Privacy Policy sdg 11 Archivi • Pagina 4 di 4 • Cristina Gabetti
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La tecnologia satellitare che riduce gli sprechi idrici

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La media nazionale delle perdite idriche è del 39,1%. Il Responsabile Acquedotto di HERA, l’Ing. Emidio Castelli, ci spiega come la tecnologia satellitare può ridurre notevolmente questa percentuale nel nosto paese.

Cristina: La rete idrica italiana perde quasi il 40% della sua portata, oggi ci occupiamo di questo e di qualche soluzione. Voi avete circa il 10% in meno rispetto alla media nazionale di perdite nella rete idrica. Come avete conseguito questo risultato?

Emidio Castelli: Investendo e ragionando su diverse tecnologie che possono aiutare a ridurre le perdite. Dalle tecnologie di telecontrollo di porzioni di rete a sistemi acustici per individuare possibili perdite di rete sul campo e recentemente anche con l’introduzione di sistemi satellitari e monitoraggio del terreno. Si tratta di un sistema che fa un analisi spettrometrica del terreno, individuando possibili punti con presenza di acqua, correlate attraverso un algoritmo con la nostra rete acquedottistica, ci individua delle zone dove potrebbero esserci delle perdite

Cristina: Quante perdite avete identificato e riparato?

Emidio Castelli: Negli ultimi tre anni abbiamo individuato 2.400 perdite circa, e 214 di queste attraverso la tecnologia satellitare. Si tratta di perdite occulte che possono avere poca dispersione, ma prolungata nel tempo. L’attività svolta ci ha consentito di recuperare circa 750.000 metri cubi di acqua, l’equivalente di circa 450 milioni di bottiglie d’acqua.

Cristina: Sulla gestione della rete fognaria qual è la visione?

Emidio Castelli: Il servizio idrico è un servizio integrato che parte dalla potabilizzazione dell’acqua per portare l’acqua nelle case dei cittadini fino al riutilizzo delle acque da sistemi di fognatura e depurazione. Bisogna sempre più ragionare con quelli che possono essere strumenti di riutilizzo, anche diretto, delle acque e avere una visione di economia circolare della risorsa idrica.

Cristina: Diciamo che purtroppo non è né prodotta né distribuita in maniera l’acqua. Ci sono certe zone che ne hanno tantissima e altre zone che sono aride.

Emidio Castelli: È importante lavorare investendo, sia nelle interconnessioni delle reti, ovvero quello di mettere in comunicazione reti e acquedotti diversi, sia lavorare sulla realizzazione di bacini di accumulo che acconsentano di poter avere l’acqua accumulare la quando dove non ce n’è bisogno, per poterla ridistribuire quando c’è una criticità idrica.

Cristina: A partire dall’accumulo sui tetti delle case ad esempio..

Emidio Castelli: Anche a livello domestico, utilizziamo l’acqua potabile per degli usi che delle volte non sono prettamente necessari.

Cristina: Grazie. Torniamo a recuperare l’acqua come la usavano i nostri nonni e usiamola con responsabilità. Occhio al futuro

In onda 6-10-2018

La depurazione di Captive Systems

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Captive Systems, uno spin-off del Politecnico di Milano, produce materiali ferromagnetici utilizzati per la depurazione

Cristina: Oggi vi parliamo di un sistema per depurare gli inquinanti nell’acqua. Buongiorno Gianni, di che cosa si tratta?

Gianni Franzosi: Si tratta di microspugne, funzionalizzate con delle microparticelle in grado di poter captare l’inquinante all’interno di ogni soluzione. Queste nanospugne sviluppano una superficie assorbente molto importante, basta pensare che in due grammi di prodotto si sviluppa una superficie pari ad un campo da calcio. Vengono introdotte all’interno di una soluzione inquinata, le particelle agiscono assieme all’inquinante e possono essere estratte tramite un magnete.

Cristina: Quindi devono comunque passare per un filtro oppure un bacino?

Gianni Franzosi: Una semplice calamita è in grado di poterle attrarre ed estrarre dal liquido, a questo punto avremo l’acqua completamente depurata e gli inquinanti tutti aggregati alle particelle, che a loro volta possono essere recuperate ed usate come materie prime in successivi cicli di produzione e l’acqua invece utilizzata per usi comuni.

Cristina: Quindi si riciclano anche gli inquinanti?

Gianni Franzosi: Assolutamente si, in una sorta di economia circolare.

Cristina: Immaginiamo quindi di depurare una falda inquinata, e ce ne sono tante..

Gianni Franzosi: Purtroppo si. È banale, l’acqua è munta dalla falda, può passare all’interno di un filtro, questo filtro è addittivato con queste particelle. La parte inquinante si blocca all’interno del filtro e l’acqua depurata continua.

Cristina: Questo riguarda i metalli..

Gianni Franzosi: Si, la caratteristica delle particelle è che sono personalizzabili. Il nucleo centrale è sempre un nucleo magnetizzabile, il rivestimento attorno invece lo si può adeguare alla situazione dell’ambiente che abbiamo. Se abbiamo un ambiente ricco di idrocarburi la funzionalizzeremo per gli idrocarburi, in uno ricco di metallo per i metalli e così dicendo.

Cristina: E gli antibiotici e pesticidi che inquinano molte falde?

Gianni Franzosi: Senza alcune problema, assolutamente si.

Cristina: Rispetto ai sistemi di depurazione negli impianti industriali quale innovazione avete?

Gianni Franzosi: Il grande vantaggio è quello di poter comprimere in spazi molto piccoli tutto il set di depurazione, sfruttando quella che è la superficie assorbente delle particelle.

Cristina: Come nasce questa startup?

Gianni Franzosi: La startup è nata grazie alla sinergia tra la ricerca del Politecnico di Milano e l’industria.

Cristina: Grazie Gianni. È confortante sapere che gli inquinanti invisibili e minacciosi abbiano sempre più nemici. Arruoliamoli con audacia. Occhio al futuro

In onda 26-5-2018

MiMoto, e-scooter condivisi

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Vittorio Muratore di MiMoto racconta come funziona il primo sharing di scooter elettrici in Italia!

Cristina: Abbiamo molto chiari i problemi legati all’inquinamento dell’aria, un po’ meno invece abbiamo accesso a soluzioni. La strada è lunga quando si tratta di mettere insieme istituzioni e tanti altri attori necessari sulla scena. La sharing economy sta un po’ cambiando le regole del gioco. Vittorio voi che cosa mettete in condivisione?

Vittorio Muratore: Abbiamo messo in condivisione degli scooter elettrici, quindi ecosostenibili, per combattere l’inquinamento dell’aria. Sono dei mezzi che puoi lasciare ovunque per risolvere i problemi di parcheggio e abbiamo deciso di condividere questi mezzi perché sicuramente il due ruote è il mezzo più comodo per andare da un punto A a un punto B.

Cristina: Quindi la ricarica è un problema, diciamo, a vostro carico?

Vittorio Muratore: Certamente, abbiamo preso dei mezzi con batteria estraibile quindi sostituiamo quelle scariche e mettiamo quelle cariche, rendendo il mezzo nuovamente disponibile.

Cristina: Il vostro servizio è disponibile anche per i minorenni?

Vittorio Muratore: Ancora no, soltanto maggiorenni. Per una questione fondamentalmente di sicurezza e approccio allo sharing della mobilità.

Cristina: Sono scooter Made in Italy, quali sono le caratteristiche?

Vittorio Muratore: Quelle principali sono sicuramente un passo ideale per il pavé di Milano, le rotaie, quelle che sono le condizioni per strada e soprattutto è molto leggero. Noi abbiamo pensato al pubblico femminile, quanta gente ha pensato “ho paura a metterlo sul cavalletto”, sul nostro scooter questo aspetto non è più una paura, pesa poco più di 70 kg, quindi è perfetto per lo sharing.

Cristina: I vantaggi ambientali?

Vittorio Muratore: La riduzione dell’inquinamento acustico, l’inquinamento ambientale, il CO2 risparmiato, sicuramente il traffico e gli spazi all’interno della città. Sono tutti vantaggi che il nostro servizio porta alle città che le ospitano.

Cristina: Il costo?

Vittorio Muratore: Il costo è di 0,23 centesimi al minuto, siamo il prezzo più basso del mercato. Per la primavera finalmente aumentiamo la flotta a Milano di 1.5 e prima dell’estate quasi sicuramente apriamo in due nuove città italiane e poi una estera.

Cristina: Viaggiamo verso un mondo di cose sempre meno “mie” e sempre più “nostre”. Occhio al futuro

In onda 19-5-2018

La pittura purificante di Airlite

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Airlite ha sviluppato una pittura che purifica l’aria e può essere utilizzata sia in interni che esterni. Neutralizza gli odori, i batteri e previene le muffe. Respinge la polvere e lo sporco e riduce l’inquinamento atmosferico.

Cristina: Non stiamo tutti meglio quando l’aria è leggera? Oggi vi raccontiamo di una tecnologia che ci consente di respirare meglio. Buongiorno Massimo, di che si tratta?

Massimo Bernardoni: È una pittura che contiene varie tecnologie. Riesce a purificare l’aria, riesce ad eliminare i batteri dalla superficie, le muffe, rimane più pulita nel tempo ed elimina anche gli odori. Noi eliminiamo gli inquinanti trasformandoli in sali, questa è una nanotecnologia, e poi ci sono altre tecnologie che non sono nano, che eliminano i batteri, le muffe ed eliminano la possibilità di sporcarsi le pareti con lo smog.

Cristina: Quindi i famosi baffi del calorifero?

Massimo Bernardoni: I famosi baffi dei caloriferi, gli angoli scuri… chiaramente nel tempo noi siamo molto più performanti.

Cristina: È completamente a base di minerali? Sono sostanze di origine petrolifera?

Massimo Bernardoni: Non abbiamo sostanze di origine petrolifera, è minerale, tant’è vero che quando si applica non ha odore.

Antonio Cianci: Con questa tecnologia dipingere una strada di 150 metri, a destra e a sinistra, equivale a piantare un bosco grande come un campo da calcio. Questo perché 12 metri riescono a ridurre l’inquinamento prodotto in un giorno da un’automobile.

Cristina: Assorbe anche particolato?

Antonio Cianci: In modo indiretto. Il particolato è generato dagli ossidi di azoto per sintesi fotochimica, noi ne abbassiamo i livelli e lo riduciamo in modo sensibilmente notevole.

Cristina: Ha anche la capacità di abbattere i consumi energetici. In che modo?

Antonio Cianci: Abbiamo la meravigliosa capacità di riflettere la componente calda della luce solare, quindi dipingendo la parete con questo prodotto si riesce a ridurre fino a 30 gradi la temperature in superficie. In questo modo minor calore passa all’interno e ho meno bisogno di usare riscaldamento o raffreddamento per condizionare la nostra stanza.

Cristina: Invece internamente avete una tecnologia che lavora quasi all’opposto? Creando una sorta di manto protettivo ma traspirante?

Antonio Cianci: La pittura è traspirante, permette quindi il passaggio di tutte le componenti senza creare ristagno e quelle brutte bolle che portano le muffe all’interno delle abitazioni, condizionando in effetti la stanza in modo naturale.

Cristina: In quanti colori esiste questa pittura?

Antonio Cianci: 180 colori. Devo dire che architettonicamente ha una resa molto bella, simile a quelle delle pitture decorative, permette anche finiture di lusso.

Cristina: Cosa succede quando metti insieme due italiani ingegnosi, uno più tecnico, l’altro più imprenditoriale, giovani nello spirito ma con esperienza? Spaccano.

In onda 5-5-2018

Quakebots, monitoraggio sismico

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Capire quanto è vulnerabile un edificio è di particolare importanza in italia essendo, il nostro, il paese più sismico d’Europa. Oggi vi parliamo di Quakebots, un nuovo sistema di rilevamento e diagnosi.

Cristina: Il sistema Quakebots è un sistema di monitoraggio sismico negli edifici che utilizza la tecnologia IoT per monitorare come l’edificio reagisce alle sollecitazioni sismiche. E da quelle sollecitazioni, utilizzando l’intelligenza artificiale, noi creiamo mappe di classificazione che possono far comprendere quali edifici possono essere più vulnerabili. Speriamo che sistemi di prevenzione come questo si diffondano rapidamente in Italia, perché ce n’è veramente tanto bisogno. Immagino che anche i microsismi stressino un edificio, è così?

Gianni Franzosi:  Si assolutamente, ma anche l’attività antropica, il traffico stradale, quello ferroviario, le metropolitane, i lavori interni che vengono fatti negli edifici. Il sistema è in grado di registrare tutte queste vibrazioni e dar un’informazione dello stress che subisce l’edificio.

Cristina: Il vostro sistema consente di capire quando è il momento di intervenire in maniera preventiva su un edificio?

Gianni Franzosi:  Esatto, il sistema serve per la prevenzione. I dati possono essere usati da ingegneri e architetti per le fasi di adeguamento sismico, ma non è soltanto questo. In Italia abbiamo 7 milioni di edifici in aree ad elevato e medio rischio sismico che sono stati costruiti prima degli anni 70.

Cristina: Nella pratica, voi cosa fate? Installate i sensori?

Gianni Franzosi:  Noi installiamo i sensori all’interno degli edifici, su un muro portante e da quel momento inizia ad utilizzare la rete wifi per comunicare informazioni al sistema in cloud. Tutti i sistemi lavorano in rete, quindi i dati che arrivano da un sistema vengono utilizzati per creare valore agli altri edifici.

Cristina: Quindi serve sia per l’individuo che per fare azioni sul territorio?

Gianni Franzosi:  Si esatto. Azioni sul territorio, ovvero comprendere come il territorio si muove, come gli edifici si muovono durante un evento sismico.

Cristina: Avete già installato un certo numero di sensori?

Gianni Franzosi:  Attualmente abbiamo quasi un centinaio di edifici sotto monitoraggio in varie regioni d’Italia, in Calabria, Umbria e altre regioni e stiamo continuando a crescere.

Cristina: Com’è nata questa storia?

Gianni Franzosi:  È nata in maniere un po’ particolare. Nel 2009 ero responsabile del servizio di supporto al 118 dell’Abruzzo. Il giorno del terremoto alle 6 del mattino, venimmo contattati che dovevano evacuare l’ospedale. Prendemmo tutto quello che avevamo in ufficio – server, postazioni – e andammo su, a L’Aquila e nell’arco di alcune ore abbiamo ricostruito una centrale 118, consentendo al servizio di operare nuovamente. Ho visto la devastazione, cos’era successo e nel mare di emozioni mi sono chiesto “quegli edifici, avranno dato dei segnali prima?”.

In onda 10-3-2018

Carlo Ratti – Portare la natura nelle città

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Carlo Ratti ci parla di come sia possibile, attraverso l’architettura e il design, portare la natura nelle città per vivere più in armonia.

Cristina: Per un architetto che lavora nel mondo, su quali si basa la tua visione del futuro?

Carlo Ratti: Partirei forse dal tema della natura, cioè di come possiamo portare più natura nelle nostre città. Caffè Trussardi in centro a Milano, portando un piccolo giardino sospeso di fianco a Piazza della Scala. Così come nel progetto di Singapore dove in questo nuovo grattacielo, il più altro dell’isola, abbiamo pensato di mettere una foresta tropicale che si apre e si svela nel cuore di questo edificio e nel cuore della città. Anche l’acqua fa parte della natura, questo gym a Parigi che galleggia sull’acqua in cui è l’idea che le persone allenandosi nella palestra, producano l’energia necessaria per spostarsi sul fiume.
Un progetto che stiamo sviluppando al MIT di Boston e stiamo cercando di immaginare cosa succederebbe se ci fossero dei piccoli battelli senza conducenti, utilizzando le tecnologie della mobilità autonoma, adattandole al mondo della barche e all’acqua. E questo potrebbe creare un’infrastruttura ad Amsterdam che ci permette sia di trasportare delle persone, che di creare delle architetture dinamiche. Immaginiamo ad esempio un palco galleggiante che si crea quando c’è n’è bisogno, oppure un ponte temporaneo.
Pensando all’acqua, un altro progetto di ricerca è quello di andare a vedere quali virus e batteri vivono nell’acqua delle nostre città. Quello che si chiama il microbioma, riuscendo a definirlo con conseguenze molto importanti a livello della salute urbana.
Natura non vuole soltanto dire verde o acqua nelle nostre città, ma giocare con altri elementi. Ad esempio il sole, che è fondamentale a Dubai, anzi c’è fin troppo sole e questo rende le nostre città invivibili soprattutto d’estate e li abbiamo creato questa pergola digitale che ci permette di riflettere il sole e creare un microclima per la zona sottostante e anche produrre energia.
Oggi è un momento molto importante perché, per la prima volta, l’energia geosolare sta diventando più competitiva di tutte le altre forme di energia e credo che per un architetto questo sia un punto di partenza ineludibile.

Cristina: Natura in città significa anche vivere l’esperienza coltivatori, perché dovremmo sempre più andare verso questo in una popolazione mondiale che si concentra ssempre di più nelle città.

Carlo Ratti: Io non credo che riusciremo mai a produrre tutto il cibo di cui abbiamo bisogno all’interno delle nostre città, manca lo spazio, manca l’energia del sole. Quello che possiamo fare è portare l’agricoltura urbana per connetterci in modo diverso con la natura, le stagioni, la magia della vita vegetale che si rinnova seguendo le stagioni. È quello che abbiamo cercato di fare a FICO, nel padiglione HORTUS, cercando di trasformare ogni visitatore potenzialmente in un piccolo agricoltore biologico che possa seminare e seguire i frutti di quello che ha seminato.

In onda 3-3-2018

Nuova vita per l’Area EXPO di Milano

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Cosa ne sarà dell’Area EXPO, un milione di metri quadri che nel 2015 ha ospitato 22 milioni di persone? Carlo Ratti Associati, lo studio di architettura Torinese che ha vinto la gara d’appalto, ci ha raccontato come darà nuova vita al sito, utilizzando spazi comuni, aree verdi e mobilità autonoma.

Cristina: Cosa ne sarà dell’area EXPO? Un milione di metri quadri che nel 2015 ha ospitato 22 milioni di persone. Carlo quali sono tutte le innovazioni che potremo vivere nella nuova area EXPO?

Carlo Ratti: Provo a dirti tre aspetti. Il primo è come siamo partiti con il decumano, quel decumano che tutti ricordiamo, questa grande striscia di asfalto che fa da nastro distributore sul sito, e trasformarlo in un grande parco lineare. Un po’ la natura che torna al centro della città. Il secondo aspetto è come la parte bassa degli edifici diventa un common ground, uno spazio condiviso, uno spazio di interazione. Non uno spazio privato ma uno spazio che sia aperto alla città e a chiunque voglia godere di quel sito. Una terza cosa che proverei a dire è legata alla mobilità, sappiamo che la mobilità della città nel 900 era legata ed incentrata sulla macchina. Sappiamo che la automobili nei prossimi anni cambieranno moltissimo a causa delle nuove tecnologie, diventeranno autonome. Questo vuol dire anche una mobilità diversa, in cui la stessa macchina da un passaggio ad una persona, poi un’altra, poi un’altra. Allora ecco che forse uno dei primi siti urbani nel mondo che è stato progettato con questo in mente, con l’idea di una mobilità di un nuovo tipo, basata sull’autonomia.

Cristina: Quante persone ospiterà?

Carlo Ratti: Adesso lo sviluppo durerà molti anni quindi inizierà con Human Technopole, poi le parti universitarie e le varie aziende che si vogliono trasferire. Questo sarà un continuo e una crescita progressiva nel corso degli anni.

Cristina: Quando dovrebbe essere pronto?

Carlo Ratti: Se dici pronto come partire direi sono molto veloci, pensiamo che già l’anno prossimo sia attivo. Da questo nucleo iniziale vuol dire continuare a crescere nel corso degli anni. Io penso che le potenzialità siano davvero tante e quando penso che al successo dell’IIT come centro di ricerca che oggi è diventato un’eccellenza a livello mondiale e che proprio ci fa vedere come nel campo della ricerca quando creiamo le condizioni giusti, i modi i sistemi giusti e anche gli spazi da abitare giusti, ecco che il paese non è secondo a nessuno. Il sito di EXPO a cui siamo tutti affezionati per il grande successo del 2015, quindi è un sito su cui abbiamo proprio vissuto nel corso degli anni e siamo molto contenti di poter contribuire e a continuare a farlo vivere in un domani.

In onda 17-2-2018

La lana Sarda che ripulisce il mare dagli idrocarburi

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Vedere una spugna assorbire un liquido ci affascina. Ora immaginate che la spugna sia ricavata da scarti industriali, addirittura rifiuti speciali, e il liquido in questione sia acqua di mare inquinata da idrocarburi. Ma non finisce qui perché la spugna contiene anche dei microrganismi in grado di digerire gli oli restituendo acqua pulita. Da questa intuizione speciale dell’imprenditrice della blue economy Daniela Ducato nasce Geolana. Il diportista attento la troverà in molti porti e anche nelle sentine.

Cristina: Circa 150 milioni di persone vivono sulle coste del Mar Mediterraneo, scaricando in acqua rifiuti di ogni genere, da quelli industriali a quelli civili. Pensate che secondo le Nazioni Unite sono 100/150 mila tonnellate solo gli idrocarburi. Per fortuna c’è ci si occupa di questo con soluzioni innovative. Buongiorno Daniela, cos’è questo?

Daniela Ducato: E’ un tessuto di lana di pecora realizzato in industria con il pelo corto e che diventerebbe un rifiuto speciale smaltito a caro prezzo ambientale ed economico e invece noi lo trasformiamo in risorsa speciale.

Cristina: E lo vediamo lì?

Daniela Ducato: Esatto e non è decorativo. È un tessile che è stato creato a doc per catturare velocemente molti inquinanti, soprattutto gli oli e gli idrocarburi petrolchimici. E fatto in modo speciale per acchiappare, e quindi per ospitare, tutti quei microrganismi utili che sono in acqua e che hanno il compito di metabolizzare e digerire questi inquinanti restituendoci acqua pulita.

Cristina: Un kilo di lana quanto assorbe?

Daniela Ducato: Tra i 10 e i 14 kili quindi immaginiamo quanto può essere utile e importante creare una gestione sostenibile e responsabile dei porticcioli turistici con un elemento rinnovabile che finito di vivere ritorna a essere mare fecondo.

Cristina: La vostra soluzione si sta diffondendo facilmente nei porti e nei mari?

Daniela Ducato: Sì, per una volta non abbiamo il problema della burocrazia intricata, anzi c’è stata anche una velocità nelle pratiche. Siamo contenti di questa facilità e di questa consapevolezza anche nelle amministrazioni pubbliche. Chi naviga sa che anche in sentina, nel vano motore, si accumulano tanti inquinanti: oli, idrocarburi… Noi abbiamo trovato una soluzione mangia petrolioanche per questa problematica. Come vedete qui ci sono già diversi assorbitori, alcuni sono stati impregnati e stanno biodegradando gli idrocarburi, l’altro è appena stato messo e inizierà tra poco il suo lavoro di biodegradazione.

Cristina: Daniela, spieghi perché questa l’abbiamo al collo?

Daniela Ducato: L’abbiamo al collo e per fortuna non in mare, perché altrimenti vorrebbe dire un piccolo disastro: un grande versamento in mare. Serve proprio per gestire i versamenti visibili e inquinanti. E’ fatto sempre di lana, con un interno di sughero che consente il galleggiamento.

Cristina: La materia prima, la lavorazione e l’innovazione tecnologica sono al 100% sarde, speriamo che questa soluzione si sparga a macchia d’olio. Occhio al futuro!

Watly, tre in uno

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Immaginate di non avere accesso ad acqua potabile, energia e connessione a internet. Ci pare una realtà distante, ma per una parte significativa della popolazione mondiale fa parte della quotidianità. Oggi esiste un’ingegnosa macchina con il potenziale di risolvere questo problema. Si tratta di Watly, un computer termodinamico assemblato in Italia e testato in Ghana.

Cristina: Un miliardo di persone al mondo non ha accesso all’acqua potabile, due miliardi di persone vivono senza elettricità e cinque miliardi non hanno internet. Un gruppo di ragazzi italiani ha avuto un’idea che potrebbe cambiare la vita a molte di queste persone. Buongiorno Marco.

Marco Attisani: Buongiorno Cristina, benvenuta.

Cristina: Grazie. Un sogno di tanti di risolvere questi grandi problemi. Voi ci siete riusciti?

Marco Attisani: Sì, abbiamo una soluzione. Infatti ti abbiamo invitato oggi per presentarti il primo computer termodinamico costruito al mondo. Una macchina capace di purificare l’acqua da qualsiasi tipo di contaminazione, sia essa batteriologica, fisica o chimica, generare elettricità e permettere connessione a internet grazie esclusivamente all’energia solare. Questi sono i nostri nuovi stabilimenti, sono ancora vuoti perché stiamo facendo un trasloco.

Cristina: L’acqua come la depurate?

Marco Attisani: Con un sistema di ebollizione, evitando quindi l’uso di filtri. L’osmosi non è stata la soluzione che abbiamo scelto. Bolliamo l’acqua con un processo termodinamico, quindi superiamo la temperatura di 115° e in questo modo riusciamo a separare l’acqua da qualunque tipo di contaminazione, fisica, batteriologica o chimica. Arsenico, mercurio, metalli pesanti, piombo, sale. Non importa che acqua noi mettiamo dentro a Watly, l’output è sempre acqua perfettamente potabile.

Cristina: E dove l’avete testato?

Marco Attisani: L’abbiamo testato nello stato del Ghana, in Africa, e si è trattato di un esperimento sociale, più che tecnologico. Sapevamo che la macchina funzionasse quindi si trattava di scoprire quali fossero le reazioni umane di fronte a questa tecnologia. Siamo andati in un villaggio completamente deprivato di bagni, docce, acqua e abbiamo fatto chiaramente dimostrazione di cosa significhi portare la tecnologia sana a persone che ne hanno veramente bisogno.

Cristina: Una macchina modulare quindi che può sia soddisfare le esigenze di comunità intere sia di piccoli centri dove l’acqua purtroppo non è più pulita.

Marco Attisani: Corretto. Si tratta di una tecnologia scalabile e versatile, quindi puoi fare una macchina che serve 3000 persone o una che ne serve 30.000. E’ soltanto una questione di declinare la tecnologia in relazione al fabbisogno di quella specifica comunità e contesto ambientale.

Cristina: Marco ha avuto questa grande idea, grande in tutti i sensi perché questo è solo un ottavo del modulo completo, mentre abitava all’estero. Per fortuna poi è venuto a svilupparla in Italia. Occhio al futuro.