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Econyl, il filato di nylon rigenerato

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L’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo questo impatto da negativo a positivo: Aquafil, con il suo filato Econyl, produce fibre da rifiuti scarti e nuovi materiali attraverso azioni concrete di rispetto per l’economia la società e l’ambiente, lungo tutta la filiera.

Cristina: Sappiamo che l’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo l’impatto da negativo a positivo producendo fibre tessili da scarti, rifiuti e nuovi materiali. In quest’azienda le fabbriche sono alimentate al 100% da energie rinnovabili, si usa acqua a ciclo chiuso in ogni fase di lavorazione. Sono stati avviati protocolli ambientali lungo tutta la filiera, e attivati progetti educativi in azienda per i dipendenti e nelle scuole. Si fa ricerca su nuovi materiali da biomassa, ogni anno si riducono le emissioni di gas serra, si promuovono programmi per la tutela dei mari e per tutti i prodotti si fa l’analisi del ciclo di vita. Queste azioni, nel loro insieme, adempiono alle indicazioni di ben 8 dei 17 SDG – gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU! Per ogni 10.000 tonnellate di materia prima da processo di riciclo si risparmiano 70.000 barili di petrolio e l’equivalente di 57.100 tonnellate di CO2.
Oggi vi mostriamo come vengono trasformate le reti da pesca, insieme ad altri rifiuti di nylon. Nel 2018 sono stati recuperati 78 tonnellate da ONG che operano in tutta Europa. Una volta pulite, le reti vengono trasformate chimicamente, poi il liquido diventa polimero, e il polimero si trasforma in filo. Il risultato è che sempre più filati derivano da un processo di rigenerazione. Per diventare tappeti, occhiali, borse, abiti, costumi da bagno.
Dottor Bonazzi, si può immaginare di rispondere alla richiesta di mercato di nylon solo con materiali di recupero e di riciclo?

Giulio Bonazzi: No, purtroppo no, neanche si potesse recuperare tutto il nylon, non sarebbe mai sufficiente per garantire le necessità future. Oltre a ciò è importante capire che riciclare ha un suo impatto ambientale, noi cerchiamo di farlo al meglio, ma è importante capire come si ricicla e come ridurre al massimo l’impatto durante il ciclo.

Cristina: Che cosa significa per lei innovare? Come cittadino e come imprenditore?

Giulio Bonazzi: Innovare per me significa smettere qualcosa di vecchio per fare qualcosa di nuovo. Ad esempio bisogna ricordarsi che prima di riciclare bisogna ridurre le materie prime, riusare e poi riciclare.

Cristina: Avete già pronta una nuova famiglia di materiali?

Giulio Bonazzi: Si l’abbiamo, vogliamo produrre il nylon da fonti rinnovabili ossia da biomasse, anzi abbiamo già prodotto i primi chili.

Cristina: Che differenza c’è tra il filo derivato dal petrolio, da riciclo e da biomassa?

Giulio Bonazzi: Nessuna, i tre prodotti sono perfettamente identici ma fa una grande differenza per l’ambiente. È un bell’esempio di economia circolare.

Cristina: Grazie Dottor Bonazzi. Occhio al futuro!

In onda il 18-1-2020

Grey Panthers, il portale della “grey age”

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In un mondo sempre più digitalizzato, cittadini di tutte le età sono chiamati a risolvere burocrazie online, c’è chi ha pensato alle fasce d’età nate nell’era analogica. Grey Panthers è un’iniziativa fenomenale, che mette i giovani al servizio delle generazioni più avanzate.

Cristina: In un mondo sempre più digitalizzato dove persone di tutte le età sono chiamate a risolvere questioni burocratiche online, c’è chi ha pensato alla fascia di età più avanzata, nata nell’era analogica. Non è facile per chi è anziano adattarsi al progresso. Qui a Milano è nata un’iniziativa fenomenale che mette i giovani al servizio delle generazioni più avanzate. Dottoressa Paesano, ci racconti di Grey Panthers.

Vitalba Paesano: Grey Panthers, intanto, è un giornale che si rivolge ai senior. Siamo il portale della “grey age”, abbiamo un pubblico che grazie solo al passaparola sta raggiungendo una massa critica interessante perché possiamo, con orgoglio, dire che siamo 84,000.

Cristina: E mette insieme nonni e nipoti o i figli e genitori, attorno ad un processo educativo necessario. Probabilmente funziona da tutte e due le parti.

Vitalba Paesano: Abbiamo accolto molto volentieri un progetto, oramai quattro anni fa, di Assolombarda che permetteva di fare l’alternanza scuola lavoro per i giovani. Noi l’abbiamo fatto con gli studenti dell’Istituto Molinari e si sono trasformati loro stessi in professori e sui banchi di scuola sono andati i senior e a fare i professori erano i ragazzi.

Cristina: Christian, che cosa ti da quest’esperienza di insegnante?

Christian Garcia: Posso sentirmi utile alle persone che hanno necessità.

Cristina: Se tu dici agli amici “vado a lavorare da Grey Panthers”, ti guardano un po’ strano oppure..

Christian: Chi conosce il progetto mi ringrazia anche perché può darsi che quella persona che aiuto sia suo nonno.

Laura Bolgeri: L’aiuto che mi da Christian, ad esempio gli chiedo come navigare per fare delle ricerche oppure come contattare una persona, è essenziale.

Diana Banfi: L’anno scorso, mi sono messa alla pari con mio nipote di 12 anni, l’ho aiutato in tutte le ricerche per le tesine dei suoi esami di terza media. Mi ha portato in regalo una pianta di rosmarino dicendo che “è merito anche tuo se ho preso questo voto”

Vitalba Paesano:  Però non ci bastava, perché una volta finiti i corsi avevamo anche il sospetto che qualche senior si dimenticasse quello che aveva imparato. Quindi, da due anni, abbiamo aperto uno sportello digitale, che è aperto 24 ore, quindi sempre. In questo sportello digitale, i nostri lettori possono formulare domande sui loro dubbi, le loro incertezze, su quello che pensavano di sapere e hanno scoperto che non se lo ricordano e cosa via e ricevono entro 24 ore una risposta.

Cristina: In futuro che cosa vuole fare? Quali sono i suoi prossimi passi?

Vitalba Paesano: Pensiamo, ad esempio, alle domande che il pubblico dei senior si pone nei confronti della digitalizzazione di questo paese, quindi i rapporti con la pubblica amministrazione, i rapporti con la sanità digitale. Quindi la qualità di vita dei senior passerà sempre di più attraverso il digitale, questo lo  diciamo da 10 anni. Oggi incominciano a capirli tutto, i senior ce lo chiedono e quindi vogliamo continuare in questa operazione di digitalizzazione del nostro paese.

Cristina: Complimenti e buona fortuna! Il 35% della popolazione italiana ha più di 65 anni. 5 punti al di sopra della media europea. Gli anziani sono una risorsa da valorizzare. Occhio al futuro!

In onda 8-6-2019

Federico Faggin, la scienza della consapevolezza

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È tra i padri del microprocessore e del touch pad. Oggi, con la Fondazione Federico ed Elvia Faggin, indaga la natura della coscienza cercando di estendere il metodo scientifico per esplorare la mente.

Federico Faggin, fisico, inventore e imprenditore, è nato a Vicenza il 1° dicembre 1941, si laurea in fisica summa cum laude nel 1965 all’Università di Padova e dal 1968 risiede in California. Quell’anno, alla Fairchild sviluppa la tecnologia MOS con porta di silicio, che consente la fabbricazione dei primi microprocessori e delle memorie EPROM e DRAM, cuore della digitalizzazione dell’informazione. Diventa poi capo-progetto e designer dei primi microprocessori Intel (4004, 8008, 4040 e 8080). Nel 1974 co-fonda e dirige la Zilog, dove progetta il microprocessore Z80. Nel 1986 Faggin co-fonda e dirige Synaptics, che sviluppa i primi touch pad e touch screen. Il 19 ottobre 2010 Faggin riceve dal presidente Barack Obama la Medaglia Nazionale per la Tecnologia e l’Innovazione per l’invenzione del microprocessore e l’anno dopo fonda la Federico ed Elvia Faggin Foundation, dedicata allo studio scientifico della coscienza.

L’INTERVISTA A FEDERICO FAGGIN SU THE GOOD LIFE ITALIA 

Lo sfondo della Basilica Palladiana, in piazza dei Signori a Vicenza, non potrebbe essere più adatto. L’armonia delle forme, la cadenza regolare di archi e aperture laterali, le campate di ampiezze variabili, creano un insieme che è più potente delle singole parti. Anche la carriera di Federico Faggin è una somma di parti, un lavoro di squadra che il fisico vicentino ha concertato esercitando le virtù del leader naturale.

È stato infatti grazie ad una sinergia delle menti giuste che Faggin ha fatto nascere, nel 1971, l’Intel 4004, il primo microprocessore e una vera rivoluzione per l’informatica. Un oggetto che, a guardarlo, ha anche lui una sua armonia: i circuiti integrati creano un pattern, ed è la giusta disposizione di queste parti a garantire la potenza dell’insieme.

Federico Faggin ha 77 anni e una lunga carriera alle spalle, ma non smette di guardare avanti e oggi studia la natura della coscienza. Già nel 1986 fonda Synaptics con lo scopo di sviluppare computer capaci di auto-apprendere attraverso strutture di reti neurali. Un’intuizione che anticipava di 30 anni le ricerche nel campo dell’intelligenza artificiale. Dalla fisica Faggin ha imparato che esiste solo un mondo oggettivo fatto di materia, energia, spazio e tempo. «Se la coscienza è una proprietà del cervello, mi dicevo, deve essere possibile riuscire a fare un computer consapevole» racconta con lo sguardo intenso di un uomo che non finirà mai di indagare. «Avevo un comitato scientifico di neuroscienziati molto validi e la domanda che ponevo loro era “Qual è la differenza tra consapevolezza e cervello?” Loro rispondevano “la consapevolezza è un fenomeno del cervello”». In altre parole, non c’è differenza.

Faggin vuole capire meglio e intraprende da allora un lungo e appassionante percorso. Mette a confronto e armonizza la sua mente scientifica con l’intuizione e il suo dialogo interiore con la fenomenologia del mondo esteriore. Una ricerca di cui è parte integrante Elvia Faggin, moglie e compagna di una vita.

Nel 1992 Synaptics sviluppa un’altra invenzione destinata a cambiare il nostro modo di rapportarci alle tecnologie: il touch pad. «È nato da una sciocchezza» racconta. «Una piccola rottura di scatole. Ero nel consiglio di amministrazione di Logitech, che produceva trackball (le palline usate al posto del mouse sui primi laptop, ndr). Ma ogni paio di giorni dovevo aprirlo e pulirlo perché il grasso delle mani lubrificava la pallina. In quel periodo avevo un piccolo gruppo di ricerca e lanciai la proposta di cercare un’alternativa alla trackball ricorrendo a elettroniche a stato solido. In un paio di mesi, abbiamo inventato il touch pad che sostituì i trackball, e anche il touch screen, per il quale non esisteva ancora una piattaforma».

La rivoluzione della mente

Faggin rivoluzionerà il mondo della scienza come ha fatto con quello dell’informatica? «Il mio obbiettivo è capire, non rivoluzionare» risponde con ferma umiltà. «Dopo anni di ricerche ho vissuto un’esperienza che ha ribaltato la mia prospettiva. Era il 1990. Avevo quasi 50 anni e ho avuto un’esperienza percettiva spontanea, non indotta e brevissima, in cui mi sono sentito simultaneamente il mondo e l’osservatore del mondo. Un evento fondamentalmente diverso da quelli ordinari, in cui ci sentiamo separati dagli altri. È stata una rivelazione profonda. Ho capito che dovevo esplorare la mia consapevolezza in prima persona. Io non so se lei sia consapevole, né lei sa se lo sono io. Non possiamo provarlo scientificamente, e questo è parte del problema».

Faggin si affida allora a una psicologa transpersonale, non per rimuovere traumi, ma per capire i processi della mente e aprirsi a idee nuove. Studia, approfondisce, vive altre esperienze. «Dopo quella prima ne ho avute molte altre, come risposta a quello che cercavo. E continua a essere così. Faccio un sogno e mi sveglio con un’idea. So che sono guidato. Come sarebbe possibile, altrimenti? Non è
possibile che ci arrivi da solo. Noi siamo guidati». Il suo candore è illuminante.

Faggin ha trovato nel Diamond Approach, fondato da A. H. Almaas il metodo per indagare le molteplici dimensioni del potenziale umano attraverso un percorso che integra psicologia e spiritualità.

Ritiri, lezioni e meditazioni, studio e pratica segnano 10 anni della vita di Faggin. Finché, nel 2008, capisce come restituire al mondo ciò che, fino a quel punto, era stato un processo personale. Cede ai giapponesi la sua ultima società, Foveon, che produce sensori per l’acquisizione di immagini. Esce dai consigli d’amministrazione di cui era membro e nel 2009 decide che vanno finanziate le ricerche sulla consapevolezza, partendo dall’ipotesi che essa sia una proprietà fondamentale della natura. Conosce studiosi in gamba che la pensano come lui, ma non trovano fondi. Perché la premessa è che la consapevolezza è solo una funzione del cervello. Per questo nel 2011 nasce la Fondazione Federico ed Elvia Faggin. «È stato Federico a volere il mio nome nella Fondazione. Non ho nessun ruolo nell’originare idee, ma quando si sveglia di notte con delle idee, mi sveglio con lui e ne parliamo. In questo senso sono molto partecipe» racconta Elvia. «Spazio e tempo sono due ossessioni di Federico: durante le nostre conversazioni cerca di incastrare i pezzi del puzzle nel suo modello filosofico-scientifico».
«La nostra dinamica Ying-Yang riflette le polarità alla base della
vita» conferma Faggin. Nella sua nuova visione, l’ambito fenomenologico, cioè lo studio dei fenomeni anche scientifici, deve unire l’aspetto intuitivo, femminile, con il maschile, razionale. La ricerca di Faggin si è spinta molto lontano dall’idea di creare un “computer consapevole”.

«La scienza e la spiritualità devono trovare un’armonia che oggi non c’è. Sono considerati due campi separati, coesistono ma non si riconoscono. Così riduciamo da un lato la nostra umanità a una macchina, e dall’altro coltiviamo un senso di superiorità riguardo alla scienza e alla materia. Dobbiamo andare oltre, se vogliamo scoprire la natura della realtà».

Un altro modo di vedere

Lo scienziato Faggin ha dunque sviluppato un diverso modo di osservare il mondo e i suoi fenomeni. «Io non posso osservare direttamente il mondo interiore di un’altra persona. Devo cercare di capirlo interpretandone i segni: le parole, il comportamento, l’insieme dell’aspetto fisico. La nostra coscienza, però, che assumo esista prima dello spazio-tempo, può percepire gli altri come se stesso». Può sembrare strano, ma, come spiega Faggin, è lo stesso tipo di contraddizione che sta alla base della fisica quantistica. «Il qubit, cioè il bit quantistico è sia zero che uno. È allo stesso tempo vero e falso. Ciò deriva dal fatto che la realtà è olistica. Non esiste una parte distinguibile dall’altra. La fisica classica è riduzionista e le sue parti sono separate e identificabili. La meccanica quantistica è olistica, e le sue parti sono i campi quantici. Questi sono identificabili, ma inseparabili: sono “parti intero”, cioè gli aspetti identificabili di un universo indivisibile. Nel modello che sto mettendo a punto, il campo quantico è solo l’aspetto fisico di una entità più vasta che chiamo “unità di consapevolezza”. L’unità di consapevolezza è un sé cosciente con un aspetto interno semantico e un aspetto esterno simbolico. I due aspetti si riflettono l’un l’altro. Come le due facce di una stessa medaglia».

La ricerca di Faggin si è spinta molto lontano dall’idea di un “computer consapevole” capace di programmarsi da solo mimando il processo decisionale dell’uomo. Oggi Faggin è giunto alla conclusione che quel tipo di calcolatore non si può progettare. «Come faccio a tradurre quello che provo in segnali elettrici o biochimici che sia, e viceversa? Percepiamo la realtà attraverso sensazioni e sentimenti, emozioni e pensieri. Che non hanno niente a che vedere con i segnali elettrici». Non è una resa della scienza: solo la conclusione che il vero “computer” da studiare è dentro di noi.

Il neuromarketing di Sensecatch

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Ogni anno nascono oltre 21.000 nuovi marchi. Il 95% scompaiono nel giro di 10 mesi. Un marchio ha successo quando riesce a creare un legame emotivo con il consumatore e a creare un senso di identità valoriale. SenseCatch lavora diversamente da un’agenzia tradizionale di marketing e comunicazione.

Cristina: Ogni anno nascono oltre 21.000 nuovi marchi. Il 95% scompare nel giro di 10 mesi. Un marchio ha successo quando riesce a creare un legame emotivo con il consumatore ed esistono delle tecnologie in grado di analizzare le emozioni che ci portano a scegliere una cosa piuttosto che un’altra. Andrea, come lavorate voi rispetto ad un’agenzia tradizionale di marketing e comunicazione?

Andrea Ciceri: Noi partiamo direttamente dal capire l’emozione che sta attorno ad un processo decisionale anche nel settore dell’alimentare, in cui questa dimensione è sicuramente fondamentale. Utilizziamo tecnologie a supporto per capire esattamente la tipologia di esperienza e reazione che un consumatore sta provando mentre ad esempio è davanti ad uno scaffale per scegliere una bottiglia di vino.

Cristina: Questo immagino che, stando a contatto con il cranio, cosa capta? 

Andrea Ciceri: Il segnale elettroencefalografico, mentre questo è il segnale di microsudorazione cutanea. È la macchina della verità, è un anellino che si mette sulle dita e di fatto cattura la microsudorazione cutanea, quindi ci da quanto coinvolgimento emotivo c’è mentre quella ci dice la direzione dell’emozione, quindi se qualcosa è positivo o negativo. Questa è una tecnologia eye-tracker, che si può mettere dietro ad uno schermo per capire l’attenzione visiva su un sito internet o una pubblicità oppure lo si può indossare per capire la persona cosa sta guardando, ad esempio su uno scaffale alimentare.

Cristina: O magari sta guardando il ragazzo che sta facendo la spesa e cogli tutto un altro giro di emozioni! Andrea ci fai qualche esempio? 

Andrea Ciceri: Abbiamo analizzato l’esperienza che un gruppo di consumatori provava durante la visione di alcune etichette di vino che abbiamo realizzato ad hoc..

Cristina:  ..e cosa avete imparato?

Andrea Ciceri: Abbiamo capito che l’etichetta nera era maggiormente capace di coinvolgere emotivamente perché aveva una texture più grezza e ruvida rispetto alle altre. Questo coinvolgimento emotivo lo si ha anche sopratutto attraverso il tatto, che ricordiamo essere uno dei primi sensi a svilupparsi fin dalla prima infanzia.

Cristina: Invece quando si naviga su internet per comprare qualcosa online?

Andrea Ciceri: I siti che piacciono di più sono i siti innanzitutto semplici. Oggigiorno i siti internet al posto di utilizzare contenuti testuali, dovrebbero utilizzare ad esempio delle immagini o delle infografiche, quindi una traduzione di un testo in un immagine.

Cristina: Grazie Andrea. Speriamo che questi strumenti di neuromarketing siano in grado di identificare le emozioni su cui fare leva per far si che la sostenibilità si diffonda su larga scala nelle cose che usiamo sempre di più. Occhio al futuro 

In onda 25-5-2019

la realtà virtuale di AnotheReality

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Il giro d’affari delle realtà immersive due anni fa era di 3,5 miliardi di euro e lo scorso anno di 7 miliardi. Ma non si tratta solo di entertainment, anzi, quello che cresce di più sono le applicazioni della realtà aumentata e la realtà immersiva nei campi più disparati dell’attività umana. AnotheReality ci mostra cos’è possibile oggi!

Cristina: Il giro d’affari delle realtà immersive è su una curva esponenziale. Due anni fa valeva 3.5 miliardi di euro, lo scorso anno 7 e continuerà a moltiplicarsi. Sono tecnologie che nascono nel mondo del gaming, ma in realtà le applicazioni si stanno allargando a qualsiasi attività umana. La realtà virtuale ricostruisce un ambiente fisico mentre quella aumentata arricchisce le nostre percezioni oltre i confini dei cinque sensi. Lorenzo dove mi porti?

Lorenzo Cappannari: Devi indossare questi occhiali e guardare di la..

Cristina: Wow che bella sorpresa che ci avete fatto 

Lorenzo Cappannari: Fondamentalmente si tratta di un ologramma, immaginati un’azienda che ha sedi in giro per il mondo e deve fare vedere i propri prodotti ai clienti, piuttosto che utilizzare questi ologrammi per condividere fasi di prototipazione all’interno dell’azienda. Questa è una modalità innovativa e sicuramente molto più realistica ed immersiva per mostrare un prodotto che ancora non c’è, ma come se fosse fisicamente li.

Cristina: Qualche esempio? 

Lorenzo Cappannari: Abbiamo programmato un avatar digitale per una banca, che può essere utilizzato sia per fare vera e proprio interazione con clienti oppure fare formazione su rete vendita diffuse sul territorio, simulando l’interazione con il cliente 

Cristina: Siete in grado di portare anche le persone dentro agli ambienti virtuali

Lorenzo Cappannari: Ti potrei teletrasportare all’interno di un ambiente particolarmente pericoloso, dove l’utilizzo della realtà virtuale permette di fare simulazioni in ambienti totalmente protetti. L’idea è che puoi sbagliare quanto vuoi ma non ti succede niente, mentre nella realtà, potrebbe essere pericoloso.

Cristina: Mi hai fatto qualche esempio di realtà immersiva, invece con la realtà virtuale cosa state facendo?

Lorenzo Cappannari: Immaginati per esempio di essere un’azienda che produce macchinari particolarmente voluminosi, produco ascensori, piuttosto che gru. Trasportarle in giro per fiere è abbastanza difficile, in questo caso le nostre tecnologie permettono la promozione di questo tipo di prodotti in modalità totalmente facile e semplice da trasportare, basta una valigetta e un visore.

Cristina: Grazie Lorenzo. Familiarizzeremo sempre di più con attrezzature come questa, effettivamente si vede veramente un’altra realtà. Chissà se poi quando rientriamo in questa siamo altrettanto contenti. Occhio al futuro! 

In onda 18-5-2019

Mathesia

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Mathesia è una piattaforma che aiuta le aziende ad individuare i migliori esperti facilitando il dialogo tra il mondo del business e quello della scienza. Nata al Politecnico di Milano, dalla collaborazione di 2 start-up, valorizza l’eccellenza italiana nel campo della matematica applicata.

Cristina: Oggi vi raccontiamo di una piattaforma web che connette società e organizzazioni con le migliori menti matematiche, per risolvere problemi e accelerare l’innovazione, in qualunque settore.

Luca Prati: Il progetto nasce al Polihub, l’incubatore del Politecnico di Milano. Ci occupiamo di valorizzare la scientifica e lo facciamo attraverso una piattaforma digitale mettendo in dialogo da un lato le aziende e dall’altro gli esperti della matematica  e statistica applicata.

Cristina: L’idea è venuta vedendo che in altri ambiti, quali lo sviluppo di software o il design di loghi, il modello del crowdsourcing, ossia l’esternalizzazione di progetti, era già diffuso. E sapendo che le competenze matematiche e statistiche saranno cruciali per le aziende, hanno creato una rete di professionisti qualificati nell’ambito di simulazione numerica, ottimizzazione e data science… Grazie ad un algoritmo, la piattaforma aiuta le aziende ad individuare i migliori esperti facilitando il dialogo tra il mondo del business e quello della scienza.

Luca Prati: Per farti un’esempio, ti racconto uno dei primi problemi che abbiamo risolto e affrontato. Il problema era uno di logistica di una multinazionale che aveva i magazzini bloccati perché i prodotti che erano all’interno di questo magazzino avevano una forma cilindrica ed erano molto delicati. C’era la produzione ferma per il fatto che non riuscivano a venire stoccati nella maniera corretta. È stato possibile risolvere il problema grazie ad una competenza trovata sulla piattaforma, che aveva già risolto il problema in un ambito diverso ma aveva un modello simile, ed era quello di una falegnameria. Uno degli aspetti più interessanti della matematica è quello di poter riutilizzare gli stessi modelli per risolvere problemi in ambiti completamente distanti tra loro. E questo a volte consente risparmi molto interessanti sia in termini di tempo che di costi.

Cristina: Un importante ospedale milanese ha ottimizzato la gestione delle sale operatorie attraverso un’analisi statistica di loro dati raccolti per anni, quali: tipo di intervento e caratteristiche dei pazienti, stabilendo così, in modo più preciso, la durata di ogni operazione. Questo ha reso più efficiente sia la pianificazione degli interventi sia i costi delle sale. Anche la sicurezza sul lavoro può essere migliorata attraverso questa piattaforma. Una grande industria energetica ha avviato un’analisi sui dati storici di incidenti, per mappare le caratteristiche e le fonti di informazione più rilevanti, e capire meglio le cause e i fattori di rischio.

Luca Prati: Abbiamo creato una rete di esperti – ora sono circa 3000 tra ricercatori, professori universitari e consulenti professionali. Sono le eccellenza nei mondi della matematica e statistica applicata.

Cristina: Il vantaggio di questa piattaforma è che consente ai cervelloni italiani e ai nostri esperti di dare un loro importante contributo alla soluzione di problemi senza lasciare il nostro paese. E sappiamo qui quanto ci sia bisogno di teste brillanti!

In onda 20-4-2019

Indagare il riciclo dei rifiuti elettronici

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Gli elementi preziosi nell’elettronica hanno tre problematiche: il danno all’ambiente nell’estrazione; la breve durata di vita dei dispositivi stessi; alla fine del loro ciclo di vita, non vengono adeguatamente riciclati. Si stima che entro il 2080, le più grandi riserve minerarie non saranno più sottoterra, ma in superficie, come lingotti o come parti di materiali da costruzione, elettrodomestici, mobili e device.
Simone Farresin e Andrea Trimarchi di Studio Formafantasma hanno condotto un’indagine ambiziosa sul riciclaggio di rifiuti elettronici con il loro progetto Ore Streams – in esposizione durante Broken Nature alla Triennale di Milano

Cristina: Questo cassetto è fatto con il case di un vecchio computer. Pensate, i rifiuti elettrici ed elettronici sono quelli che crescono più in fretta, solo il 30% però viene riciclato. Intervenire sul restante 70% è molto complesso perché complessi sono gli oggetti di cui parliamo e complicate sono le filiere.

Simone Farresin: La smontabilità degli oggetti è fondamentale, pertanto per esempio istituire un sistema di viti universale sarebbe utilissimo. Per esempio il nero dei cavi elettrici è molto difficile da riconoscere per i sistemi che vengono utilizzati per separare, i lettori ottici. Cambiare semplicemente il colore dal nero ad un colore aiuterebbe il riconoscimento dei cavi elettrici e il recupero del rame. Per di più sarebbe fondamentale istituire un sistema di etichettatura che dica all’utente, nel momento in cui compra un oggetto elettronico, quanto durerà nel tempo. Ovviamente questi oggetti vengono riciclati ma in modo un po’ più sofisticato nei nostri paesi, invece nei paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di un codice colore che li aiuti a comprendere in modo intuitivo quali sono i componenti pericolosi per essere smontati a mano, in modo tale che il riciclo venga fatto nel modo opportuno.

Cristina: Voi avete incontrato per il vostro progetto attori lungo tutto la filiera, dove avete incontrato la maggiore resistenza?

Andrea Trimarchi: Devo dire che una delle cose più complesse in realtà è stata entrare in contatto con i produttori di elettronici. Abbiamo parlato con università, con produttori, aziende di riciclo, abbiamo parlato anche con persone che si occupano di leggi. Diciamo che quelle sono state più disponibili poi ad accoglierci, la cosa più difficile appunto è stata parlare con i produttori.

Cristina: Perché non sono disposti ad essere parte della soluzione?

Simone Farresin: Probabilmente perché è molto complesso in questo momento investire risorse economiche per cambiare veramente le cose invece di semplicemente fare dei piccoli passi avanti che vengono usati simbolicamente come sistema pubblicitario invece che di reale interesse per il riciclo di questi prodotti.

Cristina: Voi avete una soluzione a tutte, qual è?

Andrea Trimarchi: Una delle più probabili soluzioni potrebbe essere di organizzare tavoli dove i vari attori del sistema produttivi, dai produttori di elettronica ai riciclatori e ovviamente anche designer, possano incontrarsi su queste tematiche.

Cristina: Sembra assurdo, questo non avviene già?

Andrea Trimarchi: Purtroppo no, anche in ambito legislativo spesso vengono messi insieme i riciclatori e anche i produttori, ma la maggior parte delle volte, noi designer che siamo quelli che trasformano le materie prime in oggetti, non facciamo parte di queste riunioni.

Cristina: Il design può e, in questo caso, ha un ruolo politico, lasciamoci ispirare.

In onda 30-3-2019

Fanghi da depurazione diventano risorsa con Bioforcetech

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Il fango da depurazione è quella frazione di materia solida contenuta nelle acque reflue urbane ed extraurbane, che viene rimossa negli impianti di depurazione durante i vari trattamenti depurativi necessari a rendere le acque chiarificate compatibili con la loro reimmissione in natura senza creare alterazioni all’ecosistema. Complessivamente, in Italia vengono prodotte circa 3.000.000 di ton/anno di fanghi da depurazione. Più o meno inquinati. Eliminarli correttamente costa una media di 150€/ton, totale sono 450.000.000 €/anno. Con il sistema di Bioforcetech, che diminuisce notevolmente il rifiuto e lo trasforma in Biochar, si può arrivare ad un risparmio del 90% . Perché riducendo il volume del 90% si riducono altrettanto tutti i costi i consumi energetici e di trasporto.

Cristina: Il problema che trattiamo oggi nasce dalle nostre fogne, riguarda la salute di tutti noi. La soluzione nasce da un gruppo di giovani italiani che hanno progettato un macchinario capace di trasformare rifiuti in risorsa.
Gli scarichi urbani, industriali e agricoli vengono raccolti in impianti che separano la parte liquida da quella solida, per poi essere trattati. La legge consente di riutilizzarne una parte in agricoltura. Nel 2017, 60 comuni lombardi si sono uniti per contestare l’uso dei fanghi da depurazione nei terreni dove cresce il cibo che mangiamo, hanno fatto ricorso al TAR e hanno vinto. La loro preoccupazione era di non poter tutelare la salute dei cittadini. La questione è divampata, generando interventi e analisi in diverse regioni italiane. Sono stati trovati elementi inquinanti elevati come idrocarburi, PFAS e altre sostanze nocive. Mangiamo cibo inquinato più di quanto pensiamo.
In seguito alla decisione dal TAR sono stati abbassati del 90% gli inquinanti ammessi nei fanghi da depurazione usati in agricoltura. Ma gli impianti non sono stati in grado di adeguarsi alle nuove norme e il sistema è entrato in crisi. Data l’emergenza, nel Decreto Genova, quello del ponte, si è inserito un aggiornamento che porta la soglia al 50% di quella iniziale. Fifty Fifty, come si suol dire! Con il rischio di continuare a mangiare cibo inquinato.
Le soluzioni ci sono, e questa che vedete è capace di depurare i fanghi direttamente dove vengono raccolti, trasformandoli in risorse pulite e nutrienti, riducendone peso e volume del 90%, usando pochissima energia esterna e producendo energia rinnovabile. Si tratta di un essiccatore biotecnologico che non usa combustione diretta, dove nella prima parte il calore emesso dalle sostanze organiche viene recuperato e diventa energia per essiccare i fanghi. Successivamente attraverso un procedimento in assenza di ossigeno i fanghi vengono portati a temperature che vanno dai 350C° ai 700C° – secondo la qualità della materia di partenza. Il prodotto che esce da questo macchinario si chiama biochar ed è altamente fertilizzante. I vostri macchinari dove li avete installati?

Matteo Longo: Abbiamo installato le nostre prime macchine negli USA, il più importante si trova a San Francisco dove trattiamo 7000 tonnellate all’anno di fanghi di depurazione. Noi le macchine le produciamo in Italia, proprio perché vogliamo lavorare con le piccole-medie imprese italiane a costruire le nostre macchine.

Cristina: Oltre ai vantaggi ecologici che abbiamo visto, quelli economici quali sono?

Matteo Longo: Quelli economici sono molto interessanti. Complessivamente, in Italia vengono prodotte circa 3.000.000 di ton/anno di fanghi di depurazione. E hanno un costo di smaltimento di circa 150€/ton (totale 450.000.000 €/anno). Con i nostri processi andremmo ad abbattere del 90% il costo proprio grazie alla diminuzione del rifiuto, che poi possiamo anche riutilizzare come ammendante per il terreno nel caso del biochar.

Cristina: Il biochar serve come materiale filtrante per bonificare acque inquinate e fumi nocivi. Può diventare un biomateriale per il design e l’architettura, filamento per le stampanti 3D e chissà …. Conviene a tutti fare i conti con la realtà. E promuovere l’economia circolare. Non solo a parole ma coi fatti.

U-Earth, depuratore d’aria e VOC

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Secondo le Agenzie per l’ambiente Europea e Americana, l’aria che respiriamo negli ambienti interni risulta essere fino a 5 volte più inquinata di quella all’aperto. Un dispositivo di U-Earth è capace di catturare e distruggere fino a 3.5 kg di inquinanti aerei al giorno e consuma solo 24w, quanto una lampadina.
Attraverso una carica elettrica molecolare, il dispositivo attira l’aria inquinata. I contaminanti catturati vengono distrutti da una formula di microrganismi ed enzimi, chiamata U-OX, che poi li digeriscono senza produrre rifiuti nocivi e senza lasciare scorie da smaltire.
È come avere una foresta in una scatola!

Cristina: La maggior parte di noi, trascorre molto più tempo in spazi chiusi, come uffici, scuole, che all’esterno. Secondo le Agenzie per l’ambiente Europea e Americana, l’aria che respiriamo negli ambienti interni, risulta essere fino a 5 volte più inquinata di quella che respiriamo all’aperto. È evidente quanto sia urgente adottare misure di monitoraggio e di purificazione. L’aria entra sporca da fuori, si deposita negli edifici con i suoi gas e particolati, i quali, si sommano a polveri, funghi, batteri, particelle sospese e altri gas…che si sviluppano tra le mura e nei condotti di aerazione. Questo nuoce alla nostra salute. Scuole, Uffici, Fabbriche, Ospedali, oggi possono usufruire di una soluzione tutta Italiana. Ora siamo in una “pure air zone”, cioè in un’area dove è stato installato un dispositivo che purifica l’aria, un bioreattore per l’esattezza. Guardate, questa è la sua pancia e guardate che cosa viene fuori. Capace di catturare e distruggere fino a 3.5 kg di inquinanti aerei al giorno, è come avere una foresta in una scatola. Pensate che il 92% dei contaminanti che intrappola non rispondono ai comuni impianti di ventilazione. Il dispositivo attira l’aria inquinata attraverso una carica elettrica molecolare. I contaminanti catturati vengono distrutti da una formula di microrganismi ed enzimi che poi li digeriscono senza produrre rifiuti nocivi e senza lasciare scorie da smaltire.

Betta Maggio: Vedi Cristina, le particelle contenute in questa bottiglia sono state recuperate nel nostro bioreattore qui in ufficio. Quello che tu vedi sospeso qua è il risultato di quello che è stato digerito dalle sostanze organiche volatili. Questi piccoli detriti, piccole particelle indigeribili, sono molto tossiche nel nostro organismo, mentre in natura non hanno nessun problema.

Cristina: Quindi sono leggerissime, forse è per questo che non restano intrappolate nei comuni impianti?

Betta Maggio: Assolutamente. Questo è ferro, alluminio, cromo, zolfo…. Sono tutti elementi naturali.

Cristina: L’aria che respiriamo è come l’acqua che beviamo: un bene irrinunciabile.

Betta Maggio: I livelli di allerta sono altissimi, sia in interni che esterni. Queste piccolissime particelle, attraverso la respirazione e attraverso la pelle, vanno a finire nel nostro organismo, passando addirittura la barriera encefalica. Significa che possono causare condizioni come la sindrome della deficienza dell’attenzione, autismo, alzheimer ma anche demenza senile e invecchiamento precoce.  I bambini si stanno ammalando 30% in più l’anno di asma e allergie. L’installazione di questo dispositivo permetterebbe di aumentare la nostra produttività, in tutti i luoghi che frequentiamo quindi immagina, metterlo negli ospedali, uffici, palestre, tutti i luoghi pubblici. I dati dell’Organizazzione Mondiale della Sanità (WHO), nel 2012 ha dimostrato che 7 milioni di persone sono morte prematuramente da malattie causate dalla scarsa qualità dell’aria.

Cristina: Presto, grazie ad una app, sarà possibile trovare su una mappa i luoghi dove l’aria è “pura” e segnalare quelli che si vorrebbe diventassero tali, ad esempio, ai propri datori di lavoro. Tutti possono partecipare attivamente a cambiare le cose. Pensate che quantitativamente il rapporto tra ciò che mangiamo e beviamo, e ciò che respiriamo è di 1 a 25. Siamo così attenti a come ci nutriamo, forse è il caso di poter scegliere anche cosa respiriamo.

In onda 2-3-2019

Mirrorable, la piattaforma di riabilitazione motoria

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Circa 17 milioni di bambini nel mondo sono stati diagnosticati con paralisi cerebrale infantile, causata da una lesione al sistema nervoso centrale. Combinando la ricerca scientifica e la tecnologia, Francesca e Roberto hanno creato Mirrorable, una piattaforma di riabilitazione motoria che aiuta i piccoli pazienti a muovere le parti “offese” del corpo e a stimolare il potenziale residuo.

Cristina: Oggi vi raccontiamo la storia di una famiglia che ha saputo trasformare un’esperienza devastante,  in un’opportunità, per milioni di bambini nel mondo. Francesca e Roberto, scoprono a pochi giorni dalla nascita che il loro piccolo Mario, ha subito un ictus nel ventre della mamma o appena nato, e che questo ha impattato la parte destra del suo cervello.

Francesca Fedeli: All’inizio è stato difficile per noi accettare questa diagnosi e abbiamo cominciato a cerare medici, cercare soluzioni in giro per il mondo, ma soprattutto a studiare. In questa ricerca, nello studio, abbiamo scoperto il meccanismo dei neuroni specchio, le cellule che si attivano sia quando compiamo un un gesto, afferriamo un oggetto,  sia quando vediamo un’altra persona compiere lo stesso gesto. È da li che poi siamo partiti per Mario per cercare una soluzione che si è rivelata vincente. Infatti è riuscito ad allenare di più la parte sinistra del cervello a compensare per quella destra.

Cristina: Oggi, Francesca e Roberto, queste due persone straordinarie aiutano tantissime famiglie a migliorare la qualità delle loro vite. Circa 17 milioni di bambini nel mondo sono stati diagnosticati con paralisi cerebrale infantile, causata da una lesione precoce al sistema nervoso centrale. Combinando la ricerca scientifica e la tecnologia Francesca e Roberto, hanno creato una piattaforma di riabilitazione motoria, che si chiama Mirrorable e che aiuta i piccoli pazienti a muovere le parti “offese” del corpo e a stimolare il potenziale residuo.

Roberto D’Angelo: Per noi è cambiato tutto quando abbiamo capito una cosa molto semplice: che il modo migliore di aiutare nostro figlio era quello di aiutare tutti i bambini al mondo come lui. Abbiamo fatto disegnare un processo di riabilitazione ai bambini per i bambini stessi e l’unica cosa veramente importante per questi bambini, prima di tutto, era il gioco e la possibilità di imparare nuovi skill motori grazie ad un altro bambino come loro con le stesse condizioni. Qualche anno fa sarebbe stato impossibile ma oggi, grazie alla tecnologia, siamo riusciti a realizzare questo direttamente nelle case di questi bambini. Grazie poi all’intelligenza artificiale siamo riusciti a creare un processo altamente personalizzato sulle emozioni del singolo bambino in modo tale che ne potesse trarre il massimo del beneficio. Per darvi un’idea, in un mese di corso di magia, questi bambini hanno migliorato le proprie capacità bi-manuali di una media del 26%. Un risultato straordinario.

Cristina: La scorsa estate Mirrorable è diventato anche un Camp, e i risultati sono stati molto incoraggianti.

Francesca: I risultati del Mirrorable Camp, in via di pubblicazione, sono stati per noi entusiasmanti perché davvero siamo riusciti a dimostrare che questi bambini migliorano non soltanto dal punto di vista delle capacità bi-manuali, ma anche quelle che sono le loro abilità di apprendimento e migliorano anche gli indicatori di benessere globale, sia del bambino, che di tutta la famiglia.

Cristina: Mai come quando un problema ci tocca da vicino, possiamo diventare parte della soluzione.

In onda 23-2-2019