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Prof. Hiroshi Ishiguro e i suoi robot

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Cristina: Vi ricordate la pecora Dolly? La clonazione biologica destò molto stupore, oggi vi parliamo di una cosa che non è meno stupefacente.

Prof. Hiroshi Ishiguro: Sono uno scienziato e un’ingegnere, il mio ruolo è quello di inventare cose nuove.

Cristina: Professor Ishiguro, come è arrivato fin qui?

Prof. Hiroshi Ishiguro: É una storia lunga. Da ragazzo volevo fare il pittore, poi ho rinunciato all’arte per studiare informatica e intelligenza artificiale, così sono arrivato a sviluppare robot androidi che assomigliano a noi e ho capito che sto creando, come un’artista. I robot sono una tela per me.

Cristina: Ci descrive come nasce un Geminoid?

Prof. Hiroshi Ishiguro: Prima facciamo uno scan 3D del corpo, poi facciamo il calco e la parte più importante è ricreare la consistenza della pelle umana. In parallelo, sviluppiamo le funzioni meccaniche ed elettroniche integrate che sono l’anima del robot. queste vengono poi coperte da uno strato di silicone, una seconda pelle. É un sistema ibrido e come può osservare nascono movimenti spontanei, inconsci.

Cristina: Ti senti mai solo?

Geminoid: Si. Di notte sono molto solo.

Prof. Hiroshi Ishiguro: La voce arriva attraverso internet da un computer che la analizza e ne copia i movimenti. Qui non usiamo l’intelligenza artificiale. Questo androide è telecomandato, ci interessa potergli inviare informazioni, anche quando si trova in posti lontani. Il suo padrone lo può muovere come fa con il suo stesso corpo, in un futuro vicino renderemo questi androidi autonomi.

Cristina: E cosa state facendo fare ai vostri androidi, quali mansioni?

Prof. Hiroshi Ishiguro: La nostra prima sfida è stata di sostituire una conduttrice di un telegiornale. Funziona molto bene perché gli androidi non sbagliano mai e soprattutto quando ha a che fare con un ruolo pubblico è molto utile. Abbiamo messo una commessa androide nel centro commerciale, le persone sono felici di parlare con lei. Poi la gente sa che i robot non mentono mai, si fida di più dei computer. Penso che sarebbe facile sostituire commessi umani con commessi androidi.

Cristina: Quando interagisce con i Geminoid si attiva una risposta empatica in lei?

Prof. Hiroshi Ishiguro: La forma e i movimenti dell’androide, assomigliano a quelli dell’uomo, per questo si attivano i neuroni specchio in chi interagisce con lui. Noi umani riconosciamo un’androide come nostro simile, a partire dal tatto. Il meccanismo empatico qui è automatico.

Cristina: Le sono stati commissionati androidi da persone che vogliono un loro gemello robot?

Prof. Hiroshi Ishiguro: Ho creato un androide per il professore Danese Heinrich Scharfe e lui lo sta usando, vuole studiarlo, svilupparlo. Lo fa sperimentando e mandandolo nel mondo a fare conferenze.

Cristina: Crede possibile che l’uomo un giorno avrà relazioni sentimentali con questi robot androidi?

Prof. Hiroshi Ishiguro: A volte il robot può essere molto meglio dell’umano. Il robot è più bello, voglio dire, è un’ideale. Immagina un idolo pop, una cantante, è meglio la versione umana o il robot? Quale ha più fantasia? L’androide non va in bagno, non si stanca. Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale probabilmente la gente arriverà ad accettare gli androidi come esseri umani.

Cristina: Può essere comodo in molte circostanze della vita avere il proprio doppio. Per me sarebbe utile, penso per la mia famiglia sarebbe un’incubo.

Robotica umanoide alla Waseda University di Tokyo

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Al Humanoid Robotics Institute presso la Waseda University a Tokyo abbiamo incontrato un gruppo di ricercatori che sta sviluppando robot per assistere gli anziani e per intervenire in aree disastrate. Waseda collabora con L’Istituto Superiore Sant’Anna di Pisa e insieme al Professor Takanishi lavorano diversi italiani, tra cui il livornese Gabriele Trovato.

Perché il robot Asimo non è stato capace di stringere la mano alla Cancelleria Merkel durante una recente visita in Giappone?

Cristina: Siamo a Tokyo alla Waseda University dove incontriamo ricercatori italiani che collaborano con i Giapponesi per lo sviluppo della robotica. Professor Takanishi, qual’è l’area di ricerca più importante a cui state lavorando nel dipartimento di robotica umanoide?

Prof. Takanishi: Una delle più importanti ricerche qui al Waseda Institute di Tokyo è nel campo dei robot umanoidi e stiamo studiando modi per rispondere ai diversi bisogni dell’uomo. In particolare modo stiamo sviluppando robot per assistere gli anziani e le famiglie. I vecchi, sappiamo, hanno bisogno di aiuto nella vita quotidiana ma soprattutto, soffrono di solitudine. Un robot che sa comunicare con le persone tiene compagnia, è di grande aiuto e sta diventando un’assistente importante anche per monitorare la salute.

Cristina: Questi robot possono imparare da soli in qualche modo?

Prof. Takanishi: Si, ed è una funzione molto importante. L’interazione uomo-uomo ha infinite variabili diverse e noi dobbiamo sviluppare nei robot adattabilità molto complesse. Abbiamo uno studente italiano, di Livorno, che sta facendo ricerca in questo ambito con l’umanoide Kobian, che è molto importante per capire come favorire la relazione uomo-robot cone persone di culture diverse.

Gabriele Trovato: Kobian può realizzare espressioni con il corpo e anche soltanto espressioni facciali. Abbiamo anche una nuova funzione che potrà anche mostrare dei simboli come magari una lacrima o un punto interrogativo. Questi sono anch’essi importanti per aiutare a trasmettere a quale emozione sta pensando il robot a secondo delle diverse culture.

Cristina: C’è un famoso aneddoto a questo proposito giusto?

Gabriele Trovato: Si di recente il robot Asimov a cui la Cancelliera Merkel ha provato a stringere la mano ma i tecnici giapponesi lo faranno inchinare piuttosto che dare la mano. I robot devono essere impiegati in spazi dove ci sono anche altri esseri umani, dove ci sono scale e i robot devono potersi muovere con due gambe, quindi non possono avere le ruote. Questo robot è specializzato nella camminata, tutti gli altri robot come Asimov ad esempio, non muovono il bacino, cercare di realizzare un robot umanoide non vuole dire soltanto androidi, quindi con un aspetto umano con una pelle artificiale. Vuol dire anche imitare il movimento.

Prof. Takanishi: Come sapete 4 anni fa a Fukushima c’è stato un tragico incidente, gli ambienti nelle centrali nucleari sono stati progettati per l’uomo che in condizioni simili non può accedervi. Così ho avuto un’idea, di progettare robot umanoidi per intervenire in luoghi disastrati, inquinati, e inaccessibili per l’uomo. Entro dieci anni questi robot comunicanti avranno un ruolo importante nella società.

La lana Sarda che ripulisce il mare dagli idrocarburi

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Vedere una spugna assorbire un liquido ci affascina. Ora immaginate che la spugna sia ricavata da scarti industriali, addirittura rifiuti speciali, e il liquido in questione sia acqua di mare inquinata da idrocarburi. Ma non finisce qui perché la spugna contiene anche dei microrganismi in grado di digerire gli oli restituendo acqua pulita. Da questa intuizione speciale dell’imprenditrice della blue economy Daniela Ducato nasce Geolana. Il diportista attento la troverà in molti porti e anche nelle sentine.

Cristina: Circa 150 milioni di persone vivono sulle coste del Mar Mediterraneo, scaricando in acqua rifiuti di ogni genere, da quelli industriali a quelli civili. Pensate che secondo le Nazioni Unite sono 100/150 mila tonnellate solo gli idrocarburi. Per fortuna c’è ci si occupa di questo con soluzioni innovative. Buongiorno Daniela, cos’è questo?

Daniela Ducato: E’ un tessuto di lana di pecora realizzato in industria con il pelo corto e che diventerebbe un rifiuto speciale smaltito a caro prezzo ambientale ed economico e invece noi lo trasformiamo in risorsa speciale.

Cristina: E lo vediamo lì?

Daniela Ducato: Esatto e non è decorativo. È un tessile che è stato creato a doc per catturare velocemente molti inquinanti, soprattutto gli oli e gli idrocarburi petrolchimici. E fatto in modo speciale per acchiappare, e quindi per ospitare, tutti quei microrganismi utili che sono in acqua e che hanno il compito di metabolizzare e digerire questi inquinanti restituendoci acqua pulita.

Cristina: Un kilo di lana quanto assorbe?

Daniela Ducato: Tra i 10 e i 14 kili quindi immaginiamo quanto può essere utile e importante creare una gestione sostenibile e responsabile dei porticcioli turistici con un elemento rinnovabile che finito di vivere ritorna a essere mare fecondo.

Cristina: La vostra soluzione si sta diffondendo facilmente nei porti e nei mari?

Daniela Ducato: Sì, per una volta non abbiamo il problema della burocrazia intricata, anzi c’è stata anche una velocità nelle pratiche. Siamo contenti di questa facilità e di questa consapevolezza anche nelle amministrazioni pubbliche. Chi naviga sa che anche in sentina, nel vano motore, si accumulano tanti inquinanti: oli, idrocarburi… Noi abbiamo trovato una soluzione mangia petrolioanche per questa problematica. Come vedete qui ci sono già diversi assorbitori, alcuni sono stati impregnati e stanno biodegradando gli idrocarburi, l’altro è appena stato messo e inizierà tra poco il suo lavoro di biodegradazione.

Cristina: Daniela, spieghi perché questa l’abbiamo al collo?

Daniela Ducato: L’abbiamo al collo e per fortuna non in mare, perché altrimenti vorrebbe dire un piccolo disastro: un grande versamento in mare. Serve proprio per gestire i versamenti visibili e inquinanti. E’ fatto sempre di lana, con un interno di sughero che consente il galleggiamento.

Cristina: La materia prima, la lavorazione e l’innovazione tecnologica sono al 100% sarde, speriamo che questa soluzione si sparga a macchia d’olio. Occhio al futuro!

La carne del futuro

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Sappiamo che gli attuali livelli di consumo di acqua potabile e terra coltivabile rischiano di compromettere la capacità del pianeta di rigenerarsi, ma esistono sempre più soluzioni sostenibili in grado di alleggerire il consumo di risorse naturali. Ad esempio, per la produzione di cibo. Gli allevamenti e la produzione di carne hanno un impatto negativo sull’ambiente. Ma esistono alternative, ogni giorno più economiche ed efficaci. Questa è una da tenere d’occhio.

Cristina: Globalmente, continua a crescere il consumo di carne, anche se sappiamo che gli allevamenti intensivi hanno un impatto ambientale oramai insostenibile. Ma ci sono alternative! Oggi ve ne raccontiamo una davvero originale.

Mark Post: Siamo stati i primi a farlo, ma non i primi ad avere l’idea. Winston Churchill nel 1932 aveva già alluso a questa possibilità.

Cristina: Quanto tessuto prelevate da una mucca per far crescere un hamburger in laboratorio?

Mark: Beh, in teoria è sufficiente solo una cellula. Ma in realtà, prendiamo un piccolo lembo di muscolo tramite la agobiopsia e otteniamo circa 200 cellule. Il prelievo si può fare da qualsiasi muscolo.

Cristina: Quanto ci vuole per far crescere un hamburger?

Mark: 9 settimane.

Cristina: E poi? Da quel momento in poi?

Mark: Beh è un processo esponenziale in 2 fasi: la prima è far crescere un gran numero di cellule. E quando ne hai tante, puoi incominciare a creare i tessuti. Per creare un hamburger, per esempio, ci vogliono 9 settimane. Per creare 2 hamburger ci vogliono 9 settimane e 2 secondi. E per creare 50 mila hamburger ci vogliono 9 settimane più una. Quindi in realtà non è tanto importante il tempo di crescita, ma piuttosto le quantità che possiamo produrre. Nel 2013 il prototipo di hamburger costava circa 250 mila €. Se lo coltivassimo ora, con la stessa tecnologia per avere una produzione su larga scala, il costo sarebbe di circa 10-11 dollari per hamburger.

Cristina: E a che prezzo puntate?

Mark: Meno di un hamburger normale. Sappiamo già cosa dobbiamo migliorare per abbassare il prezzo. Non è complesso. Ma qualcuno deve farlo.

Cristina: Qual è l’attitudine mentale dei consumatori verso la carne coltivata in laboratorio?

Mark: Le persone sono in grado di comprendere i vantaggi di questa procedura. All’università di Oxford hanno calcolato che si ridurrebbe il consumo di suolo degli allevamenti di bestiame del 90%. Il fabbisogno di acqua dolce del 90%. E di energia del 60%, a seconda delle aree. E anche se il risparmio energetico è inferiore rispetto a quello di terra e acqua, va considerata la riduzione del metano emesso dalle mucche. C’è anche un vantaggio in termini di gas serra, a parità di energia consumata.

Cristina: Presto sarà possibile coltivare in vitro tutto quello che vogliamo. Che ci piaccia o no!

I danni dell’estrazione mineraria

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Cristina: Questo oggetto che tutti usiamo contiene più di 40 minerali, che vengono estratti in ogni parte della terra. Estrarli crea danni importantissimi sia alle popolazioni che vivono vicino alle miniere, che all’ambiente.

Flaviano Bianchini: Oggi il 38% delle foreste primarie del mondo sono minacciate dall’industria estrattiva. Pensate che solo l’acqua che le miniere che inquinano negli Stati Uniti, solo in un anno, se le mettessimo tutta in delle bottiglie di plastica ne avremmo abbastanza per andare dalla terra alla luna, andata e ritorno, 54 volte. Pensa che per estrarre i 20 grammi necessari a produrre un anello d’oro, bisogna estrarre dalla terra 20 tonnellate di roccia e poi dissolverla con del cianuro. Vicino alla miniera d’ora in Honduras, la mortalità infantile è 12 volte più alta della media nazionale. In Perù, sulle Ande, dove invece viene estratto il rame il 100% degli 80.000 abitanti della città di Serro de Pasco andrebbe ospedalizzato d’urgenza per la presenza di metalli nel loro sangue e la speranza di vita media di quella città è di 15 anni inferiore alla media del Perù. Una miniera d’oro di medie dimensioni come la miniera di Serro de Pasco sulle Ande in Perù, produce la stessa quantità di spazzatura, di rocce, di tutte le città degli Stati Uniti messe insieme, in un anno. Quindi nella città si crea una lotta continua per lo spazio. I bambini giocano a calcio sugli scarti minerari. L’ospedale è quasi seppellito dagli scarti. In Mongolia c’è una miniera d’oro che è un deposito fluviale, quindi nel letto di un fiume lunga 16 km, questo comporta che pastori nomadi devono fare 30km per andare a prendere l’acqua. Pensa che per le attività minerarie tra il 1990 e il 1998 in Ghana sono state sfrattate 30.000 persone. Abbiamo insomma tutto il mondo che giustamente si è indignato all’ISIS che faceva saltare in aria Palmira, in Messico nello stato di Guerrero una compagnia mineraria ha fatto saltare in aria una piramide Olmeca, però li l’hanno chiamato sviluppo.

Cristina: E per noi consumatori quali soluzioni ci sono?

Flaviano: Innanzitutto consumare meno è meglio. Evitare di cambiare prodotti ogni due settimane, desiderare di possedere mille cose. Per esempio esiste una certificazione dell’oro etico e esiste un telefonino che è composto principalmente da minerali riciclati, per di più si può smontare. Per esempio quando la batteria è esausta non si deve cambiare l’intero telefonino, si cambia la batteria, si ricompra e non si cambia tutto il telefono. Se si rompe la telecamera si può sostituire solo quella, il chip lo stesso. Questi sono tutti minerali che si risparmiano e se ne risparmia l’estrazione.

Cristina: Oltre che essere fedeli ai nostri coniugi forse dovremmo essere anche un po’ più fedeli alla terra, che ne dite?