorse. Qui nella struttura alle mie spalle collaborano oramai 20 tra startup, aziende e scuole per costruire la sostenibilità del settore agroalimentare.

Cristina: Osservare e imitare la natura è la nostra migliore scommessa. Occhio al futuro!

In onda il 7-3-2020

Alisea

By ecology, sdg 10, sdg 12, sdg 15, sdg 17, sdg 8, sdg 9, technology

Susanna Martucci Fortuna, fondatrice di Alisea, ha trasformato un momento di crisi in opportunità. Ha creato una filiera di professionisti tutti italiani – da ingegneri a designer e artigiani evoluti, per dare una vita dignitosa a scarti industriali.

Cristina: Oggi vi raccontiamo il lavoro di una donna che ha trasformato una crisi in opportunità. Stava perdendo il l’azienda, e interrogandosi sul da farsi, le tornò in mente una conversazione sentita sul riciclo e si chiese come poter dare una vita dignitosa a scarti industriali, che nel suo distretto di Vicenza abbondano. Per dare concretezza alla sua idea, mise insieme una filiera tutta italiana di ingegneri, designer e artigiani evoluti. Andiamo a conoscerla e a scoprire che cosa fa. Buongiorno Susanna, raccontaci cosa abbiamo davanti.

Susanna Martucci: Qua si parla di grafite da noi, questi sono elettrodi in grafite e lo scarto inevitabile della produzione degli elettrodi di grafite è questa polvere, che viene recuperata dagli impianti di aerazione delle fabbriche. Noi recuperiamo questa polvere e abbiamo creato un nuovo materiale. Questo è un granulo che è fatto con l’80% di questo scarto. Questo nuovo materiale, che viene da economia circolare, ci ha dato accesso ad un processo produttivo innovativo per la produzione di una matita, che non usa legno e non usa colla per quanto riguardo l’aggancio della gomma, ma soprattutto chi la usa consuma 15 grammi di polvere di grafite, portandole via dalla discarica. Solo con lei, risparmiamo 60.000 alberi all’anno, perché molti magari non pensano che il legno delle matite tradizionali non è altro che packaging della grafite che è fragile e sporca le mani.

Cristina: Con la grafite hai fatto altro?

Susanna Martucci: Si chiaramente ci siamo innamorati di questo materiale che in questo altro caso partiamo sempre da polvere di grafite ma viene bagnato con l’acqua. Questo ci ha dato accesso ad un nuovo processo produttivo per la tintura dei tessuti. I ragazzi riescono a tingere vari materiali, la lana, denim, seta o il cotone organico ma in maniera totalmente atossica. Adesso vi porto nel mondo che parla di plastica riciclata, tante cose si possono fare: righelli per la scuola, custodie per i vinili, che vengono tutte da bottiglie post-consumo quindi da raccolta differenziata.

Cristina: Vedete quanto nasce da fantasia e determinazione? Questi puzzle per bambini sono recuperati da uno stand fieristico, così queste borse. Non abbiamo il tempo di raccontarvelo ma questo è sempre grafite e sughero riciclato. Questi sono sacchi di caffè trasformati insieme anche a sfridi della produzione del pellame. Pensate che l’attività di Susanna adempie a ben 6 dei 17 SDG, gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare il 8, 9, 10, 12, 15, e 17. Occhio al futuro!

In onda il 29-2-2020

Federico Faggin – I computer coscienti

By sdg 9, technology

I computer potranno diventare più intelligenti degli umani? Potranno aiutarci a risolvere le grandi sfide del nostro tempo? Ne parliamo con lo scienziato italiano Federico Faggin, che nel 1971 inventò il primo microprocessore, rivoluzionando il mondo. Nel 1986, partendo dal presupposto comune che la coscienza è una proprietà del cervello, si impegnò per sviluppare computer capaci di autoapprendere e diventare coscienti. Che ne sarà dell’essere umano? Di cosa si occuperà? Quale sarà il prossimo cambiamento necessario? Ascoltate cos’ha da dire uno degli uomini più geniali del nostro tempo sul futuro che stiamo costruendo

Cristina: I computer potranno diventare più intelligenti degli umani? Potranno aiutarci a risolvere le grandi sfide del nostro tempo? Ne parliamo con lo scienziato italiano Federico Faggin, che rivoluzionò il mondo nel 1971 inventando il primo microprocessore. Nel 1986, partendo dal presupposto che la coscienza è una proprietà del cervello, si impegnò per sviluppare computer in grado di autoapprendere e diventare coscienti. Federico a che punto siamo con lo sviluppo dei computer coscienti?

Federico Faggin: Non siamo neanche partiti. I computer coscienti secondo me non saranno possibili. Il computer è semplicemente un manipolatore di simboli, benché all’inizio pensassi che il computer potesse essere consapevole, questo parliamo dell’86..’87. Avevo anche io pensato che la complessità del cervello potesse esprimersi attraverso la coscienza, poi pensandoci, cercando di capire e creare un computer che potesse essere consapevole, mi sono accorto che questa era un’impossibilità perché non c’è nessuna legge fisica che permetta di trasformare i segnali elettrici – quelli del computer oppure i segnali biochimici del cervello – in coscienza, in sensazioni o in sentimenti. Noi percepiamo il mondo con sensazioni e sentimenti.

Cristina: Quali sono i rischi di partire dal presupposto che i computer diventeranno coscienti?

Federico Faggin: Molta gente viene sviata nella maniera in cui pensa di essere, pensa che la vita sia simulabile in un computer e così via, che la consapevolezza sia downloadable in un computer. Tutte queste sono cose che non hanno veramente nessun fondamento scientifico, infatti il fondamento scientifico le nega, quindi perché preoccuparsi? La macchina non ha comprensione, la consapevolezza è ciò che ci da la comprensione della realtà, il fatto è che siamo molto di più di quello che pensiamo di essere e questo può essere soltanto compreso attraverso un’esperienza vissuta, non può essere compreso mentalmente. Finché l’uomo crede che l’unica comprensione sia una comprensione mentale, invece che esperienzale, si sbaglierà. Purtroppo la scienza oggi pensa che sia tutto mentale e invece si dimenticano del loro cuore e si dimenticano spesso anche della loro pancia, e del coraggio. Finchè la scienza che è l’autorità non riconosce altro che materia, la fisicalità e disconosce qualsiasi aspetto che puzzi di qualcosa che non sia materia abbiamo un problema grandissimo. È quando qualcuno incomincia a riconoscere qualcosa che non è riducibile alla materia che si apre tutta una possibilità di nuova conoscenza, nuova esperienza che oggi è oggi negata. Il fisico risponderà tipicamente a un discorso come “faccio io”, “ah ma quest è filosofia” e in questo modo è buttato via tutto da una parte e si continua come prima.

Cristina: Proprio la comprensione della realtà ha convinto 193 paesi a stilare e adottare l’agenda 2030 e i 17 SDG. Federico Faggin è stato un propulsore fondamentale di tante innovazioni – dunque il numero 9 gli appartiene a pieno titolo. E il suo studio della coscienza tocca tutti gli altri.

Parte II

Cristina: In un mondo sempre più automatizzato, dove appunto anche molti lavori ripetitivi verranno sostituiti dai robot, l’essere umano di cosa dovrà o potrà occuparsi?

Federico Faggin: Del suo sviluppo emotivo, spirituale, mentale e questo naturalmente è la speranza che l’intelligenza artificiale, usata bene, possa portare a questo. Il problema è quando invece viene usata contro l’uomo o per ridurre l’uomo, che è manipolabile, per consumare generi che gli sono proposti attraverso la manipolazione dell’informazione, quello è il problema. L’etica è fondamentale, certamente quando l’intelligenza artificiale sarà usata in medicina, oppure nella guida automatica, stabilire regole etiche di comportamento diventa essenziale. Per non parlare dell’uso dell’intelligenza artificiale nella guerra, come ci sono già stati problemi etici per esempio con le armi chimiche, quindi ci sono trattati e cose così. Il problema diventerà sempre più serio, man mano che la tecnologia diventa più potente, però l’etica si può sempre violare, è li il problema. Come facciamo quando l’etica viene violata? Il problema fondamentale di cambiare l’immagine che l’uomo ha di se in modo che si regoli da solo, quindi è un problema di educazione della coscienza di chi è l’uomo, perché si cambia fuori perché dal fuori bisogna cambiare dentro. Oggi si pensa che per cambiare da fuori si può cambiare dentro una persona, ma quello non funziona, si può solo cambiare qualcosa fuori se uno cambia da dentro, ed è li proprio il problema della coscienza. È li il passo fondamentale che l’uomo deve fare oggi, deve capire che non è una macchina. L’uomo non è una macchina, è un essere spirituale.

Cristina: Ha fiducia che l’umanità potrà collettivamente risvegliarsi? Soprattutto in relazione alle questioni climatiche?

Federico Faggin: Non c’è scelta, l’umanità deve cambiare. Per risolvere i problemi del cambiamento climatico che avverranno tra 30, 40, 50 anni potenzialmente catastrofico e quindi richiedono l’umanità, che si mettano d’accordo a risolvere questo problema come umanità, non più come paese.

Cristina: Ci sarà o no una tecnologia in grado di accelerare questo processo?

Federico Faggin: La tecnologia è facilmente raggiungibile se il mondo si mette d’accordo a trovarla, di fatti c’è una tecnologia fondamentale che secondo me, per caso, appare allo stesso tempo che c’è un problema a livello globale, che è internet. Permette alle persone di mettersi d’accordo in un giorno, tutto il mondo può sapere quello che succede nel mondo.

Cristina: In questa cornice, l’innovazione tecnologica SDG 9, potrà aiutare l’umanità a onorare tutti i 17 obiettivi dell’Agenda 2030. Sta a noi. Federico Faggin conclude la sua autobiografia Silicio con una frase molto calzante di Albert Einstein che dice: I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi, gli esseri umani sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti. L’insieme dei due costituisce una forza incalcolabile. Occhio al futuro!

In onda 8 e 15-2-2020

Tessuto in polipropilene di Respect Life

By ecology, fashion, sdg 12, sdg 13, sdg 3, sdg 9

Si stima che nel mondo vengano prodotti ogni anno circa 400 miliardi di metri quadrati di tessuti. 80 miliardi di capi di abbigliamento di cui il 75% finisce in discarica o viene incenerito. Oggi esistono realtà capaci di ridurre questi sprechi. Ad esempio i tessuti di Respect Life in polipropilene, riciclabili al 100%. Per produrli si consuma pochissima acqua, senza inquinarla. Sono antibatterici, anallergici, e quindi ottimi per l’impiego in strutture sanitarie come ospedali e ambulatori.

Cristina: Si stima che nel mondo vengano prodotti ogni anno circa 400 miliardi di metri quadri di tessuti. 80 miliardi per capi di abbigliamento, di cui il 75% viene incenerito o finisce in discarica. Oggi esistono realtà che sono in grado di ridurli questi sprechi. Ad esempio i tessuti in polipropilene, che sono riciclabili al 100%. Per produrli si consuma pochissima acqua, senza inquinarla.  Sono antibatterici, anallergici, e quindi ottimi per l’impiego in strutture sanitarie come ospedali e ambulatori. Mirella, rispetto ad altri tessuti in polipropilene, il vostro in che modo è diverso?

Mirella Civardi: Prima di tutto è diverso per il filato che utilizziamo, un filato continuo che non ha nessun tipo di nodo o di asperità, e pur essendo così piccolo, contiene 80 fili più sottili di un capello. La costruzione dei capi non richiede nessun altro tipo di prodotto o materiale, utilizziamo esclusivamente il polipropilene.

Cristina: E questo che vantaggi comporta al contatto con la pelle?

Mirella Civardi: Al contatto con la pelle abbiamo un tessuto morbido, liscio, e traspirante, senza alcun tipo di asperità. Non crea irritazioni alla pelle, neanche la più malata o con dei problemi sanitari.

Cristina: I vantaggi per la salute, in generale, quali sono? 

Mirella Civardi: Prima di tutto è completamente anallergico e antibatterico. Sia il tessuto che il filato sono completamente idrofobici, quindi i batteri non trovano un ambiente favorevole per potersi riprodurre.

Cristina: Invece i vantaggi per l’ambiente?

Mirella Civardi: La produzione al polipropilene è a bassissimo impatto ambientale: si colora in pasta, quindi tutto quello che serve per colorare non si disperde nell’ambiente. Si lava con acqua e sapone, e si ricicla al 100%. Questi tessuti possono essere colorati in mille modi, senza utilizzo di chimica e con colori naturali. Per fare una maglietta come la mia ci vogliono 0,6 litri d’acqua. Per fare una maglietta in cotone ce ne vogliono 2,700 di litri, senza parlare di tutti i pesticidi e tutto quello che serve per coltivare il cotone in campo.

Cristina: E quindi il mondo della moda potrebbe recepire la validità di un tessuto come questo?

Mirella Civardi: C’è una grande sensibilità sulla sostenibilità. Il nostro prodotto produce pochissima CO2 e produce anche pochissimo inquinamento perché può essere riciclato.

Cristina: Grazie Mirella. La qualità tattile, nonché quella estetica, sono molto interessanti e sono caratteristiche fondamentali per portare sul mercato prodotti sostenibili. Occhio al futuro!

In onda 1-6-2019

Il neuromarketing di Sensecatch

By sdg 9, technology

Ogni anno nascono oltre 21.000 nuovi marchi. Il 95% scompaiono nel giro di 10 mesi. Un marchio ha successo quando riesce a creare un legame emotivo con il consumatore e a creare un senso di identità valoriale. SenseCatch lavora diversamente da un’agenzia tradizionale di marketing e comunicazione.

Cristina: Ogni anno nascono oltre 21.000 nuovi marchi. Il 95% scompare nel giro di 10 mesi. Un marchio ha successo quando riesce a creare un legame emotivo con il consumatore ed esistono delle tecnologie in grado di analizzare le emozioni che ci portano a scegliere una cosa piuttosto che un’altra. Andrea, come lavorate voi rispetto ad un’agenzia tradizionale di marketing e comunicazione?

Andrea Ciceri: Noi partiamo direttamente dal capire l’emozione che sta attorno ad un processo decisionale anche nel settore dell’alimentare, in cui questa dimensione è sicuramente fondamentale. Utilizziamo tecnologie a supporto per capire esattamente la tipologia di esperienza e reazione che un consumatore sta provando mentre ad esempio è davanti ad uno scaffale per scegliere una bottiglia di vino.

Cristina: Questo immagino che, stando a contatto con il cranio, cosa capta? 

Andrea Ciceri: Il segnale elettroencefalografico, mentre questo è il segnale di microsudorazione cutanea. È la macchina della verità, è un anellino che si mette sulle dita e di fatto cattura la microsudorazione cutanea, quindi ci da quanto coinvolgimento emotivo c’è mentre quella ci dice la direzione dell’emozione, quindi se qualcosa è positivo o negativo. Questa è una tecnologia eye-tracker, che si può mettere dietro ad uno schermo per capire l’attenzione visiva su un sito internet o una pubblicità oppure lo si può indossare per capire la persona cosa sta guardando, ad esempio su uno scaffale alimentare.

Cristina: O magari sta guardando il ragazzo che sta facendo la spesa e cogli tutto un altro giro di emozioni! Andrea ci fai qualche esempio? 

Andrea Ciceri: Abbiamo analizzato l’esperienza che un gruppo di consumatori provava durante la visione di alcune etichette di vino che abbiamo realizzato ad hoc..

Cristina:  ..e cosa avete imparato?

Andrea Ciceri: Abbiamo capito che l’etichetta nera era maggiormente capace di coinvolgere emotivamente perché aveva una texture più grezza e ruvida rispetto alle altre. Questo coinvolgimento emotivo lo si ha anche sopratutto attraverso il tatto, che ricordiamo essere uno dei primi sensi a svilupparsi fin dalla prima infanzia.

Cristina: Invece quando si naviga su internet per comprare qualcosa online?

Andrea Ciceri: I siti che piacciono di più sono i siti innanzitutto semplici. Oggigiorno i siti internet al posto di utilizzare contenuti testuali, dovrebbero utilizzare ad esempio delle immagini o delle infografiche, quindi una traduzione di un testo in un immagine.

Cristina: Grazie Andrea. Speriamo che questi strumenti di neuromarketing siano in grado di identificare le emozioni su cui fare leva per far si che la sostenibilità si diffonda su larga scala nelle cose che usiamo sempre di più. Occhio al futuro 

In onda 25-5-2019

la realtà virtuale di AnotheReality

By sdg 9, technology

Il giro d’affari delle realtà immersive due anni fa era di 3,5 miliardi di euro e lo scorso anno di 7 miliardi. Ma non si tratta solo di entertainment, anzi, quello che cresce di più sono le applicazioni della realtà aumentata e la realtà immersiva nei campi più disparati dell’attività umana. AnotheReality ci mostra cos’è possibile oggi!

Cristina: Il giro d’affari delle realtà immersive è su una curva esponenziale. Due anni fa valeva 3.5 miliardi di euro, lo scorso anno 7 e continuerà a moltiplicarsi. Sono tecnologie che nascono nel mondo del gaming, ma in realtà le applicazioni si stanno allargando a qualsiasi attività umana. La realtà virtuale ricostruisce un ambiente fisico mentre quella aumentata arricchisce le nostre percezioni oltre i confini dei cinque sensi. Lorenzo dove mi porti?

Lorenzo Cappannari: Devi indossare questi occhiali e guardare di la..

Cristina: Wow che bella sorpresa che ci avete fatto 

Lorenzo Cappannari: Fondamentalmente si tratta di un ologramma, immaginati un’azienda che ha sedi in giro per il mondo e deve fare vedere i propri prodotti ai clienti, piuttosto che utilizzare questi ologrammi per condividere fasi di prototipazione all’interno dell’azienda. Questa è una modalità innovativa e sicuramente molto più realistica ed immersiva per mostrare un prodotto che ancora non c’è, ma come se fosse fisicamente li.

Cristina: Qualche esempio? 

Lorenzo Cappannari: Abbiamo programmato un avatar digitale per una banca, che può essere utilizzato sia per fare vera e proprio interazione con clienti oppure fare formazione su rete vendita diffuse sul territorio, simulando l’interazione con il cliente 

Cristina: Siete in grado di portare anche le persone dentro agli ambienti virtuali

Lorenzo Cappannari: Ti potrei teletrasportare all’interno di un ambiente particolarmente pericoloso, dove l’utilizzo della realtà virtuale permette di fare simulazioni in ambienti totalmente protetti. L’idea è che puoi sbagliare quanto vuoi ma non ti succede niente, mentre nella realtà, potrebbe essere pericoloso.

Cristina: Mi hai fatto qualche esempio di realtà immersiva, invece con la realtà virtuale cosa state facendo?

Lorenzo Cappannari: Immaginati per esempio di essere un’azienda che produce macchinari particolarmente voluminosi, produco ascensori, piuttosto che gru. Trasportarle in giro per fiere è abbastanza difficile, in questo caso le nostre tecnologie permettono la promozione di questo tipo di prodotti in modalità totalmente facile e semplice da trasportare, basta una valigetta e un visore.

Cristina: Grazie Lorenzo. Familiarizzeremo sempre di più con attrezzature come questa, effettivamente si vede veramente un’altra realtà. Chissà se poi quando rientriamo in questa siamo altrettanto contenti. Occhio al futuro! 

In onda 18-5-2019

Mathesia

By sdg 9, technology

Mathesia è una piattaforma che aiuta le aziende ad individuare i migliori esperti facilitando il dialogo tra il mondo del business e quello della scienza. Nata al Politecnico di Milano, dalla collaborazione di 2 start-up, valorizza l’eccellenza italiana nel campo della matematica applicata.

Cristina: Oggi vi raccontiamo di una piattaforma web che connette società e organizzazioni con le migliori menti matematiche, per risolvere problemi e accelerare l’innovazione, in qualunque settore.

Luca Prati: Il progetto nasce al Polihub, l’incubatore del Politecnico di Milano. Ci occupiamo di valorizzare la scientifica e lo facciamo attraverso una piattaforma digitale mettendo in dialogo da un lato le aziende e dall’altro gli esperti della matematica  e statistica applicata.

Cristina: L’idea è venuta vedendo che in altri ambiti, quali lo sviluppo di software o il design di loghi, il modello del crowdsourcing, ossia l’esternalizzazione di progetti, era già diffuso. E sapendo che le competenze matematiche e statistiche saranno cruciali per le aziende, hanno creato una rete di professionisti qualificati nell’ambito di simulazione numerica, ottimizzazione e data science… Grazie ad un algoritmo, la piattaforma aiuta le aziende ad individuare i migliori esperti facilitando il dialogo tra il mondo del business e quello della scienza.

Luca Prati: Per farti un’esempio, ti racconto uno dei primi problemi che abbiamo risolto e affrontato. Il problema era uno di logistica di una multinazionale che aveva i magazzini bloccati perché i prodotti che erano all’interno di questo magazzino avevano una forma cilindrica ed erano molto delicati. C’era la produzione ferma per il fatto che non riuscivano a venire stoccati nella maniera corretta. È stato possibile risolvere il problema grazie ad una competenza trovata sulla piattaforma, che aveva già risolto il problema in un ambito diverso ma aveva un modello simile, ed era quello di una falegnameria. Uno degli aspetti più interessanti della matematica è quello di poter riutilizzare gli stessi modelli per risolvere problemi in ambiti completamente distanti tra loro. E questo a volte consente risparmi molto interessanti sia in termini di tempo che di costi.

Cristina: Un importante ospedale milanese ha ottimizzato la gestione delle sale operatorie attraverso un’analisi statistica di loro dati raccolti per anni, quali: tipo di intervento e caratteristiche dei pazienti, stabilendo così, in modo più preciso, la durata di ogni operazione. Questo ha reso più efficiente sia la pianificazione degli interventi sia i costi delle sale. Anche la sicurezza sul lavoro può essere migliorata attraverso questa piattaforma. Una grande industria energetica ha avviato un’analisi sui dati storici di incidenti, per mappare le caratteristiche e le fonti di informazione più rilevanti, e capire meglio le cause e i fattori di rischio.

Luca Prati: Abbiamo creato una rete di esperti – ora sono circa 3000 tra ricercatori, professori universitari e consulenti professionali. Sono le eccellenza nei mondi della matematica e statistica applicata.

Cristina: Il vantaggio di questa piattaforma è che consente ai cervelloni italiani e ai nostri esperti di dare un loro importante contributo alla soluzione di problemi senza lasciare il nostro paese. E sappiamo qui quanto ci sia bisogno di teste brillanti!

In onda 20-4-2019

Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

By ecology, sdg 1, sdg 10, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 14, sdg 15, sdg 16, sdg 17, sdg 2, sdg 3, sdg 4, sdg 5, sdg 6, sdg 7, sdg 8, sdg 9

Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019

Indagare il riciclo dei rifiuti elettronici

By ecology, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 9, technology

Gli elementi preziosi nell’elettronica hanno tre problematiche: il danno all’ambiente nell’estrazione; la breve durata di vita dei dispositivi stessi; alla fine del loro ciclo di vita, non vengono adeguatamente riciclati. Si stima che entro il 2080, le più grandi riserve minerarie non saranno più sottoterra, ma in superficie, come lingotti o come parti di materiali da costruzione, elettrodomestici, mobili e device.
Simone Farresin e Andrea Trimarchi di Studio Formafantasma hanno condotto un’indagine ambiziosa sul riciclaggio di rifiuti elettronici con il loro progetto Ore Streams – in esposizione durante Broken Nature alla Triennale di Milano

Cristina: Questo cassetto è fatto con il case di un vecchio computer. Pensate, i rifiuti elettrici ed elettronici sono quelli che crescono più in fretta, solo il 30% però viene riciclato. Intervenire sul restante 70% è molto complesso perché complessi sono gli oggetti di cui parliamo e complicate sono le filiere.

Simone Farresin: La smontabilità degli oggetti è fondamentale, pertanto per esempio istituire un sistema di viti universale sarebbe utilissimo. Per esempio il nero dei cavi elettrici è molto difficile da riconoscere per i sistemi che vengono utilizzati per separare, i lettori ottici. Cambiare semplicemente il colore dal nero ad un colore aiuterebbe il riconoscimento dei cavi elettrici e il recupero del rame. Per di più sarebbe fondamentale istituire un sistema di etichettatura che dica all’utente, nel momento in cui compra un oggetto elettronico, quanto durerà nel tempo. Ovviamente questi oggetti vengono riciclati ma in modo un po’ più sofisticato nei nostri paesi, invece nei paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di un codice colore che li aiuti a comprendere in modo intuitivo quali sono i componenti pericolosi per essere smontati a mano, in modo tale che il riciclo venga fatto nel modo opportuno.

Cristina: Voi avete incontrato per il vostro progetto attori lungo tutto la filiera, dove avete incontrato la maggiore resistenza?

Andrea Trimarchi: Devo dire che una delle cose più complesse in realtà è stata entrare in contatto con i produttori di elettronici. Abbiamo parlato con università, con produttori, aziende di riciclo, abbiamo parlato anche con persone che si occupano di leggi. Diciamo che quelle sono state più disponibili poi ad accoglierci, la cosa più difficile appunto è stata parlare con i produttori.

Cristina: Perché non sono disposti ad essere parte della soluzione?

Simone Farresin: Probabilmente perché è molto complesso in questo momento investire risorse economiche per cambiare veramente le cose invece di semplicemente fare dei piccoli passi avanti che vengono usati simbolicamente come sistema pubblicitario invece che di reale interesse per il riciclo di questi prodotti.

Cristina: Voi avete una soluzione a tutte, qual è?

Andrea Trimarchi: Una delle più probabili soluzioni potrebbe essere di organizzare tavoli dove i vari attori del sistema produttivi, dai produttori di elettronica ai riciclatori e ovviamente anche designer, possano incontrarsi su queste tematiche.

Cristina: Sembra assurdo, questo non avviene già?

Andrea Trimarchi: Purtroppo no, anche in ambito legislativo spesso vengono messi insieme i riciclatori e anche i produttori, ma la maggior parte delle volte, noi designer che siamo quelli che trasformano le materie prime in oggetti, non facciamo parte di queste riunioni.

Cristina: Il design può e, in questo caso, ha un ruolo politico, lasciamoci ispirare.

In onda 30-3-2019