Privacy Policy sdg 7 Archivi • Pagina 2 di 3 • Cristina Gabetti
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Lucedentro

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La fotoluminescenza è una fonte di energia rinnovabile poco conosciuta, che ha applicazioni molto interessanti. È la proprietà di materiali naturali inorganici, quali terre rare, di accumulare luce solare o elettrica e di restituirla al buio. Lucedentro ha sviluppato una tecnologia che rende possibile l’applicazione della fotoluminescenza in tantissimi ambiti, dal design, alla sicurezza e l’abbigliamento.

Cristina: Oggi vi parliamo di una fonte di energia rinnovabile poco conosciuta con applicazioni molto interessanti. Si tratta della fotoluminescenza, ossia la proprietà di materiali naturali inorganici, quali terre rare, di accumulare luce solare o elettrica e di restituirla al buio. È una luce molto tenue, frutto di un principio fisico infinito. Luca raccontami della tua tecnologia.

Luca Beltrame: Noi partiamo da fosfori di ultima generazione dopati con terre rare, che sono europio – quello che si usa comunemente nei televisori a colori, e disprosio che serve ad allungare la radiazione luminosa fotoluminescente.

Cristina: In quali materiali state mettendo queste terre rare fotoluminescenti?

Luca Beltrame: I materiali sono tanti, si parte dal vetro e rientriamo nell’economia circolare perché usiamo vetri di riciclo, borrosilicato, che poi additiviamo con questi fosfori e andiamo a frantumare per fare i camminamenti, poi le plastiche, i polimeri prestazionali e non, travertini, legni.. È veramente il campo di applicazioni.

Cristina: Ecco appunto, le applicazioni più importanti quali sono?

Luca Beltrame: Noi abbiamo identificato 3 o 4 applicazioni molto importanti: la sicurezza, in caso di blackout questi materiali brillano da soli; l’architettura e il design; infine al risparmio energetico.

Cristina: In che modo?

Luca Beltrame: Abbiamo costruito dei pali intelligenti della luce che utilizzano sia la fotoluminescenza che la luce bianca. La luce bianca però viene utilizzata solo al bisogno, quindi sensore di presenza, macchina che passa, luci che si accendono. L’energia è fornita dal fotovoltaico, quindi siamo completamente verdi e addirittura, al netto della CO2 spesa per fare i pali, siamo anche a CO2 zero.

Cristina: E la fotoluminescenza dove va?

Luca Beltrame: La fotoluminescenza va in questo lampione, viene controllata da un sensore: un minuto ogni dieci minuti, per garantire continuità in questa luce di sicurezza ed emozionale.

Cristina: E questi materiali sono tossici?

Luca Beltrame: No, non sono assolutamente tossici o radioattivi. Sono tutti certificati REACH. Sono per esempio utilizzati negli smalti per le unghie o nei giocattoli, quindi il loro contenuto di materiali pesanti passa abbondantemente i limiti Europei ed Americani.

Cristina: Grazie Luca. Questa idea illuminata adempie a cinque SDG: 7, 9, 11, 12 e 13. Occhio al futuro!

In onda il 14-3-2020

Neorurale Hub

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Neorurale Hub è immerso in 500 ettari rinaturalizzati nella Pianura Padana, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, e la biodiversità è tornata a fiorire. Questo polo innovativo offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. Un esempio di efficienza e di economia circolare.

Cristina: Siamo immersi in 500 ettari rinaturalizzati a due passi da Milano, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, la biodiversità è tornata a fiorire. Nel 1996 questo terreno era così. Rigenerandosi, la natura ha ispirato la creazione di questo polo innovativo, che offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. E così si ottimizza l’uso di tutte le risorse, si producono cibo, energia e tanto altro. Un esempio di efficienza e di economia circolare. L’insieme di tutte le attività che che avvengono in questo polo adempiono a dodici dei 17 SDG – gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU – e precisamente 2, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 15, 17.
Luca dammi qualche esempio pratico di quello che avete imparato ripristinando quest’area.

Luca Pilenga: L’esempio più concreto della collaborazione uomo natura lo abbiamo e troviamo in queste barriere di ecosistemi dove rigeneriamo la natura per permetterle di creare biodiversità, che è quell’arma che abbiamo contro i parassiti che ci permette di abolire l’uso di insetticidi. Li abbiamo aboliti già dodici anni fa. Quest’acqua delle barriere che sgorga naturalmente ad una temperatura costante durante tutto l’anno la utilizziamo come scambio termico durante la climatizzazione degli edifici dove viene fatta la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione.

Cristina: Le tecnologie invece come le state usando?

Luca Pilenga: La tecnologia è il fattore abilitante che ci permette di condurre delle ricerche capaci, attraverso i dati di sensori locali presi anche da satelliti o da droni in alcuni casi, di sviluppare una ricerca capace di concentrare i principi attivi. Per esempio questa Erba Officinale che abbiamo reperito in giro per il mondo e che qui siamo riusciti a concentrare del 400% rispetto alle concentrazioni normali e senza contaminanti.

Cristina: Una pianta che cresce in un terreno sano e nelle condizioni migliori da i frutti migliori.

Luca Pilenga: Esattamente, grazie alla tecnologia riusciamo a capire quali meccanismi ci aiutano a raggiungere l’obiettivo, in questo caso una maggiore concentrazione, in altri casi il minor consumo di risorse. Qui nella struttura alle mie spalle collaborano oramai 20 tra startup, aziende e scuole per costruire la sostenibilità del settore agroalimentare.

Cristina: Osservare e imitare la natura è la nostra migliore scommessa. Occhio al futuro!

In onda il 7-3-2020

Bambù – l’acciaio vegetale

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Con più di 1.642 specie e 10.000 utilizzi, il bambù si aggiudica straordinari primati. Rigenera terreni poveri, tollera grande freddo e caldo e l’ONU la considera una famiglia di piante strategica, riconoscendo che adempie a ben 6 dei 17 SDG: 1, 7, 11, 12, 13, 15. L’architetto Mauricio Cardenas ci racconta quali sono i benefici di costruire col bambù.

Cristina: Oggi incontriamo un architetto che ha progettato la più grande struttura nel nord della Cina in bambù, una pianta considerata strategica dall’ONU e che adempie a 6 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, o SDG. Grazie alle lunghe radici, che pescano acqua in profondità, il bambù può essere piantato in terreni poveri, inadatti all’agricoltura, ed è capace di rigenerarli. La fitta e perenne superficie fogliare, fa sì che un bosco di bambù sequestri fino a 17 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno. Tollera grande freddo e grande caldo, cresce velocemente e ogni parte della pianta, persino gli scarti, sono utili per qualche cosa. Pensate, con 1642 specie, ci sono più di 10,000 utilizzi riconosciuti – dall’architettura al cibo, il tessile e la cosmesi.  Le opportunità di lavoro sono particolarmente interessanti per le donne in agricoltura, perché il bambù è leggero. L’associazione mondiale INBAR stima che questa pianta dalle mille specie potrebbe diventare fonte di reddito per 50 milioni di persone nel mondo! Architetto, qual è la tua esperienza con l’acciaio vegetale?

Mauricio Cardenas: Sono cresciuta in Colombia, quindi sin da piccolo ho avuto modo di conoscere le virtù di questa pianta – giocavamo tra le canne di bambù, facevamo piccole costruzioni. Attraversavamo il fiume con un ponte, ricordo molto bene, sempre in bambù.. poi durante gli studi di architettura l’ho un po’ dimenticato, sarò sincero, fino alla tesi di laurea. L’ho ripreso e fino ad oggi lavoro grazie alle opportunità che ho in giro per il mondo facendo costruzioni in bambù.

Cristina: Com’è stata l’esperienza in Cina?

Mauricio Cardenas: Il padiglione INBAR è l’ultimo progetto che abbiamo realizzato è la struttura di bambù più grande del nord della Cina. È utilizzato molto poco il cemento, il minimo possibile. Coperture verdi, senza aria condizionata all’interno del padiglione si sta benissimo, perché abbiamo uno strato di terra umida per cui anche nelle temperature più alte di Pechino, che sono veramente estreme, si sta molto bene nel padiglione, non c’è stato nessun tipo di sconforto, anzi è stato molto apprezzato.

Cristina: E come siamo messi in Italia? Ci sono degli incentivi?

Mauricio Cardenas: Ci sono incentivi in Italia per l’agricoltura, per la costruzione ancora no. Possiamo immaginare in modo molto poetico, immaginare il bambù, portare dalla foresta al cantiere. Tenendo conto che il bambù cresce molto rapidamente, in soli tre anni è maturo e pronto per essere utilizzato in costruzione. Mentre il legno ha bisogno di 15-20 anche più anni per essere maturo e utilizzato per la costruzione.

Cristina: Una casa che torna alla terra, che bella idea. Occhio al futuro!

In onda il 25-2-2020

Econyl, il filato di nylon rigenerato

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L’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo questo impatto da negativo a positivo: Aquafil, con il suo filato Econyl, produce fibre da rifiuti scarti e nuovi materiali attraverso azioni concrete di rispetto per l’economia la società e l’ambiente, lungo tutta la filiera.

Cristina: Sappiamo che l’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo l’impatto da negativo a positivo producendo fibre tessili da scarti, rifiuti e nuovi materiali. In quest’azienda le fabbriche sono alimentate al 100% da energie rinnovabili, si usa acqua a ciclo chiuso in ogni fase di lavorazione. Sono stati avviati protocolli ambientali lungo tutta la filiera, e attivati progetti educativi in azienda per i dipendenti e nelle scuole. Si fa ricerca su nuovi materiali da biomassa, ogni anno si riducono le emissioni di gas serra, si promuovono programmi per la tutela dei mari e per tutti i prodotti si fa l’analisi del ciclo di vita. Queste azioni, nel loro insieme, adempiono alle indicazioni di ben 8 dei 17 SDG – gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU! Per ogni 10.000 tonnellate di materia prima da processo di riciclo si risparmiano 70.000 barili di petrolio e l’equivalente di 57.100 tonnellate di CO2.
Oggi vi mostriamo come vengono trasformate le reti da pesca, insieme ad altri rifiuti di nylon. Nel 2018 sono stati recuperati 78 tonnellate da ONG che operano in tutta Europa. Una volta pulite, le reti vengono trasformate chimicamente, poi il liquido diventa polimero, e il polimero si trasforma in filo. Il risultato è che sempre più filati derivano da un processo di rigenerazione. Per diventare tappeti, occhiali, borse, abiti, costumi da bagno.
Dottor Bonazzi, si può immaginare di rispondere alla richiesta di mercato di nylon solo con materiali di recupero e di riciclo?

Giulio Bonazzi: No, purtroppo no, neanche si potesse recuperare tutto il nylon, non sarebbe mai sufficiente per garantire le necessità future. Oltre a ciò è importante capire che riciclare ha un suo impatto ambientale, noi cerchiamo di farlo al meglio, ma è importante capire come si ricicla e come ridurre al massimo l’impatto durante il ciclo.

Cristina: Che cosa significa per lei innovare? Come cittadino e come imprenditore?

Giulio Bonazzi: Innovare per me significa smettere qualcosa di vecchio per fare qualcosa di nuovo. Ad esempio bisogna ricordarsi che prima di riciclare bisogna ridurre le materie prime, riusare e poi riciclare.

Cristina: Avete già pronta una nuova famiglia di materiali?

Giulio Bonazzi: Si l’abbiamo, vogliamo produrre il nylon da fonti rinnovabili ossia da biomasse, anzi abbiamo già prodotto i primi chili.

Cristina: Che differenza c’è tra il filo derivato dal petrolio, da riciclo e da biomassa?

Giulio Bonazzi: Nessuna, i tre prodotti sono perfettamente identici ma fa una grande differenza per l’ambiente. È un bell’esempio di economia circolare.

Cristina: Grazie Dottor Bonazzi. Occhio al futuro!

In onda il 18-1-2020

Tribewanted Monestevole

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Quando nel 2013 abbiamo raccontato Tribewanted a Monestevole, il progetto, partito online attraverso il crowdfunding, era un pioniere. Il borgo Cinquecentesco, abbandonato negli anni sessanta, era in fase di ristrutturazione secondo i principi della bio-edilizia. Erano installate le cisterne per il recupero dell’acqua piovana e gli impianti di energia rinnovabile Oggi si pratica la permacultura, l’agricoltura biodinamica e la fitodepurazione dell’acqua. Mi aveva colpito il concetto di tribù, di persone affini che amano e rispettano la natura. Il Borgo e i 40 ettari di uliveto, vigna, pascolo, orti e boschi, sulle colline Umbre, offrono un’esperienza rigenerante e rigenerativa. A Tribewanted si può alloggiare, contemplare, fare.

Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

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Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019

Jellyfish Barge, la chiatta serra

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Un progetto di della start-up fiorentina Pnat, Jellyfish Barge è una chiatta ottagonale che produce il fabbisogno alimentare di otto persone. Utilizza energia solare e il suo sistema di irrgigazione desalinizza l’acqua del mare su cui galleggia. Una soluzione per il popolo mondiale in crescita..

Cristina: Nel 2050 ci saranno due miliardi e mezzo di persone in più e non basta la terra coltivabile, non basta l’acqua dolce, che è alla base di ogni forma di vita. Stefano voi che soluzione avete elaborato?

Stefano Mancuso: Il problema è un problema enorme, perché stiamo parlando di nutrire 2 miliardi e mezzo di persone in un tempo così breve e come hai detto giustamente, non c’è abbastanza suolo coltivabile e soprattutto non c’è abbastanza acqua dolce. Vorrei ricordare quanta acqua dolce c’è sul pianeta, il 97% dell’acqua che è presente è salata e non la possiamo utilizzare. Il restante 3%, 1% è fermato ai poli quindi ne rimane il 2%, di questo 2% per un motivo o per un altro un’altra quantità non è utilizzabile, quindi noi viviamo con l’1,5% dell’acqua del pianeta. Ad oggi, il 70% di tutta l’acqua dolce del pianeta terra è utilizzata per l’agricoltura, non potremo andare avanti a lungo in questa maniera. Di sicuro non potremo nutrire altri due miliardi e mezzo di persone con questa poca acqua, bisogna trovare delle soluzioni alternative. La soluzione che abbiamo trovato noi si chiama Jellyfish Barge ed è un serra galleggiante. Ha una forma ottagonale, che ha un diametro di 12 metri che galleggia sul mare, quindi non utilizza nessun tipo di terra, nessun tipo di suolo. Non hai bisogno di acqua dolce perché è in grado di dissalare l’acqua del mare e utilizzare quest’acqua che ha dissalato per nutrire le piante al suo interno. Il tutto utilizzando esclusivamente energia solare.

Cristina: Si avrebbe bisogno di fertilizzanti nel Barge?

Stefano Mancuso: Noi non utilizziamo nessun fertilizzante che non siano alghe, soltanto alghe che crescono nel mare. Senza nessun tipo di energia non rinnovabile, senza suolo e senza neanche un millilitro di acqua dolce siamo in grado di produrre da mangiare per otto persone. Queste zattere galleggianti possono essere messe a galleggiare li dove il cibo necessita, possono essere agganciate l’una all’altra fino a rendere possibile la produzione di alimenti necessari. Se c’è una popolazione di 50.000 persone o di 30.000 persone, il Jellyfish crescerà diciamo in maniera adeguata. Fra l’altro hanno una forma ottagonale, non esagonale, perché l’esagono coprono tutta la superficie, mentre invece gli ottagoni lasciano la possibilità di creare delle strade, dei luoghi attraverso i quali camminare anche. Tutta l’idea che ha spinto fin dall’inizio della progettazione di Jellyfish Barge è quella di avere dei mercati, dei propri luoghi dove si produce da mangiare, dove la si vende, come si dice oggi a km 0 e rispettosa dell’ambiente.

Cristina: Grazie Stefano, speriamo che qualcuno si renda conto del buonsenso di questo progetto perché prima o poi i costi ambientali li dovremo pagare. Occhio al futuro

In onda 19-1-2019

Il potere della spazzatura

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Arthur Huang, architetto, ingegnere e CEO di Miniwiz, parla dei suoi processi e impianti per usare la risorsa più abbondate che abbiamo: la spazzatura! La macchina portatile Trashpresso, alimentata da energia solare, è stata a Milano nel Parco Sempione durante il Salone Internazionale del Mobile 2018.

PARTE I

Cristina: Oggi vi presentiamo un ingegnere che progetta impianti per la raccolta e la trasformazione dei rifiuti e pensate che ha ingegnerizzato 1200 nuovi materiali. Arthur, qual è il potere della spazzatura?

Arthur Huang: Oggi è la risorsa più abbondante. È ovunque, nei nostri oceani, nell’acqua potabile, perfino nei ghiacciai a 4.900 metri. Questa risorsa è in costante aumento e credo che dobbiamo occuparcene in modo da poter alimentare un nuovo modo di fare design e cambiare il nostro stile di vita in positivo.

Cristina: Tu te ne stai occupando. Quanti impianti avete progettato?

Arthur Huang: Abbiamo ingegnerizzato circa 1.200 nuovi processi che a loro volta, possono essere suddivisi in quattro grandi categorie di macchinari che separano e trasformano la spazzatura che buttiamo tutti i giorni, dagli imballaggi, ai bicchieri e bottiglie in plastica, fino agli scarti tessili. Attraverso i trattamenti differenziati siamo in grado di ottenere una vasta moltitudine di materiali pre-lavorati, che successivamente possono essere utilizzati in edilizia o per altre categorie di prodotto.

Cristina: Indossi alcuni dei tuoi nuovi materiali, puoi indicarmeli?

Arthur Huang: Questa giacca è monomateriale, senza collanti aggiuntivi, fatta di bottiglie di plastica. I pantaloni anche, sono fatti al 100 percento da bottiglie di plastica, ma al tatto sembrano lana. Le scarpe anche sono in PET riciclato. Perfino i bottoni, gli occhiali e il cinturino dell’orologio sono realizzati con mozziconi di sigaretta. Questo bottone è stato fatto con quattro mozziconi raccolti in Svizzera e in Italia e stiamo creando una nuova generazione di bottoni e altri accessori. Questi sono gli occhiali da sole..

Cristina: Quanta energia si consuma per depurare le tossine da questi materiali?

Arthur Huang: È molto più facile di quanto si creda, è per questo che abbiamo creato un macchinario portatile, per dimostrare in realtà quanta poca energia serva. Tutti i processi del macchinario sono alimentati dall’energia solare, l’aria e l’acqua vengono filtrate in un sistema interno chiuso. Si ha un risparmio energetico pari al 90%, rispetto alla materia vergine proveniente dai fondali oceanici, che viene prelevato sotto forma di petrolio e poi trasformato.

Cristina: Quindi non rimangono tossine nel bottone di mozziconi?

Arthur Huang: Abbiamo fatto dei test – non rimangono tossine nei mozziconi dopo il processo. La macchina cattura tutti i fumi in un sistema chiuso di ricircolo interno.

In onda 1-12-2018

PARTE II

Cristina: Leggiamo sui giornali che c’è più materia prima seconda di quella richiesta sul mercato, è una situazione critica e gli stoccaggi di queste materie vengono addirittura bruciati. Il tuo sistema e la tua strategia, come possono avere un impatto a livello globale?

Arthur Huang: Innanzitutto, la maggior parte dei nostri sistemi sono progettati per essere portatili. Credo che sia molto importante poter avvicinare la tecnologia di trasformazione il più possibile alla fonte di spazzatura. Uno dei maggiori problemi oggi del processo di riciclo è la contaminazione. Una volta che avviene, la materia perde di valore e la lavorazione diventa molto costosa e addirittura più dannosa per l’ambiente. Il vantaggio di raccogliere e trasformare i rifiuti in loco è di rendere la materia prima seconda disponibile in situ a ingegneri e designer.

Cristina: Nella tua esperienza quali sono gli anelli mancanti per poter fruire di queste competenze, intelligenza e soluzioni?

Arthur Huang: Il primo anello mancante è il processo di riciclo in sé. Bisogna sapere come separare i rifiuti. Questa è la prima questione. Di tutti i materiali da riciclo disponibili, qualsiasi sia la percentuale di raccolta, meno del 2 percento viene trasformato in un nuovo materiale. Dopo la raccolta differenziata corretta, bisogna sapere come lavorare i rifiuti. Servono tantissimi dati per avviare il processo, anche a seconda dell’utilizzo finale. Verrà utilizzato per fare scarpe? Una sedia, o un palazzo? Hanno specifiche diverse. Noi adesso stiamo lavorando anche sui dati. Stiamo avviando un database aperto a tutti con 1.200 nuovi materiali, frutto del nostro lavoro degli ultimi 15 anni, così che le istituzioni lo possano utilizzare come strumento educativo per giovani designer ed ingegneri, affinché prendano confidenza con questi processi. Stiamo cercando di rendere il sistema circolare.

Cristina: Qual’è il tuo sogno?

Arthur Huang: Il nostro sogno adesso è di costruire un aereo fatto interamente di spazzatura. Abbiamo comprato un vecchio aereo in Germania e l’abbiamo spedito a Taiwan, dove stiamo inventando o meglio, cercando un nuovo processo per costruire l’ala, fatta in PET riciclato.

In onda 8-12-2018

Blockchain con Cristina Pozzi

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Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo e fondatrice di Impactscool, ci parla della tecnologia blockchain.

Cristina: Le tecnologie evolvono così rapidamente che a volte fatichiamo a comprenderne i significati, a partire dal nome. Cristina tu ti occupi di formazione, come spieghi ai tuoi alunni che hanno età molto diverse, e provenienze molto diverse, che cos`è e a che cosa serve la blockchain?

Cristina Pozzi: Serve a tantissime cose, ad esempio anche contratti per passaggi di proprietà. Proviamo ad immaginare di voler vendere un’auto, questo si può fare già tra privati ma ci sono diverse istituzioni tra certificazioni, archivi dove l’informazione del passaggio di proprietà deve essere registrata, ci vogliono anche diversi giorni per avere tutte le carte sistemate e in ordine. Se io potessi farlo attraverso un sistema basato su blockchain, questa informazione verrebbe registrata automaticamente in modo istantaneo su tutta una serie di nodi, si chiamano – sono dei blocchi che stanno all’interno di questa catena dei computer – che registrano l’informazione e a quel punto la rendono immediatamente disponibile per tutti.

Cristina: Altre applicazioni?

Cristina Pozzi: Si può pensare anche all’acquisto di una casa, qua lascio alla fantasia di tutti che, esperienza che conosciamo, cercare di numerare tutti gli intermediari che oggi devono intervenire quando faccio un passaggio di proprietà di un immobile. Neanche in questo caso gli intermediari potrebbero essere sostituiti da un sistema che è condiviso e collettivo, però non sempre, e non è solo così, questo sistema deve essere qualcosa di pubblico e istituzionale quindi stanno nascendo ed esistono già sistemi di blockchain che invece vengono creati per privati. Per esempio nel mondo della logistica, immaginiamo di dover spedire un pacco internazionale da un continente all’altro, i passaggi di informazione di dati, soprattutto i soggetti coinvolti sono tantissimi, e stanno già creando un consorzio tra quelle società che operano nel mondo della logistica per avere queste informazioni disponibili a tutti, accessibili e soprattutto anche tra di loro compatibili in modo che quando un pacco passa in dogana o viene spedito o ritirato, l’informazione venga registrata su un sistema di questo genere.

Cristina: E diventerà pervasivo in quanto tempo?

Cristina Pozzi: Questo esiste già, questa è proprio un’applicazione già esistente. Sicuramente l’opzione di applicarlo alla pubblica amministrazione o a tutta una serie di cose con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, nel giro di 10-15-20 anni sicuramente presente. È molto interessante e soprattutto realistico.

In onda 20-10-2018

I pannelli fotovoltaici flessibili di Ribes Tech

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Ribes Tech, uno spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia, stampa pannelli fotovoltaici flessibili e riciclabili, in grado di utilizzare sia luce solare che luce artificiale.

Cristina: Mentre il mondo si riempie sempre più di sensori, viene da chiedersi come vengono alimentati. Oggi vi parliamo di una nuova generazione molto duttile di pannelli fotovoltaici.

Antonio Iacchetti: É una nuova tecnologia fotovoltaica, realizzata con materiali plastici quindi polimeri, che vengono stampati su pellicola sempre plastica, permettono di avere una pellicola flessibile con la proprietà di convertire la luce in energia. Le proprietà di un pannello fotovoltaico ma nella forma di una pellicola plastica. Convertono la luce, che può essere luce solare o anche luce artificiale, quindi possono essere utilizzati anche in ambienti interni, per recuperare l’illuminazione artificiale per fornire una fonte di energia che sarà anche piccola, ma può essere molto importante quando deve alimentare un dispositivo. Esiste un grande interesse in indoor, ad esempio nella domotica di sensori che possono rilevare la temperatura, l’umidità, l’ossigeno e quindi ottimizzare il sistema.

Cristina: Fisicamente come li costruite?

Antonio Iacchetti: Sono realizzati con tecniche di stampa tradizionali da arti grafiche: serigrafia, getto d’inchiostro o altre tecniche attualmente usate nel packaging o nelle arti grafiche. Questo pannelli sono molto particolari perché essendo stampati su pellicola plastica, sono flessibili e possono essere realizzati con dimensioni particolari, non necessariamente rettangolari o quadrati. Questo permette di integrarli su oggetti non convenzionali. Questo è un esempio di un dimostrare realizzato con un’azienda italiana, dove la richiesta era alimentare un orologio e quindi avere un pannello che si potesse adattare a delle superfici non planari e non fisse. Questa possibilità ha permesso di aumentare l’energia che determina l’alimentazione dell’oggetto. Altre applicazioni sono nell’ambito della sensoristica, quindi la possibilità di alimentare sensori che anche senza l’utilizzo di batterie possono funzionare, raccogliere informazioni e comunicarle, quindi inserire una sistema di raccolta dati.

Cristina: Con l’utilizzo di poca energia si possono fare tante belle cose.

In onda 28-4-2018