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Robotica umanoide alla Waseda University di Tokyo

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Al Humanoid Robotics Institute presso la Waseda University a Tokyo abbiamo incontrato un gruppo di ricercatori che sta sviluppando robot per assistere gli anziani e per intervenire in aree disastrate. Waseda collabora con L’Istituto Superiore Sant’Anna di Pisa e insieme al Professor Takanishi lavorano diversi italiani, tra cui il livornese Gabriele Trovato.

Perché il robot Asimo non è stato capace di stringere la mano alla Cancelleria Merkel durante una recente visita in Giappone?

Cristina: Siamo a Tokyo alla Waseda University dove incontriamo ricercatori italiani che collaborano con i Giapponesi per lo sviluppo della robotica. Professor Takanishi, qual’è l’area di ricerca più importante a cui state lavorando nel dipartimento di robotica umanoide?

Prof. Takanishi: Una delle più importanti ricerche qui al Waseda Institute di Tokyo è nel campo dei robot umanoidi e stiamo studiando modi per rispondere ai diversi bisogni dell’uomo. In particolare modo stiamo sviluppando robot per assistere gli anziani e le famiglie. I vecchi, sappiamo, hanno bisogno di aiuto nella vita quotidiana ma soprattutto, soffrono di solitudine. Un robot che sa comunicare con le persone tiene compagnia, è di grande aiuto e sta diventando un’assistente importante anche per monitorare la salute.

Cristina: Questi robot possono imparare da soli in qualche modo?

Prof. Takanishi: Si, ed è una funzione molto importante. L’interazione uomo-uomo ha infinite variabili diverse e noi dobbiamo sviluppare nei robot adattabilità molto complesse. Abbiamo uno studente italiano, di Livorno, che sta facendo ricerca in questo ambito con l’umanoide Kobian, che è molto importante per capire come favorire la relazione uomo-robot cone persone di culture diverse.

Gabriele Trovato: Kobian può realizzare espressioni con il corpo e anche soltanto espressioni facciali. Abbiamo anche una nuova funzione che potrà anche mostrare dei simboli come magari una lacrima o un punto interrogativo. Questi sono anch’essi importanti per aiutare a trasmettere a quale emozione sta pensando il robot a secondo delle diverse culture.

Cristina: C’è un famoso aneddoto a questo proposito giusto?

Gabriele Trovato: Si di recente il robot Asimov a cui la Cancelliera Merkel ha provato a stringere la mano ma i tecnici giapponesi lo faranno inchinare piuttosto che dare la mano. I robot devono essere impiegati in spazi dove ci sono anche altri esseri umani, dove ci sono scale e i robot devono potersi muovere con due gambe, quindi non possono avere le ruote. Questo robot è specializzato nella camminata, tutti gli altri robot come Asimov ad esempio, non muovono il bacino, cercare di realizzare un robot umanoide non vuole dire soltanto androidi, quindi con un aspetto umano con una pelle artificiale. Vuol dire anche imitare il movimento.

Prof. Takanishi: Come sapete 4 anni fa a Fukushima c’è stato un tragico incidente, gli ambienti nelle centrali nucleari sono stati progettati per l’uomo che in condizioni simili non può accedervi. Così ho avuto un’idea, di progettare robot umanoidi per intervenire in luoghi disastrati, inquinati, e inaccessibili per l’uomo. Entro dieci anni questi robot comunicanti avranno un ruolo importante nella società.

La carne del futuro

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Sappiamo che gli attuali livelli di consumo di acqua potabile e terra coltivabile rischiano di compromettere la capacità del pianeta di rigenerarsi, ma esistono sempre più soluzioni sostenibili in grado di alleggerire il consumo di risorse naturali. Ad esempio, per la produzione di cibo. Gli allevamenti e la produzione di carne hanno un impatto negativo sull’ambiente. Ma esistono alternative, ogni giorno più economiche ed efficaci. Questa è una da tenere d’occhio.

Cristina: Globalmente, continua a crescere il consumo di carne, anche se sappiamo che gli allevamenti intensivi hanno un impatto ambientale oramai insostenibile. Ma ci sono alternative! Oggi ve ne raccontiamo una davvero originale.

Mark Post: Siamo stati i primi a farlo, ma non i primi ad avere l’idea. Winston Churchill nel 1932 aveva già alluso a questa possibilità.

Cristina: Quanto tessuto prelevate da una mucca per far crescere un hamburger in laboratorio?

Mark: Beh, in teoria è sufficiente solo una cellula. Ma in realtà, prendiamo un piccolo lembo di muscolo tramite la agobiopsia e otteniamo circa 200 cellule. Il prelievo si può fare da qualsiasi muscolo.

Cristina: Quanto ci vuole per far crescere un hamburger?

Mark: 9 settimane.

Cristina: E poi? Da quel momento in poi?

Mark: Beh è un processo esponenziale in 2 fasi: la prima è far crescere un gran numero di cellule. E quando ne hai tante, puoi incominciare a creare i tessuti. Per creare un hamburger, per esempio, ci vogliono 9 settimane. Per creare 2 hamburger ci vogliono 9 settimane e 2 secondi. E per creare 50 mila hamburger ci vogliono 9 settimane più una. Quindi in realtà non è tanto importante il tempo di crescita, ma piuttosto le quantità che possiamo produrre. Nel 2013 il prototipo di hamburger costava circa 250 mila €. Se lo coltivassimo ora, con la stessa tecnologia per avere una produzione su larga scala, il costo sarebbe di circa 10-11 dollari per hamburger.

Cristina: E a che prezzo puntate?

Mark: Meno di un hamburger normale. Sappiamo già cosa dobbiamo migliorare per abbassare il prezzo. Non è complesso. Ma qualcuno deve farlo.

Cristina: Qual è l’attitudine mentale dei consumatori verso la carne coltivata in laboratorio?

Mark: Le persone sono in grado di comprendere i vantaggi di questa procedura. All’università di Oxford hanno calcolato che si ridurrebbe il consumo di suolo degli allevamenti di bestiame del 90%. Il fabbisogno di acqua dolce del 90%. E di energia del 60%, a seconda delle aree. E anche se il risparmio energetico è inferiore rispetto a quello di terra e acqua, va considerata la riduzione del metano emesso dalle mucche. C’è anche un vantaggio in termini di gas serra, a parità di energia consumata.

Cristina: Presto sarà possibile coltivare in vitro tutto quello che vogliamo. Che ci piaccia o no!