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Fabbriche d’aria

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Il Prof. Stefano Mancuso dell’Università di Firenze, esperto di neurobiologia delle piante, ci parla di un progetto che aiuterebbe chi vive in città a respirare meglio!

Cristina: Parliamo tanto di ridurre l’inquinamento e intanto inquiniamo, mentre non c’è abbastanza attenzione sulla depurazione.

Stefano Mancuso: L’unica cosa che riesce ad eliminare l’inquinamento atmosferico sono le piante. Le piante quindi dovrebbero stare nelle città, nella quantità più alta possibile. Più ne mettiamo, meglio è. Non soltanto nei viali o nei parchi ecc, ma veramente coprire le città di piante e anche in queste condizioni potrebbe non bastare.

Cristina: Voi avete sviluppato un progetto..

Stefano Mancuso: Il progetto che abbiamo chiamato Fabbrica dell’Aria, prevede l’utilizzo di ex-edifici industriali dismessi, da trasformare in delle enormi serre. Devi immaginare un edificio come un cubo in cui all’interno ci sono tanti cilindri. Ogni cilindro è fatto di vetro o cristallo, o di un materiale trasparente, all’interno del quale ci stanno queste piante, diversi strati di piante e l’aria è costretta a passare attraverso tutti questi cilindri.

Cristina: L’aria entra inquinata ed esce..

Stefano Mancuso: E quando esce è completamente purificata. Attualmente stiamo cercando di rendere realizzabile questo progetto nella città di Prato. Prato è una città che, se non erro, dovrebbe essere intorno ai 150 o 200.000 abitanti e avrà necessità per purificare l’intera quantità di aria della città, di quattro di questi edifici. Quindi anche da un punto di vista, non solo funzionale, ma estetico, saranno dei luoghi molto belli. Non bisogna appunto immaginarli come dei depuratori, bisogna immaginarli come degli edifici che contemporaneamente sono in grado di depurare l’aria di una città, ma allo stesso tempo sono dei luoghi che si potranno vivere. Le persone dovranno entrare in questi luoghi, questi luoghi dovranno poter essere luoghi di socializzazione, quello che vuoi! Delle librerie, dei bar, dei ristoranti, di tutto. La qualità dell’aria è talmente buona che addirittura la carica batterica viene abbassata, quindi è un’aria più pura in tutti i sensi.

Cristina: Salgono le endorfine, e tutti quegli ormoni che ci fanno stare bene e quindi non solo fa bene alle città, non solo fa bene all’aria, ma fa bene anche a noi. Che meraviglia, grazie Stefano. Occhio al futuro

In onda 27-10-2018

Un viaggio nel futuro con Cristina Pozzi

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Vi gira la testa quando pensate agli scenari del futuro di lavoro, società e famiglia? Ecco un breve viaggio con Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo. Cristina è anche fondatrice di Impactscool, che porta nelle scuole e università italiane percorsi di formazione per essere pronti ai grandi cambiamenti in corso.

Cristina: Quali sono i cambiamenti che ci aspettano nei prossimi anni? Cristina tu sei imprenditrice sociale e scrittrice e hai fatto un viaggio nel futuro, che cosa hai visto?

Cristina Pozzi: Sicuramente il futuro che ho visto nel 2050 è un futuro dove cambia l’ambiente in cui noi viviamo perché il nostro pianeta, ahimè, per effetto del riscaldamento globale sarà soggetto a tantissimi cambiamenti, però anche lo stesso concetto di ad esempio famiglia, potrebbe essere messo in dubbio, cambiare, evolversi, per effetto di evoluzioni della genetica. Per esempio già oggi si possono fare figli con tre genitori andando ad utilizzare il materiale genetico di tutti e tre, si fa già in Inghilterra.

Cristina: E come faremo ad aumentare le nostre capacità cognitive?

Cristina Pozzi: Potremo farlo in tanti modi, sia dal punto di vista chimico con medicine che si stanno già studiando che possono aumentare la nostra attenzione ad esempio, si anche con le cosiddette neurotecnologie che invece possono essere veri e propri impianti tecnologici o caschetti da indossare che sono in grado di aumentare la nostra creatività

Cristina: E se non sono a portata di tutti come costi?

Cristina Pozzi: Potrebbero essere a beneficio solo di alcuni. Probabilmente non vogliamo vedere una società dove solo alcune persone possono essere più intelligenti, più di successo sul lavoro o avere accesso a determinate cure, più sani. Per chi non se lo può permettere potrebbero esserci scenari dove addirittura si può ottenere una tecnologia in cambio però di essere soggetti a pubblicità, magari continue, in modo da poterlo avere gratuitamente.

Cristina: Pure cedendo i propri dati del DNA?

Cristina Pozzi: Assolutamente si, quello potrebbe diventare una vera e propria fonte di reddito, addirittura quasi uno dei tanti lavori che ci troveremo a svolgere perché molto probabilmente non svolgeremo un solo lavoro ma tanti contemporaneamente.

Cristina: E i mestieri di oggi spariranno. Quali sono quelli che secondo te rimarranno o nasceranno e saranno strategici?

Cristina Pozzi: Sicuramente trovandoci immersi in una realtà cambiata in pochissimo tempo e che facciamo fatica a comprendere, magari anche per la presenza di robot attorno a noi in qualunque situazione, la figura dello psicologo che ci può aiutare nel gestire il passaggio, sarà centrale.

Cristina: Secondo te c’è la formazione giusta per compiere questo viaggio verso il futuro?

Cristina Pozzi: Per ora no, il consiglio che do sempre è quello di imparare a essere curiosi e imparare ad imparare.

Cristina: Coniugando quindi i nostri naturali talenti e le nostre capacità intellettuali, di cuore, creative e la volontà. Occhio al futuro

In onda 29-9-2018

Il green data center di EXE

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Ogni informazione generata in rete passa attraverso un data center, dove si trovano server, sistemi di archiviazione, sistemi informatici e infrastrutture di telecomunicazione. Inoltre, sono necessari impianti di controllo ambientale quali condizionamento e antincendio per garantire la sicurezza. I consumi energetici complessivi di questi centri informatici rappresentano una delle principali fonti di inquinamento del pianeta e di costo per le aziende.
In questa storia scoprirete come per abbattere l’impatto ambientale legato a tecnologie che si diffondo in rete, é necessario intervenire sull’edificio in tutte le sue parti.
Oggi Executive Service è l’unico “green” data center in sud Europa. Siamo andati a trovarli vicino a Bologna per scoprire come la tecnologia e la sostenibilità possano vivere in armonia.

CRISTINA: Sapete che 15 minuti di video in streaming online consuma la stessa energia del frigorifero di casa in 3 giorni? E che internet consuma quanto l’intera aviazione civile mondiale? Perché qualsiasi informazione che sia in tv, su un telefono,  o su internet passa per un data center. Infatti siamo nel primo green data center a zero emissioni in sud Europa, ed è in provincia di Bologna. Cosa significa un data center a zero emissioni?

Gianni Capra: Un data center a zero emissioni vuol dire che tutto il funzionamento del datacenter è basato su energia assolutamente o autoprodotta, o acquistata da un’azienda in grado di certificare la fonte rinnovabile di un certo tipo. Escludiamo ad esempio fonti rinnovabili di provenienza chippato, alghe, pellet o qualsiasi cosa che comporti combustione. Tutto ciò che alimenta i nostri server non deve causare combustione di alcun genere, quindi si escludono a priori emissioni di CO2.

Cristina: Quali sono i vantaggi per chi usa il vostra servizio?

Gianni: Riceve una certificazione reale della propria attenzione all’ambiente, in quanto la nostra certificazione di emissioni zero ci consente di emettere certificati gratuiti a tutti colori i quali portano in toto o in parte i loro schemi informativi in questo data center.

Cristina: Avete il sostegno e anche l’incoraggiamento della comunità europea.

Gianni: La comunità europea, ufficialmente ha dichiarato la propria preoccupazione nei confronti della rapida e ripida crescita dei data center, in quanto la comunità europea stessa ha individuato i data center nei massimi emettitori di CO2 nel mondo occidentale.

Cristina: E qual’è la vostra ricetta di sostenibilità in questo spazio?

Gianni: Il 50% è legno, l’intero stabile è costruito in legno. Altre scelte tecnologiche riguardano la bassa densità nei rack o armadi o scaffali, e la rinuncia totale ai dischi rigidi. Quindi tutti i nostri server utilizzano memorie allo stato solido come quelle del tuo telefonino e il raffrescamento, che per il 79% del tempo annuo è fatto con aria non condizionata.

Cristina: A che temperatura girano i vostri server?

Gianni: Noi lavoriamo fino a 29 C contro i 19-20 di un data center tradizionale.

Cristina: Grazie. Nei prossimi decenni l’intera popolazione umana sarà connessa in rete, è quindi fondamentale ridurre le emissioni dei data center. E come avete visto, è possibile.

CoeLux, il cielo in una stanza

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Questa è una tecnologia che può cambiare la vita a molte persone perché la qualità della luce naturale, sul nostro umore e sulla nostra salute, fino ad ora non aveva rivali.

I sistemi d’illuminazione CoeLux riproducono l’effeto della luce naturale del sole, entrando attraverso un’apertura nel soffitto, con un sole realistico percepito ad una distanza infinita circondato da un cielo cristallino. Questo risultato straordinario è ottenuto grazie ad un lavoro comprensivo da parte di un team interdisciplinario di ricercatori nei campi della fisica ottica, dei modelli numerici, della chimica, delle scienze materiali, dell’architettura e del design.

I dispositivi di CoeLux sono molto più di lampade luminose. L’azienda “ricrea lo stesso processo scientifico che fa apparire il cielo blu”, afferma il fondatore e fisico Paolo Di Trapani. “Abbiamo costruito il sole.”

CoeLux simula le stesse particelle di ossigeno, azoto e CO2 presenti nell’aria e virtualmente “comprime l’atmosfera” da 10 chilometri a pochi millimetri, creando un solido, piuttosto che gas o liquido. Proprio come gli ascensori hanno permesso la costruzione di grattacieli e l’aria condizionata ha permesso di ampliare gli edifici, Di Trapani crede che CoeLux potrebbe consentire la creazione di “groundscrapers” o edifici che si estendono per centinaia di metri sottoterra, ma che non diano l’impression di essere in un luogo buio e profondo.

Dopo un’ora in una stanza senza luci, illuminata con il loro sistema, l’indice di performance, il grado di benessere di motivazione e di concentrazione, è del 30% superior ripsetto ad un’illuminazione tradizionale. In ambito sanitario viene ridotto notevolmente l’ansia e lo stress, ed è in atto uno studio per misurare l’effetto terapeutico che può avere.

COME FUNZIONA ESATTAMENTE?

Lo scattering di Rayleigh è lo scattering elastico (o diffusione) di un’onda luminosa provocato da particelle piccole rispetto alla lunghezza d’onda dell’onda stessa, che avviene quando la luce attraversa un mezzo sostanzialmente trasparente, soprattutto gas e liquidi.

La luce che proviene dal sole è composta da un maggior numero di fotoni nel blu piuttosto che nel viola. Il colore “celeste” che noi vediamo deriva quindi dalla sovrapposizione (una “media pesata”) dei colori che ci arrivano dal cielo, soprattutto viola, blu e, in parte minore, verde, ed è il motivo principale per cui il cielo appare di colore azzurro. (Wikipedia)

Le lampade per l’agricoltura di CLed

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Tra poco sugli scaffali dei supermercati cresceranno i vegetali. Il progetto di C-Led è un passo nel futuro della filiera alimentare!

Cristina: La filiera agroalimentare ha forte impatto sulle risorse naturali che sono sempre più scarse e dunque la si sta ridisegnando. Inoltre, la popolazione mondiale sempre più si sposta dalle campagne alle città, e dunque così anche il cibo che consumiamo. Siamo venuti all’Istituto di Scienze Agrarie dell’Università di Bologna perché qui si stanno facendo delle importanti ricerche. Alessandro, costa state studiando?

Alessandro Pasini: Le piante non assorbono tutta la luce ma solo determinate frequenze luminose che sono dette fotosinteticamente attive. É possibile replicare le stagioni grazie alle luci artificiali e al microclima che andiamo ad adattare in base alla pianta che vogliamo far sviluppare.

Cristina: E quindi questa è una luce estiva o invernale quella che vediamo?

Alessandro: É per i pomodori quindi tipicamente estiva e in grado di far crescere e sviluppare i pomodori anche in inverno.

Cristina: Premesso che siamo grandi sostenitori di mangiare cibi locali e di stagione, ma il vantaggio di crescere pomodori e lamponi tutto l’anno?

Alessandro: Nella cultura di oggi, l’alimentazione prevede di mangiare tutto e sempre. L’Italia è una grandissima importatrice di pomodori fuori stagione ma anche di frutti di bosco. Per cui con queste soluzioni pensiamo di portare un beneficio.

Cristina: Come mai avete quattro vasche per il basilico?

Alessandro: Stiamo testando diverse frequenze luminose che abbiamo scomposto in rosso e blu con l’idea di arrivare alla pianta che ha una dimensione maggiore e aromi maggiori. Nella parte superiore stiamo testano luci per la micropropagazione, che è il primissimo processo duplicazione delle piante e a seconda del tipo di pianta e a secondo della dimensione che si vuole raggiungere stiamo testano dei bianchi diversi.

Cristina: Qual’è la differenza tra un germoglio e microgreen?

Alessandro: I germogli nascono in acqua e hanno bisogno di un tempo tra uno e due giorni. I microgreen hanno bisogno di un substrato, quindi terra ad esempio e acqua potabile. Hanno bisogno di un tempo tra i 5 e i 10 giorni.

Cristina: Qual’è il vantaggio nutritivo di un microgreen?

Alessandro: Anche di 70 volte superiore all’ortaggio allevato in pieno campo

Cristina: Siamo in un prototipo di supermercato, dove qua c’è un’unità di crescita che usa le stesse tecnologie con le luci led. Quando vedremo questo nei supermercati?

Alessandro: Non è futuro ormai, tra poche settimane avremo questa vetrina all’interno dei primi supermercati e saremo anche in grado di controllarla digitalmente per accendere o spegnere l’illuminazione o per attivare il sistema di irrigazione che è completamente automatico.

Cristina: Sistemi di coltivazione indoor come questi hanno tanti vantaggi, ad esempio la riduzione quasi totale di sostanze chimiche additive e il risparmio pensate fino al 90% rispetto al consumo idrico in agricoltura tradizionale.

3Bee, api e tecnologia

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Cosa connette api, stampa 3D e Albert Einstein? Lo scopriamo attraverso questo progetto semplice e sostenibile, interamente ideato in casa grazie all’incontro tra biologia ed elettronica. Le api hanno un ruolo cruciale nelle nostre vite, anche se da cittadini non ce ne accorgiamo. Se ne era accorto qualcuno dalla mente molto brillante, che associava la loro scomparsa a quanto di più catastrofico per la specie umana. Ma con il preciso monitoraggio degli alveari proposto da 3Bee, gli apicoltori sono in grado di prevenire malattie e decimazioni, mentre i ricercatori possono avanzare nei loro studi.

Cristina: Ogni anno da più di un decennio muore una media del 30% della popolazione di api in Europa e Nord America. D’estate poi si riproducono ma il numero complessivo delle famiglie è in continua diminuzione. E questo è un problema grave che minaccia la sopravvivenza di tutte le speciviventi inclusa la nostra. Siamo venuti a Como per incontrare due ragazzi che stanno affrontando il problema. Buongiorno ragazzi, come è nato e come si è sviluppato il vostro progetto?

Niccolò Calandri: Il nostro progetto nasce dall’unione dell’elettronica con la biologia. Io sono ingegnere elettronico e, assieme a Riccardo che è biologo, abbiamo realizzato questo prodottodirettamente in casa. Il prodotto è totalmente costruito nei nostri laboratori casalinghi, lo stampiamo in 3D, lo assembliamo in casa e lo portiamo direttamente sulle nostre arnie.

Riccardo Balzaretti: Un dispositivo che ci permette di monitorare le api in tempo reale, quindi di sapere tutto ciò che avviene all’interno dell’alveare e anche all’esterno.

Cristina: Quali sono i dati che monitorate?

Riccardo Balzaretti: Principalmente lo stato di salute delle api che può venire ricavato attraverso l’utilizzo di sensori per la temperatura, l’umidità, intensità dell’aspetto sonoro e il peso. Una volta messo il dispositivo all’interno se sei vuole si attacca l’alimentazione solare che serve per la ricarica della batteria del dispositivo che di per sé può durare mesi grazie al pannello che la rende pressoché infinita.

Cristina: Quindi voi generate una mole di big data?

Riccardo Balzaretti: Esatto, generiamo una mole molto grossa di big data che poi possono essere utilizzati per far ricerca diretta da ricercatori e università, ma anche da privati che vogliono semplicemente sapere qual è lo stato di salute degli alveari nella zona e ovviamente da apicoltori.

Cristina: Quanti apicoltori ci sono in Italia?

Riccardo Balzaretti: Circa 100 mila, di cui 10 mila sono professionisti. Abbiamo studiato e ricercato anche una soluzione per una delle malattie che è una piaga in apicoltura che si chiama varroa che è un piccolo parassita, acaro dell’ape. Si tratta di un telaino termico. L’idea non è nuova, ma stiamo cercando di ottimizzarla, ed è una soluzione che non prevede chimica.

Cristina: Se le api dovessero scomparire, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita. Questa frase è attribuita a Albert Einstein, non è certo che l’abbia detto, ma il ragionamento è verosimile e far riflettere. Occhio al futuro.

Intervista a Giacomo Rizzolatti

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Giacomo Rizzolatti è una star della scienza.

La sua scoperta dei neuroni specchio, che ha posto le basi fisiologiche dell’empatia, appassiona da anni ricercatori e professionisti di ogni campo, psicologi e sociologi, manager ed economisti.

Il primo maggio a Copenaghen la principessa Mary di Danimarca gli consegnerà il Brain Prize, un premio nato solo nel 2011 ma già molto autorevole. Quest’anno è stato assegnato a scienziati che si sono distinti nella ricerca sui meccanismi superiori del cervello, responsabili di funzioni complesse quali le capacità linguistiche, cognitive e di calcolo e per l’impegno nello studio dei disturbi cognitivi e comportamentali.

Insieme a Rizzolatti saranno premiati il francese Stanislas Dehaene, inventore tra l’altro di un software per il trattamento dei bambini con difficoltà di apprendimento della matematica, e l’inglese Trevor Robbins, che ha dimostrato l’esistenza di circuiti del cervello che possono causare la dipendenza da farmaci e la sindrome di deficit di attenzione.

L’intervista, estratta dal libro A Passo Leggero.

CRISTINA: Professore, cosa significa per lei questo premio?

RIZZOLATTI: Sono contento sia per me sia per la scienza italiana, che nonostante tutte le difficoltà rimane di alto valore. Devo anche dire che i danesi sono stati bravissimi nel creare in poco tempo una grande risonanza al premio. Inoltre, personalmente mi ha fatto molto piacere riceverlo da un Comitato di cui presidente è Colin Blakemore, professore a Oxford per molti anni e con il quale siamo stati un po’ competitori nel passato. Bello, no? aver valutato e superato questa piccola rivalità nel nome di valori più alti. E poi la cifra è ingente.

C: Un milione di euro è un premio anche più ricco del Nobel, che ultimamente è stato ridotto.

R: Il Brain Prize è stato istituito da una ditta farmaceutica, la Lundbeck, con molti mezzi a disposizione.

C: Che ditta è questa Lundbeck?

R: E’ una ditta farmaceutica specializzata in farmaci che curano malattie del sistema nervoso. Sono specializzati in psicofarmaci di vario tipo: per l’epilessia, per la depressione, eccetera, anche per questo si interessano di neuroscienze .La proprietaria, Grete Lundbeck, qualche anno fa ha avuto l’idea molto intelligente di trasformarla in una fondazione. Parte del capitale è in borsa, e parte dipende dalla fondazione. Proprio ieri guardando su internet ho visto che l’azienda è in crescita, ci lavorano più di 6000 persone, hanno appena aperto una fabbrica in Cina.

C: Come pensa di destinare la somma?

R: Sarebbero tutti soldi miei, però non mi sembra molto giusto mettermeli in tasca. Pensavo di destinarne una parte a un fondo per la ricerca per il Dipartimento di neuroscienze. La burocrazia è diventata talmente insopportabile che l’unica soluzione per lavorare bene è avere fondi al di fuori della amministrazione universitaria.

C: Pensi che nel nostro dipartimento c’e un canadese che voleva giorni fa comperare un pezzo di plastica, gli occorreva per un esperimento. Costo, circa trenta euro. Ci hanno detto che dovevamo seguire una trafila stabilita da una “spending review”. Attesa: un paio di settimane. O paghiamo sempre di tasca nostra o smettiamo di lavorare; mica si può aspettare una vita per trenta euro!

R: Non le dico poi se uno ha bisogno di una prestazione professionale! Deve chiedere il permesso al rettore, che deve fare un annuncio a tutta l’università per vedere se qualcuno si presta gratuitamente a fare il lavoro, dopodiché, ovviamente nessuno si presta, si istituisce il concorso, poi si aspettano 20 giorni perché il bando diventi pubblico, poi si fa il concorso che, concluso, va a finire alla Corte dei conti per l’approvazione. Ovviamente questa né approva né boccia, tutto funziona col silenzio-assenso. Insomma, se voglio un’analisi statistica devo aspettare circa tre mesi, mentre in Germania ce l’hai in un giorno. Spero che nel futuro tutti i fondi europei verranno amministrati senza questo terribile fardello burocratico. Ci trattano esattamente come il catasto o il ministero dei Trasporti, dove forse è anche logico che, se devi comprare qualcosa, passi per enti che ti obbligano a contenere i prezzi, ma per un pezzettino di plastica…

C: Per le spese ordinarie ci dovrebbe essere un responsabile di dipartimento che verifica che non si sperperi.

R: Certo, ma l’Amministrazione Universitaria non si fida. È tutto basato sulla diffidenza, mentre nei paesi anglosassoni ci si basa sulla fiducia – chiaro che se fai qualche cosa di male poi sei finito .Negli ultimi anni tra la spending review e la legge Gelmini è praticamente diventato impossibile lavorare. Comunque una parte, non so se metà o un terzo, la metterò in un fondo che servirà anche per queste piccole cose.

C: Come lo chiamerà? The Giacomo Rizzolatti Foundation?

R: (ride) Oddio, detto così suona un po’ “grand”, diciamo Foundation for Parma Neurosciences. Naturalmente si occuperà di neuroscienze cognitive, il mio ramo, che avendo meno ricadute mediche ha più difficoltà ad accedere a fondi privati per la ricerca, rispetto a quello cellulare o molecolare, più vicino all’industria. Il Brain Prize di quest’anno è stato assegnato alle neuroscienze cognitive, un campo che è abbastanza trascurato dal Premio Nobel. Non per cattiveria o per partigianeria, beninteso, ma perché l’Accademia svedese è formata prevalentemente da esperti in fisiologia cellulare, immunologi, eccetera, che quindi capiscono meglio l’importanza di una ricerca nel loro campo più che nelle neuroscienze cognitive.

C: Quale dei vari progetti in corso nel suo dipartimento la entusiasmano di più?

R: Come possibilità futura mi interessa la ricerca che facciamo con l’ospedale Niguarda a Milano: registrare l’attività di singoli neuroni nell’uomo . È una tecnica di avanguardia che stiamo mettendo a punto. Il Centro per l’Epilessia del Niguarda è uno dei migliori e più operativi in Europa. Praticamente studiano un malato a settimana: impiantano degli elettrodi nella testa del malato, dopodiché non possono operare subito, devono passare quattro o cinque giorni per studiare il cervello e capire dov’è il focolaio epilettico. Durante questo periodo il malato rimane a letto, è cosciente, si annoia pure, quindi è dispostissimo a collaborare con uno sperimentatore per altri test, e siccome gli elettrodi sono già collocati, noi possiamo capire quali aree si attivano, direttamente e non indirettamente come si fa con la risonanza magnetica. Poi ci sono le ricerche presso il nostro istituto sull’autismo. Sono meravigliato dalla gratitudine che trovo tra i genitori quando gli racconto che i loro figli non hanno un disturbo psichiatrico, ma un difetto di sviluppo neurologico che un giorno riusciremo a mettere a posto. Sono stato recentemente in Cile, dove ho fatto più fotografie dopo una conferenza sull’autismo assieme a genitori di bambini autistici che nel resto della mia vita. Mi sembrava di essere una pop-star.

C: Mi sembra di capire che il premio la impegnerà un po’…

R: Effettivamente sarà così. In questi giorni ci sarà un convegno scientifico a Copenhagen, poi la cerimonia con la principessa e infine un evento all’ambasciata italiana. Poi il lavoro continua. La Fondazione sta creando un’accademia dei premiati affiancati ad alcuni scienziati danesi, quindi è un istituto che crescerà nel tempo. Mi hanno già chiesto di tornare a ottobre con altri scienziati che inviteranno per formare il nucleo dell’Academy.

 

C: Uno dei motivi ispiratori del Brain Prize è di stimolare la ricerca in Danimarca.

R: Forse vogliono migliorare certi campi come le Neuroscienze, ma capisce, la Danimarca non è la Grecia o il Portogallo, stanzia già molto per la ricerca e per l’educazione.

C: Dal nord Europa che cosa importerebbe per la sua Facoltà di Parma?

R: Ah, me ne vengono in mente tante, ma quello che importerei è la fiducia. Mentre mi trovavo in un’università americana, ho ricevuto una parcella in cui mi addebitavano varie chiamate in Florida. Ho telefonato per dire che non avevo mai chiamato la Florida – e loro mi hanno risposto: le crediamo! e non mi hanno fatto pagare niente. Probabilmente, se fosse successo di nuovo, mi avrebbero tolto il telefono o fatto controlli più approfonditi. Da noi nessuno si fida della parola di un utente. Sì, se fosse possibile importare la fiducia, sarebbe bellissimo. Ce n’è molto bisogno in Italia.

C: Si dovrebbe inocularla nel cervello…

R: Giusto! Inoculare che non siamo delinquenti nati, siamo brave persone se ci lasciano lavorare in pace. Altrimenti siamo costretti a inventare ogni tipo di gabole per superare gli ostacoli burocratici.

C: A proposito di migliorie al sistema, lei nel 2008, in occasione delle riforma Gelmini, avanzò una proposta importante sul sistema universitario e sulla ricerca…

R: Suggerivo di abolire le cattedre universitarie a vita, instaurando un sistema per cui ogni cinque anni c’è una commissione che ti esamina. Quindi puoi restare anche fino a 90 anni, se sei capace, ma se non sei capace vai a casa anche a cinquanta. Tengo molto a rilanciare questa proposta. Quando la avanzai sei anni fa, ricevetti molte lettere da giovani che dicevano: lei è un bell’egoista, ha avuto il posto a vita e adesso che è diventato anziano ci vuole controllare. Io invece speravo che i giovani fossero contenti perché se tu mandi via tutta una serie di 50-60enni che non fanno niente, hai più posti per i giovani. Invece i giovani dicono: ma dopo toccherà a me essere mandato via, se non sono bravo. Il merito è un concetto che per l’università è fondamentale, forse per il catasto no; non credo ci sia una grande differenza tra un impiegato e l’altro, ma tra un professore universitario e un altro, sì. È il sistema adottato al RIKEN, un centro di ricerca giapponese parallelo all’università, simile al nostro CNR, di altissimo livello. Al RIKEN, dove lavorano anche molti stranieri, non fanno complimenti, ti convocano e ti dicono: guardi, la sua produzione scientifica purtroppo non è considerata buona, le diamo due anni di tempo per trovarsi un altro posto. Non è che ti dicono che domani sarai a piedi, ti danno tempo. Anche nell’industria fanno così, no?

C: Dei veri samurai! Tornando al premio, non vorrei essere troppo indiscreta, ma la parte che terrà per sé come la spenderà?

R: Pensavo di destinare qualcosa ai miei figli, anche se sono già abbastanza sistemati non gli dispiacerà avere dei fondi, magari per realizzare un sogno, quindi un regalo lo farò anche a loro. E il resto starà lì, per ogni evenienza.

C: E un regalo a se stesso non lo fa?

R: Pensavo di invitare a cena i miei collaboratori, fare una festa, ma a me non serve niente. Mi hanno detto: perché non ti compri una nuova macchina? Ma ce l’ho già, anche abbastanza nuova. Sono contento di quello che ho.

C: Che macchina ha?

R: Una BMW, quindi non proprio una piccolina.

C: E i suoi nipoti come hanno reagito all’assegnazione di questo premio?

R: Di solito non si emozionano troppo, ma stavolta sono stati contenti. Di regola i premiati possono portare solo il compagno o la compagna, invece stavolta la Fondazione ha invitato anche i parenti, allora porto anche i miei nipotini.

Il futuro secondo Ray Kurzweil

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Benvenuti nel futuro secondo Ray Kurzweil, il “genio instancabile”, futurista, inventore, creatore di film, autore di bestseller e padre dell’intelligenza artificiale.

Abbiamo incontrato Kurzweil con i suoi studenti alla Singularity University, organizzazione che ha co-fondato e che continua ad infondere con le sue visioni e soluzioni. Il tono della sua voce è ipnotico, e lentamente fornisce informazioni dirompenti alla mente. In questa parte della conferenza, Kurzweil spiega come il riformo tecnologico sta cambianto il concetto di moralità e la natura di noi umani.

ANNUNCIATORE: Il Wall Street Journal lo ha definito “il genio inquieto” e ha ricevuto venti lauree ad honorem, che è venti di più della maggior parte di noi. Con grande piacere e un caloroso benvenuto, vi introduco il Dr. Ray Kurzweil.

KURZWEIL: Direi che la grande maggioranza di voi vivrà per sempre- tutti sembrate molto giovani—ma ho intenzione di farlo anch’io, e sono probabilmente più vecchio di voi. Molte delle previsioni che vedo su salute e medicina si basano sulla traiettoria che conosciamo, su quanto tempo occorre per lo sviluppo dei risultati e per studiare le cure. Ma tutto questo si riferisce al progresso lineare di salute, medicina e biologia poiché in passato non erano basate sull’informatica. Era un approccio quasi a caso. Oggi usiamo i computer per tenere traccia delle informazioni, e la biologia è fondamentalmente un processo di informazione. I geni sono programmi software, e questa non è una metafora. Sono sequenze di dati, e si sono evoluti molto tempo fa; ora abbiamo i mezzi non solo di scoprire che cosa è il codice “oggetto”, ma anche di analizzarlo e di riprogrammarlo. La tecnica dell’interferenza di RNA può spegnere i geni. Nuove forme di terapia genica possono aggiungere nuovi geni. E la potenza di queste tecnologie oggi sta procedendo in modo esponenziale. A metà del progetto genoma, i critici lo etichettavano un fallimento perché solo l’1% era stato sequenziato in sette anni. Dicevano, “Con l’uno per cento in sette anni, ce ne vorranno 700, come avevamo pronosticato.” Ma in realtà il progetto fu terminato sette anni dopo perché 1% è a soli sette raddoppi dal 100%. Questo processo è continuato dopo la fine del progetto genoma. Il primo genoma è costato un miliardo di dollari. Oggi siamo a qualche migliaio di dollari. Ma possiamo anche riprogrammare il software obsoleto. Quindi, queste tecnologie sono ormai mille volte più potenti di quanto lo fossero dieci anni fa. Questa è l’implicazione del raddoppio ogni anno in termini di prestazioni e capacità a parità di prezzo. È stata una decina di anni fa che abbiamo finito il progetto genoma, e stiamo vedendo i primi frutti di questo sforzo nel processo di approvazione finale. Ho sentito parlare di almeno un centinaio di progetti molto interessanti sul cancro e molte altre malattie che stanno arrivando alla radice della causa, trattando queste malattie come informazioni. E la nostra capacità di intervenire sta davvero raddoppiando ogni anno. Quindi, queste tecnologie saranno un migliaio di volte più potenti in dieci anni. Saranno un milione di volte più potenti in venti anni. Vedremo cambiamenti incredibili nel prossimo decennio. Tra dieci o venti anni da oggi, ci sarà una vera e propria rivoluzione. Credo che supereremo le malattie e l’invecchiamento. Quindi allacciate le cinture di sicurezza. Evitate gli sport estremi. Potete anche voi… Credo che siamo a dieci, dodici, forse quattordici anni di distanza dal momento in cui aggiungeremo più di un anno ogni anno. Non solo all’aspettativa di vita alla nascita, ma a quella rimanente, raggiungendo così un punto di non ritorno. Ora, la speranza di vita è un fenomeno statistico Insomma, potreste comunque essere colpiti dal proverbiale tram, domani. Ma stiamo lavorando anche su questo, con le macchine autoguidate. Quindi penso che la prospettiva stia cambiando, e che avremo un grande potere tra dieci anni. A venti anni da oggi sarà un mondo completamente diverso.

Lasciati guidare – Intervista a Deepak Chopra

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Deepak Chopra sta iniettando pace nel mondo attraverso cicli di meditazioni guidate. In Italia è appena arrivato quello nuovo: il potere delle energie vitali.

Lei da molti anni connette l’antica conoscenza dei Veda alle tecnologie avanzate che studiano i meccanismi del cervello umano. In che modo ha potuto misurare e valutare gli effetti positivi della meditazione?

Valutiamo i benefici per la mente e per il corpo attraverso la crescita del benessere personale. Per esempio, siamo in grado di vedere marker metabolici e ormonali associati alla diminuzione delle infiammazioni nel corpo dopo la meditazione. Possiamo anche misurare l’aumento della telomerasi, enzima che preserva la lunghezza dei telomeri, strutture che supportano la salute delle nostre cellule.

Quali sono le regole d’oro per trarre massimo beneficio dalla meditazione?

La base per godere al massimo dei benefici della meditazione non è di forzare o spingere la mente concentrandosi sui pensieri o resistendoli. La meditazione è un’opportunità per la mente di essere presente e consapevole della sua stessa natura. Come dico sempre, non è un modo per chetare la mente, bensì un modo per entrare nella quiete che è già li. Per una meditazione riuscita dobbiamo semplicemente seguire la pratica con totale agio.

Come sta crescendo la massa critica attraverso le sue meditazioni guidate?

La partecipazione ai 21 giorni di meditazione è cresciuta rapidamente negli ultimi anni. A oggi più di 4 milioni di persone nel mondo vi hanno preso parte, scoprendole online, sui social media e attraverso il passa parola.

Quale area del mondo partecipa di più?

Attualmente il Nord America, ma sta crescendo la partecipazione in tutti i paesi di lingua inglese, nell’Europa Occidentale, in Australia e Nuova Zelanda.

Natura ispira, genio crea

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Nell’ottobre del 2002, in una piccola stanza bianca alla periferia di Milano, ebbi il piacere di intervistare l’uomo che crea i più bei gioielli al mondo. Nello spazio più scarno che si possa immaginare, noi 2 e sul tavolo bianco il più grande libro mai visto – la raccolta dei suoi lavori. Un’esplosione di meraviglia – puro talento, stupefacente bellezza, anticipazione di quanto , settimane dopo, sarebbe stato esposto alla Somerset House di Londra.
Protagonisti di quell’incontro non furono i gioielli ma lui, l’artista, soprattutto l’uomo. Un uomo che si racconta poco, che si realizza nel fare.

Questo è l’articolo, pubblicato su Specchio della Stampa nel novembre del 2002:

C’è chi insegue la fama e chi, come Joel Arthur Rosenthal, se la trova addosso. E’ un artista, crea i gioielli più sorprendenti al mondo, ma non rinuncerebbe mai alla sua impresa di 4 dipendenti. Schietto e riservato, dal giorno in cui aprì il piccolo negozio in place Vendome a Parigi, 25 anni fa, ha lasciato che fossero solo i suoi oggetti, sublimi e unici, a raccontare il suo talento. Attorno a tre anelli, le sue prime creazioni, è nata una catena di persone che, rapite dalla bellezza dei suoi gioielli, vogliono vederne altri. “Feci il quarto anello, un paio di orecchini, e, dopo tre anni, avevamo seri collezionisti che ci chiedevano pezzi,” ricorda Rosenthal. Da decenni arriva gente che preme il dito sul pistillo della bronzea camelia, nel passage della celebre piazza. Il campanello suona solo all’interno, e, se la porta si apre, come in un club esclusivo, viene chiesto: “come ha saputo di noi?”. Solo Joel e il socio Pierre Jeannet decidono chi varca la soglia del regno di JAR. Ogni pezzo è unico e irripetibile, e ciascuno dei  400, esposti al pubblico, alla Somerset House di Londra, fino al 26 Gennaio, è stato scelto o realizzato, per chi lo possiede, insieme a Rosenthal stesso.

“Se una donna entra nel mio negozio e prova un gioiello che non le sta bene, non esito a dirlo”, racconta, “Parte del mio mestiere è vedere come verrà portato. Molte donne non sono consapevoli di come appaiono, ma sanno come vorrebbero apparire.”

Il gioiello è un oggetto d’arte molto intimo, e, nel mondo di JAR, il sovrano Joel ha incantato collezionisti e ha coltivato sincere amicizie. “E’ bellissimo avere a che fare con persone che desiderano fortemente una cosa che tu hai creato. Ti dà l’opportunità di farle reagire,” dice,

“nell’intimità del mio spazio la gente sente che non c’è bisogno di recitare. Si supera in fretta il gioco delle parti, per andare al cuore delle cose, e questo piace tanto a me quanto agli altri.” Così, per il suo illustre e devoto clan, Joel è un creatore sublime e un amico vero, che sa dare, perché, da sempre, sa quello che vuole. Nato nel Bronx 59 anni fa, figlio unico, è stato educato alla libertà. “I miei genitori mi hanno sempre incoraggiato a fare ciò che volevo, ciò che mi rendeva felice, e questo mi ha dato una base di partenza molto solida ”. Da bambino sceglieva di dipingere con la stessa sicurezza con cui oggi cura, anche per anni, la complessa realizzazione di un’ idea. “Bisogna avere forte perseveranza e fedeltà, sia per amare una persona, che per creare un gioiello, o scrivere un testo. Come gli uccelli che migrano, so dove andare”. I gioielli di JAR esulano da mode ed epoche, la loro bellezza è fuori del tempo e misteriosa. Nelle spille e negli orecchini, nei colliers e nei bracciali, metalli nobili e poveri, le pietre preziose e quelle semplici si esaltano per l’ incontro inatteso, e fanno magie. Ametiste e opali, sono fiere di convivere con zaffiri e rubini, sulle ali di una farfalla. L’alluminio, orgoglioso di essere plasmato da mani tanto sapienti, si flette morbido e leggero, nella pecora dagli occhi blu. Nelle trame delle montature, spesso invisibili, JAR tesse le sue pietre come fossero raggi di luce, e nasconde gemme preziose per regalare, a chi indossa i suoi oggetti, emozioni di raffinata intimità: “dedichiamo anche sei anni a realizzare un gioiello, ma deve sembrare che ci sia voluto un attimo. Se si scopre troppo il lavoro che c’è dietro, smontiamo tutto e ripartiamo da capo”. E’ con la stessa apparente  semplicità che Rosenthal si presenta: abiti informali, capelli ricci, bianchi e leggermente arruffati, sguardo penetrante e sincero.  Ma la sua vera natura la riserva a pochi. “Tempo fa erano venute da me due persone che, dopo una lunga visita, confessarono di aver sentito dire che ero una sorta di mostro. ”Dovremo sfatare questo mito”, esclamarono, “raccontare che sei l’opposto di quel che si dice”! Se farete cosi, non vi lascerò più entrare nel mio negozio!, risposi”.

Il regno di JAR è un covo, un piccolo labirinto di stanze senza finestre, le pareti foderate di velluto. All’ingresso si affacciano due porte, ma è una sola che conduce alla stanza di Rosenthal. Dietro la scrivania, la porta al mondo incantato, dove il creatore mostra le sue preziose sculture.

Il successo di JAR , come nella ricetta squisita di un grande chef, nasce da molti ingredienti calibrati al punto giusto: l’ impazienza, che lo  ha portato a non riprodurre mai un oggetto due volte ; il suo occhio critico e raffinato, che sa cogliere e ricreare i dettagli più sorprendenti ; i materiali di eccellente qualità, combinati con estro e montati con straordinaria abilità ; l’atteggiamento, non costruito, ma voluto, per selezionare chi avrà i suoi gioielli.

Sono circa settanta i pezzi che JAR produce in un anno. La casa  d’aste Christie’s, che sponsorizza la mostra a Londra, ha battuto gli oggetti di quei pochi, al mondo, disposti a vendere, a cifre che hanno superato fino a quattro volte il prezzo originale. E’ un fatto  straordinario per un artista vivente. Il fascino di questo uomo singolare è tanto più sorprendente quando si considera la sua storia.

Bambino prodigio, con buone opportunità per esprimersi, ama soprattutto dipingere.  Gioca col colore in trasparenza:“riempivo bicchieri con gli acquarelli, li mettevo alla luce, ci guardavo attraverso”. A Harvard studia storia dell’arte e filosofia, ma è il cinema che lo attira di più. All’università  conosce Otto Preminger, che gli offre di lavorare sul set di “Hurry Sundown”, ma il suo sogno è fare un film con Anna Magnani, e scrive la sceneggiatura. “Avevo ventitre anni. Andai a Roma, e bussai alla sua porta di casa. Pensa fare così oggi!. Aprì una donna un po’ bisbetica. “Vorrei parlare con la signora Magnani”, dissi. Tornò dopo pochi minuti e mi fece entrare. La Magnani era accattivante, avvolta in una nuvola di Narcisse Noir (un profumo di Caron, ndr) e circondata dai suoi gatti persiani. “Ho scritto un soggetto per lei”, dissi con voce tremante. “Il mio inglese non è molto buono,” rispose, ma lo leggo volentieri. Torni fra qualche giorno.” Per un anno Rosenthal lavorò al progetto, con un budget di 400.000 dollari, il film non si fece, ma fu una bella esperienza, ricca di viaggi e incontri. La scrittura resta tuttora una grande ambizione di Rosenthal:  ha pubblicato alcuni racconti, ma la sfida più grande è finire un romanzo iniziato otto anni fa. Nel 1973 si trova  a Parigi, e decide di aprire con l’amico Pierre Jeannet, laureato in psicologia, un negozio di piccolo punto. Entrambi  dipingono, e sulle tele bianche danno libero sfogo alla fantasia. Jeannet è in attesa che si liberi una posizione per lui in uno studio medico, Rosenthal è trasportato dall’entusiasmo per la nuova idea, in attesa di compiere un grande passo. I due conquistano le parigine con disegni insoliti e lane tinte in una vasta gamma di colori. “Le signore ci chiedevano sempre lezioni di piccolo punto, e io restavo incantato dalle pietre dei loro anelli che volteggiavano sotto i miei occhi, metre cucivano. Capii che il mio unico vero desiderio era disegnare gioielli”. Era il 1975. Oggi JAR è considerato il miglior gioiellere vivente.