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Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

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Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019

Jellyfish Barge, la chiatta serra

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Un progetto di della start-up fiorentina Pnat, Jellyfish Barge è una chiatta ottagonale che produce il fabbisogno alimentare di otto persone. Utilizza energia solare e il suo sistema di irrgigazione desalinizza l’acqua del mare su cui galleggia. Una soluzione per il popolo mondiale in crescita..

Cristina: Nel 2050 ci saranno due miliardi e mezzo di persone in più e non basta la terra coltivabile, non basta l’acqua dolce, che è alla base di ogni forma di vita. Stefano voi che soluzione avete elaborato?

Stefano Mancuso: Il problema è un problema enorme, perché stiamo parlando di nutrire 2 miliardi e mezzo di persone in un tempo così breve e come hai detto giustamente, non c’è abbastanza suolo coltivabile e soprattutto non c’è abbastanza acqua dolce. Vorrei ricordare quanta acqua dolce c’è sul pianeta, il 97% dell’acqua che è presente è salata e non la possiamo utilizzare. Il restante 3%, 1% è fermato ai poli quindi ne rimane il 2%, di questo 2% per un motivo o per un altro un’altra quantità non è utilizzabile, quindi noi viviamo con l’1,5% dell’acqua del pianeta. Ad oggi, il 70% di tutta l’acqua dolce del pianeta terra è utilizzata per l’agricoltura, non potremo andare avanti a lungo in questa maniera. Di sicuro non potremo nutrire altri due miliardi e mezzo di persone con questa poca acqua, bisogna trovare delle soluzioni alternative. La soluzione che abbiamo trovato noi si chiama Jellyfish Barge ed è un serra galleggiante. Ha una forma ottagonale, che ha un diametro di 12 metri che galleggia sul mare, quindi non utilizza nessun tipo di terra, nessun tipo di suolo. Non hai bisogno di acqua dolce perché è in grado di dissalare l’acqua del mare e utilizzare quest’acqua che ha dissalato per nutrire le piante al suo interno. Il tutto utilizzando esclusivamente energia solare.

Cristina: Si avrebbe bisogno di fertilizzanti nel Barge?

Stefano Mancuso: Noi non utilizziamo nessun fertilizzante che non siano alghe, soltanto alghe che crescono nel mare. Senza nessun tipo di energia non rinnovabile, senza suolo e senza neanche un millilitro di acqua dolce siamo in grado di produrre da mangiare per otto persone. Queste zattere galleggianti possono essere messe a galleggiare li dove il cibo necessita, possono essere agganciate l’una all’altra fino a rendere possibile la produzione di alimenti necessari. Se c’è una popolazione di 50.000 persone o di 30.000 persone, il Jellyfish crescerà diciamo in maniera adeguata. Fra l’altro hanno una forma ottagonale, non esagonale, perché l’esagono coprono tutta la superficie, mentre invece gli ottagoni lasciano la possibilità di creare delle strade, dei luoghi attraverso i quali camminare anche. Tutta l’idea che ha spinto fin dall’inizio della progettazione di Jellyfish Barge è quella di avere dei mercati, dei propri luoghi dove si produce da mangiare, dove la si vende, come si dice oggi a km 0 e rispettosa dell’ambiente.

Cristina: Grazie Stefano, speriamo che qualcuno si renda conto del buonsenso di questo progetto perché prima o poi i costi ambientali li dovremo pagare. Occhio al futuro

In onda 19-1-2019

Albatross di Chris Jordan

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L’artista e documentarista americano Chris Jordan ci avvicina ad un mondo solo apparentemente lontano. Nel corso di numerosi viaggi all’isola Midway, la più distante da qualunque continente, ha trovato qualcosa che ci riguarda tutti e ci invita a lasciare che l’esperienza ci trasformi.

Il film Albatross è visionabile gratuitamente su www.albatrossthefilm.com

Cristina: Oggi incontriamo Chris Jordan, un artista che ha come soggetto il consumismo di massa e ci porta all’isola Midway, una delle più lontane da qualsiasi continente dove ha realizzato un film dal quale abbiamo tutti qualcosa da imparare. Chris, portaci con te sull’isola di Midway…

Chris Jordan: La prima volta che sono andato, ho visto solo uccelli morti, quindi ho vissuto l’esperienza dell’isola come un’agghiacciante e silenzioso campo di sterminio. Non dimenticherò mai il secondo viaggio, il momento in cui sono sceso dall’aereo e anziché essere accolto dal silenzio e dall’odore della morte, ho visto milioni di questi magnifici esseri che ballavano e cantavano, tutto il giorno e tutta la notte.

Cristina: Hai impiegato otto anni per compiere questo viaggio, anche interiore, quali sono stati i punti chiave?

Chris Jordan: Più e più volte mi sono trovato ad assistere agli uccelli che morivano soffocati a causa della plastica, della tossicità e della fame, nonostante i loro stomaci fossero pieni, ma di plastica. Non pensavo di essere in grado di provare dei sentimenti così forti. Vivendo il lutto ripetutamente, ho realizzato che questo non deve essere interpretato come una brutta esperienza. Il lutto non è uguale alla tristezza, la disperazione o la depressione. È il sentimento che proviamo per un essere che amiamo ma che sta soffrendo o stiamo perdendo.

Cristina: Pensi che quell’amore si è trasformato in una celebrazione della vita?

Chris Jordan: Ho trovato una corrispondenza con qualcosa dentro di me che non sapevo neanche di avere, che è l’amore che provo per il miracolo della vita.

Cristina: Il tuo film sta girando il mondo. Quale significato speri che abbia per le persone e quali sono le reazioni che hai visto fino ad ora?

Chris Jordan: È fantastico condividerlo con spettatori di tutto il mondo.Trovo che le persone abbiano un desiderio di connettersi con una parte di loro stessi, la più profonda, quella che ama il nostro mondo, il prossimo e la vita in sé.

In onda 5-1-2019

Il potere della spazzatura

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Arthur Huang, architetto, ingegnere e CEO di Miniwiz, parla dei suoi processi e impianti per usare la risorsa più abbondate che abbiamo: la spazzatura! La macchina portatile Trashpresso, alimentata da energia solare, è stata a Milano nel Parco Sempione durante il Salone Internazionale del Mobile 2018.

PARTE I

Cristina: Oggi vi presentiamo un ingegnere che progetta impianti per la raccolta e la trasformazione dei rifiuti e pensate che ha ingegnerizzato 1200 nuovi materiali. Arthur, qual è il potere della spazzatura?

Arthur Huang: Oggi è la risorsa più abbondante. È ovunque, nei nostri oceani, nell’acqua potabile, perfino nei ghiacciai a 4.900 metri. Questa risorsa è in costante aumento e credo che dobbiamo occuparcene in modo da poter alimentare un nuovo modo di fare design e cambiare il nostro stile di vita in positivo.

Cristina: Tu te ne stai occupando. Quanti impianti avete progettato?

Arthur Huang: Abbiamo ingegnerizzato circa 1.200 nuovi processi che a loro volta, possono essere suddivisi in quattro grandi categorie di macchinari che separano e trasformano la spazzatura che buttiamo tutti i giorni, dagli imballaggi, ai bicchieri e bottiglie in plastica, fino agli scarti tessili. Attraverso i trattamenti differenziati siamo in grado di ottenere una vasta moltitudine di materiali pre-lavorati, che successivamente possono essere utilizzati in edilizia o per altre categorie di prodotto.

Cristina: Indossi alcuni dei tuoi nuovi materiali, puoi indicarmeli?

Arthur Huang: Questa giacca è monomateriale, senza collanti aggiuntivi, fatta di bottiglie di plastica. I pantaloni anche, sono fatti al 100 percento da bottiglie di plastica, ma al tatto sembrano lana. Le scarpe anche sono in PET riciclato. Perfino i bottoni, gli occhiali e il cinturino dell’orologio sono realizzati con mozziconi di sigaretta. Questo bottone è stato fatto con quattro mozziconi raccolti in Svizzera e in Italia e stiamo creando una nuova generazione di bottoni e altri accessori. Questi sono gli occhiali da sole..

Cristina: Quanta energia si consuma per depurare le tossine da questi materiali?

Arthur Huang: È molto più facile di quanto si creda, è per questo che abbiamo creato un macchinario portatile, per dimostrare in realtà quanta poca energia serva. Tutti i processi del macchinario sono alimentati dall’energia solare, l’aria e l’acqua vengono filtrate in un sistema interno chiuso. Si ha un risparmio energetico pari al 90%, rispetto alla materia vergine proveniente dai fondali oceanici, che viene prelevato sotto forma di petrolio e poi trasformato.

Cristina: Quindi non rimangono tossine nel bottone di mozziconi?

Arthur Huang: Abbiamo fatto dei test – non rimangono tossine nei mozziconi dopo il processo. La macchina cattura tutti i fumi in un sistema chiuso di ricircolo interno.

In onda 1-12-2018

PARTE II

Cristina: Leggiamo sui giornali che c’è più materia prima seconda di quella richiesta sul mercato, è una situazione critica e gli stoccaggi di queste materie vengono addirittura bruciati. Il tuo sistema e la tua strategia, come possono avere un impatto a livello globale?

Arthur Huang: Innanzitutto, la maggior parte dei nostri sistemi sono progettati per essere portatili. Credo che sia molto importante poter avvicinare la tecnologia di trasformazione il più possibile alla fonte di spazzatura. Uno dei maggiori problemi oggi del processo di riciclo è la contaminazione. Una volta che avviene, la materia perde di valore e la lavorazione diventa molto costosa e addirittura più dannosa per l’ambiente. Il vantaggio di raccogliere e trasformare i rifiuti in loco è di rendere la materia prima seconda disponibile in situ a ingegneri e designer.

Cristina: Nella tua esperienza quali sono gli anelli mancanti per poter fruire di queste competenze, intelligenza e soluzioni?

Arthur Huang: Il primo anello mancante è il processo di riciclo in sé. Bisogna sapere come separare i rifiuti. Questa è la prima questione. Di tutti i materiali da riciclo disponibili, qualsiasi sia la percentuale di raccolta, meno del 2 percento viene trasformato in un nuovo materiale. Dopo la raccolta differenziata corretta, bisogna sapere come lavorare i rifiuti. Servono tantissimi dati per avviare il processo, anche a seconda dell’utilizzo finale. Verrà utilizzato per fare scarpe? Una sedia, o un palazzo? Hanno specifiche diverse. Noi adesso stiamo lavorando anche sui dati. Stiamo avviando un database aperto a tutti con 1.200 nuovi materiali, frutto del nostro lavoro degli ultimi 15 anni, così che le istituzioni lo possano utilizzare come strumento educativo per giovani designer ed ingegneri, affinché prendano confidenza con questi processi. Stiamo cercando di rendere il sistema circolare.

Cristina: Qual’è il tuo sogno?

Arthur Huang: Il nostro sogno adesso è di costruire un aereo fatto interamente di spazzatura. Abbiamo comprato un vecchio aereo in Germania e l’abbiamo spedito a Taiwan, dove stiamo inventando o meglio, cercando un nuovo processo per costruire l’ala, fatta in PET riciclato.

In onda 8-12-2018

Blockchain con Cristina Pozzi

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Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo e fondatrice di Impactscool, ci parla della tecnologia blockchain.

Cristina: Le tecnologie evolvono così rapidamente che a volte fatichiamo a comprenderne i significati, a partire dal nome. Cristina tu ti occupi di formazione, come spieghi ai tuoi alunni che hanno età molto diverse, e provenienze molto diverse, che cos`è e a che cosa serve la blockchain?

Cristina Pozzi: Serve a tantissime cose, ad esempio anche contratti per passaggi di proprietà. Proviamo ad immaginare di voler vendere un’auto, questo si può fare già tra privati ma ci sono diverse istituzioni tra certificazioni, archivi dove l’informazione del passaggio di proprietà deve essere registrata, ci vogliono anche diversi giorni per avere tutte le carte sistemate e in ordine. Se io potessi farlo attraverso un sistema basato su blockchain, questa informazione verrebbe registrata automaticamente in modo istantaneo su tutta una serie di nodi, si chiamano – sono dei blocchi che stanno all’interno di questa catena dei computer – che registrano l’informazione e a quel punto la rendono immediatamente disponibile per tutti.

Cristina: Altre applicazioni?

Cristina Pozzi: Si può pensare anche all’acquisto di una casa, qua lascio alla fantasia di tutti che, esperienza che conosciamo, cercare di numerare tutti gli intermediari che oggi devono intervenire quando faccio un passaggio di proprietà di un immobile. Neanche in questo caso gli intermediari potrebbero essere sostituiti da un sistema che è condiviso e collettivo, però non sempre, e non è solo così, questo sistema deve essere qualcosa di pubblico e istituzionale quindi stanno nascendo ed esistono già sistemi di blockchain che invece vengono creati per privati. Per esempio nel mondo della logistica, immaginiamo di dover spedire un pacco internazionale da un continente all’altro, i passaggi di informazione di dati, soprattutto i soggetti coinvolti sono tantissimi, e stanno già creando un consorzio tra quelle società che operano nel mondo della logistica per avere queste informazioni disponibili a tutti, accessibili e soprattutto anche tra di loro compatibili in modo che quando un pacco passa in dogana o viene spedito o ritirato, l’informazione venga registrata su un sistema di questo genere.

Cristina: E diventerà pervasivo in quanto tempo?

Cristina Pozzi: Questo esiste già, questa è proprio un’applicazione già esistente. Sicuramente l’opzione di applicarlo alla pubblica amministrazione o a tutta una serie di cose con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, nel giro di 10-15-20 anni sicuramente presente. È molto interessante e soprattutto realistico.

In onda 20-10-2018

Alghe: da surplus a risorsa

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A parte quando le troviamo arrotolate intorno al sushi, le alghe tendono a non piacerci. Ci infastidiscono quando nuotiamo e si ammassano sulle rive. Un gruppo di ragazzi brillanti di Taranto sta trasformando un’apparente rifiuto in risorsain collaborazione con il CNR. La soluzione di South Agro è di impiegare le macro-alghe come biostimolanti in agricoltura. Ecco come.

Cristina: Capita sempre più a bagnanti e natanti di essere infastiditi non solo dalla plastica ma anche delle alghe che proliferano nel Mediterraneo. Alcune di queste però sono una grande risorsa. In che modo diventano risorsa? Siamo nel Mar Piccolo di Taranto per parlarvi di un progetto che è stato sviluppato assieme al CNR.

Antonella Petrocelli: Noi ci occupiamo di alghe da circa 30 anni, abbiamo iniziato usandole come indicatori ambientali. Ora stiamo dragando a circa 8 metri di profondità con una rete che raccoglie sul fondo tutto ciò che incontra.

Cristina: E con questa alga sana che cosa fate?

Antonella Petrocelli: Otteniamo dei biostimolanti da utilizzare in agricoltura.

Cristina: Andiamo a vedere che cosa succede nella seconda fase, quella di trasformazione e vi racconteremo questo prodotto che proprietà ha.

Valentino Russo: In questo laboratorio la nostra startup in collaborazione con il CNR trasforma le alghe in prodotti biostimolanti utili per l’agricoltura in quanto permettono di esaltare la qualità dei suoli, migliorare la resistenza agli stress climatici ed avere piante più sane e più forti. Queste sostanze possono essere impiegate in agricoltura o negli orti di casa propria.

Cristina: Quindi è un tonificante per la terra?

Valentino Russo: Esattamente.

Cristina: Sappiamo che c’è sempre più uso di fertilizzanti, le terre sono sempre più povere. Quindi questo permette di dosare meglio.

Valentino Russo: Proprio così. L’utilizzo di un prodotto biostimolante permette una diminuzione dell’utilizzo dei fertilizzanti chimici tradizionali.

Cristina: Il processo come avviene? Come viene trasformata l’alga secca della varietà che abbiamo visto prima?

Valentino Russo: Viene macinata, poi attraverso un processo in via di brevettazione diventa un prodotto biostimolante.

Cristina: E’ la prima operazione fatta con alghe 100% italiane?

Valentino Russo: Si 100% del Mar Mediterraneo che sono assolutamente sottoutilizzate rispetto alle fantastiche caratteristiche che possiedono.

Cristina: La materia prima è abbondante e locale, il processo di trasformazione è a basso impatto, il prodotto è ecocompatibile. I protagonisti di questa storia sono giovani e stanno lanciando una campagna di crowdfunding, se volete sostenerli. Occhio al futuro.

La lana Sarda che ripulisce il mare dagli idrocarburi

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Vedere una spugna assorbire un liquido ci affascina. Ora immaginate che la spugna sia ricavata da scarti industriali, addirittura rifiuti speciali, e il liquido in questione sia acqua di mare inquinata da idrocarburi. Ma non finisce qui perché la spugna contiene anche dei microrganismi in grado di digerire gli oli restituendo acqua pulita. Da questa intuizione speciale dell’imprenditrice della blue economy Daniela Ducato nasce Geolana. Il diportista attento la troverà in molti porti e anche nelle sentine.

Cristina: Circa 150 milioni di persone vivono sulle coste del Mar Mediterraneo, scaricando in acqua rifiuti di ogni genere, da quelli industriali a quelli civili. Pensate che secondo le Nazioni Unite sono 100/150 mila tonnellate solo gli idrocarburi. Per fortuna c’è ci si occupa di questo con soluzioni innovative. Buongiorno Daniela, cos’è questo?

Daniela Ducato: E’ un tessuto di lana di pecora realizzato in industria con il pelo corto e che diventerebbe un rifiuto speciale smaltito a caro prezzo ambientale ed economico e invece noi lo trasformiamo in risorsa speciale.

Cristina: E lo vediamo lì?

Daniela Ducato: Esatto e non è decorativo. È un tessile che è stato creato a doc per catturare velocemente molti inquinanti, soprattutto gli oli e gli idrocarburi petrolchimici. E fatto in modo speciale per acchiappare, e quindi per ospitare, tutti quei microrganismi utili che sono in acqua e che hanno il compito di metabolizzare e digerire questi inquinanti restituendoci acqua pulita.

Cristina: Un kilo di lana quanto assorbe?

Daniela Ducato: Tra i 10 e i 14 kili quindi immaginiamo quanto può essere utile e importante creare una gestione sostenibile e responsabile dei porticcioli turistici con un elemento rinnovabile che finito di vivere ritorna a essere mare fecondo.

Cristina: La vostra soluzione si sta diffondendo facilmente nei porti e nei mari?

Daniela Ducato: Sì, per una volta non abbiamo il problema della burocrazia intricata, anzi c’è stata anche una velocità nelle pratiche. Siamo contenti di questa facilità e di questa consapevolezza anche nelle amministrazioni pubbliche. Chi naviga sa che anche in sentina, nel vano motore, si accumulano tanti inquinanti: oli, idrocarburi… Noi abbiamo trovato una soluzione mangia petrolioanche per questa problematica. Come vedete qui ci sono già diversi assorbitori, alcuni sono stati impregnati e stanno biodegradando gli idrocarburi, l’altro è appena stato messo e inizierà tra poco il suo lavoro di biodegradazione.

Cristina: Daniela, spieghi perché questa l’abbiamo al collo?

Daniela Ducato: L’abbiamo al collo e per fortuna non in mare, perché altrimenti vorrebbe dire un piccolo disastro: un grande versamento in mare. Serve proprio per gestire i versamenti visibili e inquinanti. E’ fatto sempre di lana, con un interno di sughero che consente il galleggiamento.

Cristina: La materia prima, la lavorazione e l’innovazione tecnologica sono al 100% sarde, speriamo che questa soluzione si sparga a macchia d’olio. Occhio al futuro!