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Greenews – Intervista a Cristina Gabetti

By rassegna

INTERVISTATORE: Nel suo ultimo libro affronta il tema dell’empatia come punto di partenza per costruire una nuova società. Può spiegarci meglio il concetto?

CRISTINA: L’empatia è la nostra naturale predisposizione a essere connessi con gli altri. E’ ciò che ci consente di sentire ciò che sente l’altro, e mi pare un veicolo strategico per diffondere il piacere di essere parte integrante della vita. Sono anni che ricerco, sperimento e diffondo soluzioni per evolvere verso un futuro di prosperità per tutti, ma la qualità del fare emerge da un modo di essere. Nel mio nuovo libro A Passo Leggero coniugo esperienze vissute a più prospettive con la voce scientifica di Giacomo Rizzolatti, scopritore del neurone specchio, o neurone dell’empatia, e i disegni dell’artista Ramuntcho Matta, con l’intento di stimolare ogni piano dell’essere, affinché chi legge possa riconoscersi e possa sentirsi invitato a entrare in sintonia con l’onda di rinnovamento che scuote il nostro pianeta. E’ molto facile perdere la bussola, sentirsi scoraggiati, disorientati, ma credo che con piccoli esercizi di introspezione e circospezione sia possibile scorgere spiragli di luce e illuminare nuovi percorsi possibili.

I: Come si è avvicinata all’ambiente?

C: Mi sono sentita chiamata, in quanto madre, ad alleggerire la mia impronta ecologica in modo da contribuire a colmare la voragine tra ciò che sappiamo e come ci comportiamo. Strada facendo, ho avuto prova del potere cumulativo dei nostri gesti, e il potere che abbiamo, attraverso scelte che nascono dal cuore e dal desiderio di conoscere la lunga filiera di effetti che queste hanno sugli altri, di fare la differenza. La matrice del mio impegno è nel fare, cosciente del lusso che abbiamo di poter ancora scegliere, e con il senso d’urgenza di fare il più possibile per scongiurare il peggio….

I: Quali sono i piccoli gesti quotidiani che compie per tenere una condotta ecosostenibile?

C: Ogni mia scelta è mediata dalla coscienza e dalla conoscenza. Faccio del mio meglio per sostenere filiere che rispettano la salute di chi lavora e dell’ambiente, e laddove sono costretta a compromessi, punto sulla qualità sacrificando la quantità. I miei libri, e la rubrica Occhio allo spreco, che ho scritto e condotto per 5 anni a Striscia la notizia, sono zeppi di azioni pratiche. Quando il desiderio di vivere a passo leggero si manifesta, le soluzioni si trovano. Bisogna essere aperti, curiosi e creativi. E quando le risorse singole non consentono di arrivare alle scelte desiderate, entra in gioco il sostegno della comunità.

I: Come trasmette ai suoi figli il valore del rispetto per l’ambiente? e loro come lo recepiscono?

C: Vivendo. La migliore forma di educazione è l’esempio.

I: Nel corso della sua vita ha avuto modo di vedere realtà diverse: New York, Connecticut, Torino, Milano, adesso recentemente la California. Che tipo di sensibilità ha riscontrato e riscontra nei confronti dell’ambiente in tutte queste realtà?

C: La società americana è più veloce e di conseguenza le buone pratiche si diffondono rapidamente. Noi italiani viviamo in un paese naturalmente predisposto alla sostenibilità che non mettiamo a sistema. Anche se i comportamenti eco sensibili dovrebbero essere un punto di partenza e non una meta, le mode aiutano a promuovere il cambiamento, e in un mondo che sembra aver perso il giusto ordine di priorità, è utile usarle per velocizzare una transizione necessaria. Dunque, abbracciamo le soluzioni a noi più consone, valorizzando le opportunità che abbiamo a portata di mano.

I: Che tipo di cultura ambientale pensa ci sia al momento in Italia? quanto c’è ancora da fare?

C: La cultura ambientale deve uscire dalla nicchia, ma le rendite di posizione rallentano il processo. Guardo ai piccoli progressi con la speranza che si sommino fino a raggiungere un punto di svolta su larga scala. Più che mai la perseveranza di chi applica soluzioni a prova di futuro è necessaria per aprire gli occhi a chi non sa vedere i benefici a lungo termine.

I: Ci racconta della sua esperienza con la Singularity University?

C: E’ stata dirompente, stimolante, impegnativa. Abbiamo raccolto storie incredibili che vanno in onda nella rubrica Occhio al Futuro a Striscia la notizia e sul Corriere.it: mezzi di trasporto capaci di superare l’incubo del traffico, o di consegnare medicinali in luoghi irraggiungibili, tecnologie diagnostiche e progetti per portare le piante sulla luna. La sintesi dell’esperienza è che ho compreso quanto oggi è necessario abbattere le barriere tra i saperi, perché le soluzioni più interessanti nascono dalla collaborazione di menti e talenti diversi.

I: Lei ha anche curato delle pubblicazioni per bambini: quanto le famiglie di oggi educano i loro figli al valore della sostenibilità?

C: Sono felice perché il mio libro Tondo come il Mondo (Giunti Progetti Educativi e Fondazione Ambienta) viaggia da 4 anni nelle scuole italiane e sta sostenendo la conoscenza pratica di centinaia di migliaia di bambini. Imparano, sperimentano ed elaborano, assistiti da insegnati generosi e ispirati, per poi portare in famiglia i risultati di quanto appreso. A volte, per i grandi, cambiare significa prima disfarsi di abitudini sbagliate, mentre per i bambini il percorso è più breve.

I: Secondo lei l’esplosione tecnologica e social può essere di aiuto alla costruzione di uno stile di vita e di una società innovativi?

C: Sono un’arma a doppio taglio. Le buone idee possono diventare virali sul web, con le tecnologie possiamo raggiungere persone lontane e con loro collaborare, però rischiamo, se non le gestiamo con cura, di perdere destrezza e manualità, il contatto diretto con le persone, la capacità di dialogare e di accogliere i tempi morti, che danno respiro alle intuizioni.

I: Cosa significa per lei decrescita felice?

C: Significa consumare meno e vivere meglio, come recita il sottotitolo del mio secondo libro Occhio allo Spreco. Indica un fenomeno che preme dal basso, un antidoto alla cultura dell’eccesso ma anche una naturale conseguenza della crisi economica. Credo però che per evolvere collettivamente dovremo cambiare il significato della parola crescita, passando da un indice quantitativo a uno qualitativo. Cioè, crescita evolutiva.

I: Qual è il sogno ambientale più grande che vorrebbe realizzare?

C: Non è un sogno individuale bensì collettivo. Sogno una società rigenerante, rispettosa, prospera, capace di onorare i diritti fondamentali dell’uomo e della Terra, e accolgo ogni opportunità possibile per contribuire a renderla concreta. Vorrei aprire un dialogo collettivo sull’impatto che le tecnologie stanno avendo sulla qualità della nostra vita e delle relazioni, sulle opportunità che possiamo abbracciare per accelerare il cambiamento che vogliamo, e mi piacerebbe fare un programma radiofonico, perché è uno strumento adatto per condividere esperienze e per elaborarle.

Greenews – 2014

BioEcoGeo – Intervista a Cristina Gabetti

By rassegna

Giulia Berrini: Grandi novità per questo tuo autunno: un viaggio “lontano” nella Silicon Valley e uno vicino…dentro gli esseri umani (noi stessi). Due mondi diversi che però forse ti hanno portato alla stessa conclusione: è necessario tornare a vivere il qui e ora. Soprattutto nei rapporti con le persone e con il proprio essere.

C: E’ così. Il nostro cervello lineare non è in grado di metabolizzare i cambiamenti esponenziali in atto: da un lato, quelli dei sistemi naturali, che abbiamo sovvertito e che adesso dobbiamo sanare, dall’altro quelli tecnologici, che offrono grandi opportunità, se sappiamo coglierle. Il motore delle giuste scelte è la nostra identità, e la nostra coscienza è la bussola. Chi siamo? Dove vogliamo andare? Gli esercizi di introspezione e circospezione raccolti nel mio nuovo libro A Passo Leggero nascono dal desiderio di aprire nuove prospettive sul valore del nostro agire, e il viaggio nella Silicon Valley è stato per me una conferma di quanto è importante lavorare su noi stessi per sviluppare resilienza e pensiero creativo. Alla Singularity University ho capito quanto è necessario abbattere le barriere tra i saperi, perché le soluzioni più interessanti nascono dalla collaborazione di menti e talenti diversi. Individui consci, svegli, insieme ad altri, mossi dagli stessi principi, possono arrivare lontano. Occorre agire ora con una visione a lungo termine.

GB: Dopo più di cinquant’anni in cui abbiamo fatto di tutto per globalizzarci e uniformarci (a livello politico, economico e sociale), pensi saremo davvero in grado di tornare a impegnarci e a vivere in una dimensione più piccola?

C: La multidimensionalità appartiene al nostro tempo. Della globalizzazione scelgo di apprezzare le opportunità: potersi connettere con persone lontane, vedere il lavoro di comunità distanti migliaia di chilometri ma vicini nello spirito, e questa forma di impollinazione culturale contribuisce a moltiplicare pratiche, esperienze e storie di valore. Dall’altra, nella vita quotidiana, è a livello locale che troviamo le occasioni migliori per rigenerarci ed essere rigeneranti: a contatto con i nostri luoghi di appartenenza, con le persone e le cose a noi vicine. In sostanza, sconfinati con la mente e col cuore, pro-attivi dove viviamo, con il desiderio di avere un impatto positivo laddove lo possiamo monitorare.

GB: Parliamo ora del Neurone a Specchio del Prof. Rizzolatti. In un mondo più empatico, credi sarà più semplice far circolare le buone pratiche per l’ambiente? Basterà farsi vedere molto attivi per coinvolgere ad esempio le persone nella raccolta differenziata, nella gestione di un orto pubblico o nel minor utilizzo della propria auto?

C: Ho voluto mettere la conversazione con il Professor Rizzolatti al centro di A Passo Leggero perché conferma che sviluppare empatia è strategico per costruire la società che vogliamo. “La nostra società ha bisogno di empatia come nessuna prima”, dice. E’ una conversazione ricca di sorprese, rivelazioni, e conferme. Secondo il neuro scienziato Vilayanur Ramachandran, sono stati proprio i neuroni specchio a favorire il cosiddetto “big bang” culturale avvenuto 50, 100.000 anni fa, quando in un tempo relativamente breve l’homo sapiens inventa il fuoco e il linguaggio e comincia a servirsi degli utensili. E’ chiaro che oggi occorre un nuovo big bang culturale. E l’empatia ci è innata, occorre solo risvegliarla e lasciare che ci connetta con gli altri. Sperimento quotidianamente il potere dell’empatia, e anche quello della gentilezza. Quando riusciamo a controllare l’impazienza, il fuoco reattivo, tutto si dispone meglio, ed è in quello stato che siamo in grado di costruire insieme agli altri. Poi, che basti l’empatia per diffondere una buona ed efficiente raccolta differenziata, promuovere l’orticoltura o un minor utilizzo della propria auto è riduttivo, perché le resistenze sono immense. Resistenze, però, che sovente troviamo in noi stessi. Abbiamo tutte le soluzioni necessarie per diventare rigeneranti, per smetterla di distruggere la vita in senso lato. Allora, facciamo del nostro meglio, con coraggio e con fiducia. E’ la nostra migliore scommessa. 

GB: Nel tuo viaggio nella Silicon Valley, quali sono state le invenzioni che più potrebbero aiutare il nostro pianeta? E quali sarebbero applicabili in Italia?

C: Tante: reti di trasporto veloce a trazione magnetica per superare l’incubo del traffico, reti di distribuzione per medicinali in luoghi irraggiungibili, strumenti medici portatili che cambieranno il nostro modo di curarci, robot che cambieranno il nostro modo di lavorare. Alla Singularity University, che ha sede presso il campus di ricerca e sviluppo a NASA Ames, sono andata a scuola di futuro, ho capito quanto le tecnologie esponenziali, quelle che stanno evolvendo alla velocità della luce, stanno offrendo strumenti potentissimi e di quanto il nostro pensiero creativo sia necessario per metterli a buon uso. E nella Silicon Valley ho incontrato ragazzi ispirati che stanno mettendo buone idee a servizio dell’umanità. Ho raccolto tante belle storie che sono in onda nella mia nuova rubrica Occhio al Futuro a Striscia la notizia e sul Corriere.it. Ogni tecnologia è implementabile in Italia, ma la sfida è di regolamentarle e integrarle nella società. E qui, non ci resta che pregare….

GB: E ora il tuo nuovo libro: A passo leggero. Un libro che ogni genitore dovrebbe leggere con i propri figli. L’hai pensato in quest’ottica?

C: Chi sta passeggiando con me, e con Ramuntcho Matta che ha realizzato disegni stupendi, arricchendo i percorsi con il tuo tratto poetico, ironico e provocatorio, mi racconta di esperienze piene, autentiche, e si riconosce. Parlo di rapporti familiari, di affetti, incontro persone interessanti che offrono prospettive insolite sulla vita e sulle cose, quindi è un libro adatto a tutti. Mi piace la tua immagine della famiglia riunita, e di una voce che legge.

GB: Infine, un augurio per la nostra generazione che è l’unica che davvero può fare qualcosa per consegnare un Pianeta vivibile ai nostri figli.

C: Coraggio. Non c’è tempo da perdere. E non possiamo permetterci di essere pessimisti.

Intervista di Giulia Berrini su BioEcoGeo – Dicembre, 2015

Roberto Gabetti , l’architetto che amava i Lumi e la tradizione

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E’ una serata di fine maggio. Il cortile del Castello del Valentino è ormai deserto, abbandonato dopo l’ennesima occupazione. Camminando Roberto sussurra «Sai Carlo mi sento davvero un girondino!». Anche in quel clima, ormai arroventato del 1974, in cui era facile diventare manichei, Roberto Gabetti non rinunziava a credere in un possibile processo riformatore. Non ad una riforma salvifica, come allora e oggi si invoca da opposte posizioni. La riforma poteva realizzarsi, solo se non dava nulla per acquisito e concluso, se non si incentrava in un unico atto. D’altronde a Gabetti non piacevano i manifesti, le semplificazioni, le bandiere.
Si decantava in quella posizione la sua quasi irriducibile dicotomia culturale: l’essere insieme illuminista e cristiano, socialmente e istituzionalmente impegnato. Un intreccio che si ritrova nei suoi scritti e nel suo fare l’architetto. Il Settecento era il suo campo di studi prediletto e l’Encyclopédie il suo riferimento più ricorrente. Come l’architettura sacra era uno degli oggetti del suo impegno civile e professionale, dall’accompagnare l’attuazione del Vaticano II nella commissione d’arte sacra II sino all’essere il «guardiano» della Consolata. Ed è proprio coltivando la sua passione per l’illuminismo, che si apre per Gabetti, la contraddizione probabilmente più complessa: l’amore per la storia e il fascino per la tradizione. Roberto Gabetti ha però sempre tenuti distinti il suo lavoro di storico e la sua professione.
Non solo perché la seconda la ha sempre condivisa con Aimaro Isola. Sapeva e praticava la differenza di codici che i due mestieri gli imponevano, quando si occupava di un lungo eclettismo, che proprio nell’Encyclopédie ritrovava le sue radici o quando doveva fare i conti con la storia dei modelli culturali dominanti, progettando e costruendo. E non a caso, Gabetti e Isola, come architetti, condividevano un approccio alle storie, non agli storicismi, un approccio fatto di ricerche fuori dalle genealogie consuete, di un interesse, quasi ossessivo, per i luoghi, ma anche della capacità di non rimanere prigionieri di provincialismi o di tendenze. La loro architettura rimane lontana dal manierismo di se stessi, come dalle formule con cui troppi li incapsulavano, come il neoliberty, nelle pratiche professionali come nelle leggende metropolitane o nazionali: grazie anche ad un’ironia presa quasi in prestito dagli aforismi di Anouilth.
Roberto Gabetti era in effetti un gran consumatore di romanzi e di letteratura francese. Con il suo lieber meister, Carlo Mollino, condivideva la passione per Proust e per Valéry, a differenza di Mollino non amava Mallarmé, ma Balzac. E la Biblioteca Centrale di Architettura ne porta ancora tutte le fortunate tracce. Ma la sua doppia formazione non si manifestava solo, quando era alle prese con la storia. Roberto Gabetti è stato membro e animatore dei mercoledì Einaudiani, amico oltre che collaboratore di Giulio, che amava sfidarlo proprio sul suo terreno: quello dell’architettura. E di un’architettura interamente politechnicienne. Un’appartenenza che lo ha indotto, in vari momenti della sua vita, a ricercare i fondamenti di quella cultura, per criticarne, da vero illuminista, la matrice positivista e la formulazione binaria delle sue tesi, rivendicandone una diversa genealogia, probabilistica, se non clinica: per ricordare una fortunata metafora che Gabetti spesso usava per descrivere il suo essere indagatore prima che tecnico o docente. Nella sua pratica di professore, l’appartenere ad una scuola politecnica si traduceva nella passione per la costruzione, non tanto per i linguaggi e le forme, per la scienza delle costruzioni attraverso cui era entrato al Politecnico, ma anche nella padronanza di quella mise en intrigue di scienze e simboli, di storie e usi che impongono i più sofisticati restauri, di cui la palazzina Juvarriana di Stupinigi è ancora il «suo» cantiere in corso.
Gabetti, si muoveva nei difficili rapporti tra Soprintendenze, amministrazioni, imprese, con il sorriso e l’ironia, che ne hanno fatto per decenni quasi il sacerdote nascosto di quelle stanze, così spesso rappresentate come luoghi unicamente di scontri e dinieghi.
L’impegno, anche se oggi solo l’uso di quel termine appare desueto, nella scuola, lo esercitava con una razionalità degli scopi al limite della crudeltà volterriana, con una passione di testimone di un modo di interpretare l’insegnamento, al limite del paragrafo 2-6 della lettera di San Paolo ai Romani, «Il quale (Dio, ndr) renderà a ciascuno secondo le sue opere».  E per questo che è rimasto nella memoria di tanti davvero un maestro, aspro, pungente, a volte lontano, ma sempre disponibile al confronto.
Un impegno che aveva nella didattica il suo fulcro, ma non l’unico terreno. Gabetti ha partecipato alla vita dell’Ateneo, alla parabola che da scuola di pochi e per pochi è passata alla scuola di massa, senza lasciar spazio ad alcuna inclinazione per l’esclusione: e lo ha fatto nelle aule, nelle assemblee, nei consigli di facoltà, nelle commissioni di ateneo, nella vita quotidiana della scuola.
Forse la dedica a lui della Biblioteca centrale della facoltà Roberto Gabetti, coglie non solo il lavoro certosino e la sua capacità di mobilitare intorno ad essa altri: come Giovanni Brino, Elena Tamagno, ma anche studiosi non della scuola, come Andreina Griseri. Costruire una biblioteca riassume le diverse anime di un impegno che contraddistingue quella generazione di azionisti, cattolici, comunisti che credevano fortemente nella restituzione agli altri dei doni che la fortuna o Dio, la famiglia o le esperienze politiche avevano così ampiamente loro riservato.
Carlo Olmo
La Stampa, 29 giugno 2014

L’enorme potenziale dei miceti

By ecology, sdg 12, sdg 15, sdg 2, sdg 3, sdg 9

La degradazione del suolo è un problema molto importante, la cui causa principale è l’inquinamento da parte di metalli pesanti, oli o idrocarburi che rendono inutilizzabili circa 340mila siti in tutta Europa.
Alla Mycotheca dell’Università di Torino sono conservati oltre 6.000 ceppi di miceti (funghi), provenienti da tutto il mondo. Rappresenta una delle più importanti banche di biodiversità fungina in Italia, dove studiano l’enorme potenziale di questa specie. In collaborazione con il progetto europeo LIFE Biorest, si stanno occupando del biorisanamento di 18 ettari a Fidenza.

Parte I

Cristina: Siamo alla Mycotheca di Torino che fa parte del Dipartimento di Scienza della Vita e Biologia dei Sistemi per raccontarvi quanto sono potenti ed efficaci i funghi. State lavorando ad un importante progetto con l’Unione Europea, ce lo racconta?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Certo, si tratta del progetto Life Biorest, volto alla depurazione di siti contaminati. La contaminazione del suolo è un problema enorme a livello mondiale ed europeo. Per darvi un numero, in Europa ci sono più di 200.000 siti contaminati, meno del 20% in questo momento sono diciamo trattati. Il progetto si svolge nel comune di Fidenza, è uno dei cosiddetti SIN, quindi i siti più contaminati in Italia. Abbiamo selezionato una serie di microrganismi, nel nostro caso funghi, per la loro spiccata capacità di degradare inquinanti.

Cristina: Come funziona questa depurazione?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Questo funghi li abbiamo isolati, fatti crescere dandogli da mangiare esclusivamente i contaminanti di questo suolo come ad esempio il pirene, il naftalene e fenantrene, poi abbiamo dimostrato come questi funghi si sono così adattati all’ambiente contaminato che preferiscono mangiare questo tipo di inquinante piuttosto che molecole come il glucosio. Li abbiamo selezionati poi per la capacità di poter crescere su substrato a basso costo, perché uno dei problemi più importanti è di far vivere e vegetare i microrganismi nel suolo. Quindi i microrganismi selezionati per le loro capacità degradative vengono poi miscelati al suolo e attraverso un sistema di questo genere vengono poi creati dei grossi cumuli di circa 1 tonnellata di suolo che viene mantenuto in condizioni controllate di temperature e umidità per un periodo che va dai 3 ai 6 mesi. L’utilizzo di questo microrganismi permette di degradare una quantità molto maggiore di inquinanti e di abbreviare i tempi di trattamento, riducendo quindi anche i costi del trattamento stesso.

Cristina: Su questo terreno poi si potranno edificare case, si potrà vivere in modo sano?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Questo processo prevede anche una rivegetazione, quindi l’Università Cattolica di Piacenza sta selezionando una serie di piante che siano ben adattate a questi suoli. Nel momento in cui la popolazione vedrà che i microrganismi prima hanno degradato la maggior parte degli inquinanti e che le piante si accrescono su questo suolo, avrà la percezione visiva che il sito è stato veramente pulito in modo definitivo. L’area è molto vasta, di circa 18 ettari, e a causa dei bombardamenti che ci furono durante la seconda guerra mondiale gli inquinanti si spingono fino a 28 metri di profondità, quindi un volume di suolo da trattare veramente enorme.

Cristina: Quando decreterete i primi risultati?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: I risultati che abbiamo ottenuto fino ad adesso nelle prove preliminari sono assolutamente positivi.

Parte 2

Cristina: Siamo tornati alla Mycotheca di Torino perché qui c’è la più importante collezione di ceppi di funghi d’Italia. Stanno lavorando a tantissime applicazioni, veramente strategiche per il nostro futuro, ma la cosa più interessante ancora è che di questo regno, perché così sono classificati i funghi, si conosce solo il 10%. Quali altre virtù ci vuole raccontare su questa importante popolazione di organismi?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: I funghi, oltre che essere bellissimi sono bravissimi e li stiamo utilizzando per studiare la degradazione di tantissimi contaminanti. Un esempio molto recente è la degradazione delle materie plastiche, ci sono tanti tipi di materie plastiche anche le cosiddette bioplastiche quelle biodegradabili in realtà non sono completamente biodegradabili, la normativa si sta evolvendo nel tempo ma diciamo che ad oggi una plastica per essere biodegradabile deve avere il 40% di materiale biodegradabile che diventerà il 50% il prossimo anno il 60% nel 2020. Questo vuol dire che noi dobbiamo favorire questa degradazione, selezionando dei microrganismi in grado di degradare proprio queste materie plastiche e quindi di favorire il loro utilizzo anche in processi come quelli del compostaggio. Stiamo lavorando anche sulle microplastiche in mare, ci sono dei progetti europei per isolare ed identificare microrganismi associati a questo ambiente acquatico ed anche in questo caso per identificare i microrganismi e gli enzimi coinvolti in questa degradazione.

Cristina: Poi c’è anche tutta una classe di sostanze chimiche che non sono proprio favorevoli per la nostra salute di cui vi state occupando.

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Si in effetti per rimanere nell’ambito acquatico, in questo momento si parla tanto dei cosiddetti interferenti endocrini, sono migliaia da molecole presenti a bassissime concentrazioni nelle nostre acqua. Parliamo di microrganismi a nanogrammi che possono avere degli impatti sulla salute delle persone. Facendo un esempio, lo sviluppo sessuale precoce nei bambini oppure l’obesità infantile. Ovviamente sono ancora cose che devono essere dimostrate in modo certo in campo medico ma insomma il pensiero comune è che quelle molecole presenti nell’ambiente abbiano un ruolo non indifferente. I funghi sono bravissimi nel degradare queste sostanze e quindi a ridurre la tossicità dei reflui civili e dei reflui industriali.

Cristina: Alcuni sono molto promettenti anche in ambito farmaceutico e di cosmetica.

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Assolutamente si, i funghi producono milioni di metaboliti secondari che hanno attività farmacologiche e quindi ad esempio stiamo studiando le possibilità di coltivare alcuni funghi per produrre nuove molecole ad attività antibatterica, antivirale o con attività antitumorale. In particolare i funghi e, se vogliamo, i funghi provenienti dagli ambienti marini sono in questo momento tra gli organismi più studiati al mondo per la produzione di queste molecole.

Cristina: E poi concludiamo con il piacere di mangiarli. Non ci sono solo i porcini ma..

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Probabilmente i funghi sono il cibo del futuro attraverso la produzione delle cosiddette micoproteine. Cibo ideale per eccellenza, ricco di proteine, con poche calorie, ricco di fibre e privo di colesterolo.

Cristina: Un universo da scoprire. Occhio al futuro.

In onda 16 e 23-2-2019

Tools for future-proof development

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È stato emozionante e arricchente assistere allo sviluppo di Broken Nature. Paola Antonelli ha creato un ecosistema di scienziati, ricercatori, designer, pensatori, innovatori e attivisti che si interconnettono per “promuovere l’importanza delle pratiche creative nel rilevare i legami della nostra specie con i sistemi complessi del mondo e progettare riparazioni quando necessario, attraverso oggetti , concetti e nuovi sistemi”.

Ho partecipato ai 2 simposi che hanno dato il via alla mostra di 6 mesi alla Triennale di Milano a partire dal 1 ° marzo, e ho letto, con grande piacere, i saggi pubblicati su brokennature.org, dove spesso trovo ciò che manca nella maggior parte delle indagini e discussioni su i nostri rapporti con la natura (in tutte le sue forme): un approccio olistico e integrativo. Così, quando sono stato invitata a conversare con la giovane giornalista e ricercatrice Sara D’Agati, per il sito web, mi sono sentita profondamente grata e gratificata.

Sara e io ci siamo trovate così bene che dopo un incontro di 3 ore, ne abbiamo programmato un altro. L’esperienza mi ha rassicurata. Impegnandosi in un dialogo aperto e approfondendo l’abbondanza di idee e pratiche, c’è un filo comune che può promuovere con successo una collaborazione mondiale per aiutare l’umanità a evolversi verso l’Era della Conoscenza. Abbiamo tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno, deve solo essere organizzato ed esposto in modo organico.

Il design riguarda la comunicazione – a questo effetto Age of Entaglement di Neri Oxman è una lettura obbligata – e se possiamo fornire fatti ampiamente accessibili, offrire scelte attraverso storie, esperienze e cose che provengono dal desiderio di ripristinare, potremmo avere una possibilità . Sono onorata di avere una voce in questa arena e non vedo l’ora di imparare dal cast impressionante di personaggi che Paola sta orchestrando. Grazie! Siamo qui e siamo pronti.

Per leggere la conversazione su brokennature.org, clicca qui.

Ramuntcho Matta, Terra e Cielo per A Passo Leggero, 2014.

“Running the Numbers” di Chris Jordan

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Uscire dal vortice di abitudini tanto comode quanto dannose è una grande sfida, ma come tutti i cambiamenti, è più faticoso pensarli che affrontarli. Lo sa bene Chris Jordan che, sulla soglia dei 40 anni lascia l’avvocatura. La cultura del consumismo, difesa da avvocato, diventa il soggetto dell’artista di Seattle. Appassionato al lavoro di Andreas Gursky e Richard Misrach, studia il banco ottico, attratto dalla qualità suprema dei dettagli. Come un archeologo post-moderno esplora porti, zone industriali, discariche, fotografa “on location” e in studio. Più si addentra, più vede con chiarezza le contraddizioni, la confusione, l’assurdità di quella che definisce “un’apocalisse al rallentatore”.

Di fronte alle sue fotografie è impossibile restare indifferenti. Le opere di Jordan sono testimonianze concrete di un crescente degrado, coreografato e interpretato con grande sensibilità artistica. La collezione di immagini stupefacenti, da lontano seducono l’occhio; da vicino ingaggiano la mente e colpiscono il cuore.

“Io faccio parte di una comunità di pensatori, artisti e scienziati consapevoli di quanto l’attuale modello di consumo non sia più sostenibile, ma siamo ai margini della società; al centro c’è una potentissima macchina controllata da industrie, aziende e politici che vive in negazione e non percepisce quanto gli effetti del consumismo siano devastanti, non solo per la natura ma per la psiche umana”, spiega Jordan.

Running the Numbers, e Running the Numbers II, in italiano, Diamo i Numeri, sono due serie nate nel 2006 e tutt’ora in corso, che visualizzano le dimensioni grottesche dei nostri consumi attraverso fedeli rappresentazioni di dati e statistiche. Una voracità collettiva di cui nessuno vuol essere responsabile.

“La gente si diverte a scoprire gli strati molteplici delle mie immagini”, dice Jordan. “Durante le mostre s’informa, s’indigna, si entusiasma, ma la motivazione delle persone è come un colpo di remo: crea un piccolo mulinello che pian piano s’allarga poi sfuma e sparisce nella corrente.”

Sappiamo che stiamo distruggendo il pianeta ma i comportamenti non cambiano. Se l’effetto cumulativo dei consumi non è sostenibile, solo la coscienza di ciascuno può valutare il peso dei danni che produce, dando rilevanza all’impatto delle semplici azioni quotidiane.

Jamer Hunt, designer senza confini

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Docente di Transdisciplinary Design alla New School di New York e autore di saggi sull’impatto del design nelle nostre vite, Jamer Hunt ha una formazione da antropologo. Nel 2009 ha fondato (e diretto fino al 2015) il corso di Transdisciplinary Design alla Parsons School of Design di New York. È docente all’Institute of Design a Umeå, in Svezia. Con Paola Antonelli, curatrice di Architettura e Design al MoMA ha ideato il progetto Design and Violence. Nel 2006 ha co-fondato DesignPhiladelphia e nella stessa città ha coordinato il recupero di Hawthorne Park. Il tutto con una convinzione: i problemi complessi si risolvono collettivamente.

L’INTERVISTA A JAMER HUNT SU THE GOOD LIFE ITALIA

Ha la tempra e il fisico del maratoneta e una mente che prospera nella diversità. Antropologo di formazione, Jamer Hunt è entrato nel mondo del design grazie a una serie di coincidenze e sta aprendo orizzonti nuovi su un mestiere che non si occupa solo più di cose ma di sistemi – industriali, territoriali, sociali – e ovunque serva analizzare problemi e concepire soluzioni. Quando nel 2009 ha creato e poi diretto il nuovo Master in Transdisciplinary Design alla Parsons’ School of Design di New York, il titolo era soggetto alle interpretazioni più disparate. “Avviare il programma è stata una grande sfida” racconta, nel giardino della Triennale, dopo una riunione del team curatoriale di Broken Nature, (marzo-settembre 2019, curatrice Paola Antonelli). “Stavamo cercando di prevedere dove andasse l’industria e se i nostri studenti avrebbero trovato lavoro. All’inizio abbiamo insistito che tutti i progetti fossero collaborativi e la ragione, in parte, era di allontanare i ragazzi dalla nozione del designer eroico. Ci sembrava che i problemi, sempre più complessi, non potessero più essere risolti da singoli, bensì collettivamente. Abbiamo verificato sul campo che più gli studenti prendevano le distanze dalla posizione egocentrica del progettista, più si consolidava il legame di gruppo, che ho sostenuto anche fuori dalle aule con cene e momenti di socializzazione. In poco tempo sono diventati solidali, aiutandosi, sostenendosi e scambiando conoscenze. Il risultato è che quando si sono laureati e sono entrati nel mondo del lavoro, si sono facilmente integrati, portando spirito di squadra e adattabilità. Assunti in aziende come designer, in breve tempo hanno contribuito a riprogettarne la cultura, raggiungendo traguardi inaspettati. Comprendendo, durante il corso, le dinamiche interpersonali, hanno maturato un’intelligenza organizzativa. Inizialmente le ambizioni e la preparazione degli studenti erano disallineati con le organizzazioni che li reclutavano. Erano giovani d’età ma maturi per sensibilità, competenza e creatività, però nessuno era disposto ad affidare pianificazioni strategiche a quadri di primo livello. Poi, qualcosa di radicale è cambiato. Organizzazioni quali la Banca Mondiale,il Governo Federale degli Stati Uniti o le scuole pubbliche a Detroit, che non avevano mai pensato di assumere designer, hanno capito che non sono solo utili per rifare l’atrio.” Con soddisfazione Hunt ha visto crescere le opportunità d’impiego per i suoi laureandi. Nel 2016, il programma è consolidato, la sinergia tra studenti e docenti produce progetti notevoli e Hunt, sentendo di non avere nulla da aggiungere, decide di prendere un anno sabbatico lasciando la direzione a Lara Penin, laureata al Politecnico di Milano. La pausa serve a lui e al suo ateneo per capire che il processo avviato è importante e che può continuare in altri corsi: “Il mio nuovo ruolo è Provost per le Iniziative Transdisciplinari – riuniamo studenti di diversi programmi e facoltà. E’ un modo di insegnare che non ha precedenti, attraverso dinamiche co-creative in cui anche i docenti impararano.”

È consueto per Hunt lavorare fuori dagli schemi. Sarà anche per questo che ha collaborato in diverse occasioni con Paola Antonelli. Il loro esperimento curatoriale Design and Violence, durato 2 anni (2013-2015), ha messo in questione il ruolo del design, del designer e del curatore gettando luce sulle nuove e sottili forme di violenza nella società contemporanea. “Abbiamo voluto mettere in discussione i valori eccessivamente ottimisti e l’idea che il design abbia creato solo cose positive”, racconta con il ritmo di chi ama esplorare le proprietà delle parole. “Può fare anche molti danni e una comunità matura dovrebbe essere in grado di avere conversazioni su questo. Portare la mostra online ha creato un’apertura sorprendente e ci sono state diverse conversazioni che hanno cambiato prospettive su ruoli e significati. Non sono mancate sorprese. Un progetto che Paola ed io postammo su come macellare umanamente il bestiame aveva generato tanti commenti e animate discussioni sull’etica di uccidere e mangiare animali. Il nostro ultimo post, sul cocktail chimico somministrato ai condannati a morte, attraverso un’intervista a un uomo che dopo 30 anni fu trovato innocente e che raccontava la sua esperienza nel braccio della morte, ebbe 3 commenti.”

Nel corso della conversazione il nesso tra la formazione di Hunt come antropologo culturale e il suo lavoro attuale appare sempre più chiaro. “Ci sono due cose che mi interessano davvero del design: poetica e politica. Progetti come Design and Violence e Broken Nature ci permettono di riflettere sull’impatto del design nel quotidiano. Sto scrivendo un libro sulla nostra incapacità di cimentarci con l’entità dei problemi nel mondo, e credo che abbiamo bisogno di modi radicalmente nuovi per affrontarli. Sono problemi a cui tutti contribuiamo, ma in maniera difficili da tracciare. Con Broken Nature speriamo di sfidare il sistema, il potere, l’agire e l’autorità che ci hanno portato dove siamo come società umana.”

Qual è l’impatto di un cittadino quando i problemi sono di scala globale? Serve ancora riciclare quando urge ripensare a come progettiamo produciamo consumiamo e smaltiamo le nostre cose?

Quale sarà la sintesi di un team curatoriale che viene dall’Africa, l’Asia, e le Americhe su Broken Nature (Natura Rotta)? “Noi occidentali abbiamo nozioni strette su natura, cultura, umano, artificiale che devono essere trascese, contestate e ripensate,” risponde Hunt. ”E poi, Natura Rotta da chi? Cos’è la natura? Vogliamo parlare di riparazioni? Perché sottintende che ci sono crimini, e allora chi li ha commessi? Chi ne ha beneficiato? Sono questioni esplosive e il design è tradizionalmente a-politico. Microbi, procioni e maremoti che parte hanno? Cosa succede se togliamo la centralità all’uomo e lo mettiamo in competizione con l’ecosistema che crede di dominare? La natura ha molte soluzioni, dobbiamo solo ascoltarle. Ci stiamo ponendo quesiti difficili e mi affascina in questo processo trovare un equilibrio tra le riflessioni accademiche sul significato filosofo ed epistemologico di Broken Nature, il fatto che saremo in mostra tra 8 mesi (6 per chi legge!) e che la maggior parte del mondo non è interessato a quella conversazione. Nel contempo amo la poetica, il design brillante, bello, gioioso, che stupisce.” Jamer Hunt è un pensatore laterale e quando è ispirato produce inusuali associazioni d’idee. Per dare il suo meglio deve poter spaziare: “quando sono troppo occupato e concentrato sui compiti, divento meno interessante.”

Una carriera affascinante, in piena evoluzione, nata dall’incontro con un amico di un amico, Tucker B. Meister, e da una comune passione per i Simpson. Ha creato Design Philadelphia, una delle più importanti mostre del suo genere negli Stati Uniti e, ancora una volta, da un incontro casuale, è nata Hawthorne Park, area verde che ha restituito dignità a un’area disagiata della città. Ha collaborato con Sciences Po sul progetto Occupy Earth, aiutando gli studenti a capire come dare una voce e un ruolo a creature non umane per riconoscere l’importanza della natura sulla Terra.

Un uomo tanto aperto al dialogo quanto schivo  in rete e addirittura assente dai social media. Perché? “Nei primi anni 2000 quando i social iniziavano a crescere, avevo la sensazione di conoscere già abbastanza persone e non sentivo il bisogno di allargare il cerchio. La mia vita era già abbastanza complessa. Ho due figli, facevo il pendolare, avevo una comunità a New York e una a Philadelphia, quindi ho pensato di non voler aggiungere un altro strato di socializzazione. Poi, la decisione casuale di non essere iscritto a Facebook è diventata una posizione e persino un gesto politico. Piuttosto che essere l’ultimo a iscrivermi, aspetto che crolli, poi potrò essere il primo ad accedere al prossimo social media. Mi piacerebbe essere più presente su Twitter, ma mi è difficile trovare la giusta voce e il giusto tempo, l’energia e la leggerezza per progettare il mio brand personale. Ho un sito, posto su Instagram perché mi piace molto fare fotografie, ma in generale ho un rapporto strano con i social. Quando uscirà il mio libro dovrò diventare più sciolto e proattivo! Mia figlia, che ha 18 anni, può postare mille cose al giorno perché non si preoccupa del singolo contenuto, mentre io, che non lo faccio spesso, ritengo che ogni post sia importante e mi preoccupo troppo di farlo bene….”

Franziska Nori, l’éclaireuse

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Nominata nel 2007 a capo del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Firenze, Franziska Nori è riuscita a rendere il palazzo il luogo ineludibile della modernità, nel cuore della culla del Rinascimento. La prova? Aumenta la frequenza di 20% l’anno.

L’INTERVISTA A FRANZISKA NORI SU THE GOOD LIFE ITALIA

Ha avuto 48 ore per decidere di accettare una grande sfida, e pochi mesi per realizzarla. Franziska Nori, anni, padre italiano e madre tedesca, dal 2007 è direttore del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina di Firenze. In cinque anni ha creato, nella culla del Rinascimento, un luogo d’impatto. Dai 7.000 visitatori della sua prima mostra, “Sistemi Emotivi – artisti contemporanei tra emozione e ragione”, ha avuto una crescita annua del 20%. Nel 2012, con “American Dreamers”e “Francis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea”, il CCC Strozzina, che ha sede nelle fondamenta del palazzo Cinquecentesco, ha accolto più di 78.000 visitatori.

Il successo non era scontato. I fiorentini, fieri del loro patrimonio storico e artistico, avevano una certa diffidenza verso le forme espressive contemporanee. Con mostre a tema e attività collaterali, da laboratori a proiezioni, incontri e lezioni, Nori ha messo a segno l’obiettivo di far riflettere sulla realtà in cui viviamo, attraverso lo sguardo di artisti del nostro tempo. “Il lavoro al CCC Strozzina mi consente di dialogare con un pubblico preparato” afferma Nori, “e mettere a fuoco le mie riflessioni – da un lato sul ruolo che le istituzioni dedicate alla cultura contemporanea possono svolgere, e l’idea di politica culturale che vogliono esprimere, dall’altra su come rafforzare l’esperienza dell’incontro con l’arte, la forza trasformativa che, oltre la sfera intellettuale, diventa estetica non verbalizzabile.”

I temi da lei scelti hanno forte attinenza con l’attualità. Nel 2008, “Arte, Prezzo,Valore”, inaugurata mesi dopo il crollo della Lehmann Brothers, mette in relazione il crescente peso economico dell’arte contemporanea e il sistema economico internazionale: “In una società capitalistica che riconosce il valore monetario come indice di valore assoluto, l’artista diventa operatore economico sia della propria immagine, sia dei prodotti che si inseriscono in un sistema di mercato e di quotazioni. La mostra proponeva, attraverso le opere di 21 artisti tra cui Damian Hirst, Takashi Murakami e Aernout Mik, una riflessione sulle diverse strategie adottate da artisti in tale contesto.” Fanno da cornice le cifre esorbitanti raggiunte dalle aste internazionali. E’ del novembre 2012 il record di una singola asta di arte contemporanea: 412.2 milioni di dollari.

Nel 2011, già segnato dal fermento della Primavera Araba, Nori sceglie un altro tema caldo: “Declining Democracies”, e crea un percorso attraverso 12 artisti per riflettere sui valori, le contraddizioni e i paradossi delle democrazie. Interagisce con i visitatori attraverso un referendum, ponendo all’ingresso della mostra un facsimile di una scheda elettorale. La domanda è: la maggioranza ha sempre ragione? Risposta secca Si, No. L’azione provoca riflessioni e discussioni sui sistemi attuali di voto. Lo spoglio delle schede conferma, con il 69% di “No”, lo scetticismo nel principio di “maggioranza”. Risultato che trova risonanza oggi in Italia: “E’ innegabile la crescente sfiducia in un sistema politico in cui i cittadini, come scrive Colin Crouch in “Postdemocracy”, si sentono sempre meno protagonisti, vittime di un sistema di potere, un cortocircuito tra classi politiche, grandi imprese, banche e media.”

In questo contesto nasce Talenti Emergenti, rassegna e premio per giovani artisti. Il progetto biennale dà risonanza a sfide e opportunità per i giovani oggi, l’importanza dell’interazione. E ancora muove energie sul territorio con Educare al Presente, incontri e laboratori per le scuole secondarie, che fanno perno attorno ai temi sociali e politici delle mostre stesse. Nori declina in maniera pratica e diffusa la missione del CCC, che è di aprire l’accesso alla cultura e alla conoscenza. “La rete è uno strumento di democratizzazione impagabile, ma va accompagnata di pari passo dall’educazione sia civica sia culturale.” E questa avviene in luoghi fisici, attraverso il contatto umano, e con le opere d’arte.

Nel 2012, anno di elezioni, CCC ospita “American Dreamers”,e mette in risalto la coesistenza di incertezza e ottimismo, il Sogno Americano, la volontà di credere nel futuro. 11 artisti invitati, interventi molto diversi, un punto in comune: “Da tutte le opere è emersa un’attenzione alla manualità, e un atteggiamento anticonformista, contrario alle produzioni in serie, all’eccesso di velocità imposto dalla società moderna.“

Alla bellezza, l’esperienza soggettiva, i canoni che l’arte da sempre esalta e stravolge, è dedicata la mostra in corso. Oggi i principi di armonia delle forme, geometria, verosimiglianza o esecuzione virtuosa, hanno perso la loro valenza: ”Sussiste un’oscillazione tra due antipodi, tra una diffidenza verso la rivelazione del bello, e la ricerca di significati connessi alla dimensione esistenziale più profonda dell’uomo”, conclude la curatrice, che indaga “Un’Idea di Bellezza”attraverso 8 artisti internazionali.

Le tre cose che Nori ama e non sopporta dell’Italia sono le stesse, valgono in entrambi i sensi: “Il nostro rapporto con l’abbondanza artistica presente nel nostro paese, il nostro rapporto con le bellezze e il patrimonio naturale e animale di cui l’Italia è ricca, lo spiccato senso di individualità rispetto al collettività.”

Nori supera la dualità abbracciando gli opposti, e la sua doppia identità italo-germanica con un senso di appartenenza europea, cultura in cui crede profondamente.

Ma è lontano, nel deserto dell’Arizona, il suo luogo d’arte preferito: “Il Roden Crater, un vulcano architettonicamente modificato dall’artista James Turrell, dedicato alla percezione della luce degli astri è un’esperienza da non perdere.”

Rosalba Bonaccorsi, la cacciatrice di alieni

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“La passione per la vita nello spazio è sempre stata in me. L’ho scoperta appena ho cominciato a pensare.”

L’INTERVISTA A ROSALBA BONACCORSI SU THE GOOD LIFE ITALIA

La maggior parte di noi lo spazio lo sogna. Rosalba Bonaccorsi, astrobiologa, lo pensa, lo studia e lo racconta. Ricercatrice presso il SETI Institute – Search for Extra Terrestrial Intelligence – in cooperazione con Nasa Ames, e membro del Carl Sagan Center for the Study of Life in the Universe, Bonaccorsi cerca la vita su altri pianeti. In particolare, su Marte. Mestiere che la porta a essere imprenditrice, esploratrice, educatrice. Conduce una vita estrema, fatta di notti a scrivere proposalsnel suo piccolo laboratorio-studio a Nasa Ames, nel cuore della Silicon Valley, e di osservazioni e analisi dei sedimenti sul campo, nella Death Valley, luogo definitohigh fidelity, ossia molto simile a quello del pianeta rosso. Ma anche high intensity,per via delle forti escursioni termiche. Oggi i suoi risultatisono un importante tassello di un programma che alletta molti ricercatori e imprenditori: la conquista di un pianeta abitabile.

Raggiungo la ricercatrice bergamasca (ormai quasi californiana) al telefono. Per lei è mezzanotte, mattino per noi.  Mi sento un impostore, seppure sia stata lei a fissare l’appuntamento. “Tranquilla, ho tutto il tempo che occorre, e quando finiamo la nostra conversazione, scriverò”, mi rassicura. Skype non è accessibile nella zona high security dove risiede. Nel raggio di un chilometro dal suo ufficio, ci sono tecnologie tra le più avanzate al mondo.

Il 2015 è stato un anno importante per la ricerca della vita su Marte. “Grazie alle immagini più definite dei satelliti, sappiamo che c’è acqua”, racconta con un picco di emozione. Questa conferma dà una valenza nuova alla sua ricerca.

Ho conosciuto Rosalba lo scorso anno, per raccontare il suo progetto Lunar Plant Growth, nato in collaborazione con Chris McKay, un mito della Planetary Science. Insieme, hanno costruito un modulo capace di far germogliare semi di pomodoro e basilico sulla luna. Mentre cerca un passaggio per la magica scatoletta su un volo spaziale destinato al nostro satellite naturale, per testarla, McKay tenta di convincere Google a partecipare all’impresa. Tra un ciak e l’altro della nostra video-intervista, Rosalba mi aveva raccontato della sua vera missione: trovare segni di vita su Marte. Oggi parliamo di questo. “Da anni conduco le mie ricerche nella Death Valley (Deserto del Mojave, California), tra i posti più caldi della terra. Il mio sito di osservazione è nel Cratere Ubehebe, luogo fragile e prezioso. Per i  Timbisha Shoshone, i nativi della zona, è Valle della Vita, l’ombelico del mondo, centro della Creazione. Mi addentro nella conca millenaria con un senso di infinita connessione al cosmo e con l’entusiasmo per le scoperte scientifiche all’orizzonte. Devo conoscere tutto di lei per conoscere Marte. L’area presenta molti aspetti Marziani: i crateri sono coperti da ceneri vulcaniche e contengono depositi argillosi in pozze lacustri di breve durata. Tali pozze si formano in seguito a sporadiche ma violentissime piogge, proprio come plausibilmente accadde su Marte qualche miliardo di anni fa.”

Come un detective, cerca indizi di vita cellulare, micro-algale, capace di risvegliarsi per tempi brevissimi. Cogliere l’attimo è conoscenza, esperienza e intuizione. E’ partire, pronti a sopportare prove fisiche estreme: “Quando scendo nel cratere durante i giorni più caldi (48 C) o quando risalgo nelle notti più oscure e fredde, (-16 C) mi sento veramente su Marte! Il più grande pericolo, lì, è la disidratazione. Il corpo umano a 45° C e 1% di umidità perde 1 litro di acqua salata l’ora (siamo fatti di acqua di mare!) che deve essere reintegrato con elettroliti. Come un’astronauta, devo calcolare quanta acqua portare. La minaccia di ipotermia e morte sono i limiti della mia attività esplorativa. Poi, devo essere pronta ad affrontare tempeste di sabbia e bombe d’acqua. Il mio veicolo, una sedandel 2000, è la mia capsula di sopravvivenza, e i miei amici Ranger, le guardie del parco, sono i miei grandi alleati.”

I depositi lacustri che Rosalba osserva sono molto simili a quelli scoperti nel Gale Craterdal Rover Curiosity, il robot atterrato sul pianeta rosso nel 2012. Ma la notizia bomba arriva il 26 settembre 2015, quando il Mars Science Labdella Nasa annuncia: risolto il mistero di Marte. Ricorrenti Slope Linae (RSL)confermano che scorre acqua. Le RSLsono striature di sali sulle pendici di alcuni crateri, resi evidenti dalle immagini ad alta definizione del satellite Mars Reconaissance Orbiter. Dal flusso regolare di dati, gli studiosi hanno visto che le striature appaiono e aumentano nelle stagioni calde e svaniscono in quelle fredde.

Rosalba spiega l’implicazione rivoluzionaria: “Nei periodi di acqua liquida su Marte, si ipotizza che la vita microbica possa riprodursi, crescere e tornare dormiente.  E’ esattamente ciò che osservo nel deserto: una vita effimera, nascosta, criptica, che usa brevissimi intervalli per manifestarsi.”

Al rientro dalle escursioni, Bonaccorsi incrocia dati raccolti su Marte e in altri luoghi sulla Terra che hanno caratteristiche simili, come il deserto di Atacama, in Perù, sul quale sta scrivendo un paper. “Quando lì piove, il deserto fiorisce, segno che non solo i microbi possono risvegliarsi, ma anche alcuni semi. Sul nostro pianeta, in zone molto aride dove sembra che non ci sia vita, si dimostra che invece basta poca acqua per ridestarla. Il Sacro Graal sarebbe di trovare su un pianeta cellule vive, o molecole prodotte da cellule viventi.”

La tentazione di chiederle un’opinione su Il Sopravvissuto (The Martian), il film del 2015 diretto da Ridley Scott con Matt Damon, è irresistibile. Mark Watney è un’astronauta che viene abbandonato su Marte dal suo equipaggio, che lo crede morto. “E’ molto realistico in termini di progetti della Nasa”, racconta, “meno per quanto riguarda le condizioni di sopravvivenza di Watney (Matt Damon). Nel deserto provo emozioni ed esperienze simili, anche se posso respirare senza il casco. Il 2015 ha regalato un altro bel film agli appassionati di fantascienza, Interstellar. “Va guardato diverse volte – c’è dramma, scienza, e fisica quantistica, difficile da capire anche per uno scienziato.”

Avere le idee chiare sin da piccoli non guasta, ma non è detto che avere successo sia più facile. Rosalba Bonaccorsi ha fatto molta strada per arrivare fino alla Nasa. Un passo che, da ragazza le sembrava “improbabile”, un posto che ha conquistato con perseveranza e umiltà. Rosalba non ha scienziati in famiglia. Figlia unica, da bambina è attratta dal cielo stellato, e vuole capire come funzionano le cose. Smonta la sveglia meccanica della nonna, osserva, rimonta, ma non funzionerà più. La nonna s’infuria ma Rosalba non si arrende e continua a sperimentare di nascosto con insetti, semi e rocce che polverizza per magiche pozioni colorate.

Crescendo si sente diversa: “Ero una nerd ma non mi vergognavo affatto”. Lascia Bergamo per l’Università, a Milano, dove s’iscrive a Scienze Naturali. Si laurea con una tesi sui delfini del Mar Ligure e una sottotesi in geologia, sui sedimenti marini e le carote del Mar Mediterraneo Orientale che servono per verificare i cambiamenti climatici avvenuti 5 milioni di anni fa. Primo mentore è la Professoressa Maria Bianca Cita, “Una forza della natura. Quello che ho imparato con lei mi ha catapultato verso il dottorato di ricerca all’Università di Trieste”, racconta Rosalba con un picco di piacere. Un percorso difficile. A suo tempo, ai dottorati si accedeva solo se scelti da un professore, “ E io non ero stata scelta. Ho dovuto partecipare a 22 concorsi e ce l’ho fatta solo perché mancava un candidato.”  Quanti sono pronti a tanto impegno per raggiungere un obiettivo? Rosalba dovrebbe tenere un corso sulla perseveranza.  A Trieste studia i sedimenti marini dell’Antartide, che, per vie traverse, la porta all’astrobiologia, perché l’Antartide è un “analogo” per Marte.

Maggio 1995. Durante il terzo e ultimo anno, Rosalba legge un inserto per uno stage alla Nasa sulla rivista Nature. Pur non avendo sponsor, fa domanda. 10 settimane interamente spesate nell’istituto di ricerca più ambito al mondo le sembrano un sogno. La prendono. Non ci può credere, ma dopo l’emozione della vittoria, il rifiuto. Al Biosphere 2, in Arizona, dove negli anni 70 si fecero i primi esperimenti di isolamento umano, (poi campus universitario), dicono di non avere tempo per seguire un altro studente. Il disguido, se così lo vogliamo chiamare, getta Rosalba nella disperazione più buia. La direttrice del programma presso la Nasa, Lynn Margulis, le scrive dispiaciuta per l’accaduto. Passata la bufera emotiva, la giovane e ambiziosa ricercatrice pensa: “se sono stata scelta una volta solo per quello che so fare, se la mitica Margulis (una delle mogli di Carl Sagan, ha sfiorato il Nobel e ha lavorato alla teoria Gaia con James Lovelock) ha preso il tempo per scrivermi, posso farcela di nuovo.”

Per farsi conoscere e per creare contatti con ricercatori interessati a sponsorizzare il suo post dottorato, viaggia per convegni, portando il suo lavoro sull’Antartide. Nel frattempo, l’arrivo di internet semplifica le procedure. Così incontra i suoi “cavalieri di Nasa Ames” come li chiama lei. Dopo il primo triennio, Rosalba trova fondi per continuare, ma fare ricerca pura è sempre più difficile, così integra le sue risorse economiche collaborando con il Death Valley National Park e organizzando seminari. Ora sta preparando con loro la quarta edizione del Mars Fest. Suona hippy, ma è un evento serio, che avrà particolare rilevanza nel 2016 perché ricorre il centenario del National Park Service.

Rosalba sogna di andare su Marte?

“Tempo fa ero frustrata di essere nata troppo presto per arrivarci – a meno che non venga rapita dai Marziani! Oggi, però, mi rendo conto che quando sono nel cratere della Death Valley mi sento su Marte. Non poterci andare per davvero non mi mancherà troppo.”

Il suo sogno a occhi aperti è di continuare la sua ricerca senza affanni e di essere d’ispirazione alle nuove generazioni per creare un mondo più pacifico. “La scienza non è solo un fine, è anche un mezzo per condividere con i nostri compagni umani, per scambiare conoscenza. Vorrei sviluppare modelli educativi, lavorare un po’ in Europa, fare da ponte tra diverse culture e luoghi nel mondo. Mi avvicino a questo con Spaceward Bound Project, che quest’anno mi porterà in India. Andremo nei villaggi a parlare di astrobiologia e faremo ricerca sull’Himalaya per studiare i ghiacciai, i deserti di alta quota e le sorgenti geotermali, insieme a colleghi indiani, australiani, neozelandesi e americani.”

Una persona così impegnata, audace e intensa non accetta compromessi nemmeno quando si tratta di relazioni sentimentali. “La vita romantica c’è stata e ci sarà”, commenta. Fiera di essere donna in un mondo di uomini, tra un impegno e l’altro trova anche il tempo per scrivere qualche verso.

Da “Reti di Luce”:

Geme e dispera la Potenzialita’ Inespressa,
che forse altrove, dispone e ricrea
una Rete di luce,
In un altro Universo.

Gioacchino Acampora – “La mia bottega digitale”

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Come un’icona della carrozzeria italiana diventa capace di rivoluzionare un sistema produttivo e creare tutto: dall’automobile al tessuto e al cibo digitale. Per una nuova civiltà del fare, con il progetto al centro.

L’INTERVISTA A GIOACCHINO ACAMPORA SU THE GOOD LIFE ITALIA

Quando una vocazione si manifesta presto nella vita, quando sai cosa ti piace e il tuo talento si esprime già nell’infanzia, in un certo senso parti avvantaggiato. Navigare verso il successo, però, è un’altra storia. E’ un delicato equilibrio tra istinto e ragione. Tra casualità e progetto.
Gioacchino Acampora disegna automobili da quando sa tenere la matita in mano. E si fa subito notare. “Avrò avuto 3 anni. Ero all’asilo, e la maestra chiede alla classe di fare un disegno della propria famiglia. Ero appena stato in montagna con la nuova macchina del papà, così ci ho messi tutti a bordo. Risultato: Suor Adriana (ricorda pure il nome!ndr) mi mette in castigo. Faccia al muro, dietro alla lavagna.”

Se, sulle prime sorge il dubbio che il vivido ricordo sia condito di fantasia, quando arriva la punizione – la suora voleva il classico quadretto familiare in cui si tengono tutti per mano – capisco che la storia è vera. Grazie alla neuroscienza e alla psicologia sappiamo che le emozioni forti sono il collante della memoria e che i rifiuti coltivano resilienza.
“Ricordo tutto di quella macchina. Il tetto in vinile nero, la carrozzeria color tabacco, i fanali grossi, gli interni in legno.” Il castigo fa si che Gioacchino si ostini a disegnare sempre più auto. E per farlo le deve frequentare, guardare, studiarne i dettagli, accarezzarle, annusarle. E’ l’inizio di un amore. Oggi, con la Carrozzeria Castagna, Acampora realizza auto personalizzate mettendo a frutto il talento secolare dei suoi bottegai e digitalizzando la filiera, dalla progettazione alla produzione. Perché la manodopera d’eccellenza è in via di estinzione. Non ci sono più giovani da formare. Se da ragazzo lui non avesse conosciuto i migliori ingegneri e designer che hanno fatto la storia dell’auto, non saprebbe quanto bagaglio umano rischia di essere perso. “Quando ho scoperto il francobollo”, racconta Acampora, “ho iniziato a scrivere a tutti: Quattroruote, Gente Motori al signor Giugiaro e il signor Pininfarina. Erano lettere di un ragazzino a modo che voleva sapere tutto delle macchine. Ammetto che volevo anche mostrare loro i miei disegni. Ero appassionato, così i miei miti hanno esaudito i miei desideri e mi hanno invitato da loro.” E’ in prima superiore quando inizia a esplorare il mondo fuori dalle aule scolastiche.

“Tra le mie esperienze, sono stato alla Burago, a fare modellini. Lì potevo vedere i nuovi modelli con grande anticipo, perché le case produttrici le mandavano a riprodurre. Usavano fare il rilievo a mano col centimetro e scalarlo fino a ottenerne una miniatura. Ci mettevano mesi. Io, a scuola, avevo imparato a modellare in 3D e disegnavo con il “piano di forma”, gli stessi strumenti delle case automobilistiche. Rivoluzionai il loro sistema di riproduzione arrivando in poche settimane al risultato finale.”
Acampora diventa uno dei primi modellatori digitali in Italia e s’impratichisce di strumenti nascenti che oggi sono la chiave del suo successo.
“Sono 20 anni che parliamo di salvare l’artigianato e nel frattempo i più bravi sono quasi tutti morti. La digitalizzazione mi consente di trasferire al computer il know how maturato in 300 anni e di invertire il paradigma produttivo. Con i macchinari digitali puoi fare tutto, dal mobile all’auto, il tessuto e la bicicletta, la scarpa o la pastasciutta. Molto disruptive, come si dice adesso. Ma se manca il progetto, è solo tecnologia.”

Nel 2015, insieme allo chef Eugenio Boer, Acampora, mette alla prova la stampante 3D che ha costruito per preparare un pasto: uno spaghetto al pomodoro in omaggio al papà napoletano, un risotto giallo dedicato alla mamma milanese e un panettone, la sua grande passione. Piatti perfettamente cotti, pieni di benessere che vanno oltre l’aspetto, la forma. Al contempo, per non tradire il “core business”, l’eclettico imprenditore partorisce una nuova famiglia di auto elettriche, le C_Car configurabili con una App e adattabili a diversi utenti – dal figlio adolescente, alla mamma in città e il guidatore prestante. C_Product, una gamma composta da una bici, una lampada, mobili e dalla C_Car, è stata selezionata per il prossimo Compasso d’Oro ed è appena stata presentata alla Borsa di Milano come proposta di modello produttivo capace di rifondare il significato del Made in Italy.

Occorre una Brand Identity che torni a parlare di processo, di design sistemico, e non solo di prodotto. Un insieme che Acampora impara al Politecnico di Milano, dove si laurea in Architettura nel ’96, dopo varie peripezie. “Volevo fare una tesi sul corporate design, seguire l’esempio di architetti e designer che rivoluzionavano le aziende a partire dal prodotto. Penso a Peter Behrens con AEG, al suo allievo Walter Gropius che disegnò le Adler, Dieter Rams i cui prodotti per la Braun ispirano oggi quelli di Apple, al nostro Giò Ponti. Ma il corporate design era visto come la grafica coordinata per i bigliettini da visita. Nessuno mi capiva, così decisi di mettere a frutto le mie passioni. Avevo imparato a disegnare le mie idee, conosciuto persone capaci di dare loro corpo e forma, così pensai: faccio un’automobile. Scelsi di dedicare la mia tesi a loro e al mio marchio preferito: Maserati. Il risultato fu Auge, una supercoupé con il nome del vento che soffia in Costa Azzurra, un auspicio che il Tridente tornasse “in auge”, un “occhio” in tedesco, speranza che qualcuno me lo strizzasse. Mi sono presentato il giorno della tesi con un’automobile funzionante. E mi sono laureato.”

L’architetto Acampora progetta la sua casa di Milano e sperimenta con materiali tattili e intelligenti, quali il biossido di titanio che rilascia ozono. E rifonda Castagna, il più importante “carrozzaio” nell’Ottocento e la prima carrozzeria del Novecento, dove, nel 1913, nasce l’auto moderna. E’ lì, in via Montevideo 19, che l’ingegnere tedesco O. Bergmann, pioniere dell’aerodinamica in campo automobilistico, trova le competenze per realizzare un prototipo a forma di siluro, ed è lì che il facoltoso Conte Ricotti cerca un regalo per fare colpo sulla donna amata e commissiona quell’auto diversa da tutte le altre. Dalla metà degli Anni Sessanta, l’auto è solo più di serie. I carrozzieri fanno soprattutto riparazioni e i giorni gloriosi sono un ricordo. Quando Acampora prende in mano Castagna, era ancora viva la genìa del talento ma mancava la domanda di auto personalizzate: i costi erano troppo elevati per i privati. Approfondisce i temi della tesi e re-inventa un processo per tornare a disegnare e produrre auto su misura: MINI e 500 diventano tender, giardinetta o limousine che piacciono in tutto il mondo. La nuova C_Car è elettrica e non servono stampi per produrla. Ha la carrozzeria in DIBOND, materiale duttile e resistente usato in architettura per rivestire le facciate continue degli edifici. E le parti conformate sono prodotte con stampanti 3D. Oggi la sua bottega ha un’infrastruttura essenziale e può fare tutto in casa. Anche in questo il digitale aiuta: con le stesse persone di un tempo si possono costruire sino a 40 vetture l’anno e altri oggetti della grande famiglia Castagna. Prossimo progetto è fondare una scuola, per insegnare a fare bottega. Quest’estate Acampora ospiterà una studentessa che vuole imparare a stampare un tessuto. Lui ha l’esperienza con le finte pelli in poliuterano, che al tatto sembrano vitellino.

“Digitalizzando il processo, mi avvicino al linguaggio dei ragazzi, ma voglio insegnare loro anche a usare lo straccio e la scopa. In officina passiamo più tempo a pulire che a costruire, perché non puoi mettere un’idea su un altare, crearne la liturgia, se il marmo non è pulito. E’ il rito del rispetto, unito alla conoscenza. Anche ai ragazzi reduci dai Master mancano sovente le basi. Recentemente con studenti al corso di Transportation Design ho scoperto che non sapevano chi fosse Le Corbusier, padre nobile dell’architettura e padre della Voiture Minimum (1928), riesumata dopo la guerra e diventata la 2 Cv di Citroen! Questa è storia. Se non sai come nasce l’identità di un prodotto, non puoi pensare di innovarlo. Il salto di paradigma è comprendere che il progetto del prodotto, oggi, è anche il progetto del tutto. Tesla ha inventato l’auto elettrica, ma senza la fabbrica delle batterie, non sarebbe andata lontano. Come fu per AEG, Braun, com’è oggi per la Carrozzeria Castagna.”