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Stefano Mancuso – Cosa possiamo imparare dalle piante?

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L’emergenza coronavirus ci pone tutti di fronte a grandi sfide, ma possiamo riconoscere i benefici di aver rallentato i ritmi. La natura è tornata a respirare e questo è curativo anche per noi. Abbiamo deciso di festeggiare il 25 aprile con il neurobiologo Stefano Mancuso affinché siano le piante a ispirarci anche quando torneremo in attività. Perché insegnano a usare le risorse disponibili, a non sprecarle, e a essere consapevoli del mondo circostante. La salute dei sistemi naturali e la nostra sono profondamente interconnesse.

Cristina: Chi meglio delle piante può insegnarci a trovare la libertà in questo momento di costrizione del movimento fisico che stiamo tutti vivendo? E perchè è così importante capirlo adesso per promuovere lo sviluppo sostenibile? Ne parliamo con Stefano Mancuso, che dalle regole che governano il mondo vegetale trae grandi insegnamenti.
Buongiorno Stefano, cosa possiamo imparare da queste piante per vivere al meglio la quarantena?

Stefano Mancuso: Diciamo che le piante sono gli organismi adatti a cui ispirarci in un momento in cui non ci possiamo muovere. Di fatto noi ora siamo fermi come delle piante, le nostre città sono silenziose come dei boschi e ci accorgiamo che molte cose cambiano. Stiamo più attenti alle risorse, non sprechiamo. Siamo più consapevoli dell’ambiente che sta intorno a noi, davvero credo che da questo punto di vista l’aver rallentato il tutto possa essere stato un gran bene per la nostra capacità di comprensione dell’ambiente e delle risorse del pianeta.

Cristina: In questo momento ad esempio cosa stanno facendo le piante, che è importante per noi comprendere?

Stefano Mancuso: È un momento particolare dell’anno, in questo momento le piante stanno utilizzando le risorse al meglio che hanno accumulato durante l’inverno e le nuove che stanno cercando. Stanno comunicando per convincere gli insetti a impollinarle, stanno facendo tutto quello che è necessario per mantenere la propria specie in vita. Questo è, soprattutto, il grande insegnamento che dovremmo trarre dalle piante, la specie è fondamentale e bisogna mantenerla in vita.

Cristina: L’agenda 2030 parla chiaro, questo decennio è determinante per la nostra vita su questa terra, per il nostro futuro. Quali sono le azioni fondamentali da compiere ora?

Stefano Mancuso: Hai detto bene, è fondamentale agire subito. La prima cosa è diminuire l’anidride carbonica nell’atmosfera e quindi bloccare il riscaldamento globale. Questo si ottiene abolendo praticamente qualunque combustibile fossile al più presto possibile. E poi risorse, questo pianeta non ha risorse infinite, è un pianeta finito quindi le sue risorse sono concluse. Dobbiamo imparare a utilizzare quello che c’è. Non sarà niente di nuovo ma è importante farlo subito.

Cristina: Speriamo proprio e ce la mettiamo tutta. Grazie Stefano e buon 25 aprile!

Stefano Mancuso: Grazie Cristina, anche a te.

Cristina: Queste soluzioni adempiono a sei SDG. Siamo parte della natura, che meraviglia. Forse, il primo passo, è di riconoscerlo! Occhio al futuro

In onda il 25-4-2020

Fratello Sole e la transizione ecologica per il Terzo Settore

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Il più delle volte le imprese del terzo settore non riescono a rendere sostenibili gli edifici che ospitano le loro attività, perché mancano i mezzi economici. Fratello Sole è la prima impresa sociale non a scopo di lucro in Europa che supporta enti e associazioni di volontariato nella transizione ecologica. È un grande esempio di sostenibilità sociale ambientale ed economica.

Cristina: Dentro a questo edificio c’è il cantiere di VOCE – Volontari al Centro – e siamo qui per raccontarvi l’attività della prima impresa sociale non a scopo di lucro in Europa che supporta enti del Terzo Settore nella transizione ecologica. Fabio, raccontami di questo edificio e di che intervento state facendo qui.

Fabio Gerosa: Questo è un edificio che ha 200 anni di storia, e da 25 anni è abbandonato alla città di Milano. È in mezzo del quartiere della finanza e rappresenta uno scarto che verrà rivalutato da Fratello Sole sia in senso ambientale, pensa che sarà un edificio in classe A, e soprattutto in senso sociale. Questo sarà il centro di economia civile, il centro dove vivranno i volontari, dove vivrà un’economia umanizzante che aiuterà tutta la città e sarà il punto di riferimento di Milano per quello che è il volontariato.

Cristina: Questa iniziativa nasce per dare concretezza all’enciclica Laudato Sì, creando coerenza tra il luogo e le attività che ospita. Qui avranno sede l’Università del Volontariato, un ostello, un ristorante – tutto legato al terzo settore. Questo progetto adempie a 12 dei 17 SDG: 1, 2, 4, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 15 e 17. E verranno qui i volontari delle Olimpiadi Invernali 2026?

Fabio Gerosa: Questo edificio ospiterà anche questo grande evento delle Olimpiadi nella parte, appunto, dell’economia civile del volontariato.

Cristina: In pratica quindi come aiutate le aziende del terzo settore ad attuare la transizione ecologica?

Fabio Gerosa: Prima di tutto, attraverso la competenza. Gli enti del terzo settori sono competenti nel loro, quindi nell’educazione, nella cura delle persone fragili, nella vicinanza ai poveri, ma non hanno generalmente molta competenza rispetto ai temi ambientali. Quindi il primo aiuto è donare, dare, competenza agli enti del terzo settore, il secondo aiuto fondamentale è l’aiuto economico, perché la transizione ecologico o efficientamento energetico costa molti soldi e non è alla portata di tutti. Noi li aiutiamo a consumare molto molto meno, e con quel pezzo del risparmio che gli enti hanno, pagheranno una parte dell’intervento. L’altro aiuto economico è invece la cessione del credito, gli enti del terso settore hanno diritto al bonus energetico e il bonus antisismico, ma non hanno la capienza fiscale per ottenerlo. Allora noi come Fratello Sole lo acquistiamo, togliendo una gran parte dell’intervento allo stesso ente.

Cristina: Questo progetto genera benefici economici, sociali ed ambientali, soprattutto per gli ultimi, i più poveri. Occhio al futuro!

In onda il 4-4-2020

La fabbrica Lamborghini a zero emissioni

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Dal 2009 la fabbrica Lamborghini è a zero emissioni. Nel 2018, raddoppiando lo stabilimento e la produzione, hanno mantenuto la certificazione CO2 neutrale. I nuovi uffici sono LEED Platino, lo standard ambientale ed energetico più alto per un edificio; con impianti fotovoltaici, di cogenerazione e trigenerazione, tutte le innovazioni tecnologiche e di processo seguono i principi dell’industria 4.0

Cristina: Oggi visitiamo una fabbrica di automobili a zero emissioni, che ha raddoppiato lo stabilimento e la produzione mantenendo la certificazione CO2 neutrale. I nuovi uffici sono LEED Platino, lo standard ambientale ed energetico più alto per un edificio; qui tutte le innovazioni tecnologiche e di processo seguono i principi dell’industria 4.0 per la migliore sinergia possibile tra uomo e macchina.
Ingegnere, che interventi avete fatto per essere una fabbrica a zero emissioni?

Ranieri Niccoli: Intanto siamo partiti in tempi non sospetti molti anni fa e questo ci ha permesso di essere abbastanza avanti nel mondo del lusso. Parliamo di interventi per esempio riferiti a un impianto fotovoltaico che abbiamo installato sui nostri tetti e gli edifici, di 15.000 m2 e 2,1 megawatt di potenza. Successivamente abbiamo realizzato due impianti di trigenerazione, sono impianti che producono energia elettrica, calore e freddo attraverso l’utilizzo del metano e dei gas di scarico della combustione. Sono impianti molto efficienti di 2,4 megawatt. Ulteriormente abbiamo un impianto di teleriscaldamento, cioè prendiamo dell’acqua calda prodotto da un impianto di cogenerazione esterna alla nostra azienda che altrimenti verrebbe sprecata e la portiamo all’interno della fabbrica. Poi tante altre cose, l’utilizzo delle luci a LED, il policarbonato al posto del vetro, abbiamo realizzato delle protezioni per i nostri edifici più vecchi in modo da aumentare l’efficienza termica e poi tutta la parte di domotica per efficienziare l’accensione e lo spegnimento delle luci o dell’impianto di riscaldamento o raffrescamento. Tutto questo ci ha permesso di evitare di emettere quasi 6.000 tonnellate di CO2, pari alla quantità che assorbirebbe una foresta di circa 300.000 alberi.

Cristina: E quali le altre innovazioni più importanti?

Ranieri Niccoli: Il nostro processo produttivo l’abbiamo chiamato manifattura. Manifattura perché principalmente il processo è artigianale, i nostri operatori sono quelli che montano e danno il valore aggiunto. Le nostre macchine però sono molto complesse e sono una diversa dall’altra e allora per facilitare il compito delle persone che sono in fabbrica a montare abbiamo poi utilizzato una serie di strumenti digitali, che sono quelli della fabbrica 4.0 e una parte di automazione, parliamo di robot collaborativi, che insieme alle persone rendono il processo più robusto, più ergonomico e più semplice da realizzare.

Cristina: In questo bioparco di 7 ettari avvengono diverse iniziative per la salute delle persone e dell’ambiente, sono state piantate 10.000 querce e insediati 13 alveari, per la tutela della biodiversità. L’area è aperta alle scuole per educare i giovani sulla convivenza felice tra industria e natura. L’insieme di tutte queste azioni adempie a dieci dei diciassette SDG: 3, 4, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 15 e 17. Occhio al futuro!

In onda il 28-3-2020

Lucedentro

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La fotoluminescenza è una fonte di energia rinnovabile poco conosciuta, che ha applicazioni molto interessanti. È la proprietà di materiali naturali inorganici, quali terre rare, di accumulare luce solare o elettrica e di restituirla al buio. Lucedentro ha sviluppato una tecnologia che rende possibile l’applicazione della fotoluminescenza in tantissimi ambiti, dal design, alla sicurezza e l’abbigliamento.

Cristina: Oggi vi parliamo di una fonte di energia rinnovabile poco conosciuta con applicazioni molto interessanti. Si tratta della fotoluminescenza, ossia la proprietà di materiali naturali inorganici, quali terre rare, di accumulare luce solare o elettrica e di restituirla al buio. È una luce molto tenue, frutto di un principio fisico infinito. Luca raccontami della tua tecnologia.

Luca Beltrame: Noi partiamo da fosfori di ultima generazione dopati con terre rare, che sono europio – quello che si usa comunemente nei televisori a colori, e disprosio che serve ad allungare la radiazione luminosa fotoluminescente.

Cristina: In quali materiali state mettendo queste terre rare fotoluminescenti?

Luca Beltrame: I materiali sono tanti, si parte dal vetro e rientriamo nell’economia circolare perché usiamo vetri di riciclo, borrosilicato, che poi additiviamo con questi fosfori e andiamo a frantumare per fare i camminamenti, poi le plastiche, i polimeri prestazionali e non, travertini, legni.. È veramente il campo di applicazioni.

Cristina: Ecco appunto, le applicazioni più importanti quali sono?

Luca Beltrame: Noi abbiamo identificato 3 o 4 applicazioni molto importanti: la sicurezza, in caso di blackout questi materiali brillano da soli; l’architettura e il design; infine al risparmio energetico.

Cristina: In che modo?

Luca Beltrame: Abbiamo costruito dei pali intelligenti della luce che utilizzano sia la fotoluminescenza che la luce bianca. La luce bianca però viene utilizzata solo al bisogno, quindi sensore di presenza, macchina che passa, luci che si accendono. L’energia è fornita dal fotovoltaico, quindi siamo completamente verdi e addirittura, al netto della CO2 spesa per fare i pali, siamo anche a CO2 zero.

Cristina: E la fotoluminescenza dove va?

Luca Beltrame: La fotoluminescenza va in questo lampione, viene controllata da un sensore: un minuto ogni dieci minuti, per garantire continuità in questa luce di sicurezza ed emozionale.

Cristina: E questi materiali sono tossici?

Luca Beltrame: No, non sono assolutamente tossici o radioattivi. Sono tutti certificati REACH. Sono per esempio utilizzati negli smalti per le unghie o nei giocattoli, quindi il loro contenuto di materiali pesanti passa abbondantemente i limiti Europei ed Americani.

Cristina: Grazie Luca. Questa idea illuminata adempie a cinque SDG: 7, 9, 11, 12 e 13. Occhio al futuro!

In onda il 14-3-2020

Neorurale Hub

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Neorurale Hub è immerso in 500 ettari rinaturalizzati nella Pianura Padana, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, e la biodiversità è tornata a fiorire. Questo polo innovativo offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. Un esempio di efficienza e di economia circolare.

Cristina: Siamo immersi in 500 ettari rinaturalizzati a due passi da Milano, dove in 20 anni la fertilità del suolo è aumentata del 150%, flora e fauna si sono ri-insediati, la biodiversità è tornata a fiorire. Nel 1996 questo terreno era così. Rigenerandosi, la natura ha ispirato la creazione di questo polo innovativo, che offre a start-up e aziende terreni, infrastrutture e tecnologie per sperimentare e collaborare proprio come avviene nei sistemi naturali. E così si ottimizza l’uso di tutte le risorse, si producono cibo, energia e tanto altro. Un esempio di efficienza e di economia circolare. L’insieme di tutte le attività che che avvengono in questo polo adempiono a dodici dei 17 SDG – gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU – e precisamente 2, 3, 4, 6, 7, 8, 9, 11, 12, 13, 15, 17.
Luca dammi qualche esempio pratico di quello che avete imparato ripristinando quest’area.

Luca Pilenga: L’esempio più concreto della collaborazione uomo natura lo abbiamo e troviamo in queste barriere di ecosistemi dove rigeneriamo la natura per permetterle di creare biodiversità, che è quell’arma che abbiamo contro i parassiti che ci permette di abolire l’uso di insetticidi. Li abbiamo aboliti già dodici anni fa. Quest’acqua delle barriere che sgorga naturalmente ad una temperatura costante durante tutto l’anno la utilizziamo come scambio termico durante la climatizzazione degli edifici dove viene fatta la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione.

Cristina: Le tecnologie invece come le state usando?

Luca Pilenga: La tecnologia è il fattore abilitante che ci permette di condurre delle ricerche capaci, attraverso i dati di sensori locali presi anche da satelliti o da droni in alcuni casi, di sviluppare una ricerca capace di concentrare i principi attivi. Per esempio questa Erba Officinale che abbiamo reperito in giro per il mondo e che qui siamo riusciti a concentrare del 400% rispetto alle concentrazioni normali e senza contaminanti.

Cristina: Una pianta che cresce in un terreno sano e nelle condizioni migliori da i frutti migliori.

Luca Pilenga: Esattamente, grazie alla tecnologia riusciamo a capire quali meccanismi ci aiutano a raggiungere l’obiettivo, in questo caso una maggiore concentrazione, in altri casi il minor consumo di risorse. Qui nella struttura alle mie spalle collaborano oramai 20 tra startup, aziende e scuole per costruire la sostenibilità del settore agroalimentare.

Cristina: Osservare e imitare la natura è la nostra migliore scommessa. Occhio al futuro!

In onda il 7-3-2020

Bambù – l’acciaio vegetale

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Con più di 1.642 specie e 10.000 utilizzi, il bambù si aggiudica straordinari primati. Rigenera terreni poveri, tollera grande freddo e caldo e l’ONU la considera una famiglia di piante strategica, riconoscendo che adempie a ben 6 dei 17 SDG: 1, 7, 11, 12, 13, 15. L’architetto Mauricio Cardenas ci racconta quali sono i benefici di costruire col bambù.

Cristina: Oggi incontriamo un architetto che ha progettato la più grande struttura nel nord della Cina in bambù, una pianta considerata strategica dall’ONU e che adempie a 6 dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, o SDG. Grazie alle lunghe radici, che pescano acqua in profondità, il bambù può essere piantato in terreni poveri, inadatti all’agricoltura, ed è capace di rigenerarli. La fitta e perenne superficie fogliare, fa sì che un bosco di bambù sequestri fino a 17 tonnellate di carbonio per ettaro all’anno. Tollera grande freddo e grande caldo, cresce velocemente e ogni parte della pianta, persino gli scarti, sono utili per qualche cosa. Pensate, con 1642 specie, ci sono più di 10,000 utilizzi riconosciuti – dall’architettura al cibo, il tessile e la cosmesi.  Le opportunità di lavoro sono particolarmente interessanti per le donne in agricoltura, perché il bambù è leggero. L’associazione mondiale INBAR stima che questa pianta dalle mille specie potrebbe diventare fonte di reddito per 50 milioni di persone nel mondo! Architetto, qual è la tua esperienza con l’acciaio vegetale?

Mauricio Cardenas: Sono cresciuta in Colombia, quindi sin da piccolo ho avuto modo di conoscere le virtù di questa pianta – giocavamo tra le canne di bambù, facevamo piccole costruzioni. Attraversavamo il fiume con un ponte, ricordo molto bene, sempre in bambù.. poi durante gli studi di architettura l’ho un po’ dimenticato, sarò sincero, fino alla tesi di laurea. L’ho ripreso e fino ad oggi lavoro grazie alle opportunità che ho in giro per il mondo facendo costruzioni in bambù.

Cristina: Com’è stata l’esperienza in Cina?

Mauricio Cardenas: Il padiglione INBAR è l’ultimo progetto che abbiamo realizzato è la struttura di bambù più grande del nord della Cina. È utilizzato molto poco il cemento, il minimo possibile. Coperture verdi, senza aria condizionata all’interno del padiglione si sta benissimo, perché abbiamo uno strato di terra umida per cui anche nelle temperature più alte di Pechino, che sono veramente estreme, si sta molto bene nel padiglione, non c’è stato nessun tipo di sconforto, anzi è stato molto apprezzato.

Cristina: E come siamo messi in Italia? Ci sono degli incentivi?

Mauricio Cardenas: Ci sono incentivi in Italia per l’agricoltura, per la costruzione ancora no. Possiamo immaginare in modo molto poetico, immaginare il bambù, portare dalla foresta al cantiere. Tenendo conto che il bambù cresce molto rapidamente, in soli tre anni è maturo e pronto per essere utilizzato in costruzione. Mentre il legno ha bisogno di 15-20 anche più anni per essere maturo e utilizzato per la costruzione.

Cristina: Una casa che torna alla terra, che bella idea. Occhio al futuro!

In onda il 25-2-2020

Econyl, il filato di nylon rigenerato

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L’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo questo impatto da negativo a positivo: Aquafil, con il suo filato Econyl, produce fibre da rifiuti scarti e nuovi materiali attraverso azioni concrete di rispetto per l’economia la società e l’ambiente, lungo tutta la filiera.

Cristina: Sappiamo che l’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo l’impatto da negativo a positivo producendo fibre tessili da scarti, rifiuti e nuovi materiali. In quest’azienda le fabbriche sono alimentate al 100% da energie rinnovabili, si usa acqua a ciclo chiuso in ogni fase di lavorazione. Sono stati avviati protocolli ambientali lungo tutta la filiera, e attivati progetti educativi in azienda per i dipendenti e nelle scuole. Si fa ricerca su nuovi materiali da biomassa, ogni anno si riducono le emissioni di gas serra, si promuovono programmi per la tutela dei mari e per tutti i prodotti si fa l’analisi del ciclo di vita. Queste azioni, nel loro insieme, adempiono alle indicazioni di ben 8 dei 17 SDG – gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU! Per ogni 10.000 tonnellate di materia prima da processo di riciclo si risparmiano 70.000 barili di petrolio e l’equivalente di 57.100 tonnellate di CO2.
Oggi vi mostriamo come vengono trasformate le reti da pesca, insieme ad altri rifiuti di nylon. Nel 2018 sono stati recuperati 78 tonnellate da ONG che operano in tutta Europa. Una volta pulite, le reti vengono trasformate chimicamente, poi il liquido diventa polimero, e il polimero si trasforma in filo. Il risultato è che sempre più filati derivano da un processo di rigenerazione. Per diventare tappeti, occhiali, borse, abiti, costumi da bagno.
Dottor Bonazzi, si può immaginare di rispondere alla richiesta di mercato di nylon solo con materiali di recupero e di riciclo?

Giulio Bonazzi: No, purtroppo no, neanche si potesse recuperare tutto il nylon, non sarebbe mai sufficiente per garantire le necessità future. Oltre a ciò è importante capire che riciclare ha un suo impatto ambientale, noi cerchiamo di farlo al meglio, ma è importante capire come si ricicla e come ridurre al massimo l’impatto durante il ciclo.

Cristina: Che cosa significa per lei innovare? Come cittadino e come imprenditore?

Giulio Bonazzi: Innovare per me significa smettere qualcosa di vecchio per fare qualcosa di nuovo. Ad esempio bisogna ricordarsi che prima di riciclare bisogna ridurre le materie prime, riusare e poi riciclare.

Cristina: Avete già pronta una nuova famiglia di materiali?

Giulio Bonazzi: Si l’abbiamo, vogliamo produrre il nylon da fonti rinnovabili ossia da biomasse, anzi abbiamo già prodotto i primi chili.

Cristina: Che differenza c’è tra il filo derivato dal petrolio, da riciclo e da biomassa?

Giulio Bonazzi: Nessuna, i tre prodotti sono perfettamente identici ma fa una grande differenza per l’ambiente. È un bell’esempio di economia circolare.

Cristina: Grazie Dottor Bonazzi. Occhio al futuro!

In onda il 18-1-2020

Tribewanted Monestevole

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Quando nel 2013 abbiamo raccontato Tribewanted a Monestevole, il progetto, partito online attraverso il crowdfunding, era un pioniere. Il borgo Cinquecentesco, abbandonato negli anni sessanta, era in fase di ristrutturazione secondo i principi della bio-edilizia. Erano installate le cisterne per il recupero dell’acqua piovana e gli impianti di energia rinnovabile Oggi si pratica la permacultura, l’agricoltura biodinamica e la fitodepurazione dell’acqua. Mi aveva colpito il concetto di tribù, di persone affini che amano e rispettano la natura. Il Borgo e i 40 ettari di uliveto, vigna, pascolo, orti e boschi, sulle colline Umbre, offrono un’esperienza rigenerante e rigenerativa. A Tribewanted si può alloggiare, contemplare, fare.

Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

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Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019

Jellyfish Barge, la chiatta serra

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Un progetto di della start-up fiorentina Pnat, Jellyfish Barge è una chiatta ottagonale che produce il fabbisogno alimentare di otto persone. Utilizza energia solare e il suo sistema di irrgigazione desalinizza l’acqua del mare su cui galleggia. Una soluzione per il popolo mondiale in crescita..

Cristina: Nel 2050 ci saranno due miliardi e mezzo di persone in più e non basta la terra coltivabile, non basta l’acqua dolce, che è alla base di ogni forma di vita. Stefano voi che soluzione avete elaborato?

Stefano Mancuso: Il problema è un problema enorme, perché stiamo parlando di nutrire 2 miliardi e mezzo di persone in un tempo così breve e come hai detto giustamente, non c’è abbastanza suolo coltivabile e soprattutto non c’è abbastanza acqua dolce. Vorrei ricordare quanta acqua dolce c’è sul pianeta, il 97% dell’acqua che è presente è salata e non la possiamo utilizzare. Il restante 3%, 1% è fermato ai poli quindi ne rimane il 2%, di questo 2% per un motivo o per un altro un’altra quantità non è utilizzabile, quindi noi viviamo con l’1,5% dell’acqua del pianeta. Ad oggi, il 70% di tutta l’acqua dolce del pianeta terra è utilizzata per l’agricoltura, non potremo andare avanti a lungo in questa maniera. Di sicuro non potremo nutrire altri due miliardi e mezzo di persone con questa poca acqua, bisogna trovare delle soluzioni alternative. La soluzione che abbiamo trovato noi si chiama Jellyfish Barge ed è un serra galleggiante. Ha una forma ottagonale, che ha un diametro di 12 metri che galleggia sul mare, quindi non utilizza nessun tipo di terra, nessun tipo di suolo. Non hai bisogno di acqua dolce perché è in grado di dissalare l’acqua del mare e utilizzare quest’acqua che ha dissalato per nutrire le piante al suo interno. Il tutto utilizzando esclusivamente energia solare.

Cristina: Si avrebbe bisogno di fertilizzanti nel Barge?

Stefano Mancuso: Noi non utilizziamo nessun fertilizzante che non siano alghe, soltanto alghe che crescono nel mare. Senza nessun tipo di energia non rinnovabile, senza suolo e senza neanche un millilitro di acqua dolce siamo in grado di produrre da mangiare per otto persone. Queste zattere galleggianti possono essere messe a galleggiare li dove il cibo necessita, possono essere agganciate l’una all’altra fino a rendere possibile la produzione di alimenti necessari. Se c’è una popolazione di 50.000 persone o di 30.000 persone, il Jellyfish crescerà diciamo in maniera adeguata. Fra l’altro hanno una forma ottagonale, non esagonale, perché l’esagono coprono tutta la superficie, mentre invece gli ottagoni lasciano la possibilità di creare delle strade, dei luoghi attraverso i quali camminare anche. Tutta l’idea che ha spinto fin dall’inizio della progettazione di Jellyfish Barge è quella di avere dei mercati, dei propri luoghi dove si produce da mangiare, dove la si vende, come si dice oggi a km 0 e rispettosa dell’ambiente.

Cristina: Grazie Stefano, speriamo che qualcuno si renda conto del buonsenso di questo progetto perché prima o poi i costi ambientali li dovremo pagare. Occhio al futuro

In onda 19-1-2019