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Agenda 2030, a che punto siamo?

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Dalla scorsa stagione guardiamo al futuro sotto la lente dell’Agenda 2030, ratificata nel 2015 dai 193 paesi membri delle Nazioni Unite. È divisa in 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) e i progressi nel raggiungerli sono monitorati dall’ONU, e in Italia dall’ASviS.
Il COVID-19 ha gettato il mondo in una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti e sta rendendo il percorso verso gli obiettivi ancor più arduo. La pandemia ha fatto peggiorare quasi tutti gli indici e questo mette in risalto quanto abbiamo bisogno di questa Agenda più che mai. È urgente rigenerare i nostri sistemi sociali ed economici, e gli ecosistemi naturali dai quali la nostra vita dipende. Serve la partecipazione di tutti.

Parte I

Parte II

Parte III

Parte I

Cristina:  Dalla scorsa stagione guardiamo al futuro sotto la lente dell’Agenda 2030, ratificata nel 2015 dai 193 paesi membri delle Nazioni Unite. È divisa in 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, o SDG, e i progressi nel raggiungerli sono monitorati dall’ONU, e in Italia dall’ASviS.

Il COVID-19 ha gettato il mondo in una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti e raggiungere gli obiettivi indicati dall’Agenda ancor più difficile. La pandemia ha fatto peggiorare quasi tutti gli indici, ma l’origine del virus, come quasi tutte le malattie infettive, è zoonotica, ossia è stata trasmessa dall’animale all’uomo, e questo sottolinea quanto l’Agenda sia più importante che mai. Serve proprio la collaborazione di tutti per rigenerare i sistemi sociali, economici ed ambientali dai quali la nostra vita dipende. La buona notizia è che di soluzioni ce ne sono tante, ma dobbiamo sapere dove siamo per capire dove dobbiamo andare.
Adesso vediamo come siamo messi, punto per punto.

SDG 1 – zero povertà:

Secondo l’Istat, nel 2019 erano quasi 1,7 milioni le famiglie, perlopiù numerose e monogenitoriali, in povertà assoluta. l’Italia è sotto la media europea. Per arrivare a zero povertà entro il 2030, serve una visione a lungo termine.

SDG 2 – zero fame:

L’Italia è in una posizione leggermente migliore rispetto alla media europea, sono aumentate le coltivazioni biologiche e la produttività del lavoro però peggiorano i conti nelle piccole aziende e l’indice della buona alimentazione, che misura il consumo quotidiano di almeno quattro porzioni di frutta e/o verdura al giorno. C’è una criticità nel nostro paese: manca la manodopera specializzata per alcune coltivazioni. Vediamola come un’opportunità di formazione e impiego. A livello globale i sistemi alimentari e di produzione e distribuzione vanno riformati. Produciamo cibo per 12 miliardi di persone. Un terzo viene sprecato.

SDG 3 – salute e benessere:

La pandemia ha invertito decenni di progressi. In Italia urge una riforma del sistema sanitario. Nel frattempo cosa possiamo fare noi? Prevenzione e il rispetto delle distanze per contenere i contagi e ridurre la pressione sugli ospedali.

SDG 4 istruzione di qualità:

La chiusura delle scuole in tutto il mondo ha un impatto negativo non solo sull’apprendimento degli studenti, ma sul loro sviluppo sociale e comportamentale. L’Italia è tra i paesi in Europa con meno laureati. Nel 2018 erano il 27,8% contro una media europea del 40,7%. Per quanto riguarda l’impiego dei neolaureati siamo davanti solo alla Grecia, con una media del 56,5% rispetto alla media europea dell’81,6%.

SDG 5 – uguaglianza di genere:

Il mondo è lontano dal conseguire questo obiettivo, ma in Italia grazie all’aumento delle donne in Parlamento e nei consigli di amministrazione delle società quotate, siamo settim nella graduatoria europea, nonostante una discriminazione maggiore verso le donne sul lavoro.

In onda il 2-1-2021

Parte II

Cristina: Continua il nostro viaggio nell’Agenda 2030..

SDG 6 – acqua pulita e igiene:

Senza l’impegno audace di tutti, il mondo non arriverà ad adempiere a questo importantissimo obiettivo. In Italia mancano orientamenti specifici su come destinare i finanziamenti pubblici e privati, non solo per tutelare i nostri sistemi idro-geologici, ma per ripararli. Siamo un paese estremamente fragile da questo punto di vista! In Europa siamo tra paesi con il maggior sfruttamento idrico.

SDG 7 – energia pulita:

Il mondo avanza però non abbastanza per arrivare agli obiettivi del 2030 e ancor più quelli del 2050, ossia zero emissioni. Nel nostro paese Il Decreto rilancio ha introdotto il “Superbonus” per l’efficientamento degli edifici di almeno 2 classi energetiche; poi ci sono incentivi per l’acquisto di auto a basse emissioni, abbonamenti al trasporto pubblico, l’acquisto di bici e dove la qualità dell’aria non è in regola, la rottamazione di auto e moto. Siamo settimi in Europa grazie all’aumento delle energie rinnovabili che negli ultimi 3 anni è stabile.

SDG 8 – lavoro dignitoso e crescita economica:

Possiamo aspettarci il più grande aumento della disoccupazione globale dalla seconda guerra mondiale. Perfar fronte a questo obiettivo servono politiche audaci per sostenere le imprese, per creare una domanda di manodopera, formare a nuovi mestieri e sostegno ai più vulnerabili. Le misure adottate dal nostro governo sono perlopiù di tamponamento e non agiscono sul sistema-paese. Siamo in quart’ultima posizione in Europa ed è particolarmente critica la situazione dei nostri giovani – quelli che non studiano, lavorano o fanno formazione – nel 2018 erano il 23,4% rispetto ad un media europea del 12,9%.

SDG 9 – industria, innovazione e infrastrutture:

Globalmente sono aumentati gli investimenti in ricerca e sviluppo e il finanziamento delle infrastrutture economiche nei paesi in via di sviluppo.
Nel 2020 l’intensità delle emissioni di CO2 è diminuita, è aumentata la connettività mobile e, sappiamo, la produzione è rallentata. Gli effetti del COVID-19 minacciano di arrestare i progressi verso questo goal. Le misure del nostro governo a sostegno dei processi produttivi economici e sociali si spera ci aiutino a colmare ritardi accumulati prima della pandemia. Anche le nostre infrastrutture idriche hanno bisogno di attenzione ed interventi, il 37% delle nostre reti è colpito da elevati livelli di perdite.

SDG 10 – ridurre le disuguaglianze:

Le disparità nelle loro varie forme persistono e nel 2020 sono peggiorate. I lavoratori continuano a percepire una quota troppo bassa rispetto al valore che hanno contribuito a produrre. I dati indicano un’Italia più ingiusta della media europea. Il COVID-19 ha colpito un paese già fragile.

SDG 11 – città sostenibili:

La crisi ha accelerato il modo in cui pensiamo alle nostre città ed è importante continuare sulla via dell’innovazione, perché il modo in cui progettiamo grandi aree urbane determina la nostra risposta alle crisi che sono un po’ ovunque e la capacità di garantire la qualità della vita. È critica la situazione dell’aria – I dati più recenti dicono che 7 milioni di persone sono morte prematuramente per cause legate all’inquinamento atmosferico e c’è il rischio che per far ripartire l’economia si allentino le misure di contenimento delle emissioni. La situazione italiana è caratterizzata dall’estrema frammentazione nelle politiche di intervento per ridurre i rischi da cambiamenti climatici e disastri naturali.

Il punto sull’Agenda 2030 continua la prossima settimana. Occhio al futuro!

In onda il 9-1-2021

Parte III

Cristina: Oggi vediamo insieme gli ultimi sei obiettivi dell’Agenda..

SDG 12 – produzione e consumo responsabili:

Sono la grande sfida dell’economia circolare. È migliorata la gestione delle risorse in alcuni paesi però purtroppo in altri è peggiorata. Questo obiettivo si occupa anche di spreco alimentari e rifiuti. Motore dell’evoluzione delle leggi che regolano la produzione di consumo responsabile è l’Unione Europea che in generale rispetto al mondo segna dei progressi, e l’Italia è seconda.

SDG 13 – agire per il clima:

Fondamentali, perché sta cambiando molto più rapidamente del previsto. Il 2020 è stato il secondo anno più caldo mai registrato causando incendi, siccità, inondazioni e altri disastri naturali. Il mondo non è sulla buona strada per rispettare l’accordo di Parigi, che prevede il contenimento di temperatura a 1,5 ° sopra l’era pre-industriale. In Italia gli eventi estremi tra il 2008 e il 2019 sono cresciuti di 10 volte e siamo in grave ritardo nella gestione dei cambiamenti climatici.

SDG 14 – la vita sott’acqua:

Nonostante sia fondamentale proteggere la vita negli oceani, decenni di sfruttamento irresponsabile li stanno portando ad un degrado allarmante. La continua acidificazione minaccia l’ambiente marino e i servizi degli ecosistemi. L’Italia è tra i paesi con grandi inadempienze, nonostante l’importanza ambientale e socio-economica che il mare riveste per il nostro Paese.

SDG 15 – la vita sulla terra:

Manca un sistema di monitoraggio capillare degli ecosistemi e della biodiversità nel mondo quindi sono carenti la valutazione delle misure per tutelarla. Inoltre l’uso e la copertura del suolo sono tra i cambiamenti più pervasivi che l’umanità abbia apportato ai sistemi naturali della Terra. In Italia mancano un piano strategico di intervento e misure per la tutela del nostro capitale naturale, ferme da troppo tempo in Parlamento. L’andamento verso questo obiettivo è negativo.

SDG 16 – pace, giustizia e istituzioni forti:

Nel 2019, 79,5 milioni di persone sono fuggite da persecuzioni e guerre – è il numero più alto mai registrato da quando queste statistiche vengono raccolte. I bambini sono regolarmente esposti a molteplici forme di violenza, perlopiù non riconosciute o denunciate. L’andamento dell’Europa è positivo, in Italia lievemente positivo – è calata la criminalità ma anche la fiducia nel Parlamento europeo. È preoccupante l’incremento delle frodi informatiche. Pensate che in Italia dal 2010 al 2018 sono aumentate del 92%. Positivo il ritorno dell’’educazione civica” nelle scuole che consente di comprendere molti Target di questo obiettivo.

SDG 17 – partnership per i goal:

L’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile è costante ma fragile. Le guerre commerciali aumentano e mancano invece i dati cruciali che i paesi in via di sviluppo non sono in grado di produrre. L’Italia ha fatto progressi riconoscendo il ruolo del Terzo Settore nella cooperazione allo sviluppo.

Non siamo messi bene ma tutti noi possiamo fare qualcosa per cambiare le cose. Occhio al futuro!

In onda il 16-1-2021

Visitare un centro di raccolta differenziata

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Ho recuperato dagli archivi uno dei miei primi pezzi per Occhio allo Spreco girato in un impianto di riciclo della plastica. Rivedendolo, sono affascinata adesso dal potenziale dell’economia circolare, quanto lo ero al tempo. Ho approfittato di questo “throwback” per aggiornarmi sui dati che, da un lato sono incoraggianti, dall’altra espongono quanto questa pandemia stia mettendo in crisi anche i sistemi di gestione di rifiuti. E quanto i sistemi circolari cozzino con quelli lineari.
Secondo uno studio di Corepla, il consorzio per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti in plastica, realizzato con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile, il lockdown di marzo e aprile 2020 ha portato ad un incremento dell’8% degli imballaggi di plastica per generi alimentari rispetto allo stesso periodo del 2019.
Questo però è coinciso con il blocco delle esportazioni di 16mila tonnellate di rifiuti, dovuto alle limitazioni imposte dal Covid-19 . Inoltre è diminuito, a causa della riduzione delle attività costruttive, anche il riutilizzo di plastiche non riciclabili nei cementifici, che a sua volta ha portato a saturazione gli impianti nazionali di smaltimento. Aggiungiamo il fatto che sono chiusi alcuni settori che utilizzano materie prime seconde. Risultato è che aumentata la quota di rifiuti termovalorizzati, ma anche gli inceneritori sono a pieno carico, dunque sono finite in discarica circa 42 mila tonnellate di rifiuti rispetto all’anno scorso. E questi sono numeri parziali, a cui andranno aggiunti quelli del secondo semestre 2020. Se poi aggiungiamo il consumo mondiale di mascherine usa e getta, considerati rifiuti pericolosi, viene lo sconforto.
Guardando al trend del periodo pre-Covid, nel 2019 la raccolta della plastica differenziata è aumentata del 13% rispetto al 2018, con una media di circa 23 kg /abitante, che mette l’Italia tra i paesi che riciclano di più in Europa. Però, secondo il WWF, l’Italia è anche il primo produttore in Europa di prodotti di plastica e il secondo per il volume di rifiuti. Sta a noi consumatori ridurre ridurre il consumo di plastica usa e getta. Ora.

Cristina: Venite, adesso entriamo nel cuore della spazzatura. Qui vedete sacchi di immondizia che è già stata differenziata. 

Fabio Masotina: Gran parte degli imballaggi sono costituiti da bottiglie di plastica, shopper, lattine e banda stagnata ovvero la scatola del tonno. La prima lavorazione è costituita dall’apertura del sacco, attraverso un macchinario che lo dilania.

Cristina: Come vedete, tutti i materiali provenienti dai nostri imballaggi qui vengono separati grazie a moderne tecnologie. Le lattine vengono individuate da magnete e questo attiva un dispositivo ad aria compressa che le spinge in un contenitore ad esse dedicato. Le plastiche rimaste sul nastro vengono separate da un aspiratore che solleva i sacchetti più leggeri. Le vaschette e le bottiglie vengono suddivise nei vari colori da un lettore ottico. Quindi vedete qua la vostra raccolta differenziata, da casa arriva qua. I flaconi, le vaschette, Fabio cosa diventano?

Fabio Masotina: Tavoli, sedie, maglioni, oggetti di arredo e gadget vari. 

Cristina: Vedete dai materiali plastici quante cose si possono fare? Buon Fabio, io sono Cristina, a voi in studio!

In onda il 8-11-2008

Design di Riciclo con Paolo Ulian

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Il riciclo creativo è un tema necessario di questi tempi. Ecco una vecchia storia di Occhio all spreco con il designer Paolo Ulian, le cui soluzioni sono brillanti, belle e facili da replicare. Fatevi ispirare!

Cristina: Questa penna nasce usa e getta, ma come sapete, oggi si cerca di non gettare via niente. Quando finisce l’inchiostro guardate cosa si può fare.

Paolo Ulian: Si prendono i corpi trasparenti, si inserisce dentro un cavetto di nylon, uno per uno. SI può infilare fino a quattro, cinque penne e poi si può fissare una semplicissima perlina da collane. Si prende questo piccolo chiusino, che è un piccolo morsetto, tende il nylon e si stringe con la pinza. A questo punto abbiamo un braccetto, snodabile. Si prende il tappo, di qualsiasi colore, si chiude e poi questo braccetto può essere infilato nella base di una lampada.

Cristina: E con una bottiglia così Paolo, cosa fai?

Paolo Ulian: Si schiaccia come quando si vuole gettare, poi vado a fissare la mia bottiglia stringendo, in modo tale da poterla usare come un appendiabiti.

Cristina: Bellissimo. E quando non si schiacciano, si incastrano.

Paolo Ulian: Si incastrano per fare questo paravento, semplicemente montandole così. E poi metteteci un po’ di fantasia e creatività anche voi. E con lo stesso sistema si può costruire anche una lampada semplicissima.

Cristina: E questa è una cuffia per la piscina, che in mano a Paolo diventa..

Paolo Ulian: Pensando all’ambiente e avendo qualche idea buona, si possono fare molte cose che ci possono aiutare a vivere meglio.

Cristina: Viva l’ingegno e occhio allo spreco!

In onda il 16-4-2009

Biova – la birra da economia circolare

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Ispirandosi agli egizi, e motivati a fare del bene, Franco Dipietro e i suoi collaboratori hanno azzeccato una ricetta doppiamente buona: utilizzano pane invenduto – e ce n’è davvero tanto, ogni giorno, nel nostro paese – facendo una birra che è veramente buona. Per trasformare un’idea in realtà, occorrono piglio imprenditoriale, accurata conoscenza delle leggi e una filiera organizzata. Loro l’hanno fatto. Aspettiamo di trovare Biova in tutta Italia e di apprezzare 20 gusti diversi.

Cristina: Facendo i volontari per recuperare avanzi di cibo da destinare ai bisognosi, un gruppo di giovani ha toccato con mano lo spreco, del pane in particolare, pensate, ogni giorno in Italia ammonta a 1.300 tonnellate. Di lì l’idea di trasformarlo. Siamo venuti a Torino per raccontare la loro storia. Buongiorno Franco, cosa fate con il pane?

Franco Dipietro: Noi recuperiamo il pane invenduto a fine giornata e lo trasformiamo in birra, 150kg di pane in 2.500 litri di birra artigianale. Questo è il nostro modo di dare nuovo valore a qualcosa che altrimenti sarebbe uno scarto.

Cristina: Come lo recuperate?

Franco Dipietro: Noi abbiamo messo a punto un nostro protocollo, lo recuperiamo a fine giornata prima che diventi tecnicamente scarto. Lo portiamo in dei centri che sono stati studiati da noi che chiamiamo proprio “del trattamento del pane”, dove lo essichiamo, lo maciniamo e lo rendiamo disponibile per essere un nuovo ingrediente. Quindi andare in questo caso a sostituire il malto d’orzo per fare della nuova birra. Oltre che recuperare un invenduto e uno scarto andiamo a risparmiare sull’utilizzo di una materia prima, fino al 30%, fino al 50% con le nostre nuove ricette che stiamo studiando di risparmio di materia prima.

Cristina: Pensate di poter produrre in tutta italia?

Franco Dipietro: È una filiera possibile, abbiamo studiato noi un modello che ci permette di replicare questa possibilità in tutta Italia. Noi cerchiamo sempre di avere dei nostri posti di raccolta vicino a dei birrifici esistenti che attiviamo, portando in giro solo le nostre ricette. Quindi riusciamo anche a non far viaggiare troppo lo scarto proprio per limitare le emissioni e i costi collegati.

Cristina: Quindi fermentate sempre localmente?

Franco Dipietro: Esattamente, produrre proprio la birra localmente nei vari birrifici che nel corso degli ultimi anni sono aumentati moltissimo in tutta Italia e lavorano anche conto terzi. Quindi possiamo andare a cuocere, si dice tecnicamente, in vari posti in Italia.

Cristina: Quindi ogni regione darà il suo gusto..

Franco Dipietro: È molto interessante perché chiaramente il pane da un gusto caratteristico alla birra, quindi a secondo della regionalità del pane, il gusto della birra cambia. Questo è anche molto divertente da provare sulla nostra birra.

Cristina: Per voi è stato proprio un cambio di vita questo..

Franco Dipietro: Molto, ci siamo accorti come il pane sia un problema molto difficile da gestire. Costa poco ed è comunque troppo anche per essere ridistribuito. In Italia si sprecano quasi due campi da calcio interi di pane ogni giorno, quindi fare qualcosa contro lo spreco alimentare è sicuramente un modo per garantirci un futuro più sostenibile.

Cristina: Questo progetto di economia circolare adempie agli SDG 12 e 13. Celebriamo questa bellissima soluzione per ridurre lo spreco alimentare con un bel brindisi! Occhio al Futuro!

In onda il 20-6-2020

Environmental Performance Index 2020

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Environmental Performance Index (EPI) è un rapporto biennale che da 22 anni viene redatto da ricercatori da ricercatori delle università di Yale e Columbia.

La longevità del progetto, la metodologia e la qualità dei dati, raccolti dai migliori enti di ricerca nel mondo, fanno dell’EPI il più autorevole riferimento per l’analisi delle politiche ambientali. In questa edizione sono state introdotte nuove metriche per valutare la gestione dei rifiuti e le emissioni dei gas che contribuiscono in maniera importante ai cambiamenti climatici.

L’edizione 2020, pubblicata a inizio giugno, ha valutato 180 paesi secondo 32 indicatori di performance in 11 categorie di salute ambientale (environmental health) e vitalità degli ecosistemi (ecosystem vitality). La Danimarca conquista il primo posto, seguita da Lussemburgo, Svizzera e Regno Unito. L’Italia è 20esima, pari merito con Canada e Repubblica Ceca. Gli Stati Uniti D’America sono 24esimi.

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Guardando nel dettaglio, che trovate qui, per quanto riguarda la salute ambientale, che include la qualità dell’aria, sanità e acqua potabile, metalli pesanti e gestione dei rifiuti, rispetto a 10 anni il nostro paese è migliorato di 4,6 punti, mentre per la vitalità degli ecosistemi, che comprende habitat e biodiversità, acquacoltura, cambiamenti climatici, emissioni inquinanti, agricoltura e gestione acque reflue, siamo peggiorati di 1,3.

In generale, l’Italia è sopra la media mondiale ma sotto quella regionale (il riferimento è l’Occidente).

Forte del risultato, il Ministro danese dell’Ambiente Dan Jørgensen afferma: “Abbiamo appena iniziato a negoziare con il parlamento danese per concordare i prossimi passi verso il nostro obiettivo di ridurre le emissioni del 70% per il 2030, e speriamo che le nostre misure possano essere d’ispirazione per altri paesi.” Obiettivo ambizioso che Daniel Esty, direttore del Yale Center for Environmental Law & Policy (co-produttore dell’EPI) vede come il risultato di politiche audaci.

La Danimarca eccelle in quasi tutti gli indicatori. Un esempio da seguire, considerato che il progresso globale di contenimento dei cambiamenti climatici è in calo. Nessun paese si sta de-carbonizzando abbastanza in fretta per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di parigi.

Consultare questo rapporto è utile per comprendere quanto politiche di gestione della salute pubblica e dei rifiuti, investimenti in infrastrutture e preservazione delle risorse naturali, premino. Insieme a buone governance, leggi audaci e ben strutturate, il coinvolgimento attivo della cittadinanza e dei media indipendenti.

 

 

Fonti per i dati dell’EPI:

Institute for Health Metrics and Evaluation, the World Resources Institute, the Potsdam Institute for Climate Impact Research, CSIRO, the Mullion Groupthe Sea Around Us Project at the University of British Columbia,  World Bank e the UN Food and Agriculture Organization.

Risorse aggiuntive:

https://www.key4biz.it/economia-circolare-piano-da-210-milioni-per-innovazione-e-sostenibilita-nelle-imprese/310235/

https://www.innaturale.com/a-che-punto-e-la-sostenibilita-nel-mondo/

https://www.we-wealth.com/it/news/sri-impact-investing/sri-impact-investing/sostenibilita-italia-20esima-classifica-globale/

https://www.theguardian.com/environment/2020/jun/04/us-ranks-24th-in-the-world-on-environmental-performance

MAC – il modulo ospedaliero riciclato di Miniwiz per il Covid

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Arthur Huang, architetto e ingegnere Taiwanese, è il più ingegnoso protagonista dell’economia circolare che abbia mai conosciuto. Con Miniwiz ha ingegnerizzato più di 1.200 materiali da rifiuti pre e post consumo. In questa puntata di Occhio al Futuro, narrata dal suo collaboratore italiano Renato Mirone, vi raccontiamo la sua nuova sfida: costruire stanze ospedaliere con materiali plastici e alluminio riciclati, utilizzando tecnologie per il monitoraggio in remoto dei pazienti e per la santificazione delle unità. Progettate in tempo di Covid-19, queste camere possono essere utilizzate per le degenze di malati infettivi ed essere trasformate per rispondere anche ad altri bisogni.

Cristina: Su 24 milioni di abitanti, Taiwan ha avuto solo 441 casi di Covid-19, e 7 decessi, perché ha subito attuato misure contenitive. C’è il sospetto che li, sappiano fare le cose bene. Ci colleghiamo con la capitale Taipei, per incontrare Arthur Huang architetto ed ingegnere, che, con la sua squadra ha progettato dei moduli per convertire spazi ospedalieri inutilizzati. Buongiorno Renato, dove siete?

Renato Mirone: In un ospedale che stiamo convertendo a Taipei e sono con il presidente dell’Università Cattolica FuJen e questo è il nostro modulo. Viene assemblata ed attivata in meno di 24 ore.

Cristina: Il costo per modulo qual’è?

Renato Mirone: Per la versione standard, il prezzo è di $100.000 USD, ma il prezzo varia a seconda della posizione e dei requisiti dell’unità.

Cristina: In che materiali è costruito?

Renato Mirone: Gran parte con materiali riciclati. L’elemento principale di questo modulo è un pannello composito, costituito da due lamine in alluminio riciclato con un nucleo centrale in PET riciclato. Per il soffitto abbiamo utilizzato dei pannelli traslucidi in policarbonato riciclato da post-consumo. In totale sono state riutilizzate 7.000 lattine in alluminio e 9.000 bottiglie di plastica per kit di costruzione.

Cristina: Renato quali tecnologie avete applicato a questa stanza?

Renato Mirone: Questo modulo è stato concepito per essere flessibile ed adattabile, così da poter convertire uno spazio in base alle diverse esigenze. Può diventare un’unità di terapia intensiva, o di isolamento, o una generica camera di degenza. La stanza è dotata di un sistema di ventilazione a pressione negativa, dove l’aria espulsa non viene fatta ricircolare, ma viene microfiltrata e diretta all’esterno dei locali. Ai pannelli è stato applicato un nano-rivestimento fotocatalitico ed antibatterico, che combinato con una serie di lampade a raggi ultravioletti, permettono di sanificare la stanza velocemente. Un sistema integrato per il monitoraggio in remoto del paziente, composto da telecamere e sensori, permette di limitare i rischi degli operatori sanitari ed allo stesso tempo lo staff medico può gestire un maggior numero di pazienti. Infine su una delle pareti è presente una grande opera d’arte costituita da pannelli in PET riciclato fonoassorbente e antibatterica. Quest’ultima soluzione aiuta a ridurre il livello di stress durante lunghe degenze. Questo modulo può essere installato all’interno o all’esterno di un ospedale, ma è concepito per trasformare velocemente spazi sottoutilizzati presenti nelle strutture ospedaliere. Dopo aver consultato dottori a Taiwan, negli Stati Uniti e in Italia, abbiamo riscontrato che molto spesso le unità per l’emergenza sono installate troppo lontano dalle strutture sanitarie.

Cristina: In che modo hanno contribuito gli italiani allo sviluppo di questo progetto?

Renato Mirone: Il nostro studio, specializzato nello sviluppo di materiali provenienti dai rifiuti domestici ed industriali, da molto tempo coopera con ricercatori e organizzazioni non governative italiane. [ndr. Per questo progetto hanno collaborato con il Centro per l’Innovazione dell’Ospedale dell’Università Cattolica FuJen di Tapei e il Ministero degli Affari economici di Taiwan]

Cristina: Vedremo queste strutture presto anche da noi?

Renato Mirone: L’Università Cattolica FuJen da sempre ha ottime relazioni con l’Italia, noi come studio siamo anche presenti a Milano, quindi speriamo di portare presto anche da voi questa struttura innovativa.

Cristina: Questa soluzione adempie agli SDG 3, 9, 11, 12 e 13. Occhio al Futuro!

In onda il 13-6-2020

Fashion Revolution, l’insostenibilità sociale ed ambientale della moda

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È complesso in ogni ambito della vita onorare bisogni e soddisfare piaceri. Vestirsi è sia una cosa che l’altra ma per far si che il piacere dei consumatori non arrechi danni alle persone e all’ambiente occorre maggiore coscienza.

Cristina: Vestirsi è un bisogno primario, ma ciò che indossiamo, è spesso il risultato di pratiche insostenibili. I prezzi bassi della moda veloce hanno un costo alto per le persone che la confezionano e per l’ambiente, ma il gioco vale la candela? Un capo nuovo viene usato in media solo 7 volte!!! Servono leggi più efficaci, ma anche maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, è dimostrato che quando siamo informati, compiamo scelte più responsabili. Marina, tu sei portavoce per l’Italia del movimento Fashion Revolution. In che modo state facendo breccia nel sistema moda?

Marina Spadafora: Fashion Revolution, che esiste dal 2013 quando crollò il Rana Plaza in Bangladesh uccidendo più di mille persone, è nato dicendo “chi ha fatto i miei vestiti? who made my clothes?”. Ci sono 70 milioni di persone che lavorano nella filiera della moda, la maggior parte non viene pagata il giusto e quindi non si può permettere di vivere in maniera decente ed è per questo che fanno lavorare anche i bambini. Quindi ci vogliono leggi molto forti, un movimento di consumatori che richieda vestiti fatti con dignità e rispettando l’ambiente. Solo con queste due forze riusciremo a cambiare l’industria della moda e avere una vera rivoluzione.

Cristina: E adesso incontriamo Matteo che è designer, attivista, educatore.

Matteo Ward: Vedi Cristina, c’è il vintage e poi c’è l’innovazione invece.

Cristina: Fammi vedere cos’hai.

Matteo Ward: Per esempio qui abbiamo capi tinti con polvere di grafite riciclata, esempi di upcycling, tinture con mattoni tritati, ecco queste sono un manifesto dei processi produttivi a ridotto impatto ambientale, ma trasformano anche un prodotto in un servizio per rispondere ad alcune tra le più pressanti e reali esigenze dell’umanità. Poi siccome non è semplicissimo, mi rendo conto, trovare tutti questi prodotti sul mercato già oggi nei negozi, esistono oramai piattaforme come questa che facilitano i consumatori la scoperta di prodotti funzionali a quello che vogliono o che gli serve, ma soprattutto allineati con i loro valori sociali ed ambientali. Basta mettere nel motore di ricerca “magliette in cotone organico” e ti vengono fuori tutti i prodotti dei vari brand che già li sviluppano in giro per il mondo.

Cristina: Fantastico. Quindi è diviso per tipo diciamo?

Matteo Ward: Per tipologia, materiale, funzionalità che ricerchi in un capo.

Cristina: Grazie Matteo. Si stima che, in questo decennio, il comparto moda e calzature crescerà dell’81%. Cresceranno però anche i consumi di risorse naturali – l’acqua usata ogni anno per fare i nostri vestiti soddisferebbe i bisogni primari di 5 milioni di persone. E aumenterà l’inquinamento – pensiamo a microplastiche, sostanze chimiche e abiti dismessi di cui solo l’1% viene riciclato. La moda sostenibile adempie agli SDG 8, 9, 10, 12 e 13. Dai sondaggi, la gente è pronta a cambiare. Facciamolo! Occhio al futuro

Giorgio Vacchiano – come rendere le foreste resilienti

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Che impatto hanno i cambiamenti climatici sulle foreste e come possiamo aiutarle a essere resilienti? In questa puntata abbiamo incontrato Giorgio Vacchiano, ricercatore forestale che, grazie alla sua specializzazione, è stato inserito nella lista degli 11 migliori scienziati emergenti al mondo dalla rivista scientifica Nature. Lo abbiamo raggiunto nel Parco del Po e delle Colline Torinesi alle porte di Torino, per ascoltarlo e per vederlo al lavoro.

Cristina: C’è una stretta relazione tra la nostra salute e quella delle foreste, che depurano la nostra aria, certo. Ma c’è molto di più. Siamo venuti al parco del Po e delle Colline Torinesi per incontrare Giorgio Vacchiano, ricercatore di scienze forestali che nel 2018 è stato scelto dalla rivista Nature tra gli 11 migliori scienziati emergenti al mondo. Giorgio come ti sei guadagnato questo riconoscimento?

Giorgio Vacchiano: Io lavoro per capire la relazione tra foreste e cambiamenti climatici. Gli alberi sono una delle armi migliori che abbiamo per lottare contro la crisi climatica. Prevedere come si svilupperanno le foreste e come ci possono aiutare al meglio è quello che cerco di fare nelle mie ricerche. Lo faccio insieme a tanti altri ricercatori nel mondo con un approccio innovativo, quello della modellazione matematica. Cerchiamo di riprodurre dentro al computer il modo in cui una foresta cresce, si sviluppa e di capire come possiamo anche aiutarla a sopportare e resistere bene ai capricci del clima che dovremo affrontare.

Cristina: Come si svolge nella pratica il tuo lavoro?

Giorgio Vacchiano: La prima parte si svolge sempre nel bosco. Misuriamo le dimensioni degli alberi e la specie. Questo carpino per esempio, misuriamo il diametro o la circonferenza. Siamo intorno ai 22 cm, vuol dire che è un albero ancora abbastanza giovane, se poi mettiamo insieme questa misura con quelle di tutti gli altri alberi del bosco possiamo capire in che fase di sviluppo si trova. Oppure misuriamo gli accrescimenti, facciamo un carotaggio del legno, una semplice punturina in cui riusciamo a vedere gli anelli di accrescimento annuale che l’albero ha formato nel corso del tempo. Dal loro spessore riusciamo a capire come l’albero ha reagito alle condizioni climatiche del passato e quindi come potrebbe rispondere a future siccità o cambiamenti del clima.

Cristina: Gli alberi crescono lentamente e l’uomo corre sempre più veloce. Cosa significa questo per te e per il tuo lavoro?

Giorgio Vacchiano: Per molti anni questo è rimasto un contrasto importante. Qua vediamo per esempio dove sono stati piantati negli anni 50/60 degli alberi che c’entrano molto poco con questa zona, dei pini, delle conifere anche esotiche. Oggi invece il tentativo è quello di riportare questo bosco alle sue condizioni naturali, come vediamo da quest’altra parte, essere un bosco di querce. Abbiamo fatto degli interventi di gestione, abbiamo fatto un po’ di luce nel sottobosco in modo che le specie naturali possano sviluppare per conto proprio. E poi il legno che abbiamo ricavato dagli alberi è stato utilizzato. Usare il legno sembra una contraddizione, invece se lo prendiamo in modo sostenibile rispettando il ritmo della natura, è un grande alleato contro il cambiamento climatico.

Cristina: Giorgio perché il tuo lavoro è così importante?

Giorgio Vacchiano: Sapere come crescono le foreste e come gestirle in modo sostenibile vuol dire assicurarsi che continuino a esistere anche in un clima che cambia. Assicurarsi che continuino a darci i loro benefici, e che continuino a essere foreste che funzionano in piena salute anche con la conservazione della biodiversità. Per esempio qui abbiamo lasciato alcuni tronchi a terra in occasione dell’ultimo intervento forestale per far sviluppare i funghi, questi esseri viventi da cui dipende il benessere e il buon funzionamento del bosco. Tagliare non vuol dire deforestare, anzi, ci curiamo sempre che ci siano nuove piantine pronte a crescere, modificando la struttura del bosco.

Cristina: Il lavoro di Giorgio adempie agli SDG 3, 12, 13 e 15. Occhio al Futuro

In onda il 6-6-2020