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Quanto inquina la tua crema solare?

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La crema solare che utilizziamo si sta accumulando in mare con conseguenze disastrose. Si stima che una media di 10.000 tonnellate di protezione solare venga rilasciata da bagnanti, subacquei e snorkelers e un ulteriore inquinamento della protezione solare danneggia le aree costiere a causa delle acque reflue che alla fine sfociano nei mari.

Organismi sensibili come pesci giovani e invertebrati e fino al 10% delle barriere coralline del mondo potrebbe essere minacciato da sostanze chimiche, in particolare 4, presenti nei comuni filtri solari, e anche bassissime concentrazioni sono pericolose: una singola goccia per 6,5 piscine olimpioniche!

Questi sono quelli da cercare ed evitare:
L’ossibenzone (Benzophenone-3, BP-3) è presente in oltre 3500 marchi di creme solari in tutto il mondo. È un filtro chimico che interrompe la riproduzione dei coralli, provoca lo sbiancamento e danneggia il suo DNA.
Il butylparaben, il conservante più comune, provoca anche lo sbiancamento.
L’ottinoxato (etilesilmetossicinnamato) è un altro agente filtrante che ha dimostrato di causare lo sbiancamento dei coralli.
La canfora 4-metilbenzilidene (4MBC) è un’altra sostanza chimica da evitare. È consentito in Europa e in Canada, non negli Stati Uniti o in Giappone.

L’Haereticus Environmental Laboratory ricerca gli effetti dei filtri solari e di altri ingredienti per la cura personale sulle barriere coralline e su altri ecosistemi e animali selvatici. Il loro elenco di ingredienti che considerano inquinanti ambientali comprende:

Qualsiasi forma di sfera o perline di microplastica.
Eventuali nanoparticelle come ossido di zinco o biossido di titanio. Questi però sono ingredienti amichevoli quando non nano.
Oxybenzone
Octinoxate
Canfora di 4-metilbenzilidene
Octocrylene
Acido para-aminobenzoico (PABA)
Methylparaben
Ethylparaben
Propylparaben
Butylparaben
Benzilparaben
Triclosan

Questa è una certificazioni da cercare se vuoi proteggere la tua pelle e gli ecosistemi marini: Protect Land + Sea 

effecorta, negozio sfuso

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Nel 2009 per Occhio allo Spreco, eravamo andati a Capannori, in provincia di Lucca, per raccontare una realtà pioniera – il negozio Effecorta, che vendeva prodotti locali e sfusi, ossia privi di imballaggi. Nei 10 anni trascorsi da allora, Effecorta ha aperto a Milano nel quartiere di Affori e abbiamo deciso di buttarci l’occhio.

Renato Plati, uno dei fondatori di Effecorta, dice che l’interesse al suo modello è tanto, le richieste sono addirittura quasi quotidiane e arrivano da tutta Italia. La filiera corta è importante, è nel nome stesso. Facilitano quello che è l’incontro tra il produttore e il consumatore alla ricerca un prodotto genuino e locale – il loro fulcro è l’acquisto diretto dai produttori, selezionati nel raggio di 70 km dal negozio. Alcuni prodotti, come l’olio e gli agrumi, arrivano dal centro e sud Italia, ma mantengono un rapporto diretto con chi li produce. Per Renato, filiera corta significa un solo passaggio dal produttore al consumatore finale.

“Al tempo del servizio abbiamo raggiunto oltre 400 contatti” ci racconta, “e abbiamo organizzato tanti seminari per cui le persone venivano, e potevano informasi sul modello. Pochi sono riusciti a trasformare l’idea in un negozio vero e proprio, la maggioranza si sono scontrate con la realtà economica. Quando ragioniamo su una configurazione di un negozio di 100-120 metri suggeriamo sempre un budget minimo dagli 80-100.000 euro, per far fronte a quelli che possono essere gli imprevisti dei primi anni. La possibilità di avere accesso al credito costituisce un fattore determinante per lo sviluppo e riteniamo che esistano molti bandi sia a livello regionale, che europeo e ci auspichiamo che venga fuori qualcosa anche per noi per quello che potrebbe essere lo spostamento in una zona più centrale, in uno o più punti. A Milano potremmo tranquillamente aprire in ogni zona. Un contributo all’affitto sarebbe ottimale perché è una delle voci spesa più pesanti.”

Speriamo presto di vedere negozi così in ogni quartiere.

Bellezza coerente

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Come avere cura del nostro corpo e della pelle senza danneggiare il pianeta?

Non è facile. Recentemente mi sono fidata della reputazione di un brand che usavo tempo fa e ho acquistato alcune creme per il viso. Poi ho guardato l'inci.

  • Il biossido di titanio è utitlizzato come filtro protettivo per i raggi UVB. Ci sono studi che dimostrano che nanoparticelle >35 nm di biossido di titanio non rivestito possono essere dannose per gli animali marini. Le dimensioni estremamente ridotte di queste particelle generano uno stress ossidativo sotto la luce UV, potenzialmente causando danni cellulari ad organismi sensibili come coralli, pesci giovani e invertebrati.
  • La paraffina liquida è un olio incolore e inodore, che ha origini minerali ed è composto da un mix di idrocarburi C15-C40 ottenuti dalla distillazione del petrolio. Quando utilizzata sulla cute forma un film lipidico. Per via della loro natura oleosa, però, i prodotti contenenti paraffina impediscono un’adeguata traspirazione.

Nel 2010 avevo intervistato l’eco-dermatologa Riccarda Serri, che aveva fondato con Pucci Romano l’associazione SkinEco, con il desiderio di fare luce sull’impatto ambientale e l’interazione con la pelle dei prodotti cosmetici comunemente usati. La normativa europea vigente non considera ancora la biodegradabilità delle sostanze utilizzate nei cosmetici, e solo in Europa, ogni giorno, vengono immesse nell’ambiente 5.100 tonnellate di prodotti cosmetici consumati. Purtroppo Riccarda non è più con noi ma resta il suo prezioso insegnamento, che mi sono ripassata, scoprendo che quando avrò finito le confezioni dei prodotti che ho acquistato, tornerò a cercare unguenti privi di sostanze indicate da Riccarda.

Ecco un estratto dal mio libro Occhio allo Spreco

Dottoressa Serri, quali sono gli ingredienti più comuni per i quali merita avere un occhio di riguardo?

Petrolatum e paraffina sono derivati dal petrolio, la natura non è in grado di digerirli e per la pelle c’è di meglio. La vaselina, usata molto nei prodotti per l’infanzia, è occlusiva e disturba la microbiologia cutanea; il silicone, e tutti gli ingredienti che terminano in –oni e –ani, non nutrono la pelle bensì danno bellezza al prodotto.”
Una goccia di fondotinta addensato col silicone sul lavandino è molto difficile da pulire. Così è per il viso, e a causa dell’uso crescente di sostanze che mimano nel prodotto le caratteristiche che si vorrebbero trasferire alla pelle: l’effetto liscio, vellutato e morbido, è aumentata anche l’offerta di prodotti esfolianti, maschere, gommage.
“L’ultimo strato della nostra pelle è composta da corneoliti, o cellule senza nucleo. Vengono chiamate cellule morte, ma morte non sono, in quanto svolgono un’importante funzione metabolica e, conclude Serri, “ci consigliano di pulire la pelle come se fosse ceramica di Capodimonte, poi serve lo scrub per la pulizia a fondo. A quel punto la pelle si irrita e occorre la crema restitutiva. S’innesca così un ciclo vizioso”.

Cosa preferire?

“E’ meglio un unico detergente, delicato ma efficace, da togliere con una salvietta di puro cotone imbevuta d’acqua tiepida. Esistono anche panni in microfibra per il viso che puliscono senza detergenti.”

E cosa evitare?

“Disinfettanti quali Triclosan, molto dannosi per l’ambiente, che penetrano negli strati più profondi dell’epidermide e sono stati addirittura trovati nel latte materno. Il motto di una cosmesi sana per la pelle e per l’ambiente è: QB, quanto basta, e di qualità, come per l’alimentazione.”

Nel fare ricerca di prodotti che usano meno plastica (o non la usano proprio) ho trovato una maggiore coerenza con il contenuto. Ad esempio, sto provando un dentifricio in pastiglie, confezionato nel vetro e l’esperienza è molto interessante. E un altro in pasta a base di olio di cocco. Invece, un altro marchio al quale sono fedele, che produce un dentifricio senza ingredienti minacciosi quali coloranti, conservanti, disinfettanti e SLS fluoro, viene distribuito in un tubo di plastica ma vorrei sapere di che polimero è per capire se è riciclabile.

Se cerchiamo prodotti naturali non possiamo fidarci degli slogan sulla confezione – ma alla crema fantastica in plastica ci sono alternative?

Per maggiori informazioni sulle sostanze chimiche da evitare, è utile consultare il sito della direttiva REACH. Non è necessario diventare “paranoici ambientali” ma è importante essere informati. Nel giugno 2007 il Parlamento Europeo ha deliberato la direttiva REACH (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) con l’obiettivo di studiare meglio i materiali altamente sospetti e regolamentarne l’uso. Si stima che in circolazione ce ne siano circa 900 altamente preoccupanti e REACH ne sta identificando altre 600 pericolose. Sulla base di studi e prelievi si stima che in media ogni essere umano abbia dentro al corpo diverse centinaia di sostanze chimiche dannose per l’organismo.
Attualmente è molto costoso introdurre nuove sostanze sul mercato, per questo le industrie preferiscono usare quelle già esistenti che però non sono mai state adeguatamente testate. Le cavie siamo noi.

Nel 1981 le sostanze chimiche in uso erano 100.106 e da quella data ne sono state introdotte solo 4.300 di cui, si sospetta, il 70% contiene almeno un ingrediente malsano.

Elencate nella categoria 1 e 2 dell’indice REACH sono le sostanze abbreviate come CMR: cancerogene, mutagene (danneggiano i geni) e tossiche per il sistema riproduttivo.
“Altamente pericolose” sono anche le sostanze “persistenti”, quelle “tossiche bio-accumulative” (PBT) e quelle “molto persistenti” e “molto bio-accumulative” (vPvBs).
Molto preoccupanti sono anche gli inibitori ormonali (interferenti endocrini), ritenuti responsabili di varie alterazioni ormonali come i tumori ormono-dipendenti (mammella, prostata, utero), infertilità, pubertà o menopausa precoci, malformazioni fetali ed ermafroditismo (sia negli uomini che negli animali).

Per approfondire gli effetti dei prodotti sul corpo: EWG.org e safecosmetics.org
C’è una nuova app che si chiama Thinkdirty che proverò.

Federico Faggin, la scienza della consapevolezza

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È tra i padri del microprocessore e del touch pad. Oggi, con la Fondazione Federico ed Elvia Faggin, indaga la natura della coscienza cercando di estendere il metodo scientifico per esplorare la mente.

Federico Faggin, fisico, inventore e imprenditore, è nato a Vicenza il 1° dicembre 1941, si laurea in fisica summa cum laude nel 1965 all’Università di Padova e dal 1968 risiede in California. Quell’anno, alla Fairchild sviluppa la tecnologia MOS con porta di silicio, che consente la fabbricazione dei primi microprocessori e delle memorie EPROM e DRAM, cuore della digitalizzazione dell’informazione. Diventa poi capo-progetto e designer dei primi microprocessori Intel (4004, 8008, 4040 e 8080). Nel 1974 co-fonda e dirige la Zilog, dove progetta il microprocessore Z80. Nel 1986 Faggin co-fonda e dirige Synaptics, che sviluppa i primi touch pad e touch screen. Il 19 ottobre 2010 Faggin riceve dal presidente Barack Obama la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione per l’invenzione del microprocessore e l’anno dopo fonda la Federico ed Elvia Faggin Foundation, dedicata allo studio scientifico della coscienza.

L’INTERVISTA A FEDERICO FAGGIN SU THE GOOD LIFE ITALIA 

Lo sfondo della Basilica Palladiana, in piazza dei Signori a Vicenza, non potrebbe essere più adatto. L’armonia delle forme, la cadenza regolare di archi e aperture laterali, le campate di ampiezze variabili, creano un insieme che è più potente delle singole parti. Anche la carriera di Federico Faggin è una somma di parti, un lavoro di squadra che il fisico vicentino ha concertato esercitando le virtù del leader naturale.

È stato infatti grazie ad una sinergia delle menti giuste che Faggin ha fatto nascere, nel 1971, l’Intel 4004, il primo microprocessore e una vera rivoluzione per l’informatica. Un oggetto che, a guardarlo, ha anche lui una sua armonia: i circuiti integrati creano un pattern, ed è la giusta disposizione di queste parti a garantire la potenza dell’insieme.

Federico Faggin ha 77 anni e una lunga carriera alle spalle, ma non smette di guardare avanti e oggi studia la natura della coscienza. Già nel 1986 fonda Synaptics con lo scopo di sviluppare computer capaci di auto-apprendere attraverso strutture di reti neurali. Un’intuizione che anticipava di 30 anni le ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale. Dalla fisica Faggin ha imparato che esiste solo un mondo oggettivo fatto di materia, energia, spazio e tempo. «Se la coscienza è una proprietà del cervello, mi dicevo, deve essere possibile riuscire a fare un computer consapevole» racconta con lo sguardo intenso di un uomo che non finirà mai di indagare. «Avevo un comitato scientifico di neuroscienziati molto validi e la domanda che ponevo loro era “Qual è la differenza tra consapevolezza e cervello?” Loro rispondevano “la consapevolezza è un fenomeno del cervello”». In altre parole, non c’è differenza.

Faggin vuole capire meglio e intraprende da allora un lungo e appassionante percorso. Mette a confronto e armonizza la sua mente scientifica con l’intuizione e il suo dialogo interiore con la fenomenologia del mondo esteriore. Una ricerca di cui è parte integrante Elvia Faggin, moglie e compagna di una vita.

Nel 1992 Synaptics sviluppa un’altra invenzione destinata a cambiare il nostro modo di rapportarci alle tecnologie: il touch pad. «È nato da una sciocchezza» racconta. «Una piccola rottura di scatole. Ero nel consiglio di amministrazione di Logitech, che produceva trackball (le palline usate al posto del mouse sui primi laptop, ndr). Ma ogni paio di giorni dovevo aprirlo e pulirlo perché il grasso delle mani lubrificava la pallina. In quel periodo avevo un piccolo gruppo di ricerca e lanciai la proposta di cercare un’alternativa alla trackball ricorrendo a elettroniche a stato solido. In un paio di mesi, abbiamo inventato il touch pad che sostituì i trackball, e anche il touch screen, per il quale non esisteva ancora una piattaforma».

La rivoluzione della mente

Faggin rivoluzionerà il mondo della scienza come ha fatto con quello dell’informatica? «Il mio obbiettivo è capire, non rivoluzionare» risponde con ferma umiltà. «Dopo anni di ricerche ho vissuto un’esperienza che ha ribaltato la mia prospettiva. Era il 1990. Avevo quasi 50 anni e ho avuto un’esperienza percettiva spontanea, non indotta e brevissima, in cui mi sono sentito simultaneamente il mondo e l’osservatore del mondo. Un evento fondamentalmente diverso da quelli ordinari, in cui ci sentiamo separati dagli altri. È stata una rivelazione profonda. Ho capito che dovevo esplorare la mia consapevolezza in prima persona. Io non so se lei sia consapevole, né lei sa se lo sono io. Non possiamo provarlo scientificamente, e questo è parte del problema».

Faggin si affida allora a una psicologa transpersonale, non per rimuovere traumi, ma per capire i processi della mente e aprirsi a idee nuove. Studia, approfondisce, vive altre esperienze. «Dopo quella prima ne ho avute molte altre, come risposta a quello che cercavo. E continua a essere così. Faccio un sogno e mi sveglio con un’idea. So che sono guidato. Come sarebbe possibile, altrimenti? Non è
possibile che ci arrivi da solo. Noi siamo guidati». Il suo candore è illuminante.

Faggin ha trovato nel Diamond Approach, fondato da A. H. Almaas il metodo per indagare le molteplici dimensioni del potenziale umano attraverso un percorso che integra psicologia e spiritualità.

Ritiri, lezioni e meditazioni, studio e pratica segnano 10 anni della vita di Faggin. Finché, nel 2008, capisce come restituire al mondo ciò che, fino a quel punto, era stato un processo personale. Cede ai giapponesi la sua ultima società, Foveon, che produce sensori per l’acquisizione di immagini. Esce dai consigli d’amministrazione di cui era membro e nel 2009 decide che vanno finanziate le ricerche sulla consapevolezza, partendo dall’ipotesi che essa sia una proprietà fondamentale della natura. Conosce studiosi in gamba che la pensano come lui, ma non trovano fondi. Perché la premessa è che la consapevolezza è solo una funzione del cervello. Per questo nel 2011 nasce la Fondazione Federico ed Elvia Faggin. «È stato Federico a volere il mio nome nella Fondazione. Non ho nessun ruolo nell’originare idee, ma quando si sveglia di notte con delle idee, mi sveglio con lui e ne parliamo. In questo senso sono molto partecipe» racconta Elvia. «Spazio e tempo sono due ossessioni di Federico: durante le nostre conversazioni cerca di incastrare i pezzi del puzzle nel suo modello filosofico-scientifico».
«La nostra dinamica Ying-Yang riflette le polarità alla base della
vita» conferma Faggin. Nella sua nuova visione, l’ambito fenomenologico, cioè lo studio dei fenomeni anche scientifici, deve unire l’aspetto intuitivo, femminile, con il maschile, razionale. La ricerca di Faggin si è spinta molto lontano dall’idea di creare un “computer consapevole”.

«La scienza e la spiritualità devono trovare un’armonia che oggi non c’è. Sono considerati due campi separati, coesistono ma non si riconoscono. Così riduciamo da un lato la nostra umanità a una macchina, e dall’altro coltiviamo un senso di superiorità riguardo alla scienza e alla materia. Dobbiamo andare oltre, se vogliamo scoprire la natura della realtà».

Un altro modo di vedere

Lo scienziato Faggin ha dunque sviluppato un diverso modo di osservare il mondo e i suoi fenomeni. «Io non posso osservare direttamente il mondo interiore di un’altra persona. Devo cercare di capirlo interpretandone i segni: le parole, il comportamento, l’insieme dell’aspetto fisico. La nostra coscienza, però, che assumo esista prima dello spazio-tempo, può percepire gli altri come se stesso». Può sembrare strano, ma, come spiega Faggin, è lo stesso tipo di contraddizione che sta alla base della fisica quantistica. «Il qubit, cioè il bit quantistico è sia zero che uno. È allo stesso tempo vero e falso. Ciò deriva dal fatto che la realtà è olistica. Non esiste una parte distinguibile dall’altra. La fisica classica è riduzionista e le sue parti sono separate e identificabili. La meccanica quantistica è olistica, e le sue parti sono i campi quantici. Questi sono identificabili, ma inseparabili: sono “parti intero”, cioè gli aspetti identificabili di un universo indivisibile. Nel modello che sto mettendo a punto, il campo quantico è solo l’aspetto fisico di una entità più vasta che chiamo “unità di consapevolezza”. L’unità di consapevolezza è un sé cosciente con un aspetto interno semantico e un aspetto esterno simbolico. I due aspetti si riflettono l’un l’altro. Come le due facce di una stessa medaglia».

La ricerca di Faggin si è spinta molto lontano dall’idea di un “computer consapevole” capace di programmarsi da solo mimando il processo decisionale dell’uomo. Oggi Faggin è giunto alla conclusione che quel tipo di calcolatore non si può progettare. «Come faccio a tradurre quello che provo in segnali elettrici o biochimici che sia, e viceversa? Percepiamo la realtà attraverso sensazioni e sentimenti, emozioni e pensieri. Che non hanno niente a che vedere con i segnali elettrici». Non è una resa della scienza: solo la conclusione che il vero “computer” da studiare è dentro di noi.

Roberto Gabetti , l’architetto che amava i Lumi e la tradizione

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E’ una serata di fine maggio. Il cortile del Castello del Valentino è ormai deserto, abbandonato dopo l’ennesima occupazione. Camminando Roberto sussurra «Sai Carlo mi sento davvero un girondino!». Anche in quel clima, ormai arroventato del 1974, in cui era facile diventare manichei, Roberto Gabetti non rinunziava a credere in un possibile processo riformatore. Non ad una riforma salvifica, come allora e oggi si invoca da opposte posizioni. La riforma poteva realizzarsi, solo se non dava nulla per acquisito e concluso, se non si incentrava in un unico atto. D’altronde a Gabetti non piacevano i manifesti, le semplificazioni, le bandiere.
Si decantava in quella posizione la sua quasi irriducibile dicotomia culturale: l’essere insieme illuminista e cristiano, socialmente e istituzionalmente impegnato. Un intreccio che si ritrova nei suoi scritti e nel suo fare l’architetto. Il Settecento era il suo campo di studi prediletto e l’Encyclopédie il suo riferimento più ricorrente. Come l’architettura sacra era uno degli oggetti del suo impegno civile e professionale, dall’accompagnare l’attuazione del Vaticano II nella commissione d’arte sacra II sino all’essere il «guardiano» della Consolata. Ed è proprio coltivando la sua passione per l’illuminismo, che si apre per Gabetti, la contraddizione probabilmente più complessa: l’amore per la storia e il fascino per la tradizione. Roberto Gabetti ha però sempre tenuti distinti il suo lavoro di storico e la sua professione.
Non solo perché la seconda la ha sempre condivisa con Aimaro Isola. Sapeva e praticava la differenza di codici che i due mestieri gli imponevano, quando si occupava di un lungo eclettismo, che proprio nell’Encyclopédie ritrovava le sue radici o quando doveva fare i conti con la storia dei modelli culturali dominanti, progettando e costruendo. E non a caso, Gabetti e Isola, come architetti, condividevano un approccio alle storie, non agli storicismi, un approccio fatto di ricerche fuori dalle genealogie consuete, di un interesse, quasi ossessivo, per i luoghi, ma anche della capacità di non rimanere prigionieri di provincialismi o di tendenze. La loro architettura rimane lontana dal manierismo di se stessi, come dalle formule con cui troppi li incapsulavano, come il neoliberty, nelle pratiche professionali come nelle leggende metropolitane o nazionali: grazie anche ad un’ironia presa quasi in prestito dagli aforismi di Anouilth.
Roberto Gabetti era in effetti un gran consumatore di romanzi e di letteratura francese. Con il suo lieber meister, Carlo Mollino, condivideva la passione per Proust e per Valéry, a differenza di Mollino non amava Mallarmé, ma Balzac. E la Biblioteca Centrale di Architettura ne porta ancora tutte le fortunate tracce. Ma la sua doppia formazione non si manifestava solo, quando era alle prese con la storia. Roberto Gabetti è stato membro e animatore dei mercoledì Einaudiani, amico oltre che collaboratore di Giulio, che amava sfidarlo proprio sul suo terreno: quello dell’architettura. E di un’architettura interamente politechnicienne. Un’appartenenza che lo ha indotto, in vari momenti della sua vita, a ricercare i fondamenti di quella cultura, per criticarne, da vero illuminista, la matrice positivista e la formulazione binaria delle sue tesi, rivendicandone una diversa genealogia, probabilistica, se non clinica: per ricordare una fortunata metafora che Gabetti spesso usava per descrivere il suo essere indagatore prima che tecnico o docente. Nella sua pratica di professore, l’appartenere ad una scuola politecnica si traduceva nella passione per la costruzione, non tanto per i linguaggi e le forme, per la scienza delle costruzioni attraverso cui era entrato al Politecnico, ma anche nella padronanza di quella mise en intrigue di scienze e simboli, di storie e usi che impongono i più sofisticati restauri, di cui la palazzina Juvarriana di Stupinigi è ancora il «suo» cantiere in corso.
Gabetti, si muoveva nei difficili rapporti tra Soprintendenze, amministrazioni, imprese, con il sorriso e l’ironia, che ne hanno fatto per decenni quasi il sacerdote nascosto di quelle stanze, così spesso rappresentate come luoghi unicamente di scontri e dinieghi.
L’impegno, anche se oggi solo l’uso di quel termine appare desueto, nella scuola, lo esercitava con una razionalità degli scopi al limite della crudeltà volterriana, con una passione di testimone di un modo di interpretare l’insegnamento, al limite del paragrafo 2-6 della lettera di San Paolo ai Romani, «Il quale (Dio, ndr) renderà a ciascuno secondo le sue opere».  E per questo che è rimasto nella memoria di tanti davvero un maestro, aspro, pungente, a volte lontano, ma sempre disponibile al confronto.
Un impegno che aveva nella didattica il suo fulcro, ma non l’unico terreno. Gabetti ha partecipato alla vita dell’Ateneo, alla parabola che da scuola di pochi e per pochi è passata alla scuola di massa, senza lasciar spazio ad alcuna inclinazione per l’esclusione: e lo ha fatto nelle aule, nelle assemblee, nei consigli di facoltà, nelle commissioni di ateneo, nella vita quotidiana della scuola.
Forse la dedica a lui della Biblioteca centrale della facoltà Roberto Gabetti, coglie non solo il lavoro certosino e la sua capacità di mobilitare intorno ad essa altri: come Giovanni Brino, Elena Tamagno, ma anche studiosi non della scuola, come Andreina Griseri. Costruire una biblioteca riassume le diverse anime di un impegno che contraddistingue quella generazione di azionisti, cattolici, comunisti che credevano fortemente nella restituzione agli altri dei doni che la fortuna o Dio, la famiglia o le esperienze politiche avevano così ampiamente loro riservato.
Carlo Olmo
La Stampa, 29 giugno 2014

Tools for future-proof development

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È stato emozionante e arricchente assistere allo sviluppo di Broken Nature. Paola Antonelli ha creato un ecosistema di scienziati, ricercatori, designer, pensatori, innovatori e attivisti che si interconnettono per “promuovere l’importanza delle pratiche creative nel rilevare i legami della nostra specie con i sistemi complessi del mondo e progettare riparazioni quando necessario, attraverso oggetti , concetti e nuovi sistemi”.

Ho partecipato ai 2 simposi che hanno dato il via alla mostra di 6 mesi alla Triennale di Milano a partire dal 1 ° marzo, e ho letto, con grande piacere, i saggi pubblicati su brokennature.org, dove spesso trovo ciò che manca nella maggior parte delle indagini e discussioni su i nostri rapporti con la natura (in tutte le sue forme): un approccio olistico e integrativo. Così, quando sono stato invitata a conversare con la giovane giornalista e ricercatrice Sara D’Agati, per il sito web, mi sono sentita profondamente grata e gratificata.

Sara e io ci siamo trovate così bene che dopo un incontro di 3 ore, ne abbiamo programmato un altro. L’esperienza mi ha rassicurata. Impegnandosi in un dialogo aperto e approfondendo l’abbondanza di idee e pratiche, c’è un filo comune che può promuovere con successo una collaborazione mondiale per aiutare l’umanità a evolversi verso l’Era della Conoscenza. Abbiamo tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno, deve solo essere organizzato ed esposto in modo organico.

Il design riguarda la comunicazione – a questo effetto Age of Entaglement di Neri Oxman è una lettura obbligata – e se possiamo fornire fatti ampiamente accessibili, offrire scelte attraverso storie, esperienze e cose che provengono dal desiderio di ripristinare, potremmo avere una possibilità . Sono onorata di avere una voce in questa arena e non vedo l’ora di imparare dal cast impressionante di personaggi che Paola sta orchestrando. Grazie! Siamo qui e siamo pronti.

Per leggere la conversazione su brokennature.org, clicca qui.

Ramuntcho Matta, Terra e Cielo per A Passo Leggero, 2014.

“Running the Numbers” di Chris Jordan

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Uscire dal vortice di abitudini tanto comode quanto dannose è una grande sfida, ma come tutti i cambiamenti, è più faticoso pensarli che affrontarli. Lo sa bene Chris Jordan che, sulla soglia dei 40 anni lascia l’avvocatura. La cultura del consumismo, difesa da avvocato, diventa il soggetto dell’artista di Seattle. Appassionato al lavoro di Andreas Gursky e Richard Misrach, studia il banco ottico, attratto dalla qualità suprema dei dettagli. Come un archeologo post-moderno esplora porti, zone industriali, discariche, fotografa “on location” e in studio. Più si addentra, più vede con chiarezza le contraddizioni, la confusione, l’assurdità di quella che definisce “un’apocalisse al rallentatore”.

Di fronte alle sue fotografie è impossibile restare indifferenti. Le opere di Jordan sono testimonianze concrete di un crescente degrado, coreografato e interpretato con grande sensibilità artistica. La collezione di immagini stupefacenti, da lontano seducono l’occhio; da vicino ingaggiano la mente e colpiscono il cuore.

“Io faccio parte di una comunità di pensatori, artisti e scienziati consapevoli di quanto l’attuale modello di consumo non sia più sostenibile, ma siamo ai margini della società; al centro c’è una potentissima macchina controllata da industrie, aziende e politici che vive in negazione e non percepisce quanto gli effetti del consumismo siano devastanti, non solo per la natura ma per la psiche umana”, spiega Jordan.

Running the Numbers, e Running the Numbers II, in italiano, Diamo i Numeri, sono due serie nate nel 2006 e tutt’ora in corso, che visualizzano le dimensioni grottesche dei nostri consumi attraverso fedeli rappresentazioni di dati e statistiche. Una voracità collettiva di cui nessuno vuol essere responsabile.

“La gente si diverte a scoprire gli strati molteplici delle mie immagini”, dice Jordan. “Durante le mostre s’informa, s’indigna, si entusiasma, ma la motivazione delle persone è come un colpo di remo: crea un piccolo mulinello che pian piano s’allarga poi sfuma e sparisce nella corrente.”

Sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta ma i comportamenti non cambiano. Se l’effetto cumulativo dei consumi non è sostenibile, solo la coscienza di ciascuno può valutare il peso dei danni che produce, dando rilevanza all’impatto delle semplici azioni quotidiane.

Jamer Hunt, designer senza confini

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Docente di Transdisciplinary Design alla New School di New York e autore di saggi sull’impatto del design nelle nostre vite, Jamer Hunt ha una formazione da antropologo. Nel 2009 ha fondato (e diretto fino al 2015) il corso di Transdisciplinary Design alla Parsons School of Design di New York. È docente all’Institute of Design a Umeå, in Svezia. Con Paola Antonelli, curatrice di Architettura e Design al MoMA ha ideato il progetto Design and Violence. Nel 2006 ha co-fondato DesignPhiladelphia e nella stessa città ha coordinato il recupero di Hawthorne Park. Il tutto con una convinzione: i problemi complessi si risolvono collettivamente.

L’INTERVISTA A JAMER HUNT SU THE GOOD LIFE ITALIA

Ha la tempra e il fisico del maratoneta e una mente che prospera nella diversità. Antropologo di formazione, Jamer Hunt è entrato nel mondo del design grazie a una serie di coincidenze e sta aprendo orizzonti nuovi su un mestiere che non si occupa solo più di cose ma di sistemi – industriali, territoriali, sociali – e ovunque serva analizzare problemi e concepire soluzioni. Quando nel 2009 ha creato e poi diretto il nuovo Master in Transdisciplinary Design alla Parsons’ School of Design di New York, il titolo era soggetto alle interpretazioni più disparate. “Avviare il programma è stata una grande sfida” racconta, nel giardino della Triennale, dopo una riunione del team curatoriale di Broken Nature, (marzo-settembre 2019, curatrice Paola Antonelli). “Stavamo cercando di prevedere dove andasse l’industria e se i nostri studenti avrebbero trovato lavoro. All’inizio abbiamo insistito che tutti i progetti fossero collaborativi e la ragione, in parte, era di allontanare i ragazzi dalla nozione del designer eroico. Ci sembrava che i problemi, sempre più complessi, non potessero più essere risolti da singoli, bensì collettivamente. Abbiamo verificato sul campo che più gli studenti prendevano le distanze dalla posizione egocentrica del progettista, più si consolidava il legame di gruppo, che ho sostenuto anche fuori dalle aule con cene e momenti di socializzazione. In poco tempo sono diventati solidali, aiutandosi, sostenendosi e scambiando conoscenze. Il risultato è che quando si sono laureati e sono entrati nel mondo del lavoro, si sono facilmente integrati, portando spirito di squadra e adattabilità. Assunti in aziende come designer, in breve tempo hanno contribuito a riprogettarne la cultura, raggiungendo traguardi inaspettati. Comprendendo, durante il corso, le dinamiche interpersonali, hanno maturato un’intelligenza organizzativa. Inizialmente le ambizioni e la preparazione degli studenti erano disallineati con le organizzazioni che li reclutavano. Erano giovani d’età ma maturi per sensibilità, competenza e creatività, però nessuno era disposto ad affidare pianificazioni strategiche a quadri di primo livello. Poi, qualcosa di radicale è cambiato. Organizzazioni quali la Banca Mondiale,il Governo Federale degli Stati Uniti o le scuole pubbliche a Detroit, che non avevano mai pensato di assumere designer, hanno capito che non sono solo utili per rifare l’atrio.” Con soddisfazione Hunt ha visto crescere le opportunità d’impiego per i suoi laureandi. Nel 2016, il programma è consolidato, la sinergia tra studenti e docenti produce progetti notevoli e Hunt, sentendo di non avere nulla da aggiungere, decide di prendere un anno sabbatico lasciando la direzione a Lara Penin, laureata al Politecnico di Milano. La pausa serve a lui e al suo ateneo per capire che il processo avviato è importante e che può continuare in altri corsi: “Il mio nuovo ruolo è Provost per le Iniziative Transdisciplinari – riuniamo studenti di diversi programmi e facoltà. E’ un modo di insegnare che non ha precedenti, attraverso dinamiche co-creative in cui anche i docenti impararano.”

È consueto per Hunt lavorare fuori dagli schemi. Sarà anche per questo che ha collaborato in diverse occasioni con Paola Antonelli. Il loro esperimento curatoriale Design and Violence, durato 2 anni (2013-2015), ha messo in questione il ruolo del design, del designer e del curatore gettando luce sulle nuove e sottili forme di violenza nella società contemporanea. “Abbiamo voluto mettere in discussione i valori eccessivamente ottimisti e l’idea che il design abbia creato solo cose positive”, racconta con il ritmo di chi ama esplorare le proprietà delle parole. “Può fare anche molti danni e una comunità matura dovrebbe essere in grado di avere conversazioni su questo. Portare la mostra online ha creato un’apertura sorprendente e ci sono state diverse conversazioni che hanno cambiato prospettive su ruoli e significati. Non sono mancate sorprese. Un progetto che Paola ed io postammo su come macellare umanamente il bestiame aveva generato tanti commenti e animate discussioni sull’etica di uccidere e mangiare animali. Il nostro ultimo post, sul cocktail chimico somministrato ai condannati a morte, attraverso un’intervista a un uomo che dopo 30 anni fu trovato innocente e che raccontava la sua esperienza nel braccio della morte, ebbe 3 commenti.”

Nel corso della conversazione il nesso tra la formazione di Hunt come antropologo culturale e il suo lavoro attuale appare sempre più chiaro. “Ci sono due cose che mi interessano davvero del design: poetica e politica. Progetti come Design and Violence e Broken Nature ci permettono di riflettere sull’impatto del design nel quotidiano. Sto scrivendo un libro sulla nostra incapacità di cimentarci con l’entità dei problemi nel mondo, e credo che abbiamo bisogno di modi radicalmente nuovi per affrontarli. Sono problemi a cui tutti contribuiamo, ma in maniera difficili da tracciare. Con Broken Nature speriamo di sfidare il sistema, il potere, l’agire e l’autorità che ci hanno portato dove siamo come società umana.”

Qual è l’impatto di un cittadino quando i problemi sono di scala globale? Serve ancora riciclare quando urge ripensare a come progettiamo produciamo consumiamo e smaltiamo le nostre cose?

Quale sarà la sintesi di un team curatoriale che viene dall’Africa, l’Asia, e le Americhe su Broken Nature (Natura Rotta)? “Noi occidentali abbiamo nozioni strette su natura, cultura, umano, artificiale che devono essere trascese, contestate e ripensate,” risponde Hunt. ”E poi, Natura Rotta da chi? Cos’è la natura? Vogliamo parlare di riparazioni? Perché sottintende che ci sono crimini, e allora chi li ha commessi? Chi ne ha beneficiato? Sono questioni esplosive e il design è tradizionalmente a-politico. Microbi, procioni e maremoti che parte hanno? Cosa succede se togliamo la centralità all’uomo e lo mettiamo in competizione con l’ecosistema che crede di dominare? La natura ha molte soluzioni, dobbiamo solo ascoltarle. Ci stiamo ponendo quesiti difficili e mi affascina in questo processo trovare un equilibrio tra le riflessioni accademiche sul significato filosofo ed epistemologico di Broken Nature, il fatto che saremo in mostra tra 8 mesi (6 per chi legge!) e che la maggior parte del mondo non è interessato a quella conversazione. Nel contempo amo la poetica, il design brillante, bello, gioioso, che stupisce.” Jamer Hunt è un pensatore laterale e quando è ispirato produce inusuali associazioni d’idee. Per dare il suo meglio deve poter spaziare: “quando sono troppo occupato e concentrato sui compiti, divento meno interessante.”

Una carriera affascinante, in piena evoluzione, nata dall’incontro con un amico di un amico, Tucker B. Meister, e da una comune passione per i Simpson. Ha creato Design Philadelphia, una delle più importanti mostre del suo genere negli Stati Uniti e, ancora una volta, da un incontro casuale, è nata Hawthorne Park, area verde che ha restituito dignità a un’area disagiata della città. Ha collaborato con Sciences Po sul progetto Occupy Earth, aiutando gli studenti a capire come dare una voce e un ruolo a creature non umane per riconoscere l’importanza della natura sulla Terra.

Un uomo tanto aperto al dialogo quanto schivo  in rete e addirittura assente dai social media. Perché? “Nei primi anni 2000 quando i social iniziavano a crescere, avevo la sensazione di conoscere già abbastanza persone e non sentivo il bisogno di allargare il cerchio. La mia vita era già abbastanza complessa. Ho due figli, facevo il pendolare, avevo una comunità a New York e una a Philadelphia, quindi ho pensato di non voler aggiungere un altro strato di socializzazione. Poi, la decisione casuale di non essere iscritto a Facebook è diventata una posizione e persino un gesto politico. Piuttosto che essere l’ultimo a iscrivermi, aspetto che crolli, poi potrò essere il primo ad accedere al prossimo social media. Mi piacerebbe essere più presente su Twitter, ma mi è difficile trovare la giusta voce e il giusto tempo, l’energia e la leggerezza per progettare il mio brand personale. Ho un sito, posto su Instagram perché mi piace molto fare fotografie, ma in generale ho un rapporto strano con i social. Quando uscirà il mio libro dovrò diventare più sciolto e proattivo! Mia figlia, che ha 18 anni, può postare mille cose al giorno perché non si preoccupa del singolo contenuto, mentre io, che non lo faccio spesso, ritengo che ogni post sia importante e mi preoccupo troppo di farlo bene….”

Franziska Nori, l’éclaireuse

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Nominata nel 2007 a capo del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Firenze, Franziska Nori è riuscita a rendere il palazzo il luogo ineludibile della modernità, nel cuore della culla del Rinascimento. La prova? Aumenta la frequenza di 20% l’anno.

L’INTERVISTA A FRANZISKA NORI SU THE GOOD LIFE ITALIA

Ha avuto 48 ore per decidere di accettare una grande sfida, e pochi mesi per realizzarla. Franziska Nori, anni, padre italiano e madre tedesca, dal 2007 è direttore del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Firenze. In cinque anni ha creato, nella culla del Rinascimento, un luogo d’impatto. Dai 7.000 visitatori della sua prima mostra, “Sistemi Emotivi – artisti contemporanei tra emozione e ragione”, ha avuto una crescita annua del 20%. Nel 2012, con “American Dreamers”e “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea”, il CCC Strozzina, che ha sede nelle fondamenta del palazzo Cinquecentesco, ha accolto più di 78.000 visitatori.

Il successo non era scontato. I fiorentini, fieri del loro patrimonio storico e artistico, avevano una certa diffidenza verso le forme espressive contemporanee. Con mostre a tema e attività collaterali, da laboratori a proiezioni, incontri e lezioni, Nori ha messo a segno l’obiettivo di far riflettere sulla realtà in cui viviamo, attraverso lo sguardo di artisti del nostro tempo. “Il lavoro al CCC Strozzina mi consente di dialogare con un pubblico preparato” afferma Nori, “e mettere a fuoco le mie riflessioni – da un lato sul ruolo che le istituzioni dedicate alla cultura contemporanea possono svolgere, e l’idea di politica culturale che vogliono esprimere, dall’altra su come rafforzare l’esperienza dell’incontro con l’arte, la forza trasformativa che, oltre la sfera intellettuale, diventa estetica non verbalizzabile.”

I temi da lei scelti hanno forte attinenza con l’attualità. Nel 2008, “Arte, Prezzo,Valore”, inaugurata mesi dopo il crollo della Lehmann Brothers, mette in relazione il crescente peso economico dell’arte contemporanea e il sistema economico internazionale: “In una società capitalistica che riconosce il valore monetario come indice di valore assoluto, l’artista diventa operatore economico sia della propria immagine, sia dei prodotti che si inseriscono in un sistema di mercato e di quotazioni. La mostra proponeva, attraverso le opere di 21 artisti tra cui Damian Hirst, Takashi Murakami e Aernout Mik, una riflessione sulle diverse strategie adottate da artisti in tale contesto.” Fanno da cornice le cifre esorbitanti raggiunte dalle aste internazionali. E’ del novembre 2012 il record di una singola asta di arte contemporanea: 412.2 milioni di dollari.

Nel 2011, già segnato dal fermento della Primavera Araba, Nori sceglie un altro tema caldo: “Declining Democracies”, e crea un percorso attraverso 12 artisti per riflettere sui valori, le contraddizioni e i paradossi delle democrazie. Interagisce con i visitatori attraverso un referendum, ponendo all’ingresso della mostra un facsimile di una scheda elettorale. La domanda è: la maggioranza ha sempre ragione? Risposta secca Si, No. L’azione provoca riflessioni e discussioni sui sistemi attuali di voto. Lo spoglio delle schede conferma, con il 69% di “No”, lo scetticismo nel principio di “maggioranza”. Risultato che trova risonanza oggi in Italia: “E’ innegabile la crescente sfiducia in un sistema politico in cui i cittadini, come scrive Colin Crouch in “Postdemocracy”, si sentono sempre meno protagonisti, vittime di un sistema di potere, un cortocircuito tra classi politiche, grandi imprese, banche e media.”

In questo contesto nasce Talenti Emergenti, rassegna e premio per giovani artisti. Il progetto biennale dà risonanza a sfide e opportunità per i giovani oggi, l’importanza dell’interazione. E ancora muove energie sul territorio con Educare al Presente, incontri e laboratori per le scuole secondarie, che fanno perno attorno ai temi sociali e politici delle mostre stesse. Nori declina in maniera pratica e diffusa la missione del CCC, che è di aprire l’accesso alla cultura e alla conoscenza. “La rete è uno strumento di democratizzazione impagabile, ma va accompagnata di pari passo dall’educazione sia civica sia culturale.” E questa avviene in luoghi fisici, attraverso il contatto umano, e con le opere d’arte.

Nel 2012, anno di elezioni, CCC ospita “American Dreamers”,e mette in risalto la coesistenza di incertezza e ottimismo, il Sogno Americano, la volontà di credere nel futuro. 11 artisti invitati, interventi molto diversi, un punto in comune: “Da tutte le opere è emersa un’attenzione alla manualità, e un atteggiamento anticonformista, contrario alle produzioni in serie, all’eccesso di velocità imposto dalla società moderna.“

Alla bellezza, l’esperienza soggettiva, i canoni che l’arte da sempre esalta e stravolge, è dedicata la mostra in corso. Oggi i principi di armonia delle forme, geometria, verosimiglianza o esecuzione virtuosa, hanno perso la loro valenza: ”Sussiste un’oscillazione tra due antipodi, tra una diffidenza verso la rivelazione del bello, e la ricerca di significati connessi alla dimensione esistenziale più profonda dell’uomo”, conclude la curatrice, che indaga “Un’Idea di Bellezza”attraverso 8 artisti internazionali.

Le tre cose che Nori ama e non sopporta dell’Italia sono le stesse, valgono in entrambi i sensi: “Il nostro rapporto con l’abbondanza artistica presente nel nostro paese, il nostro rapporto con le bellezze e il patrimonio naturale e animale di cui l’Italia è ricca, lo spiccato senso di individualità rispetto al collettività.”

Nori supera la dualità abbracciando gli opposti, e la sua doppia identità italo-germanica con un senso di appartenenza europea, cultura in cui crede profondamente.

Ma è lontano, nel deserto dell’Arizona, il suo luogo d’arte preferito: “Il Roden Crater, un vulcano architettonicamente modificato dall’artista James Turrell, dedicato alla percezione della luce degli astri è un’esperienza da non perdere.”

Rosalba Bonaccorsi, la cacciatrice di alieni

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“La passione per la vita nello spazio è sempre stata in me. L’ho scoperta appena ho cominciato a pensare.”

L’INTERVISTA A ROSALBA BONACCORSI SU THE GOOD LIFE ITALIA

La maggior parte di noi lo spazio lo sogna. Rosalba Bonaccorsi, astrobiologa, lo pensa, lo studia e lo racconta. Ricercatrice presso il SETI Institute – Search for Extra Terrestrial Intelligence – in cooperazione con Nasa Ames, e membro del Carl Sagan Center for the Study of Life in the Universe, Bonaccorsi cerca la vita su altri pianeti. In particolare, su Marte. Mestiere che la porta a essere imprenditrice, esploratrice, educatrice. Conduce una vita estrema, fatta di notti a scrivere proposalsnel suo piccolo laboratorio-studio a Nasa Ames, nel cuore della Silicon Valley, e di osservazioni e analisi dei sedimenti sul campo, nella Death Valley, luogo definitohigh fidelity, ossia molto simile a quello del pianeta rosso. Ma anche high intensity,per via delle forti escursioni termiche. Oggi i suoi risultatisono un importante tassello di un programma che alletta molti ricercatori e imprenditori: la conquista di un pianeta abitabile.

Raggiungo la ricercatrice bergamasca (ormai quasi californiana) al telefono. Per lei è mezzanotte, mattino per noi.  Mi sento un impostore, seppure sia stata lei a fissare l’appuntamento. “Tranquilla, ho tutto il tempo che occorre, e quando finiamo la nostra conversazione, scriverò”, mi rassicura. Skype non è accessibile nella zona high security dove risiede. Nel raggio di un chilometro dal suo ufficio, ci sono tecnologie tra le più avanzate al mondo.

Il 2015 è stato un anno importante per la ricerca della vita su Marte. “Grazie alle immagini più definite dei satelliti, sappiamo che c’è acqua”, racconta con un picco di emozione. Questa conferma dà una valenza nuova alla sua ricerca.

Ho conosciuto Rosalba lo scorso anno, per raccontare il suo progetto Lunar Plant Growth, nato in collaborazione con Chris McKay, un mito della Planetary Science. Insieme, hanno costruito un modulo capace di far germogliare semi di pomodoro e basilico sulla luna. Mentre cerca un passaggio per la magica scatoletta su un volo spaziale destinato al nostro satellite naturale, per testarla, McKay tenta di convincere Google a partecipare all’impresa. Tra un ciak e l’altro della nostra video-intervista, Rosalba mi aveva raccontato della sua vera missione: trovare segni di vita su Marte. Oggi parliamo di questo. “Da anni conduco le mie ricerche nella Death Valley (Deserto del Mojave, California), tra i posti più caldi della terra. Il mio sito di osservazione è nel Cratere Ubehebe, luogo fragile e prezioso. Per i  Timbisha Shoshone, i nativi della zona, è Valle della Vita, l’ombelico del mondo, centro della Creazione. Mi addentro nella conca millenaria con un senso di infinita connessione al cosmo e con l’entusiasmo per le scoperte scientifiche all’orizzonte. Devo conoscere tutto di lei per conoscere Marte. L’area presenta molti aspetti Marziani: i crateri sono coperti da ceneri vulcaniche e contengono depositi argillosi in pozze lacustri di breve durata. Tali pozze si formano in seguito a sporadiche ma violentissime piogge, proprio come plausibilmente accadde su Marte qualche miliardo di anni fa.”

Come un detective, cerca indizi di vita cellulare, micro-algale, capace di risvegliarsi per tempi brevissimi. Cogliere l’attimo è conoscenza, esperienza e intuizione. E’ partire, pronti a sopportare prove fisiche estreme: “Quando scendo nel cratere durante i giorni più caldi (48 C) o quando risalgo nelle notti più oscure e fredde, (-16 C) mi sento veramente su Marte! Il più grande pericolo, lì, è la disidratazione. Il corpo umano a 45° C e 1% di umidità perde 1 litro di acqua salata l’ora (siamo fatti di acqua di mare!) che deve essere reintegrato con elettroliti. Come un’astronauta, devo calcolare quanta acqua portare. La minaccia di ipotermia e morte sono i limiti della mia attività esplorativa. Poi, devo essere pronta ad affrontare tempeste di sabbia e bombe d’acqua. Il mio veicolo, una sedandel 2000, è la mia capsula di sopravvivenza, e i miei amici Ranger, le guardie del parco, sono i miei grandi alleati.”

I depositi lacustri che Rosalba osserva sono molto simili a quelli scoperti nel Gale Craterdal Rover Curiosity, il robot atterrato sul pianeta rosso nel 2012. Ma la notizia bomba arriva il 26 settembre 2015, quando il Mars Science Labdella Nasa annuncia: risolto il mistero di Marte. Ricorrenti Slope Linae (RSL)confermano che scorre acqua. Le RSLsono striature di sali sulle pendici di alcuni crateri, resi evidenti dalle immagini ad alta definizione del satellite Mars Reconaissance Orbiter. Dal flusso regolare di dati, gli studiosi hanno visto che le striature appaiono e aumentano nelle stagioni calde e svaniscono in quelle fredde.

Rosalba spiega l’implicazione rivoluzionaria: “Nei periodi di acqua liquida su Marte, si ipotizza che la vita microbica possa riprodursi, crescere e tornare dormiente.  E’ esattamente ciò che osservo nel deserto: una vita effimera, nascosta, criptica, che usa brevissimi intervalli per manifestarsi.”

Al rientro dalle escursioni, Bonaccorsi incrocia dati raccolti su Marte e in altri luoghi sulla Terra che hanno caratteristiche simili, come il deserto di Atacama, in Perù, sul quale sta scrivendo un paper. “Quando lì piove, il deserto fiorisce, segno che non solo i microbi possono risvegliarsi, ma anche alcuni semi. Sul nostro pianeta, in zone molto aride dove sembra che non ci sia vita, si dimostra che invece basta poca acqua per ridestarla. Il Sacro Graal sarebbe di trovare su un pianeta cellule vive, o molecole prodotte da cellule viventi.”

La tentazione di chiederle un’opinione su Il Sopravvissuto (The Martian), il film del 2015 diretto da Ridley Scott con Matt Damon, è irresistibile. Mark Watney è un’astronauta che viene abbandonato su Marte dal suo equipaggio, che lo crede morto. “E’ molto realistico in termini di progetti della Nasa”, racconta, “meno per quanto riguarda le condizioni di sopravvivenza di Watney (Matt Damon). Nel deserto provo emozioni ed esperienze simili, anche se posso respirare senza il casco. Il 2015 ha regalato un altro bel film agli appassionati di fantascienza, Interstellar. “Va guardato diverse volte – c’è dramma, scienza, e fisica quantistica, difficile da capire anche per uno scienziato.”

Avere le idee chiare sin da piccoli non guasta, ma non è detto che avere successo sia più facile. Rosalba Bonaccorsi ha fatto molta strada per arrivare fino alla Nasa. Un passo che, da ragazza le sembrava “improbabile”, un posto che ha conquistato con perseveranza e umiltà. Rosalba non ha scienziati in famiglia. Figlia unica, da bambina è attratta dal cielo stellato, e vuole capire come funzionano le cose. Smonta la sveglia meccanica della nonna, osserva, rimonta, ma non funzionerà più. La nonna s’infuria ma Rosalba non si arrende e continua a sperimentare di nascosto con insetti, semi e rocce che polverizza per magiche pozioni colorate.

Crescendo si sente diversa: “Ero una nerd ma non mi vergognavo affatto”. Lascia Bergamo per l’Università, a Milano, dove s’iscrive a Scienze Naturali. Si laurea con una tesi sui delfini del Mar Ligure e una sottotesi in geologia, sui sedimenti marini e le carote del Mar Mediterraneo Orientale che servono per verificare i cambiamenti climatici avvenuti 5 milioni di anni fa. Primo mentore è la Professoressa Maria Bianca Cita, “Una forza della natura. Quello che ho imparato con lei mi ha catapultato verso il dottorato di ricerca all’Università di Trieste”, racconta Rosalba con un picco di piacere. Un percorso difficile. A suo tempo, ai dottorati si accedeva solo se scelti da un professore, “ E io non ero stata scelta. Ho dovuto partecipare a 22 concorsi e ce l’ho fatta solo perché mancava un candidato.”  Quanti sono pronti a tanto impegno per raggiungere un obiettivo? Rosalba dovrebbe tenere un corso sulla perseveranza.  A Trieste studia i sedimenti marini dell’Antartide, che, per vie traverse, la porta all’astrobiologia, perché l’Antartide è un “analogo” per Marte.

Maggio 1995. Durante il terzo e ultimo anno, Rosalba legge un inserto per uno stage alla Nasa sulla rivista Nature. Pur non avendo sponsor, fa domanda. 10 settimane interamente spesate nell’istituto di ricerca più ambito al mondo le sembrano un sogno. La prendono. Non ci può credere, ma dopo l’emozione della vittoria, il rifiuto. Al Biosphere 2, in Arizona, dove negli anni 70 si fecero i primi esperimenti di isolamento umano, (poi campus universitario), dicono di non avere tempo per seguire un altro studente. Il disguido, se così lo vogliamo chiamare, getta Rosalba nella disperazione più buia. La direttrice del programma presso la Nasa, Lynn Margulis, le scrive dispiaciuta per l’accaduto. Passata la bufera emotiva, la giovane e ambiziosa ricercatrice pensa: “se sono stata scelta una volta solo per quello che so fare, se la mitica Margulis (una delle mogli di Carl Sagan, ha sfiorato il Nobel e ha lavorato alla teoria Gaia con James Lovelock) ha preso il tempo per scrivermi, posso farcela di nuovo.”

Per farsi conoscere e per creare contatti con ricercatori interessati a sponsorizzare il suo post dottorato, viaggia per convegni, portando il suo lavoro sull’Antartide. Nel frattempo, l’arrivo di internet semplifica le procedure. Così incontra i suoi “cavalieri di Nasa Ames” come li chiama lei. Dopo il primo triennio, Rosalba trova fondi per continuare, ma fare ricerca pura è sempre più difficile, così integra le sue risorse economiche collaborando con il Death Valley National Park e organizzando seminari. Ora sta preparando con loro la quarta edizione del Mars Fest. Suona hippy, ma è un evento serio, che avrà particolare rilevanza nel 2016 perché ricorre il centenario del National Park Service.

Rosalba sogna di andare su Marte?

“Tempo fa ero frustrata di essere nata troppo presto per arrivarci – a meno che non venga rapita dai Marziani! Oggi, però, mi rendo conto che quando sono nel cratere della Death Valley mi sento su Marte. Non poterci andare per davvero non mi mancherà troppo.”

Il suo sogno a occhi aperti è di continuare la sua ricerca senza affanni e di essere d’ispirazione alle nuove generazioni per creare un mondo più pacifico. “La scienza non è solo un fine, è anche un mezzo per condividere con i nostri compagni umani, per scambiare conoscenza. Vorrei sviluppare modelli educativi, lavorare un po’ in Europa, fare da ponte tra diverse culture e luoghi nel mondo. Mi avvicino a questo con Spaceward Bound Project, che quest’anno mi porterà in India. Andremo nei villaggi a parlare di astrobiologia e faremo ricerca sull’Himalaya per studiare i ghiacciai, i deserti di alta quota e le sorgenti geotermali, insieme a colleghi indiani, australiani, neozelandesi e americani.”

Una persona così impegnata, audace e intensa non accetta compromessi nemmeno quando si tratta di relazioni sentimentali. “La vita romantica c’è stata e ci sarà”, commenta. Fiera di essere donna in un mondo di uomini, tra un impegno e l’altro trova anche il tempo per scrivere qualche verso.

Da “Reti di Luce”:

Geme e dispera la Potenzialita’ Inespressa,
che forse altrove, dispone e ricrea
una Rete di luce,
In un altro Universo.