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A Passo Empatico – Una conversazione con Giacomo Rizzolatti

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Erano anni che sognavo di incontrare il professor Rizzolatti.

La sua scoperta dei neuroni specchio è un passo importante per l’umanità, conferma che siamo naturalmente interconnessi, capaci di sentire gli altri come noi stessi, e ha dato per la prima volta un fondamento scientifico alle dinamiche dell’empatia.

Disegno di Ramuntcho Matta

I neuroni specchio sono cellule cerebrali che si attivano sia quando si compie un’azione (mangio un cioccolatino) sia quando la si osserva compiuta da un altro (ti guardo mentre mangi un cioccolatino). Non solo: rispondono all’obiettivo di tale azione e all’intenzione, che si riflette a livello motorio (mentre ti guardo prendere il cioccolatino mi si attivano i muscoli della bocca prima che tu la apra). I neuroni specchio fanno sì che io senta ciò che sente l’altro. L’esperimento, reso possibile grazie alla scoperta della risonanza magnetica che ci permette di misurare in tempo reale l’afflusso del sangue alle varie aree del cervello, parte dalle scimmie e riesce a dimostrare che negli umani viene rispecchiata perfino la qualità dell’azione che si osserva. Il nostro cervello, in sostanza, produce una sorta di simulazione virtuale dell’azione altrui, e questo offre una nuova comprensione sul principio di emulazione che è alla base dell’apprendimento.

Professore, la sua scoperta sembra avere rivoluzionato il campo delle neuroscienze, e non solo…

Forse è capitata in un momento in cui si avvertiva il bisogno di un cambiamento, dando una base scientifica a qualcosa che la gente sentiva.

Come nasce il nome “neuroni specchio”?

Sa che non lo so? è una di quelle cose misteriose… Credo che l’abbiamo usato a un certo punto in laboratorio. Non so com’è venuto fuori, onestamente. È nato da solo. (ride) Non abbiamo pensato, come potrebbe fare un giornalista, a un marchio di successo. Comunque è stata una fortuna perché è piaciuto molto. È come chiamare una macchina Panda… Funziona.

Credevo che si riferisse allo stadio dello specchio teorizzato da Lacan, la fase in cui il bambino osservandosi nello specchio capisce di essere “io”…

No, non ci avevamo pensato.

Intorno alla sua scoperta, l’economista Jeremy Rifkin ha costruito la teoria dell’Empathic Society, e il neuroscienziato Vilayanur Ramachandran ha scritto che i neuroni specchio saranno per la psicologia quello che il DNA è stato per la biologia.

Rifkin ama i nostri dati, ma non l’ho mai incontrato. Ramachandran è un personaggio unico, uno scienziato creativo, comunicatore come nessun altro!sentirlo parlare, guardi… è magico! nei congressi abbiamo talvolta sessioni di dieci minuti in cui molti si rifiutano di parlare dicendo che sono troppo corte, mentre lui in quei dieci minuti riesce a fare uno show, e nello stesso tempo sviscera l’argomento mettendo insieme i metodi, i risultati e le idee. Da non credere.

Lui è empatico?

Terribilmente empatico! E pensi che quando ha cominciato a scrivere del nostro gruppo non ci eravamo ancora conosciuti… è una grossa generosità da parte di uno scienziato valorizzare così il lavoro di un altro.

Secondo Ramachandran sono stati proprio i neuroni specchio a favorire il cosiddetto “Big Bang” culturale avvenuto circa 50/100.000 anni fa, quando in un tempo relativamente breve l’homo sapiens inventa il fuoco e il linguaggio e comincia a servirsi degli utensili.

Questa è la sua grande idea, sì. E penso che ci sia molto di vero – oddio, in una cosa come questa non si può parlare di vero o falso – comunque concordo sul fatto che l’uomo diventa animale culturale nel momento in cui impara a imitare i suoi simili. Quando sappiamo imitare gli altri, riusciamo innanzitutto a far sì che se tu hai inventato qualcosa i tuoi figli possono continuare a farlo, i tuoi vicini lo adottano, e quindi l’invenzione si consolida.

Inoltre, come è stato sottolineato da alcuni psicologi, l’imitazione è un meccanismo di identificazione, quindi rafforza il legame sociale nella tribù, che diventa più coesa. Perciò c’è un vantaggio tecnologico e un vantaggio sociale e psicologico. Insomma, l’imitazione è un… come dire… un “trucchetto” geniale che la natura ha escogitato per renderci come siamo, diversi da tutti gli altri animali.

E anche per accelerare l’evoluzione…

Non c’è dubbio. Pensi alla lentezza della civiltà egiziana: per duemila anni hanno fatto più o meno le stesse cose; poi con i greci e i romani si è avuta un’accelerazione fino a quella attuale, paurosa.

Vede, nel momento in cui l’imitazione fa sì che in qualche maniera io e te ci sentiamo eguali e ci capiamo – questo è stato ben studiato nello sviluppo del bambino – allora anche la tua morte è la morte mia, costruisco una tomba perché non posso sopportare che tu sparisca, compare la religione, il bisogno di farti rimanere… mentre se invece tu sei una bestia come un’altra, pazienza.

È uno dei grandi misteri: perché improvvisamente succede tutto insieme? cominciamo a disegnare, a celebrare i riti, nascono le religioni… se è vero che a un certo punto la comunità acquista un nuovo significato é come diceva Martin Bubertue iodiventano la stessa cosa”, allora si capisce perché ho bisogno della religione per assicurarti la sopravvivenza, perché così ti rivedrò nell’ altro mondo.

Quindi il nucleo è l’empatia, il rapporto empatico, che crea affetto, che crea appartenenza, che crea condivisione…

Più che altro appartenenza: credo che anche gli animali abbiano un certo grado di empatia. Però la chiave è l’appartenenza, il tu eio. Chiaro che se uno della tribù sta male, soffrono tutti.

Però se sei empatico senti una nausea tremenda…

Senti una nausea tremenda, sicuramente. Ma quello che conta è il rispecchiarsi nell’altro. Siamo la stessa cosa.

Si rompono i confini.

Si rompono i confini, sì. Cioè, si sono già rotti prima, con i neuroni specchio, ma in maniera molto limitata. Infatti se io capisco la tua azione, la tua intenzione, magari cerco di imbrogliarti… per questo gli etologi di Saint Andrews, con Byrne e Whiten , parlano di “intelligenza machiavellica”. Quello c’era già negli scimpanzé, nei gorilla, ma dopo diventa qualcosa di più, perché con l’imitazione c’è una partecipazione: quello che faccio io lo fai anche tu, quindi c’è qualcosa che ci unisce. Perché nasce la religione? Alcuni evoluzionisti ti dicono: è il linguaggio. Va be’, ma anche se comunichi meglio, che bisogno hai della religione? Invece, se tu e io siamo la stessa cosa, quindi legati, la tua perdita diventa un colpo terribile… E allora la tribù, il gruppo, vuole creare un tempio, avere un luogo in cui questi morti ritornano. Secondo me è molto bello, questo.” Per chi suona la campana? suona anche per te.”

In quante aree del cervello si trovano i neuroni specchio?

Beh, più che di neuroni specchio, bisognerebbe parlare di un meccanismo specchio, grazie al quale certi neuroni trasformano quello che io vedo in un programma motorio mio, così la percezione del mondo esterno diventa conoscenza mia personale. Qui sta la differenza tra la capacità di capire mediante neuroni specchio e la capacità di capire mediante la logica, che è un procedimento astratto. Quanto al meccanismo specchio, sappiamo che è presente nelle aree emozionali, l’insula e il giro del cingolo, e poi nei circuiti parieto-frontali che sono legati alla comprensione delle azioni altrui. I primi esperimenti che abbiamo fatto riguardavano l’atto di afferrare. Un ricercatore belga, Guy Orban, ha recentemente trovato una zona corticale che risponde quando vedo uno che si arrampica, una regione specchio più dorsale dove sono rappresentati le gambe e il corpo…

Questo meccanismo specchio è presente in tutti? fin dalla nascita?

Direi di sì, tutti abbiamo i neuroni specchio, a meno che non ci sia una patologia grave.

E cosa può inibire il loro sviluppo, la loro manifestazione?

La società. In realtà noi tutti siamo determinati dalla nostra natura biologica e dalla cultura. Quindi tutto il nostro comportamento ha due radici, che si uniscono e formano una personalità. Poi se la società è organizzata bene, le cose positive legate alla nostra natura biologica si sviluppano, se è organizzata male non si sviluppano, anzi vengono tarpate.

Per risvegliare i neuroni specchio è meglio che ci sia il contatto fisico tra le persone?

Senz’altro. Anche i filmati funzionano, ma sono molto meno efficaci: i neuroni si attivano molto di più se tu fai un’azione davanti alla scimmia o un uomo – d’altra parte per noi sperimentatori i filmati sono molto più facili da usare: li acceleri, li rallenti, li manipoli, fai anche cose che non esistono in natura…

C’è un particolare tipo di gesti che tende ad attivarli maggiormente?

Soprattutto quelli di violenza, purtroppo. Esaminando il film Il brutto, il buono e il cattivo un gruppo di ricercatori israeliani ha trovato che il cervello si attiva maggiormente quando vede la pistola che spara, e cose del genere. Anche noi abbiamo fatto una ricerca partendo da due spot pubblicitari: nel primo c’è un ragazzo che mangia un cracker, arriva una bella ragazza procace (quindi c’è anche questo elemento d’interesse) che gli fa un sorriso, poi a un tratto gli porta via il cracker e scappa. Nel secondo filmato ci sono gli stessi personaggi, ma qui la ragazza chiede gentilmente il cracker. Be’, l’attivazione corticale  è molto più forte quando si verifica quella specie di microviolenza, che poi chiaramente è scherzosa… eppure il cervello si attiva molto di più.

Quale parte del cervello si attiva?

Le aree emozionali, ovviamente. Se dopo il messaggio tu fai vedere il cracker, l’impatto è molto maggiore perché tutto il cervello si è risvegliato in seguito a questa piccola violenza… I pubblicitari quando pianificano i loro spot intuiscono qual è il meccanismo più efficace, non so come facciano a saperlo ma lo sanno, altrimenti perché la ragazza dovrebbe rubare il cracker invece di chiederlo sorridendo?

E i neuroni specchio come si comportano davanti a questo piccolo gesto invasivo?

Lo vedono, lo rispecchiano, poi attivano le aree emozionali, è un processo di amplificazione.

E ciò che segue viene ricordato meglio.

Sì.

E se al posto dello stimolo invasivo c’è una chiave di humour? Ho sentito dire che se fai ridere qualcuno, l’informazione che segue viene recepita meglio.

Ci deve essere un elemento sorpresa, credo. Però con la gentilezza non funziona molto, forse perché non c’è sorpresa, non so…

Anche se oggi come oggi sorprende più la gentilezza…

E’ vero! soprattutto tra gli adolescenti forse la gentilezza avrebbe colpito di più.

(Ridiamo insieme.) Non è che sui sentimenti positivi si sa meno?

Be’, sì. Attualmente si sa molto sul dolore o sul disgusto, si sa molto poco invece sui sentimenti positivi… è molto più facile lavorare sui negativi.

Secondo lei perché?

Be’, gli psicologi evolutivi dicono che il negativo è molto più importante. Se vedo un tizio con la faccia disgustata significa che il cibo che mangia potrebbe farmi male, se vedo un’espressione di dolore vuol dire che c’è qualcosa di potenzialmente dannoso per me e devo stare attento. Invece se vedo due innamorati… vabbè, buon per loro, ma resto indifferente. Magari se sono buono provo piacere per loro, se sono un invidioso penso fortunato lui… Ma in genere dal punto di vista evolutivo le persone felici lasciano indifferenti, le persone che hanno problemi potrebbero creare problemi anche a me.  

Quindi è possibile sfruttare l’empatia in modo anche strumentale…

Be’, la propaganda lo fa spesso, no? Pensi alle foche! la fochina giovane è un animale simpaticissimo e tenerissimo, che si presta come nessun altro alla propaganda in favore degli animali… Il povero ratto viene derattificato in continuazione, ne vengono ammazzati a milioni, ma non vediamo mai dei topi che vengono uccisi perché non susciterebbero empatia, mentre venti foche fanno una pena incredibile perché sembrano dei bambini, e quindi uccidere una foca giovane diventa un delitto. Gli americani non permettono ai reporter di andare nelle regioni in guerra perché hanno paura che circolino le fotografie…  La crudeltà della guerra diventa molto più crudele se tu la fotografi. In parole fa meno effetto, un conto è sentirsi dire che hanno ammazzato tre persone, un conto è vederle…

Casi di propaganda al negativo ne conosciamo tanti…

Pensi a Hitler! Ha portato una popolazione di persone “per bene”, colte, con una grande tradizione artistica e scientifica, a diventare dei mostri o comunque a non vedere quello che succedeva. Attraverso la propaganda è riuscito a disattivare l’empatia di un popolo intero…

Quando si pensa ai pogrom o ai campi di concentramento nazisti si fa fatica a credere che l’empatia sia un fattore biologico connaturato agli esseri umani…

Be’, ma proprio tramite la propaganda Hitler riuscì a convincere un’intera nazione che gli ebrei non erano esseri umani. Ha battuto e ribattuto sulle differenze, inculcando nelle menti l’idea che le differenze dimostravano che erano esseri inferiori, e qui la propaganda è riuscita ad azzerare il fattore biologico… Secondo alcuni la grande fortuna di Hitler fu anche quella di poter disporre di un mezzo di comunicazione appena inventato e cioè la radio, che permetteva di raggiungere milioni di persone e risultava ancora più autorevole proprio per la sua novità: “L’ha detto la radio!”.

Che rapporto c’è tra potere ed empatia?

Guardi, io penso che l’uomo di potere sfrutti una specie di empatia generalizzata. Qualcuno ha detto che i grandi rivoluzionari amano l’umanità e non l’uomo. È proprio vero, perché se tu ami l’umanità e non ami quelli intorno a te, quando qualcuno ostacola questo tuo grande sogno di umanità lo maltratti o lo fai fuori. Si legge anche in Dostoevskij no? nei Demoni…c’è questa degenerazione dell’idealismo, questa contraddizione tra ‘io amo l’umanità’ e ‘sono un superuomo quindi ammazzo queste persone per il bene dell’umanità’. L’empatia viene in qualche modo eliminata per un fine “superiore”. E si trasforma nel suo opposto.

Ma secondo lei il sogno di una società empatica è possibile?

Di più: è necessario. La nostra società ha bisogno di empatia come nessuna prima. Innanzitutto perché con la tecnologia è aumentata la possibilità di nuocere al prossimo – una persona sola può distruggere un aeroporto, un aeroplano può andare contro un grattacielo, se lei ci pensa è quasi un miracolo che il terrorismo sia tutto sommato sotto controllo e non ci siano matti che fanno cose terribili. Più una società diventa complessa più ci deve essere empatia, se no la possibilità di distruggerla è infinita.

Oggigiorno anche l’indice di felicità sembra essere ai minimi storici…

Verissimo. Amici psicanalisti mi raccontano di industriali di successo che vanno da loro perché si sentono profondamente infelici, dicono: non mi apprezzano come merito, io sono molto più bravo di così, ho una grande insoddisfazione dentro… ed è gente che ha successo, che ha soldi! Eppure vanno dallo psicanalista a farsi consolare..

A maggior ragione dovrebbe essere considerato utile indagare meglio le dinamiche della felicità.

Sarebbe molto interessante, ma sarebbe più compito dei sociologi che dei scienziati no? Noi possiamo dare una base scientifica, ma non sostituirci a loro.

Perché no?

Perché l’infelicità diffusa è un problema sociale, e tradizionalmente i problemi sociali sono trattati dai sociologi, o eventualmente dagli psicologi o dagli psicanalisti… fino a pochissimo tempo fa il neurofisiologo non si interessava dei rapporti tra l’io e il tu, si interessava solo alla persona singola.

Però, professore, la sua scoperta ha rotto gli argini e le barriere, ha avuto le reazioni più incredibili da ambiti totalmente diversi…

È vero, è vero…

Non è forse un segnale che è ora di romperle, queste barriere tra i saperi?

Sì, è così, la risposta è sì. E sta avvenendo, anche sul piano sperimentale: per esempio si cominciano a fare risonanze magnetiche con due persone, è una cosa buffissima, i due entrano insieme come in un lettone, e così riesci a leggere simultaneamente i due cervelli mentre interagiscono. La tendenza è di non studiare più l’individuo come singolo, come elaboratore di informazione, ma come essere sociale, per vedere cosa succede nei rapporti tra due – più di due attualmente è impossibile, la tecnologia non lo permette.

Ci sono esperimenti che suggeriscono tra l’osservatore e l’osservato correlazioni di tipo diverso da quelle accertate finora?

Be’ deve sapere che noi abbiamo dei neuroni che rispondono sia quando vengo toccato direttamente, sia quando viene sfiorato il mio spazio peri-personale. Per esempio, lo stesso neurone si attiva sia se lei mi tocca il naso sia se avvicina il dito al mio naso. Intorno a noi c’è come un cuscino di aria diciamo, e infatti ci infastidiamo se qualcuno si avvicina troppo, lo sentiamo come un’intrusione nel nostro spazio. Ebbene, c’è un ricercatore giapponese… che adesso è da noi tra parentesi, si chiama Hiroaki Ishida, il quale ha scoperto che se mentre la scimmia mi sta guardando qualcuno invade lo spazio intorno al mio corpo, in lei si attiva lo stesso neurone di quando si invade lo spazio intorno al suo. È un meccanismo specchio molto interessante perché è legato alla corporeità: non solo mi “approprio” della tua azione, ma il tuo corpo diventa il mio. Non solo la tua azione diventa la mia azione ma il tuo corpo e il mio corpo sono simili.Tutto sembra convergere verso l’evidenza che noi siamo molto più uniti l’uno all’altro di quanto crediamo… è la società che poi tende in ogni modo a distruggere questo vincolo biologico: la nostra società.

A livello di società, secondo lei quali sono i fattori che anche storicamente hanno disattivato il meccanismo empatico nell’individuo?

Penso che una trasformazione profonda sia cominciata a partire dalla rivoluzione di Berkeley… chiaramente questa è una mia opinione personale, non parlo da scienziato, ma il movimento studentesco ha avviato un cambiamento radicale – beninteso, la motivazione primaria era giusta, c’era una reazione a un modello tradizionale, le donne volevano essere libere, ma la libertà deve essere legata a un rapporto sociale. Se per libertà s’intende “esisto solo io”, guai. O meglio, va bene quando sei adolescente e ti stai affrancando dai genitori, ma quando hai superato i trenta, se non hai un compagno, se non hai una famiglia, se non coltivi degli obiettivi sociali, un qualcosa in cui credere, la capacità di riconoscersi nell’altro viene meno. Poi i maschi sono venuti dietro, ma credo che fosse essenzialmente una rivoluzione femminile. In qualche modo la libertà e la spensieratezza del “college” sono diventate un modello di vita… io non ho fatto il “college” negli USA, ma basta vedere i film dell’epoca per avere il senso di una vita molto libera e anche piena di stimoli intellettuali ma senza responsabilità tranne quella di preparare gli esami… però poi cresci, ti sposi, fai i figli, e quella vita lì è difficile da fare….

Quindi c’è stato un vuoto di valori?

Più che un vuoto direi una sopravvalutazione dell’io. La mia generazione quando si sposava aveva l’idea di creare qualcosa di stabile e definitivo. In un certo modo la moglie entrava a far parte della famiglia, anche se le famiglie non erano già più numerose come prima… Adesso sposarsi è diventato una specie di contratto a termine.

È anche un effetto della crisi della religione, forse…

Mah… già quando io ero giovane l’aspetto religioso contava molto poco. Soprattutto nell’ambiente intellettuale. L’idea era di fondare una piccola società, qualcosa che durasse, e in genere si sperava di avere figli. Non è che si andava insieme perché ci piaceva solo andare a letto. Era un miniprogetto che si innestava in quei progetti comuni in cui allora credevamo molto.

Questa rivoluzione avviata negli anni ’60 sotto il segno dell’individualismo contestatore poi negli anni ’80 si è trasformata in un individualismo di tipo diciamo di destra – fregatene di tutto, l’unica cosa che conta è diventare ricco… però adesso a me pare che ci sia un riflusso verso l’idea che tutto sommato abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Quando parlo in pubblico, sento l’entusiasmo di gente che dice: ma allora non siamo proprio così cattivi, così egoisti… cioè c’è questa necessità di credere nell’aiuto reciproco, ed è una cosa che trovo non solo negli scienziati ma anche nella gente diciamo più semplice… non solo nell’anziano che magari si sente abbandonato ed è tutto contento che uno parli di queste cose, ma anche in tanti ragazzi giovani.

Lei parlava prima delle famiglie numerose: forse il bisogno odierno di empatia sociale è anche legato al progressivo restringersi delle famiglie, all’affermarsi delle cosiddette famiglie “atomiche”, composte da una o due persone…

Effettivamente la vecchia famiglia creava anche una specie di ombrello di protezione per i vecchi, c’era la zia, c’era la nonna, ma era anche un paracadute sociale, lo zio rimasto magari senza lavoro che però viveva insieme… Ancora nella mia infanzia praticamente ogni domenica i miei genitori alle cinque andavano a trovare i nonni e si prendeva il tè tutti insieme. Ricordo che tornavo dalla partita di calcio e bisognava andare dai nonni. E si era già molto dopo la guerra… adesso, non so, i miei nipoti quando vengono a trovarmi è solo perché hanno bisogno di qualcosa o magari per giocare ma non è che vengono puntualmente alle cinque… non c’è più quel legame…

Erano riti importanti…

I riti sono spariti completamente, no? Eppure servivano a stare uniti. Se tu sai che ogni domenica alle 5 si va a trovare i nonni, diventa un’abitudine come il Natale o come altri riti che si sono conservati, se invece lasci tutto libero, alla fine non ci vai perché una volta hai da fare, la volta dopo hai il mal di testa…

Quanti figli ha lei?

Due, un maschio e una femmina. Entrambi con figli.

I collanti sociali cambiano… Oggi c’è il social network.

È un bene o un male?

Lei che ne dice?

Mah… io ho paura che sia più un male che un bene, a me pare che il rapporto corporeo, il rapporto vis-à-vis, il contatto fisico crei un legame molto più vero di quello che hai con qualcuno con cui chiacchieri. Cioè, non vorrei che questo finisse per portarci a un isolamento…

A chi lo dice. Quando si hanno dei figli adolescenti come ne ho io è difficile non farci caso…

Per esempio adesso il mio nipote più grande ha quattordici anni e a volte mi sembra quasi di averlo perduto, perché quando aveva cinque o sei anni gli piaceva stare assieme a me, giocavamo ai soldatini, mi cercava… adesso che va al ginnasio viene da noi a pranzo perché mia figlia abita fuori città, ma appena ha finito di mangiare si alza e va in camera sua e si mette al computer, con Skype e così via… certo avrà anche i suoi amici, talvolta escono la sera, ma il grosso del tempo lo passa con… il computer.

Ma collettivamente secondo lei l’empatia è aumentata o diminuita?

È un discorso molto complesso. Ho partecipato di recente a un convegno sull’empatia che si è tenuto a Heidelberg e un amico ceco mi faceva notare come è cambiato il concetto di empatia. Cioè, attualmente è molto più sociale. Se muore un soldato nostro in Afganistan è un dramma nazionale, mentre durante la prima guerra mondiale i generali non avevano nessuna empatia per i soldati, li mandavano a morire perché non li consideravano come se stessi, credo ci fosse l’idea aristocratica che il nobile, l’ufficiale, fosse un uomo di tipo diverso. Il concetto attuale che tutti debbano avere diritto alla salute è un’empatia inconcepibile cent’anni fa. Un tempo c’era la carità, i buoni davano dei soldi. Adesso l’empatia sociale è diventata quasi obbligatoria…

Sa cosa, forse è anche diventato tutto più istituzionalizzato. Cioè in qualche maniera ci preoccupiamo meno dell’altro perché pensiamo: c’è il Servizio Sanitario Nazionale, ci sono i pompieri… non c’è più quell’aiuto diretto che c’era in passato, quando mancava l’intervento dello Stato… questo in fondo ci rendeva più empatici.

Ah, questa è una chiave interessante…

Abbiamo un po’ delegato l’empatia al servizio pubblico: lo Stato deve occuparsi della sanità, della scuola, della sicurezza e del benessere dei cittadini: ne risulta una forma di deresponsabilizzazione… io penso solo a me stesso e delego le istituzioni, salvo poi arrabbiarmi se il servizio non è all’altezza delle mie aspettative.

Un altro fattore, forse più in Italia che altrove, potrebbe essere il crollo del partito comunista. Per molti giovani era un momento di aggregazione, un partecipare insieme a un’idea di società migliore, andavano a vendere l’Unità la mattina,  c’erano le cellule, c’erano le sezioni… Adesso è diventato come un partito americano, è finita l’aggregazione….

E sul piano del lavoro?

Be’, ci sono mestieri in cui l’empatia deve essere ridotta quasi per necessità. Cosa vuole, le forze speciali hanno un training per essere poco empatici, se no come fanno a intervenire. Non che diventino delle bestie, ma nel momento in cui impugnano il manganello e ricevono l’ordine, non possono commuoversi se vedono del sangue o una ragazza che piange. A volte siamo socialmente tenuti a diminuire l’empatia. Però la cosa dovrebbe limitarsi a questi corpi speciali, non riguardare il cittadino normale.

Ogni volta che sono in un aeroporto mi meraviglio al pensiero di tutte quelle persone che si mettono in fila, si lasciano guidare, rispettano gli ordini… Quando ci fu l’eruzione di quel vulcano dal nome impronunciabile, ero di ritorno dalla Polonia e sono rimasto bloccato a Vienna. Si potrebbe pensare che in una situazione così drammatica la gente cerchi di fregarsi l’un l’altro e invece è scattata un’empatia veramente interessante… ci si aiutava, col telefonino, si cercava informazioni, ci si passava voce: c’è un treno che va a Innsbruck! prendiamolo, da lì riusciamo ad andare a Verona… il punto è che la società di oggi è talmente complessa che non può più permettersi l’individualismo.

Purtroppo non solo ci sentiamo separati dagli altri ma ci sentiamo separati anche dalla natura…

Lei trova che siamo separati dalla natura? Non mi sembra…

Be’, stiamo stravolgendo gli equilibri del pianeta con una certa dose d’indifferenza…

Può darsi, ma i borghesi continuano ad andare in montagna e ad amare la natura, nei romanzi dell’800 i poveri vivevano in città inquinate e sporche, mentre adesso, insomma, una gita fuori porta se la permettono…

Lei quindi non crede che amare la natura sia un istinto naturale?

Insomma… c’è un bel salto dall’amore per il prossimo all’amore per la natura…

Ma non dovremmo sentire la natura come qualcosa di affine?

Mah… evolutivamente lei pensa che si sia mai posto questo problema? No, la natura era un… datum, era lì. È solo la nostra generazione che ha incominciato a porsi il problema… credo che la preoccupazione per la natura sia più una costruzione intellettuale…

Ma senza le piante noi non respiriamo…

D’accordo, ma non facciamo questo ragionamento. Non è che pensiamo alla funzione clorofilliana…

Ma non dovremmo anche avere cognizione del loro ruolo, sentirle empaticamente come esseri viventi?

Ma qui i neuroni specchio non c’entrano!

Be’, allora sarebbe interessante verificare se si attivano i neuroni specchio quando vedo una quercia che viene abbattuta.

(Lungo silenzio)Beh, è abile lei, eh? mi tira fuori un argomento che… effettivamente sì, siccome anche la quercia è un essere vivente, quando viene abbattuta uno ci resta male, non c’è nessun dubbio, anche vedere un bambino che calpesta i fiori senza alcun motivo ci colpisce – allora, sì, empatizziamo, ma perché in quel momento consideriamo la quercia quasi come un essere vivente… cioè, è un essere vivente… ma gli diamo quasi una figura animalesca. 

Solo questo?

Direi di sì, è un fenomeno quasi corporeo, perché la quercia è li, è un essere vivente e vederlo morire ci toglie… insomma, noi facciamo parte di… sì, in quel senso la natura è nostra. Però se devono costruire un’autostrada e per farla distruggono degli alberi, non si tratta più di empatia… uno deve valutare i pro e i contro, soppesare i vantaggi economici, non è più così immediato, è un processo logico che deve risolvere più un sociologo o un politico. Non è che io Giacomo Rizzolatti posso decidere se fanno bene a fare la Torino-Lione. Però con l’esempio dell’albero mi ha preso in contropiede, lo ammetto…

Torniamo alle possibili applicazioni, magari anche un po’ azzardate, dei neuroni specchio. Non pensa che la sua scoperta abbia in qualche modo convalidato il potere delle visualizzazioni?

In che senso?

Nelle tecniche di meditazione si insegna a visualizzare ciò che noi desideriamo avvenga; creandoci delle sequenze che attivano una risonanza interiore e fanno come da apripista al suo avverarsi…

Be’… il neuroscienziato francese Marc Jeannerod ha introdotto una distinzione tra motor imagerye visual imagery. La motor imagerysi ha quando penso a me stesso mentre faccio una cosa: qui ho dei risultati molto simili a quelli dei neuroni specchio, mi si attivano le stesse aree, mentre se semplicemente vedo o immagino una cosa statica l’efficacia è molto inferiore.

Questo collimerebbe con le tecniche di crescita personale attraverso la visualizzazione, che richiedono appunto di immaginare se stessi mentre si compie un’azione.

In effetti la motor imagery, immaginare di fare qualcosa, è estremamente potente, quasi potente come vedere. Anche se in quello che dice lei di scientifico non c’è moltissimo. C’è una ricercatrice tedesca, Tania Singer, adesso dirige il Max Planck Institute a Lipsia, lei ha fatto  esperimenti sulla meditazione… però non mi pare che sia andata molto avanti…

Rientra nel suo dipartimento di studiare cosa accade quando uno esegue una visualizzazione motoria?

Sì, è stato fatto, in Francia. Proprio Jeannerod aveva pensato a una tecnica di riabilitazione per i colpiti da paralisi, dovevano immaginare di muoversi. I risultati c’erano, ma per i pazienti era faticoso. Noi facciamo qualcosa di simile, ma il nostro metodo prevede tre momenti: vedere, immaginare, fare. Cioè io vedo l’azione che non so fare, perché sono paralizzato, fatta da un altro, immagino di farla, e poi la eseguo nei limiti del possibile. E funziona abbastanza.

Conosce la storia dei D’Angelo? abitano a Milano tra l’altro… pochi giorni dopo la nascita del primogenito hanno scoperto che il bimbo aveva avuto un ictus prenatale all’emisfero destro del cervello.

Oh mamma, poverino…

Anche loro hanno in qualche modo applicato la sua scoperta…

Eh, ma… non è una cosa magica purtroppo…

Sì, ma sa cos’hanno fatto? hanno usato se stessi come modello per il bambino e i risultati sono stati sbalorditivi.

Ma sono stati bravissimi! È stata un’intuizione splendida quella di usare se stessi perché hanno la stessa maniera di muoversi, gli stessi geni… sarebbe stato molto meno efficace se avessero usato un estraneo come modello. Noi vorremmo fare qualcosa di simile in maniera tecnologica, coinvolgendo proprio i genitori e i parenti… ma questi D’Angelo meriterebbero davvero un premio…

A proposito, complimenti per il Brain Prize che ha da poco ricevuto a Copenaghen! Cos’ha significato per lei questo riconoscimento dedicato ai neuroscienziati  che ogni anni si distinguono nel loro campo?

Sono stato contento sia per me sia per la scienza italiana, che nonostante le difficoltà rimane di alto valore.  Poi la cifra è ingente.

Un milione di euro: un premio perfino più ricco del Nobel, che negli ultimi tempi è stato diminuito. Come lo spenderà?

Sarebbero tutti soldi miei, però non mi sembra giusto mettermeli in tasca. Pensavo di destinarne una parte a un fondo per la ricerca nel dipartimento di neuroscienze. La burocrazia è diventata insopportabile e l’unica soluzione per lavorare bene è avere risorse al di fuori dell’amministrazione universitaria.

Pensi che da noi c’e un canadese che voleva comperare un pezzo di plastica, gli occorreva per un esperimento. Costo, trenta euro. Ci hanno detto che dovevamo seguire la trafila stabilita dalla “spending review”. Attesa: un paio di settimane. Insomma, o paghiamo di tasca nostra o smettiamo di lavorare. Non le dico se uno ha bisogno di una prestazione professionale! Deve chiedere il permesso al rettore, che deve fare un annuncio a tutta l’università per vedere se qualcuno si presta gratuitamente, dopodiché, siccome ovviamente nessuno si presta, si istituisce il concorso, si aspettano venti giorni perché il bando diventi pubblico, si fa il concorso che, alla fine, va alla Corte dei conti per l’approvazione. Morale, se voglio un’analisi statistica devo aspettare tre mesi. In Germania ce l’hai in un giorno. Ci trattano come il catasto o il ministero dei Trasporti, dove forse è logico contenere al massimo i prezzi, ma per un pezzettino di plastica…

Per le spese ordinarie ci dovrebbe essere un responsabile di dipartimento che verifica che non si sperperi.

Certo, ma l’amministrazione universitaria non si fida. Nei paesi anglosassoni si va sulla fiducia – chiaro che se fai qualche cosa di male poi sei finito. Da noi tra spending review e legge Gelmini è praticamente impossibile lavorare. Il fondo che voglio creare servirà anche per queste piccole cose.

A proposito di riforma Gelmini, lei nel 2008 avanzò una proposta importante sul sistema universitario e sulla ricerca.

Sì, suggerivo di abolire le cattedre universitarie a vita, instaurando un sistema per cui ogni cinque anni una commissione ti esamina. Se sei bravo puoi restare anche fino a novant’anni, altrimenti vai a casa anche a cinquanta. Tengo molto a rilanciare questa proposta. Sei anni fa ricevetti molte lettere da giovani che dicevano: lei è un bell’egoista, ha avuto il posto a vita e adesso ci vuole controllare. Io credevo di favorirli, perché se mandi via tutta una serie di 50-60enni che non fanno niente poi hai più posto per i giovani.  Il merito è un concetto basilare per l’università – forse per il catasto no, non credo ci sia una grande differenza tra un impiegato e l’altro, ma tra un professore universitario e un altro, sì.

È il sistema che vige al RIKEN, un centro di ricerca giapponese di altissimo livello, parallelo all’università. Lì non fanno complimenti, ti convocano e ti dicono: la sua produzione scientifica non è considerata buona, le diamo due anni per trovarsi un altro posto. 

L’empatia non dovrebbe anche essere un ingrediente fondamentale nelle aule, tra professori e studenti?

Fondamentale. Ma questo tutti gli insegnanti lo sanno.

Sì ma quanti sono empatici nella sua esperienza? Diciamo la verità…

Beh… in effetti siamo tuttora ancorati all’idea che basti conoscere bene la propria materia per essere un buon insegnante. Ma è altrettanto importante saperla insegnare. Anche un medico non deve solo chiederti l’anamnesi, deve saperti fare le domande, entrare nel tuo io per capire la tua malattia. Idem per il magistrato… invece noi tendiamo ancora a considerare le due cose separate, e a sottovalutare la seconda. Invece i professori bravi a insegnare sono quelli che sanno dare entusiasmo ai ragazzi. Se non dai niente ai ragazzi, non imparano. Il rapporto empatico è fondamentale.

Quante forme di empatia avete finora classificato?

Be’ attualmente… dovendo proprio riassumere per sommi capi, direi che ci sono tre forme di empatia. Innanzitutto l’empatia emotiva, cioè l’empatia che ci fa “soffrire insieme”, “sentire insieme”, che è quella che ha reso popolare la scoperta dei neuroni specchio; poi c’è l’empatia diciamo cognitiva, la capacità di capire gli altri in base alle loro azioni, che prevede sia l’immedesimazione sia l’oggettivazione: ti capisco sia perché sei umano come me sia perché sei un oggetto che fa qualcosa; questa capacità varia a seconda del rapporto tra l’osservatore e l’osservato – per esempio, se sei la mia fidanzata probabilmente ti capisco meglio; e infine molto importanti per noi sono i cosiddetti vitality forms, una denominazione che si deve allo psicanalista Daniel Stern e riguarda la “qualità” dei gesti minimi. Se a tavola le chiedo di passarmi il sale, da come lo fa posso capire se è di buon umore, o distratta, o aggressiva. La qualità del gesto non l’avevamo mai studiata prima di Stern, e sia per noi sia per gli psicologi dell’infanzia il “come” è un fattore fondamentale, è l’inizio del rapporto sociale. Quando il bambino ancora non ha capacità logiche, capisce il HOW. Tra l’altro è proprio il tipo di empatia che sembra mancare agli autistici “high functioning”, quelli senza deficit cognitivi ma privi di un importante aggancio con la realtà…

Quindi è un meccanismo che prescinde completamente dal dato culturale… Sarebbe bello indagare meglio sulla qualità del gesto in un senso anche sociale, nella vita di tutti i giorni…

Certo, il gesto gentile è importante… sono convinto che un minimo di gentilezza col marito, coi bambini, appena vai al bar, cambierebbe già il mondo. Invece di “Caffè!” “Mi farebbe un caffè, per piacere?”

Cambiamo l’idea che il positivo è una palla!Si potrebbe sviluppare una ricerca imperniata sulla domanda “La gentilezza funziona?”…

Perché no? è un bellissimo titolo.

Federico Faggin, la scienza della consapevolezza

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È tra i padri del microprocessore e del touch pad. Oggi, con la Fondazione Federico ed Elvia Faggin, indaga la natura della coscienza cercando di estendere il metodo scientifico per esplorare la mente.

Federico Faggin, fisico, inventore e imprenditore, è nato a Vicenza il 1° dicembre 1941, si laurea in fisica summa cum laude nel 1965 all’Università di Padova e dal 1968 risiede in California. Quell’anno, alla Fairchild sviluppa la tecnologia MOS con porta di silicio, che consente la fabbricazione dei primi microprocessori e delle memorie EPROM e DRAM, cuore della digitalizzazione dell’informazione. Diventa poi capo-progetto e designer dei primi microprocessori Intel (4004, 8008, 4040 e 8080). Nel 1974 co-fonda e dirige la Zilog, dove progetta il microprocessore Z80. Nel 1986 Faggin co-fonda e dirige Synaptics, che sviluppa i primi touch pad e touch screen. Il 19 ottobre 2010 Faggin riceve dal presidente Barack Obama la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione per l’invenzione del microprocessore e l’anno dopo fonda la Federico ed Elvia Faggin Foundation, dedicata allo studio scientifico della coscienza.

L’INTERVISTA A FEDERICO FAGGIN SU THE GOOD LIFE ITALIA 

Lo sfondo della Basilica Palladiana, in piazza dei Signori a Vicenza, non potrebbe essere più adatto. L’armonia delle forme, la cadenza regolare di archi e aperture laterali, le campate di ampiezze variabili, creano un insieme che è più potente delle singole parti. Anche la carriera di Federico Faggin è una somma di parti, un lavoro di squadra che il fisico vicentino ha concertato esercitando le virtù del leader naturale.

È stato infatti grazie ad una sinergia delle menti giuste che Faggin ha fatto nascere, nel 1971, l’Intel 4004, il primo microprocessore e una vera rivoluzione per l’informatica. Un oggetto che, a guardarlo, ha anche lui una sua armonia: i circuiti integrati creano un pattern, ed è la giusta disposizione di queste parti a garantire la potenza dell’insieme.

Federico Faggin ha 77 anni e una lunga carriera alle spalle, ma non smette di guardare avanti e oggi studia la natura della coscienza. Già nel 1986 fonda Synaptics con lo scopo di sviluppare computer capaci di auto-apprendere attraverso strutture di reti neurali. Un’intuizione che anticipava di 30 anni le ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale. Dalla fisica Faggin ha imparato che esiste solo un mondo oggettivo fatto di materia, energia, spazio e tempo. «Se la coscienza è una proprietà del cervello, mi dicevo, deve essere possibile riuscire a fare un computer consapevole» racconta con lo sguardo intenso di un uomo che non finirà mai di indagare. «Avevo un comitato scientifico di neuroscienziati molto validi e la domanda che ponevo loro era “Qual è la differenza tra consapevolezza e cervello?” Loro rispondevano “la consapevolezza è un fenomeno del cervello”». In altre parole, non c’è differenza.

Faggin vuole capire meglio e intraprende da allora un lungo e appassionante percorso. Mette a confronto e armonizza la sua mente scientifica con l’intuizione e il suo dialogo interiore con la fenomenologia del mondo esteriore. Una ricerca di cui è parte integrante Elvia Faggin, moglie e compagna di una vita.

Nel 1992 Synaptics sviluppa un’altra invenzione destinata a cambiare il nostro modo di rapportarci alle tecnologie: il touch pad. «È nato da una sciocchezza» racconta. «Una piccola rottura di scatole. Ero nel consiglio di amministrazione di Logitech, che produceva trackball (le palline usate al posto del mouse sui primi laptop, ndr). Ma ogni paio di giorni dovevo aprirlo e pulirlo perché il grasso delle mani lubrificava la pallina. In quel periodo avevo un piccolo gruppo di ricerca e lanciai la proposta di cercare un’alternativa alla trackball ricorrendo a elettroniche a stato solido. In un paio di mesi, abbiamo inventato il touch pad che sostituì i trackball, e anche il touch screen, per il quale non esisteva ancora una piattaforma».

La rivoluzione della mente

Faggin rivoluzionerà il mondo della scienza come ha fatto con quello dell’informatica? «Il mio obbiettivo è capire, non rivoluzionare» risponde con ferma umiltà. «Dopo anni di ricerche ho vissuto un’esperienza che ha ribaltato la mia prospettiva. Era il 1990. Avevo quasi 50 anni e ho avuto un’esperienza percettiva spontanea, non indotta e brevissima, in cui mi sono sentito simultaneamente il mondo e l’osservatore del mondo. Un evento fondamentalmente diverso da quelli ordinari, in cui ci sentiamo separati dagli altri. È stata una rivelazione profonda. Ho capito che dovevo esplorare la mia consapevolezza in prima persona. Io non so se lei sia consapevole, né lei sa se lo sono io. Non possiamo provarlo scientificamente, e questo è parte del problema».

Faggin si affida allora a una psicologa transpersonale, non per rimuovere traumi, ma per capire i processi della mente e aprirsi a idee nuove. Studia, approfondisce, vive altre esperienze. «Dopo quella prima ne ho avute molte altre, come risposta a quello che cercavo. E continua a essere così. Faccio un sogno e mi sveglio con un’idea. So che sono guidato. Come sarebbe possibile, altrimenti? Non è
possibile che ci arrivi da solo. Noi siamo guidati». Il suo candore è illuminante.

Faggin ha trovato nel Diamond Approach, fondato da A. H. Almaas il metodo per indagare le molteplici dimensioni del potenziale umano attraverso un percorso che integra psicologia e spiritualità.

Ritiri, lezioni e meditazioni, studio e pratica segnano 10 anni della vita di Faggin. Finché, nel 2008, capisce come restituire al mondo ciò che, fino a quel punto, era stato un processo personale. Cede ai giapponesi la sua ultima società, Foveon, che produce sensori per l’acquisizione di immagini. Esce dai consigli d’amministrazione di cui era membro e nel 2009 decide che vanno finanziate le ricerche sulla consapevolezza, partendo dall’ipotesi che essa sia una proprietà fondamentale della natura. Conosce studiosi in gamba che la pensano come lui, ma non trovano fondi. Perché la premessa è che la consapevolezza è solo una funzione del cervello. Per questo nel 2011 nasce la Fondazione Federico ed Elvia Faggin. «È stato Federico a volere il mio nome nella Fondazione. Non ho nessun ruolo nell’originare idee, ma quando si sveglia di notte con delle idee, mi sveglio con lui e ne parliamo. In questo senso sono molto partecipe» racconta Elvia. «Spazio e tempo sono due ossessioni di Federico: durante le nostre conversazioni cerca di incastrare i pezzi del puzzle nel suo modello filosofico-scientifico».
«La nostra dinamica Ying-Yang riflette le polarità alla base della
vita» conferma Faggin. Nella sua nuova visione, l’ambito fenomenologico, cioè lo studio dei fenomeni anche scientifici, deve unire l’aspetto intuitivo, femminile, con il maschile, razionale. La ricerca di Faggin si è spinta molto lontano dall’idea di creare un “computer consapevole”.

«La scienza e la spiritualità devono trovare un’armonia che oggi non c’è. Sono considerati due campi separati, coesistono ma non si riconoscono. Così riduciamo da un lato la nostra umanità a una macchina, e dall’altro coltiviamo un senso di superiorità riguardo alla scienza e alla materia. Dobbiamo andare oltre, se vogliamo scoprire la natura della realtà».

Un altro modo di vedere

Lo scienziato Faggin ha dunque sviluppato un diverso modo di osservare il mondo e i suoi fenomeni. «Io non posso osservare direttamente il mondo interiore di un’altra persona. Devo cercare di capirlo interpretandone i segni: le parole, il comportamento, l’insieme dell’aspetto fisico. La nostra coscienza, però, che assumo esista prima dello spazio-tempo, può percepire gli altri come se stesso». Può sembrare strano, ma, come spiega Faggin, è lo stesso tipo di contraddizione che sta alla base della fisica quantistica. «Il qubit, cioè il bit quantistico è sia zero che uno. È allo stesso tempo vero e falso. Ciò deriva dal fatto che la realtà è olistica. Non esiste una parte distinguibile dall’altra. La fisica classica è riduzionista e le sue parti sono separate e identificabili. La meccanica quantistica è olistica, e le sue parti sono i campi quantici. Questi sono identificabili, ma inseparabili: sono “parti intero”, cioè gli aspetti identificabili di un universo indivisibile. Nel modello che sto mettendo a punto, il campo quantico è solo l’aspetto fisico di una entità più vasta che chiamo “unità di consapevolezza”. L’unità di consapevolezza è un sé cosciente con un aspetto interno semantico e un aspetto esterno simbolico. I due aspetti si riflettono l’un l’altro. Come le due facce di una stessa medaglia».

La ricerca di Faggin si è spinta molto lontano dall’idea di un “computer consapevole” capace di programmarsi da solo mimando il processo decisionale dell’uomo. Oggi Faggin è giunto alla conclusione che quel tipo di calcolatore non si può progettare. «Come faccio a tradurre quello che provo in segnali elettrici o biochimici che sia, e viceversa? Percepiamo la realtà attraverso sensazioni e sentimenti, emozioni e pensieri. Che non hanno niente a che vedere con i segnali elettrici». Non è una resa della scienza: solo la conclusione che il vero “computer” da studiare è dentro di noi.

Roberto Gabetti , l’architetto che amava i Lumi e la tradizione

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E’ una serata di fine maggio. Il cortile del Castello del Valentino è ormai deserto, abbandonato dopo l’ennesima occupazione. Camminando Roberto sussurra «Sai Carlo mi sento davvero un girondino!». Anche in quel clima, ormai arroventato del 1974, in cui era facile diventare manichei, Roberto Gabetti non rinunziava a credere in un possibile processo riformatore. Non ad una riforma salvifica, come allora e oggi si invoca da opposte posizioni. La riforma poteva realizzarsi, solo se non dava nulla per acquisito e concluso, se non si incentrava in un unico atto. D’altronde a Gabetti non piacevano i manifesti, le semplificazioni, le bandiere.
Si decantava in quella posizione la sua quasi irriducibile dicotomia culturale: l’essere insieme illuminista e cristiano, socialmente e istituzionalmente impegnato. Un intreccio che si ritrova nei suoi scritti e nel suo fare l’architetto. Il Settecento era il suo campo di studi prediletto e l’Encyclopédie il suo riferimento più ricorrente. Come l’architettura sacra era uno degli oggetti del suo impegno civile e professionale, dall’accompagnare l’attuazione del Vaticano II nella commissione d’arte sacra II sino all’essere il «guardiano» della Consolata. Ed è proprio coltivando la sua passione per l’illuminismo, che si apre per Gabetti, la contraddizione probabilmente più complessa: l’amore per la storia e il fascino per la tradizione. Roberto Gabetti ha però sempre tenuti distinti il suo lavoro di storico e la sua professione.
Non solo perché la seconda la ha sempre condivisa con Aimaro Isola. Sapeva e praticava la differenza di codici che i due mestieri gli imponevano, quando si occupava di un lungo eclettismo, che proprio nell’Encyclopédie ritrovava le sue radici o quando doveva fare i conti con la storia dei modelli culturali dominanti, progettando e costruendo. E non a caso, Gabetti e Isola, come architetti, condividevano un approccio alle storie, non agli storicismi, un approccio fatto di ricerche fuori dalle genealogie consuete, di un interesse, quasi ossessivo, per i luoghi, ma anche della capacità di non rimanere prigionieri di provincialismi o di tendenze. La loro architettura rimane lontana dal manierismo di se stessi, come dalle formule con cui troppi li incapsulavano, come il neoliberty, nelle pratiche professionali come nelle leggende metropolitane o nazionali: grazie anche ad un’ironia presa quasi in prestito dagli aforismi di Anouilth.
Roberto Gabetti era in effetti un gran consumatore di romanzi e di letteratura francese. Con il suo lieber meister, Carlo Mollino, condivideva la passione per Proust e per Valéry, a differenza di Mollino non amava Mallarmé, ma Balzac. E la Biblioteca Centrale di Architettura ne porta ancora tutte le fortunate tracce. Ma la sua doppia formazione non si manifestava solo, quando era alle prese con la storia. Roberto Gabetti è stato membro e animatore dei mercoledì Einaudiani, amico oltre che collaboratore di Giulio, che amava sfidarlo proprio sul suo terreno: quello dell’architettura. E di un’architettura interamente politechnicienne. Un’appartenenza che lo ha indotto, in vari momenti della sua vita, a ricercare i fondamenti di quella cultura, per criticarne, da vero illuminista, la matrice positivista e la formulazione binaria delle sue tesi, rivendicandone una diversa genealogia, probabilistica, se non clinica: per ricordare una fortunata metafora che Gabetti spesso usava per descrivere il suo essere indagatore prima che tecnico o docente. Nella sua pratica di professore, l’appartenere ad una scuola politecnica si traduceva nella passione per la costruzione, non tanto per i linguaggi e le forme, per la scienza delle costruzioni attraverso cui era entrato al Politecnico, ma anche nella padronanza di quella mise en intrigue di scienze e simboli, di storie e usi che impongono i più sofisticati restauri, di cui la palazzina Juvarriana di Stupinigi è ancora il «suo» cantiere in corso.
Gabetti, si muoveva nei difficili rapporti tra Soprintendenze, amministrazioni, imprese, con il sorriso e l’ironia, che ne hanno fatto per decenni quasi il sacerdote nascosto di quelle stanze, così spesso rappresentate come luoghi unicamente di scontri e dinieghi.
L’impegno, anche se oggi solo l’uso di quel termine appare desueto, nella scuola, lo esercitava con una razionalità degli scopi al limite della crudeltà volterriana, con una passione di testimone di un modo di interpretare l’insegnamento, al limite del paragrafo 2-6 della lettera di San Paolo ai Romani, «Il quale (Dio, ndr) renderà a ciascuno secondo le sue opere».  E per questo che è rimasto nella memoria di tanti davvero un maestro, aspro, pungente, a volte lontano, ma sempre disponibile al confronto.
Un impegno che aveva nella didattica il suo fulcro, ma non l’unico terreno. Gabetti ha partecipato alla vita dell’Ateneo, alla parabola che da scuola di pochi e per pochi è passata alla scuola di massa, senza lasciar spazio ad alcuna inclinazione per l’esclusione: e lo ha fatto nelle aule, nelle assemblee, nei consigli di facoltà, nelle commissioni di ateneo, nella vita quotidiana della scuola.
Forse la dedica a lui della Biblioteca centrale della facoltà Roberto Gabetti, coglie non solo il lavoro certosino e la sua capacità di mobilitare intorno ad essa altri: come Giovanni Brino, Elena Tamagno, ma anche studiosi non della scuola, come Andreina Griseri. Costruire una biblioteca riassume le diverse anime di un impegno che contraddistingue quella generazione di azionisti, cattolici, comunisti che credevano fortemente nella restituzione agli altri dei doni che la fortuna o Dio, la famiglia o le esperienze politiche avevano così ampiamente loro riservato.
Carlo Olmo
La Stampa, 29 giugno 2014

Tomorrow People

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“Quando l’ultimo albero sarà morto, quando l’ultimo fiume sarà stato inquinato e l’ultimo pesce sarà stato catturato, solo allora vi renderete conto che non si può mangiare il denaro”. Detto degli Indiani Cree.

Gli stimoli di un’infanzia a contatto con l’arte e i movimenti pacifisti mi hanno portato, da adulto, a sperimentare soluzioni per vivere in armonia con il pianeta che abitiamo e, sorpresa dall’abbondanza che regna ai margini della crisi, a divulgare stili di vita compatibili con il nostro tempo. Da modelli di consumo lineare, che prelevano risorse e restituiscono rifiuti, a sistemi circolari, di prodotti che nascono, vivono e rinascono.

Ho smesso di essere protagonista dei miei pensieri quando sono diventata madre. Ogni figlio mi ha aperto nuovi varchi su un mondo puro e semplice, ricco di tradizioni, saperi e buon senso, sintonizzandomi con gente che fa, inventa, condivide, che ama la vita e cerca di preservare i più semplici e genuini tesori: benessere, amore, bellezza. Riconoscendo che ciascun elemento è sia dentro sia fuori di noi: l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, la terra che ci nutre e il sole che ci rigenera, e che la nostra salute e la salute del nostro pianeta sono una cosa sola. Ogni attenzione, veicolata dall’intenzione di essere parte integrante dei complessi e magici sistemi di vita, può contribuire a salvaguardare una specie e una tradizione culturale, trasmettere coscienza e conoscenza. Attraverso il cibo che mangiamo, i prodotti che usiamo, a come ci spostiamo. Il motore del cambiamento è la gratitudine, quel sentimento discreto e umile che trasforma piccole cose in grandi doni: la foglia che produce energia, la coreografia di un semplice fiore, un tuffo in mare, il manto di stelle. Doni fuori e dentro di noi vogliono solo essere riconosciuti.

La razza umana ha raggiunto una soglia d’evoluzione. Ha senso ringiovanire le cellule e sfidare la vecchiaia se rendiamo il pianeta che ci ospita sempre più inospitale? Non possiamo fare di meglio? Spirito d’osservazione, umiltà, perseveranza e pensiero creativo sono attitudini di chi affronta la crisi come un’opportunità per crescere. E’ una missione generazionale. Il rapporto che abbiamo con noi stessi determina il nostro modo di interagire col mondo, ed è in quest’ottica che possiamo sbrigliare la matassa che ci sta attanagliando. Come diceva Gandhi, la pace è la via. La terra non ha bisogno di noi ma noi abbiamo bisogno della terra. E’ l’incipit del mio primo libro, un buon promemoria – sta a noi scegliere se evolvere o essere consumati dal consumismo. Credo nel potere della massa critica, ma solo amando saremo capaci di emergere dal delirio del nostro tempo.

In epoche più innocenti il mito della crescita infinita poteva ancora illuderci. Ora non più. Dal 1971 la popolazione mondiale è triplicata ma le scorte idriche sono dimezzate, ogni anno si disboscano circa 60.000 chilometri quadrati di foresta primaria, ogni cinque secondi muore un bambino per cause dovute alla malnutrizione.

“La terra non l’abbiamo ereditata dai nostri avi, l’abbiamo presa in prestito ai nostri figli” è un detto indigeno che in sfumature diverse appare in molte culture, dall’Africa al Nord America.

Gli stimoli di un’infanzia a contatto con l’arte e i movimenti pacifisti mi hanno portato, da adulto, a sperimentare soluzioni per vivere in armonia con il pianeta che abitiamo e, sorpresa dall’abbondanza che regna ai margini della crisi, a divulgare con il mio lavoro di giornalista e scrittrice, stili di vita compatibili con il nostro tempo. Da modelli di consumo lineare, che prelevano risorse e restituiscono rifiuti, a sistemi circolari, di prodotti che nascono, vivono e rinascono.

Ho smesso di essere protagonista dei miei pensieri quando sono diventata madre. Ogni figlio mi ha aperto nuovi varchi su un mondo puro e semplice, ricco di tradizioni, saperi e buon senso, sintonizzandomi con gente che fa, inventa, condivide, che ama la vita e cerca di preservare i più semplici e genuini tesori: benessere, amore, bellezza.

Riconoscendo che ciascun elemento-BASE è sia dentro sia fuori di noi: l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, la terra che ci nutre e il sole che ci rigenera: E che la nostra salute e la salute del nostro pianeta sono una cosa sola. Ogni attenzione CHE NASCE dall’intenzione di essere parte integrante dei complessi sistemi di vita, può contribuire a salvaguardare una specie e una tradizione culturale, trasmettere coscienza e conoscenza. In epoche più innocenti il mito della crescita infinita poteva ancora illuderci. Ora non più. Dal 1971 la popolazione mondiale è triplicata ma le scorte idriche sono dimezzate, ogni anno si disboscano circa 60.000 km quadrati di foresta primaria; ogni cinque secondi muore un bambino per cause dovute alla malnutrizione. Il motore del cambiamento è la gratitudine, quel sentimento discreto e umile che trasforma piccole cose in grandi doni: la foglia che produce energia, la coreografia di un semplice fiore, un tuffo in mare, il manto di stelle. Oggi, la razza umana ha raggiunto una soglia d’evoluzione. Ha senso ringiovanire le cellule e sfidare la vecchiaia se rendiamo il pianeta sempre più inospitale? Non possiamo fare di meglio? Spirito d’osservazione, umiltà, perseveranza e pensiero creativo sono attitudini di chi affronta una crisi come un’opportunità per crescere. E’ una missione generazionale. Il rapporto che abbiamo con noi stessi determina poi il nostro modo di interagire col mondo, ed è in quest’ottica che possiamo sbrigliare la matassa che ci sta attanagliando. Come diceva Gandhi, la pace è la via. La terra non ha bisogno di noi ma noi abbiamo bisogno della terra. E’ l’incipit del mio primo libro, un buon promemoria – sta a noi scegliere se evolvere o essere consumati dal consumismo. Credo nel potere della massa critica, ma solo amando saremo capaci di emergere dal delirio del nostro tempo.

 

Pubblicato su Vogue, 2012.

Per fare pulita la casa bada all’etichetta

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Ho iniziato ad alleggerire il mio impatto ambientale quando i bambini erano piccoli. Cosa ingerivano, imparando a gattonare? Quali sostanze impregnavano gli indumenti che avvolgevano loro, me, noi, sovente un corpo unico? Cosa spruzzavo nell’aria che respiravamo? Tra una poppata e l’altra facevo la detective. Ho imparato che “non ingerire” non è solo un’avvertenza per genitori distratti; legalmente “ingerito” significa “inalato o assorbito tramite la pelle”.  Ho scoperto che nell’ambiente ci sono più di quattro milioni di sostanze chimiche, in buona misura tossiche, e che usando intrugli potenti per disinfettare, rischiavamo di creare ceppi di batteri resistenti. La direttiva europea REACH, che ha il compito di registrare, valutare e autorizzare le sostanze chimiche che usiamo, stima che siano in circolazione circa 900 sostanze altamente preoccupanti, e nel prossimo decennio si pone l’obiettivo di identificarne altre 600, ritenute pericolose. Così ho deciso che la casa va curata con gli stessi accorgimenti che usiamo per il corpo. L’abuso di formule aggressive è devastante per i delicati equilibri della natura quanto lo è l’abuso di antibiotici per gli equilibri del corpo. Vanno dosati attentamente. Io li ho eliminati.

I disinfettanti più comuni sono candeggina e ammoniaca, utili per sterilizzare gli ambienti interni, ma molto tossici per gli organismi acquatici. Sono necessari in cliniche e sale operatorie, meno in casa. E’ di poche settimane fa il monito dell’Unione Europea: in Italia almeno 143 città non sono ancora collegate a un impianto fognario adeguato, e/o sono prive di impianti per il trattamento delle acque reflue. Significa che le sostanze tossiche si riversano direttamente in fiumi e mari.
L’alcol, altro disinfettante di largo consumo, evapora. Inalato, in grandi quantità, è nocivo, quindi va usato tenendo sempre le finestre aperte. Questo vale anche per gli aerosol.
Facciamo amicizia con le etichette (e con le lenti d’ingrandimento per leggerle).
La parola “tensioattivi” appare su tutti i detersivi, e indica i composti che, sciolti in acqua, rimuovono lo sporco. E’ seguita da una C (atomi di carbonio) e da numeri: quelli pari (es: C12-14) sono di origine vegetale, mentre quelli dispari (es: C13-15) sono di origine petrolchimica.
Il tensioattivo di origine vegetale può però essere combinato con molecole petrochimiche, e questo lo capiamo dal suffisso –th, che nasconde un’insidia: il diossano, che si può formare durante la sintesi chimica.

Indumenti.
Enzimi. Agiscono come forbicine, e sminuzzano lo sporco dei nostri indumenti in modo che i tensioattivi possano rimuoverlo. Sono efficaci a temperature basse, con conseguente vantaggio ambientale (minor consumo di energia) e su macchie enzimatiche quali sangue, uovo, carne. Ottenuti da organismi modificati geneticamente, nel detersivo non restano tracce – l’unico rischio sarebbe se uscissero da un impianto che li produce, ma l’Unione Europea ne autorizza l’impiego perché ritiene che i vantaggi superino il timore remoto di incidenti. E’ importante dosare i detersivi, soprattutto quelli che contengono enzimi, e sciacquarli bene, altrimenti possono causare allergie.

Biodegradabilità. Indica quanto le sostanze organiche e i composti sintetici siano digeribili da batteri presenti in natura. Dal 2004, l’Unione Europea ha fissato parametri di biodegradabilità aerobica dei detersivi, e il regolamento è in vigore in Italia dal 2006. Significa che in acqua, detersivi convenzionali e certificati, o biologici, si comportano in modo simile. Cosa accade, però, quando i residui di tali sostanze si depositano nei fanghi? Entra in gioco un altro parametro, che è la biodegradabilità anaerobica. Nei fanghi vivono microorganismi e batteri essenziali per i cicli riproduttivi di flora e fauna, ed è qui che i prodotti certificati fanno la differenza, perché tengono conto del grado di tollerabilità per tutti gli organismi acquatici.
Ammorbidenti. Spagnoli e italiani sono i più grandi consumatori di ammorbidenti al mondo. In un’era dominata dall’eccesso, hanno il vantaggio, essendo acidi, di contrastare l’alcalinità data da dosi massicce di detersivo, però i profumi, per la maggior parte di derivazione sintetica, non sono simpatici né alla pelle, né all’ambiente.

Piatti. Difficile trovare detersivi convenzionali per lavastoviglie che non siano pre-dosati. Se le pastiglie possono essere sovente eccessive per il lavaggio da effettuare, è certo che nel complesso, il costo energetico per produrle è strabiliante.
Eco-soluzioni.
-Verificare il potere lavante dell’acqua. E’ essenziale per dosare correttamente i detersivi: il quantitativo consigliato per acqua dolce, media e dura, triplica.
FEM2, spin-off dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, ha sviluppato diversi kit per analizzare la qualità dell’acqua che esce dai nostri rubinetti, tra cui uno specifico per misurare il potere lavante, che si può acquistare sul sito: www.fem2ambiente.com. Per approfondimenti, vedere il servizio del 6 maggio 2011 della rubrica Occhio allo spreco, dal sito di Striscia la notizia.
– Pre-trattare le macchie con poco detersivo, senza lasciarlo asciugare.
– Far girare le macchine a pieno carico, e separare i colori.
– Acquistare prodotti certificati. Ecolabel e Icea sono gli enti più importanti.
– Un’efficace alternativa, più ecologica e meno costosa, per ammorbidenti e brillantanti, è l’acido citrico anidro puro o monoidrato. Sciogliere 150 grammi in un litro d’acqua, e utilizzare per riempire il contenitore del brillantante in lavastoviglie (quando si svuota si accende la luce rossa), e mezzo bicchiere per ogni carico, nella vaschetta per l’ammorbidente della lavatrice.
Si può acquistare online, o in negozi che vendono articoli per enologia, agricoltura o  laboratori di ricerca.  Il prezzo varia da €2.50 a €12 al chilo, quindi merita fare una ricerca.
Sul forum http://forum.promiseland.it/viewtopic.php?t=21686 è disponibile una mappatura parziale con possibilità di richiedere suggerimenti mirati.
L’acido citrico è efficace anche contro il calcare, valido sostituto per l’aceto o altri disincrostanti, perché occorrono quantitativi largamente inferiori per ottenere buoni risultati.
– I panni in microfibra rimuovono sporcizia e batteri con acqua fredda. Funzionano ma vanno usati correttamente. Ogni zona di casa ha il suo colore, e bisogna lavarli seguendo le indicazioni sulla confezione.
Una buona pulizia, senza troppi intrugli, è sufficiente per mantenere una fauna domestica equilibrata, dove microorganismi sani possono fare la loro parte per eliminare i batteri, proprio come nel nostro intestino.

Detersivi sfusi. Sono sempre più diffusi i negozi che vendono detersivi privi di confezioni. Laddove la raccolta differenziata non è capillare, e non si tratta solo di Napoli, ma anche di Roma e tanti comuni in regioni più o meno virtuose, riempire il proprio flacone una volta è già un beneficio, ma laddove il sistema di smaltimento rifiuti è più efficiente, è importante sapere che c’è convenienza, dal punto di vista ambientale, se si riempie lo stesso flacone più di 10 volte.
Ringrazio Fabrizio Zago, chimico e consulente Ecolabel, per le sue esaustive e affascinanti spiegazioni su quanto avviene lontano dai nostri occhi.

Manuale per vivere all’e-risparmio. Dall’energia ai cosmetici

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“Impatto zero” è una definizione iperbolica che fa sembrare esagerato un modo di vivere naturale, e naturale un modo di vivere esagerato. Lo stile di vita del mondo industrializzato pesa sull’ambiente in maniera insostenibile, e per contrastarlo, si sono adottati termini estremi. Alleggerire il nostro incedere quotidiano è vitale per il pianeta, e proprio per questo è utile alleggerire anche i toni. La sfida è di trovare nuovi equilibri, e la regola numero uno è il buon senso. Per allenarci a un consumo intelligente di oggetti, risorse naturali e di tempo, è necessario porsi tante domande, avere la pazienza di cercare le risposte, e la coerenza di metterle in pratica.

Per scelta non denuncio, è troppo tardi per essere pessimisti, per protestare. Il mio ottimismo necessario si ricarica attraverso le mie scelte quotidiane.

Come mi procuro l’energia in casa? Posso passare a un operatore che fornisce energia da fonti rinnovabili. Non variano i costi, ma cambia la modalità di produzione e contribuisce ad aumentare la percentuale di energia “pulita” che entra in rete. Digitando “fornitori di energia elettrica da fonte rinnovabile” sul motore di ricerca, troverete le soluzioni. Posso auto produrre acqua calda per usi sanitari e riscaldamento con pannelli solari, la geotermia e le pompe di calore, con caldaie a biomasse o a metano, allacciate a pannelli solari. Per l’energia elettrica posso installare pannelli fotovoltaici o micro generatori eolici. C’è modo di azzerare la bolletta energetica (www.bollettazero.it), a fronte di un investimento in tecnologie rinnovabili, che in parte sono incentivate.

Come gestisco l’energia in casa? Con le sane, vecchie regole, innanzitutto.

Gli impianti di domotica fanno partire gli elettrodomestici nel momento di minore richiesta (dalle 22 alle 6), con il doppio vantaggio di costare meno e di non sovraccaricare la rete. Chi non delega la gestione delle utenze a microchip e computer può comunque ritardare l’avviamento di lavatrice e lavastoviglie, avendo cura di farle lavorare a pieno carico e di dosare bene i detersivi. Chi può, si liberi di elettrodomestici di vecchia generazione. Lavando a mano, si consuma meno energia, ma occorre più acqua. Conservando l’acqua di cottura della pasta si possono lavare le pentole. L’amido è uno sgrassante naturale.

Quanta e quale energia consumo per muovermi? L’unica fonte a impatto zero è quella cinetica – quella del nostro corpo. Quando la destinazione non è raggiungibile a piedi o pedalando, si può andare a passo leggero usando i mezzi pubblici, i sistemi di trasporto condiviso, quale car-sharing o carpooling. Gli inglesismi tradiscono la nostra scarsa propensione alla condivisione. Carpooling vuol dire mettersi d’accordo con famiglie, colleghi, amici, per percorrere insieme tratte comuni. Significa dimezzare le emissioni di co2, guadagnare tempo e spendere meno per la manutenzione dell’auto. L’obiettivo è di usare le quattro ruote al minimo indispensabile e, se si è in procinto di comprarne una nuova, pesare pregi e difetti di auto a metano, ibride o elettriche. Le tecnologie evolvono rapidamente. Per le tratte lunghe, l’aereo inquina circa il triplo del treno e, viaggiando con le mani libere, è più facile sfruttare in modo costruttivo il proprio tempo.

Che impatto hanno sull’ambiente le mie scelte d’acquisto? Chi abita nel Nord Europa ha vita più facile perché l’etichetta di prodotto reca sia il prezzo che il costo ambientale. Noi siamo costretti a informarci e lavorare di fantasia. Il problema più grande riguarda la plastica, derivata dal petrolio. Una scoperta geniale che purtroppo sta devastando il mondo. Greenpeace ha calcolato che ci sono 2.000 pezzi di plastica per metro quadrato nel Mediterraneo e secondo le Nazioni Unite, sono 46.000 pezzi per miglio quadrato negli oceani. A terra è troppa per essere contata. Per farvi un’idea dei danni, guardate dove si accumula la plastica abbandonata in natura su www.chrisjordan.com. Capirete che meno imballaggi usiamo, meglio è, e che riciclarli è fondamentale. Le plastiche vegetali sono biodegradabili, ma molte sono derivate dal mais, che fa parte della nostra catena alimentare ed è coltivata in monocultura, che è nemica della biodiversità. La scelta più saggia è di acquistare prodotti sfusi, portando da casa i sacchetti necessari per contenerli. Anche la provenienza del cibo ha un impatto sull’ambiente. Si parla di chilometro zero, obiettivo raggiungibile solo con un orto e una fattoria in casa, ma l’idea è di far viaggiare la merce che acquistiamo il meno possibile. Vale per tutto, dalla frutta agli ortaggi, l’acqua minerale, le carni e il pesce, i latticini, i prodotti per la casa e la persona. I gruppi d’acquisto solidale (www.retegas.org), presenti in tutta Italia, consentono di acquistare prodotti di vario genere “a basso impatto”, biologici, di stagione, a filiera corta, privi di imballaggi. I mercati del contadino (www.mercatidelcontadino.it) sostengono i coltivatori locali e la cultura della stagionalità, che abbraccia saperi importanti, in via d’estinzione: le caratteristiche nutritive dei prodotti della terra – ci difendiamo meglio dal freddo mangiando vegetali che al freddo sono cresciuti – e le tradizioni culinarie – le cotture lunghe e lente, ad esempio, apportano calore. Piccole organizzazioni di vendita diretta che consegnano nella zona di appartenenza, quali le Ortaie (www.ortaie.it), si diffondono perché oltre che vendere, educano. Nei supermercati stanno aumentando le offerte “a basso impatto”, basta leggere bene le etichette e non lasciarsi tentare dal tre per due.

Alleggerendo il peso ambientale delle scelte d’acquisto, aumentano la qualità del prodotto e il gusto e diminuiscono i volumi della spazzatura e la mole di sprechi.

La scelta del menu vale molti punti per chi vuole una buona dieta per sé e per il pianeta. Un consumo eccessivo di carne pesa per vari motivi: per produrne un chilo sono necessari 15.400 litri d’acqua, contro 1.000 per un chilo di riso. Gli allevamenti di bovini e pollame consumano mangimi che provengono da monoculture, una delle principali cause della deforestazione. La situazione non è meno felice per il pesce. Negli ultimi cinquant’anni sono spariti dal mare il 90% dei pesci grossi. Una notizia da prima pagina, in attesa di essere pubblicata. Il mare non è un supermercato, e non possiamo illuderci che, continuando a prendere, non arrechiamo gravi conseguenze agli ecosistemi. Per 7-8 gamberetti sul piatto, si catturano circa 5 chili di “scarto”, che viene ributtato in mare, morto. Per saperne di più, cercate Brian Skerry, fotoreporter di National Geographic, su www.ted.com.

Una scelta distratta equivale a un piccolo cimitero sul piatto.

Che pesce preferire in questa stagione? Sarago, sgombro, alice, calamaro, che nuotano nelle nostre fredde acque invernali. Mi sono procurata una ruota stagionale ittica e non compro più senza informarmi sul metodo di pesca e la provenienza.

Anche la scelta di prodotti biologici o convenzionali fa la differenza: fertilizzanti e pesticidi inquinano l’ambiente, con ripercussioni negative su altre forme di vita, dunque su di noi. Cosa dire di tè, caffè, banane e altre prelibatezze tropicali? Il commercio equo e solidale alleggerisce la coscienza, e per quanto riguarda i chilometri, vale la legge della compensazione. Capite che è difficile parlare di “impatto zero”?

La sporta più giusta è quella di stoffa. L’usa e getta è da archiviare, in ogni sua forma. La mia “mai più senza” è in reticolato di cotone biologico elasticizzato. Tiene fino a 25 chili e si espande come vorrei facessero le cuciture dei miei vestiti quando mangio troppo. Prende la forma di ciò che contiene e si arrotola in una piccola palla, quindi l’ho sempre nella borsa. Sono chili di petrolio in meno sulla bilancia ambientale.

Come scegliere i prodotti giusti per la pulizia e la cura della casa? Valutando sia il contenitore che il contenuto. Ricaricabili, si grazie, alla spina o con imballaggi riciclabili. Certificati, per favore! Ecolabel, ICEA, Ecocert. I tensioattivi, ossia le sostanze che rimuovono lo sporco, sono indicati in etichetta con la lettera C – se è seguita da un numero pari significa che sono di origine vegetale, e sono meno inquinanti di quelli dispari, di origine petrolchimica. Usando prodotti dannosi, intacchiamo la salute di organismi viventi, che fanno parte della nostra catena alimentare. Un bel peso invisibile.

Il peso delle cose. L’Unione Europea (European Commission Enterprise and Industry) ha “pesato” alcuni oggetti di uso quotidiano, calcolando il consumo di materie prime, i rifiuti industriali e risorse impiegate per progettarli, produrli, imballarli, distribuirli, utilizzarli e smaltirli. Il peso ambientale di uno spazzolino da denti, che in mano è di 10 grammi, diventa 1.5 kg. Un telefono cellulare va da 100 grammi a 75 kg. Il microchip nelle carte di credito di 0,09 grammi diventa 20 kg, e un PC portatile da 1,5 kg diventa un macigno da 1500 kg.

Sta alla nostra coscienza decidere se lasciarci sedurre dall’ultima novità o se affezionarci alle cose che già abbiamo.

Spazzatura: rifiuto o risorsa? Premesso che il primo obiettivo è di ridurre al massimo il peso dei nostri rifiuti, quello che gettiamo può sovente essere avviato a nuova vita, se lo differenziamo in modo corretto e senza residui di cibo. Il vantaggio è doppio: si usano meno materie prime, di cui il pianeta è sempre più spoglio, e si risparmia energia. Oltre a separare carta, vetro, plastica e lattine in casa, è importante smaltire correttamente pile e piccoli elettrodomestici, sughero e olio fritto. L’isola ecologica non è esotica ma è una meta da frequentare. Evitate panni e involucri usa e getta e mettete a dieta il vostro sacco nero (rifiuti indifferenziati). I materiali organici possono essere compostati e trasformati in fertilizzante per le piante di casa.

Come mi vesto? In meno di un decennio il fast fashion è esploso, e anche gli abiti sono diventati usa e getta. Basta paragonare un vecchio maglione con uno low cost per capire quale invecchia meglio. Aprendo il guardaroba si fa presto il giro del mondo, anche se il contenuto l’abbiamo comprato sotto casa. Il prezzo di un prodotto è spesso inversamente proporzionale al peso ambientale e alla provenienza, e così il nostro impatto acquista molti zeri occulti: gran parte di ciò che indossiamo è prodotto all’estero, e oltre al trasporto, vanno calcolati il consumo d’acqua e l’emissione di migliaia di sostanze inquinanti che finiscono nelle falde acquifere e nel suolo. Oggi essere di moda significa investire in qualità, non in quantità, riutilizzando ciò che abbiamo, e usando la fantasia. All’estero è più facile comprare abiti in tessuti biologici o in materiali recuperati. In Italia vanno cercati fuori dai grandi circuiti commerciali, ma è uno sforzo che merita, perché ciò che indossiamo ci tocca da vicino.

Cosa metto sulla pelle? I prodotti più comunemente usati per la cura della pelle contengono più ingredienti utili alla lunga vita del prodotto stesso che alla nostra epidermide. Se guardate l’etichetta, che elenca le sostanze in ordine decrescente, vedrete che emulsionanti e conservanti sono in quantità maggiori rispetto ai principi attivi. Basta questo per valutare cosa nuoce meno all’ambiente interno ed esterno. Il settore della cosmesi è ancora poco regolamentato, ma le certificazioni Cosmos, Ecocert e Natrue vanno nella giusta direzione. Per maggiori info visitare il sito dell’Associazione No Profit Skineco (www.skineco.org).

Come vesto la mia casa? Anche la casa è una seconda pelle, e la qualità dei materiali che la vestono ha una relazione intima con la qualità della vita domestica. Un buon modo per conoscere le caratteristiche di un intonaco – cementizio o naturale – e di una vernice – sintetica o naturale – è di toccarli e annusarli. Proprio come la nostra pelle, anche i muri respirano, se i materiali usati lo consentono. Si spalmano tonnellate di prodotti chimici nelle case, che contribuiscono ad aumentare l’inquinamento domestico e sono nocivi in fase di produzione, utilizzo e smaltimento. Per quanto tempo abbiamo creduto che l’Eternit fosse la soluzione? Quanto è costato in salute e in denaro? Se è giusto che la casa respiri, gli spifferi sono pestiferi, non solo per il torcicollo. Una buona coibentazione è essenziale per creare una casa basso impatto. La dispersione termica è tra le cause principali di spreco energetico. Quanto ai rivestimenti, i legnami esotici hanno un peso-coscienza notevole, perché provengono dai tropici, possono essere di taglio illegale, e contribuiscono alla deforestazione che minaccia gli equilibri climatici. Che si tratti di un parquet, un mobile o il manufatto di un falegname, è importante scegliere legnami certificati FSC. Esistono molti materiali che derivano da processi di riciclo, e vale anche per i piccoli arredi.

Vivere a basso impatto vuol dire svezzarsi dal consumismo bulimico, dal petrolio e dalla cultura usa e getta, per far emergere nuove economie basate sul rispetto dell’uomo e dell’ambiente. Che piaccia o no, la salute di una nazione non può più essere misurata unicamente da quanto produce.

Caccia al risparmio

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Non solo energetico ma anche economico, perché fantasia e attenzione ci possono insegnare come ridurre i consumi inutili (spesso neanche avvertiti come tali) che segnano ogni movimento di un giorno normale. Dagli interruttori in stand by ai tre minuti in doccia.

Caccia al risparmio – gli eco comandamenti per la vita domestica

La cura dell’ambiente non è un fatto intellettuale, è una catena di scelte consapevoli, che richiedono coraggio – di passare dalle parole ai fatti – amore, conoscenza e pazienza.

La fantasia è una grande alleata. Per vincere la scommessa dobbiamo immaginare il mondo che vogliamo. Con gioiosa perseveranza, le più semplici regole acquisiscono una risonanza diversa.

Consumo d’acqua

In un minuto, dai nostri rubinetti scendono in media 10 litri dacqua. Un uomo che si rade a rubinetto aperto ne spreca circa 17. Per sbarbarsi correttamente ne occorre meno di uno. E’ importante chiudere i rubinetti quando laviamo i denti, le mani, le pentole, il cane, l’auto.

Per non stare troppo sotto la doccia, scegliete una canzone che duri tre minuti e cantatela. Personalizzate il processo e divertitevi.

Al ferramenta, casalinghi e supermercati, trovate i filtri frangi getto. Miscelano aria e acqua e permettono di ridurre i consumi fino al 50%.

In cucina, lavate le pentole con l’acqua di cottura della pasta – l’amido è uno sgrassante naturale, e annaffiate le piante con l’acqua usata per lavare frutta e verdura.

Si risparmia acqua facendo andare lavatrici e lavastoviglie a pieno carico e non esagerando con i prelievi alla fonte: per arrivare in casa, l’acqua minerale genera rifiuti (le bottiglie, e i gas di scarico dei camion che li trasportano).

Consumo di energia in casa. Il 57% dell’energia che usiamo in casa viene sprecata a causa di cattiva coibentazione e cattive abitudini.

Sostituire le lampadine a incandescenza. Quelle a fluorescenza consumano 4 volte di meno e durano 8 volte di più. Contrariamente a quanto molti credono, le lampadine a fluorescenza non registrano un picco energetico al momento dell’accensione, dunque vale la buona regola di spegnere la luce quando si esce dalla stanza.

Mettere le ciabatte con interruttore per eliminare gli stand by (eccetto il decoder, perché può perdere gli aggiornamenti), è un’azione cumulativamente significativa. Se tutti gli europei lo facessero, si risparmierebbero tre miliardi di Euro l’anno. Ricordarsi di spegnere la ciabatta quando si spegne la tv!

Staccare le prese di carica- cellulari e accessori vari quando hanno finito di svolgere la loro funzione.

Occhio alla temperatura in casa. Minori sono gli sbalzi termici con l’esterno, meglio sta l’organismo, e meno si paga in bolletta.

Prima di riaccendere i termosifoni, montate le valvole termostatiche, e alla prossima riunione di condominio proponete di sostituire la caldaia, se è vecchia, e suggerite di calcolare le spese secondo i consumi e non i millesimi.

Iscriversi a un GAS, o gruppo d’acquisto solidale (www.retegas.org) comporta molti vantaggi: si fa la spesa da casa (molti ricevono ordini via e-mail e consegnano a domicilio), si spende sovente meno, perché si accorcia la filiera distributiva; si acquistano prodotti di qualità che rispettano la salute del corpo e dell’ambiente, e si tutelano le condizioni di lavoro di chi li fornisce. Dal GAS al quale sono iscritta trovo tutto, dai detersivi eco compatibili ai prodotti cartacei e ogni genere alimentare. Comprando sfuso, ho eliminato dal mio “carrello” grattacieli di contenitori.

Basta con i sacchetti. La buona abitudine parte in casa. Vicino all’ingresso, tenete una scorta di borse di tela, o sacchetti che avete già.

Raccolta differenziata. Bisogna ridurre prima ancora che riciclare, e non basta separare plastica, carta, alluminio, vetro, organico e indifferenziato. E’ importante inserire nel proprio navigatore (mentale soprattutto), l’indirizzo dell’isola ecologica più vicina, dove porterete l’olio che avanza dalle fritture (che porrete in una tanica), i vecchi cellulari e accessori inerenti, cartucce, batterie, cd e dvd, l’aspirapolvere rotto o il lettore mp3 che non suona più. Sono rifiuti che, mal riposti, producono danni all’ambiente. Ad esempio, un litro di olio esausto contamina fino a 1 milione di litri d’acqua.

Coltivare verde in casa. E’ l’anno della biodiversità. Su civiltà www.contadina.it trovate semi di varietà autoctone che rischiano l’estinzione. Sperimentate con semi e bulbi, in vaso, sul balcone, in terrazzo; coltivate un piccolo orto; gustate il profumo di aromatiche fresche. Conoscere la stagionalità della natura ci collega con il presente, dal quale scaturiscono le più grandi opportunità, e con il territorio che abitiamo.

Pulizie di primavera. Usare il più possibile prodotti eco compatibili o certificati Ecolabel. I prodotti tradizionali a spruzzo, dai detergenti multiuso ai lavavetri e gli sgrassatori, contengono sostanze, come i solventi, che non vanno ingerite – e ciò significa anche inalate. Lo spray trasforma tali sostanze in piccole goccioline che rimangono in sospensione nell’aria e sono facilmente respirabili. Per questo è importante aprire le finestre quando li usate.

Oggi inizio la dieta. Dall’inquinamento

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E’ la natura stessa della parola economia, la radice oikos – “dimora” e vouia “amministrazione della casa” a suggerire che, nel corso del tempo, l’umanità sia andata “fuori tema”. Oggi si sono un po’ persi per strada quei valori che stanno alla base di una saggia gestione delle risorse, in primis quelle naturali, dalle quali, come razza, non possiamo prescindere. La casa non è solo il focolare domestico, è il pianeta che abitiamo. Con Occhio allo Spreco, il libro, e la rubrica di Striscia la Notizia, il mio invito è di ricondurre il significato del nostro operare verso una più autentica declinazione del termine stesso economia, ricordando le saggezze maturate in passato, l’esigenza di essere protagonisti proattivi del presente, con uno sguardo onesto verso il futuro. Non sono un’economista e nemmeno un soggetto politico, dunque guardo alle opportunità che ciascun cittadino ha quando compie scelte di ordine quotidiano. In questi anni ho cercato di alleggerire il mio impatto sull’ambiente con azioni pratiche; incoraggiata dai risultati ottenuti sia sul piano materiale – minor spreco, maggiore qualità, sia sul piano spirituale – un miglior rapporto con le cose e con ciò che rappresentano, ho scelto di condividere il frutto di tante ricerche ed esperimenti.

Quando la cura dell’ambiente, da pensiero diventa desiderio e poi azione, cresce la consapevolezza del potere cumulativo di semplici gesti. Salvo poche eccezioni, compro cibo locale e di stagione, che, facendo percorsi brevi per arrivare sulla nostra tavola, inquina meno e nutre meglio, perché ciò che mangiamo non genera solo calorie, porta un nutrimento più profondo, quello della terra dalla quale proveniamo e che abitiamo.

Abbiamo spostato i nostri consumi familiari su prodotti eco compatibili per la pulizia della casa e della persona, riducendo il nostro carico di sostanze inquinanti che la natura fatica a digerire. Questo è solo qualche esempio, ma come qualunque dieta, il vero scoglio sta nel decidere: oggi incomincio. Sono i risultati a dare la spinta per continuare.

Ogni anno il Global Footprint Network misura l’impronta ecologica dell’umanità, cioè il segno prodotto sul pianeta dalla nostre vite quotidiane. Siamo in debito dalla fine degli anni Ottanta e l’Earth Overshoot Day, cioè il giorno in cui entriamo in negativo, continua a slittare. Nel 2009, è scattato il 25 Settembre. In questo quadro globale c’è lo stile di vita di ciascuno di noi.

Preleviamo più risorse naturali di quelle che in un anno la Terra è in grado di rigenerare. Lascio a chi si occupa di numeri l’esercizio di riportare sul piano economico le conseguenze di questo atteggiamento, e di trovare le metafore con le dinamiche che hanno innescato la crisi nella quale ci troviamo.

Ciò che faccio io, nel mio piccolo, è di contrastare questo fenomeno che renderà la vita sempre meno godibile, generando meno spazzatura possibile, seminando alle mie spalle una scia di germogli, getti di vita. La fantasia aiuta a limitare automatismi che nel tempo generano più danni di quanto sovente vogliamo credere o che sappiamo ma non vogliamo accettare, aiuta a vedere il potere cumulativo del pensiero proattivo e delle conseguenze positive che diffonde. Se oggi un mio risparmio viene annullato dallo spreco di un altro, c’è un pareggio e non segno doppiamente negativo, e ho fiducia che domani ci sarà una persona in più a prendersi cura del pianeta. Il senso d’urgenza sprona chi è flessibile a prendere in considerazione nuovi modi, mode e stili di vita, è uno stimolo ad abbracciare nuove sfide. Invece l’urgenza, per chi resiste al cambiamento, è snervante, è come una spinta quando non si è pronti a saltare.

Nella nostra doppia vita di produttori e consumatori, siamo chiamati a sperimentare nuovi equilibri e a spostarli verso un più ampio insieme tra economie e ambiente. Ci sono tanti strumenti efficaci da adottare per innescare la svolta verso la sostenibilità. Durante la conferenza sul clima a Copenhagen, poniamoci l’obiettivo di assecondare, con le nostre azioni, gli impegni che ci aspettiamo dai leader del mondo. A ciascuno, il proprio piccolo Copenhagen.

Pubblicato su Panorama Economy

Che cuoco, quel Butch Cassidy

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Domenica mattina. L’occhio di mia figlia cade sulla fotografia di Paul Newman in prima pagina su tutti i giornali.
«Mamma, conosco quella faccia».
«Sì, Elena, è Paul Newman».
Mia figlia legge il titolo ed esclama: «Chi farà i Newman O’s? E la pappa di Thuja?».

Per i nostri figli, che passano l’estate in America, il volto inconfondibile è innanzitutto quello sulla scatola dei biscotti preferiti e del cibo del loro cane. E proprio i bambini sono stati per Newman il motore di un’attività filantropica che ha superato gli obiettivi più ambiziosi. Attraverso la sua fortunata attività culinaria, ha devoluto oltre 250 milioni di dollari a bambini affetti da gravi patologie, e fondato per le loro vacanze gli Hole in the Wall Gang Camps. La Dynamo Camp, a Limestre, è uno di questi, ed è stato proprio Vincenzo Manes, fondatore del villaggio italiano, a diffondere nel nostro paese la notizia della scomparsa di Newman.

La linea di cibi naturali Newman’s Own nasce per caso nel Natale del 1982, quando l’attore si è già avviato sulla strada dell’impegno fondando lo Scott Newman Center, una fondazione per la lotta alla droga e in aiuto alle madri tossicodipendenti, dopo la morte per overdose del primogenito Scott, quattro anni prima. Quel Natale, i Newman vogliono portare ai vicini di casa un regalo un po’ più originale della solita bottiglia di vino e si presentano con una confezione del loro condimento per l’insalata. Nel quartiere si sparge la voce di quanto è buona la salsa, Paul Newman e la moglie Joanne Woodward capiscono il potenziale di ricette sane e gustose, e danno vita ad un’avventura eco, equa e sostenibile decenni prima che scoppi la moda.

La coppia hollywoodiana sceglie un’immagine iconica del lavoro agreste, quella del famoso quadro “American Gothic” di Grant Wood, sostituendo i loro volti a quelli del dentista e della sorella che nel 1930 avevano posato per il ritrattista. Con lo slogan «Butch Cassidy è anche un cuoco gourmet», Newman’s Own Salad Dressing vende più di 10 mila bottiglie nelle prime due settimane. Decolla un’etichetta che oggi veste 150 prodotti naturali, tra cibi, bevande e pappe per cani. La chiave del successo è: offrire alternative più nutrienti ai cibi-simbolo degli americani – i condimenti per l’insalata, la salsa per intingere i chips, i biscotti Oreo che loro trasformano in Newman O’s, e i Fig Newtons che diventano Fig Newmans.

Grazie, Paul: hai fatto la gioia dei miei figli e la mia. Al supermercato, quando sono in America, trovo prodotti sani per soddisfare le loro voglie. Non c’è cibo confezionato migliore del tuo. Col motto autoironico «sfruttamento senza vergogna nel nome del bene comune», hai dato la possibilità a oltre 130 mila bambini di ritrovare la gioia di vivere, hai condiviso un pezzo della tua fortuna e hai esorcizzato il dolore straziante di aver perso un figlio.

Pubblicato su Vanity Fair Italia, 2008

Impara i tuoi desideri

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Incuriosita dalla fama del personaggio, e da sempre appassionata di dottrine di crescita spirituale, ho seguito il primo seminario italiano di Deepak Chopra per Elle.

Aspettavo da tempo l’occasione per conoscere Deepak Chopra. Volevo capire di persona le ragioni del suo successo, vederlo in azione,scoprire perché grandi personaggi dello show business, politici e imprenditori, da George Harrison a Demi Moore e Bill Clinton si affidano a lui per la loro crescita spirituale. Un’amica l’estate scorsa mi aveva regalato “La realizzazione spontanea dei propri desideri” (penultimo libro pubblicato in Italia) e avevo da quel momento messo in pratica gli esercizi quotidiani che propone.

L’essenza del libro è che le coincidenze sono messaggi e che la realtà ci presenta le opportunità necessarie per concretizzare i nostri sogni. Basta saper dirigere il nostro intento. Ho saputo per caso che s’apprestava a tenere il suo primo seminario in Italia e, curiosa di approfondire la natura della “coincidenza”, ho partecipato.

Ad attenderlo, una platea di 600 persone. Veste cargo jeans, camicia bianca, golf grigio. Saluta con discrezione. Prende il microfono. La leggera inflessione indiana nel suo inglese forbito è molto affascinante. Parla con estrema chiarezza e gli bastano pochi minuti per catturare l’attenzione del pubblico. Per rendere immediati i concetti astratti dello spirito, Chopra alterna nozioni di fisica con citazioni di grandi pensatori: il poeta sufi Jalaluddin Rumi, Tagore, Blake, Newton. Un flusso continuo di pensiero per spiegare quanto la realtà invece sia discontinua, è come un film, un insieme di fotogrammi giuntati da un istante di sospensione. On. Off. On. Off. Pulsiamo di vita e in quella frazione di vuoto l’anima, testimone silenziosa, entra in contatto con un regno di infinita potenzialità. Col creato. In quella dimensione siamo coautori della realtà che viviamo. Il discorso di Chopra desta curiosità e stupore.

Racconta di esperimenti fantastici, di comunicazione telepatica studiata in laboratorio. Due persone in meditazione. Due stanze diverse. Nella prima passa un bagliore di luce che il soggetto ovviamente recepisce. Meno ovvio che anche il cervello del secondo rilevi lo stimolo, pur non avendolo ricevuto. Le due persone sono collegate da uno stato della mente, sono dentro a quel vuoto di cui parlava un momento fa. Alla stessa maniera noi possiamo interventire sulla nostra realtà e creare la vita che sognamo di avere. Le coincidenze sono come quel flash, si presentano nella nostra vita per indicare una strada. «Lo spirito è coscienza», ci spiega.

«Aumentare la propria consapevolezza significa indirizzare l’intento, accrescere il potere dell’intuizione, la fantasia, la creatività, l’ispirazione, il libero arbitrio e la libertà di scelta. Avviene tutto simultaneamente». Zoom. Quante cose stanno accadendo in questo preciso istante? Basta un minuto per arrivare a contarne un centinaio. Provateci. Ebbene, non è che un billionesimo di ciò che davvero avviene. Chopra soddisfa tanto le menti razionali quanto gli animi più ascetici, offre una quantità entusiasmante di esempi molto pratici, da quelli in laboratorio a esperienze personali. Racconta di un’amica che gli manda un messaggio sul cellulare: ho bisogno di parlarti. È in auto, si ferma per chiamarla. «Sono a Los Angeles», dice lei. «Che caso, pure io», risponde Chopra. «Dove ci vediamo?». Quando l’amica gli dà l’indirizzo, lui s’accorge d’essersi fermato proprio lì, di fronte al luogo dell’appuntamento. Un incontro avvenuto in improbabili circostanze, per soddisfare miracolosamente una necessità. Cita Walt Whitman: “Ogni atomo che appartiene a te appartiene a me”. Prosegue con un dato scientifico: con ogni nostro respiro prendiamo e liberiamo milioni di atomi (per l’esattezza 10 alla ventiduesima potenza, significa 22 volte 10 ogni ispirazione, altrettanto ogni espirazione), scambiamo particelle con ogni forma vivente e nel giro di 3 settimane questo contatto molto intimo avviene con creature di ogni genere, in ogni parte del mondo.

«Pensate, avete respirato un atomo di George Bush», commenta con leggero sogghigno. Nessuno mi aveva mai posto la questione in questi termini. Capisco il valore della visualizzazione che Chopra propone nel suo libro, una delle tante: “Immagina che quando guardi l’universo stai guardandoti allo specchio”, oppure: “immagina che il tuo spirito non è solo in te ma in ogni altra persona e in tutto ciò che esiste”. Fortuna che non esiste solo George Bush!

M’accorgo che l’unica cosa piccola in questo mondo è la percezione che abbiamo di noi stessi.Troppo spesso ci identifichiamo col corpo, ma la nostra materia fisica non è statica quanto la nostra percezione di noi stessi. Si rinnova completamente ogni 6 settimane. Un nobile esempio di riciclaggio che non sappiamo imitare. Bisogna cambiare punto di vista. Chi osserva non è colui che giudica, si ostina e si lamenta. Quello è ‘ego. Protagonista sulla scena è un altra, è l’anima: creativa, saggia, gioiosa, fantasiosa.

Se dialoghiamo con l’interlocutore sbagliato, con l’ego, restiamo intrappolati nella dimensione locale della mente. Per accedere a quella più vasta, che Chopra definisce non-locale, dobbiamo aprire l’orizzonte oltre i confini del corpo e della mente. Le relazioni con gli altri sono un ottimo specchio. Se impariamo a viverle con il cuore e non con i sensi, arriviamo a comprendere che siamo una cosa sola, che ciascuno di noi fa parte di una consapevolezza universale.

Per capire la vera natura della propria anima, Chopra fa scrivere 3 risposte a sette domande: tre belle esperienze, il mio scopo nella vita, come contribuisco alla vita di famiglia, chi sono i miei miti, qualità che ammiro in un’amica,qualità che mi rendono unica, qualità che esprimo nei rapporti con gli altri.

Passaggio successivo: per sincronizzarsi con l’infinito potere creativo che l’universo mette a disposizione di tutti quanti, è necessario sapere cosa si vuole. Successo? Denaro? Un compagno di vita? Ogni sogno vale. Basta avere le idee chiare e non accanirsi per realizzarlo.

Chopra spiega che i desideri vanno liberati nel vuoto attraverso la meditazione. E’ la chiave d’accesso alla camera con vista, a quel luogo dove lo spirito può guardare lontano. Dopo qualche mese di pratica costante, quei 15 minuti al giorno diventano una vacanza mentale, dove le percezioni più profonde possono presentarsi alla nostra consapevolezza e procurarle sollievo.

Il lavoro di Chopra prosegue con la scelta dei propri archetipi: esistono nel dominio collettivo ed il loro potenziale viene attivato dall’intenzione. Identificando quelli quelli che più ci appartengono, liberiamo un concentrato di pura energia.

La creatività sta alla base di ogni processo vitale. Dobbiamo sperimentare, giocare. Chopra insegna a separare l’anima dal corpo, a percepire oggetti che sono fisicamente distanti. Cita gli esperimenti del dottor Sheldrake con i cani ed i loro compagni umani. Il cane che aspetta a casa sa quando il suo padrone ha cambiato programma e rientra in orario diverso dal solito. È quello stesso istinto che ha salvato le vite degli animali durante lo Tsunami, non ne è morto uno. Su centinaia di migliaia di vittime umane, una sola tribù s’è salvata. Non aveva mai smesso di vivere a contatto con la natura essenziale delle cose.

Che tipo è Chopra? Un uomo che non ha perso la sua semplicità, che coniuga la fisica quantistica con la spiritualità per porgere un messaggio comprensibile alle nostre menti ingabbiate dalla razionalità. Io continuo a mettere in pratica ciò che ho imparato.

Indagare la dimensione dello spirito è un gioco che rivela sempre nuove sorprese.

 

Pubblicato su Elle Italia, 2005