Privacy Policy sdg 12 Archivi • Pagina 2 di 6 • Cristina Gabetti Skip to main content
Category

sdg 12

Biova – la birra da economia circolare

By ecology, sdg 12, sdg 13

Ispirandosi agli egizi, e motivati a fare del bene, Franco Dipietro e i suoi collaboratori hanno azzeccato una ricetta doppiamente buona: utilizzano pane invenduto – e ce n’è davvero tanto, ogni giorno, nel nostro paese – facendo una birra che è veramente buona. Per trasformare un’idea in realtà, occorrono piglio imprenditoriale, accurata conoscenza delle leggi e una filiera organizzata. Loro l’hanno fatto. Aspettiamo di trovare Biova in tutta Italia e di apprezzare 20 gusti diversi.

Cristina: Facendo i volontari per recuperare avanzi di cibo da destinare ai bisognosi, un gruppo di giovani ha toccato con mano lo spreco, del pane in particolare, pensate, ogni giorno in Italia ammonta a 1.300 tonnellate. Di lì l’idea di trasformarlo. Siamo venuti a Torino per raccontare la loro storia. Buongiorno Franco, cosa fate con il pane?

Franco Dipietro: Noi recuperiamo il pane invenduto a fine giornata e lo trasformiamo in birra, 150kg di pane in 2.500 litri di birra artigianale. Questo è il nostro modo di dare nuovo valore a qualcosa che altrimenti sarebbe uno scarto.

Cristina: Come lo recuperate?

Franco Dipietro: Noi abbiamo messo a punto un nostro protocollo, lo recuperiamo a fine giornata prima che diventi tecnicamente scarto. Lo portiamo in dei centri che sono stati studiati da noi che chiamiamo proprio “del trattamento del pane”, dove lo essichiamo, lo maciniamo e lo rendiamo disponibile per essere un nuovo ingrediente. Quindi andare in questo caso a sostituire il malto d’orzo per fare della nuova birra. Oltre che recuperare un invenduto e uno scarto andiamo a risparmiare sull’utilizzo di una materia prima, fino al 30%, fino al 50% con le nostre nuove ricette che stiamo studiando di risparmio di materia prima.

Cristina: Pensate di poter produrre in tutta italia?

Franco Dipietro: È una filiera possibile, abbiamo studiato noi un modello che ci permette di replicare questa possibilità in tutta Italia. Noi cerchiamo sempre di avere dei nostri posti di raccolta vicino a dei birrifici esistenti che attiviamo, portando in giro solo le nostre ricette. Quindi riusciamo anche a non far viaggiare troppo lo scarto proprio per limitare le emissioni e i costi collegati.

Cristina: Quindi fermentate sempre localmente?

Franco Dipietro: Esattamente, produrre proprio la birra localmente nei vari birrifici che nel corso degli ultimi anni sono aumentati moltissimo in tutta Italia e lavorano anche conto terzi. Quindi possiamo andare a cuocere, si dice tecnicamente, in vari posti in Italia.

Cristina: Quindi ogni regione darà il suo gusto..

Franco Dipietro: È molto interessante perché chiaramente il pane da un gusto caratteristico alla birra, quindi a secondo della regionalità del pane, il gusto della birra cambia. Questo è anche molto divertente da provare sulla nostra birra.

Cristina: Per voi è stato proprio un cambio di vita questo..

Franco Dipietro: Molto, ci siamo accorti come il pane sia un problema molto difficile da gestire. Costa poco ed è comunque troppo anche per essere ridistribuito. In Italia si sprecano quasi due campi da calcio interi di pane ogni giorno, quindi fare qualcosa contro lo spreco alimentare è sicuramente un modo per garantirci un futuro più sostenibile.

Cristina: Questo progetto di economia circolare adempie agli SDG 12 e 13. Celebriamo questa bellissima soluzione per ridurre lo spreco alimentare con un bel brindisi! Occhio al Futuro!

In onda il 20-6-2020

Environmental Performance Index 2020

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 14, sdg 15, sdg 3, sdg 6, sdg 7, weekly

Environmental Performance Index (EPI) è un rapporto biennale che da 22 anni viene redatto da ricercatori da ricercatori delle università di Yale e Columbia.

La longevità del progetto, la metodologia e la qualità dei dati, raccolti dai migliori enti di ricerca nel mondo, fanno dell’EPI il più autorevole riferimento per l’analisi delle politiche ambientali. In questa edizione sono state introdotte nuove metriche per valutare la gestione dei rifiuti e le emissioni dei gas che contribuiscono in maniera importante ai cambiamenti climatici.

L’edizione 2020, pubblicata a inizio giugno, ha valutato 180 paesi secondo 32 indicatori di performance in 11 categorie di salute ambientale (environmental health) e vitalità degli ecosistemi (ecosystem vitality). La Danimarca conquista il primo posto, seguita da Lussemburgo, Svizzera e Regno Unito. L’Italia è 20esima, pari merito con Canada e Repubblica Ceca. Gli Stati Uniti D’America sono 24esimi.

No alt text provided for this image

Guardando nel dettaglio, che trovate qui, per quanto riguarda la salute ambientale, che include la qualità dell’aria, sanità e acqua potabile, metalli pesanti e gestione dei rifiuti, rispetto a 10 anni il nostro paese è migliorato di 4,6 punti, mentre per la vitalità degli ecosistemi, che comprende habitat e biodiversità, acquacoltura, cambiamenti climatici, emissioni inquinanti, agricoltura e gestione acque reflue, siamo peggiorati di 1,3.

In generale, l’Italia è sopra la media mondiale ma sotto quella regionale (il riferimento è l’Occidente).

Forte del risultato, il Ministro danese dell’Ambiente Dan Jørgensen afferma: “Abbiamo appena iniziato a negoziare con il parlamento danese per concordare i prossimi passi verso il nostro obiettivo di ridurre le emissioni del 70% per il 2030, e speriamo che le nostre misure possano essere d’ispirazione per altri paesi.” Obiettivo ambizioso che Daniel Esty, direttore del Yale Center for Environmental Law & Policy (co-produttore dell’EPI) vede come il risultato di politiche audaci.

La Danimarca eccelle in quasi tutti gli indicatori. Un esempio da seguire, considerato che il progresso globale di contenimento dei cambiamenti climatici è in calo. Nessun paese si sta de-carbonizzando abbastanza in fretta per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di parigi.

Consultare questo rapporto è utile per comprendere quanto politiche di gestione della salute pubblica e dei rifiuti, investimenti in infrastrutture e preservazione delle risorse naturali, premino. Insieme a buone governance, leggi audaci e ben strutturate, il coinvolgimento attivo della cittadinanza e dei media indipendenti.

 

 

Fonti per i dati dell’EPI:

Institute for Health Metrics and Evaluation, the World Resources Institute, the Potsdam Institute for Climate Impact Research, CSIRO, the Mullion Groupthe Sea Around Us Project at the University of British Columbia,  World Bank e the UN Food and Agriculture Organization.

Risorse aggiuntive:

https://www.key4biz.it/economia-circolare-piano-da-210-milioni-per-innovazione-e-sostenibilita-nelle-imprese/310235/

https://www.innaturale.com/a-che-punto-e-la-sostenibilita-nel-mondo/

https://www.we-wealth.com/it/news/sri-impact-investing/sri-impact-investing/sostenibilita-italia-20esima-classifica-globale/

https://www.theguardian.com/environment/2020/jun/04/us-ranks-24th-in-the-world-on-environmental-performance

MAC – il modulo ospedaliero riciclato di Miniwiz per il Covid

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 3, sdg 9, technology

Arthur Huang, architetto e ingegnere Taiwanese, è il più ingegnoso protagonista dell’economia circolare che abbia mai conosciuto. Con Miniwiz ha ingegnerizzato più di 1.200 materiali da rifiuti pre e post consumo. In questa puntata di Occhio al Futuro, narrata dal suo collaboratore italiano Renato Mirone, vi raccontiamo la sua nuova sfida: costruire stanze ospedaliere con materiali plastici e alluminio riciclati, utilizzando tecnologie per il monitoraggio in remoto dei pazienti e per la santificazione delle unità. Progettate in tempo di Covid-19, queste camere possono essere utilizzate per le degenze di malati infettivi ed essere trasformate per rispondere anche ad altri bisogni.

Cristina: Su 24 milioni di abitanti, Taiwan ha avuto solo 441 casi di Covid-19, e 7 decessi, perché ha subito attuato misure contenitive. C’è il sospetto che li, sappiano fare le cose bene. Ci colleghiamo con la capitale Taipei, per incontrare Arthur Huang architetto ed ingegnere, che, con la sua squadra ha progettato dei moduli per convertire spazi ospedalieri inutilizzati. Buongiorno Renato, dove siete?

Renato Mirone: In un ospedale che stiamo convertendo a Taipei e sono con il presidente dell’Università Cattolica FuJen e questo è il nostro modulo. Viene assemblata ed attivata in meno di 24 ore.

Cristina: Il costo per modulo qual’è?

Renato Mirone: Per la versione standard, il prezzo è di $100.000 USD, ma il prezzo varia a seconda della posizione e dei requisiti dell’unità.

Cristina: In che materiali è costruito?

Renato Mirone: Gran parte con materiali riciclati. L’elemento principale di questo modulo è un pannello composito, costituito da due lamine in alluminio riciclato con un nucleo centrale in PET riciclato. Per il soffitto abbiamo utilizzato dei pannelli traslucidi in policarbonato riciclato da post-consumo. In totale sono state riutilizzate 7.000 lattine in alluminio e 9.000 bottiglie di plastica per kit di costruzione.

Cristina: Renato quali tecnologie avete applicato a questa stanza?

Renato Mirone: Questo modulo è stato concepito per essere flessibile ed adattabile, così da poter convertire uno spazio in base alle diverse esigenze. Può diventare un’unità di terapia intensiva, o di isolamento, o una generica camera di degenza. La stanza è dotata di un sistema di ventilazione a pressione negativa, dove l’aria espulsa non viene fatta ricircolare, ma viene microfiltrata e diretta all’esterno dei locali. Ai pannelli è stato applicato un nano-rivestimento fotocatalitico ed antibatterico, che combinato con una serie di lampade a raggi ultravioletti, permettono di sanificare la stanza velocemente. Un sistema integrato per il monitoraggio in remoto del paziente, composto da telecamere e sensori, permette di limitare i rischi degli operatori sanitari ed allo stesso tempo lo staff medico può gestire un maggior numero di pazienti. Infine su una delle pareti è presente una grande opera d’arte costituita da pannelli in PET riciclato fonoassorbente e antibatterica. Quest’ultima soluzione aiuta a ridurre il livello di stress durante lunghe degenze. Questo modulo può essere installato all’interno o all’esterno di un ospedale, ma è concepito per trasformare velocemente spazi sottoutilizzati presenti nelle strutture ospedaliere. Dopo aver consultato dottori a Taiwan, negli Stati Uniti e in Italia, abbiamo riscontrato che molto spesso le unità per l’emergenza sono installate troppo lontano dalle strutture sanitarie.

Cristina: In che modo hanno contribuito gli italiani allo sviluppo di questo progetto?

Renato Mirone: Il nostro studio, specializzato nello sviluppo di materiali provenienti dai rifiuti domestici ed industriali, da molto tempo coopera con ricercatori e organizzazioni non governative italiane. [ndr. Per questo progetto hanno collaborato con il Centro per l’Innovazione dell’Ospedale dell’Università Cattolica FuJen di Tapei e il Ministero degli Affari economici di Taiwan]

Cristina: Vedremo queste strutture presto anche da noi?

Renato Mirone: L’Università Cattolica FuJen da sempre ha ottime relazioni con l’Italia, noi come studio siamo anche presenti a Milano, quindi speriamo di portare presto anche da voi questa struttura innovativa.

Cristina: Questa soluzione adempie agli SDG 3, 9, 11, 12 e 13. Occhio al Futuro!

In onda il 13-6-2020

Fashion Revolution, l’insostenibilità sociale ed ambientale della moda

By ecology, fashion, sdg 10, sdg 12, sdg 13, sdg 8, sdg 9

È complesso in ogni ambito della vita onorare bisogni e soddisfare piaceri. Vestirsi è sia una cosa che l’altra ma per far si che il piacere dei consumatori non arrechi danni alle persone e all’ambiente occorre maggiore coscienza.

Cristina: Vestirsi è un bisogno primario, ma ciò che indossiamo, è spesso il risultato di pratiche insostenibili. I prezzi bassi della moda veloce hanno un costo alto per le persone che la confezionano e per l’ambiente, ma il gioco vale la candela? Un capo nuovo viene usato in media solo 7 volte!!! Servono leggi più efficaci, ma anche maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, è dimostrato che quando siamo informati, compiamo scelte più responsabili. Marina, tu sei portavoce per l’Italia del movimento Fashion Revolution. In che modo state facendo breccia nel sistema moda?

Marina Spadafora: Fashion Revolution, che esiste dal 2013 quando crollò il Rana Plaza in Bangladesh uccidendo più di mille persone, è nato dicendo “chi ha fatto i miei vestiti? who made my clothes?”. Ci sono 70 milioni di persone che lavorano nella filiera della moda, la maggior parte non viene pagata il giusto e quindi non si può permettere di vivere in maniera decente ed è per questo che fanno lavorare anche i bambini. Quindi ci vogliono leggi molto forti, un movimento di consumatori che richieda vestiti fatti con dignità e rispettando l’ambiente. Solo con queste due forze riusciremo a cambiare l’industria della moda e avere una vera rivoluzione.

Cristina: E adesso incontriamo Matteo che è designer, attivista, educatore.

Matteo Ward: Vedi Cristina, c’è il vintage e poi c’è l’innovazione invece.

Cristina: Fammi vedere cos’hai.

Matteo Ward: Per esempio qui abbiamo capi tinti con polvere di grafite riciclata, esempi di upcycling, tinture con mattoni tritati, ecco queste sono un manifesto dei processi produttivi a ridotto impatto ambientale, ma trasformano anche un prodotto in un servizio per rispondere ad alcune tra le più pressanti e reali esigenze dell’umanità. Poi siccome non è semplicissimo, mi rendo conto, trovare tutti questi prodotti sul mercato già oggi nei negozi, esistono oramai piattaforme come questa che facilitano i consumatori la scoperta di prodotti funzionali a quello che vogliono o che gli serve, ma soprattutto allineati con i loro valori sociali ed ambientali. Basta mettere nel motore di ricerca “magliette in cotone organico” e ti vengono fuori tutti i prodotti dei vari brand che già li sviluppano in giro per il mondo.

Cristina: Fantastico. Quindi è diviso per tipo diciamo?

Matteo Ward: Per tipologia, materiale, funzionalità che ricerchi in un capo.

Cristina: Grazie Matteo. Si stima che, in questo decennio, il comparto moda e calzature crescerà dell’81%. Cresceranno però anche i consumi di risorse naturali – l’acqua usata ogni anno per fare i nostri vestiti soddisferebbe i bisogni primari di 5 milioni di persone. E aumenterà l’inquinamento – pensiamo a microplastiche, sostanze chimiche e abiti dismessi di cui solo l’1% viene riciclato. La moda sostenibile adempie agli SDG 8, 9, 10, 12 e 13. Dai sondaggi, la gente è pronta a cambiare. Facciamolo! Occhio al futuro

Giorgio Vacchiano – come rendere le foreste resilienti

By ecology, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 3

Che impatto hanno i cambiamenti climatici sulle foreste e come possiamo aiutarle a essere resilienti? In questa puntata abbiamo incontrato Giorgio Vacchiano, ricercatore forestale che, grazie alla sua specializzazione, è stato inserito nella lista degli 11 migliori scienziati emergenti al mondo dalla rivista scientifica Nature. Lo abbiamo raggiunto nel Parco del Po e delle Colline Torinesi alle porte di Torino, per ascoltarlo e per vederlo al lavoro.

Cristina: C’è una stretta relazione tra la nostra salute e quella delle foreste, che depurano la nostra aria, certo. Ma c’è molto di più. Siamo venuti al parco del Po e delle Colline Torinesi per incontrare Giorgio Vacchiano, ricercatore di scienze forestali che nel 2018 è stato scelto dalla rivista Nature tra gli 11 migliori scienziati emergenti al mondo. Giorgio come ti sei guadagnato questo riconoscimento?

Giorgio Vacchiano: Io lavoro per capire la relazione tra foreste e cambiamenti climatici. Gli alberi sono una delle armi migliori che abbiamo per lottare contro la crisi climatica. Prevedere come si svilupperanno le foreste e come ci possono aiutare al meglio è quello che cerco di fare nelle mie ricerche. Lo faccio insieme a tanti altri ricercatori nel mondo con un approccio innovativo, quello della modellazione matematica. Cerchiamo di riprodurre dentro al computer il modo in cui una foresta cresce, si sviluppa e di capire come possiamo anche aiutarla a sopportare e resistere bene ai capricci del clima che dovremo affrontare.

Cristina: Come si svolge nella pratica il tuo lavoro?

Giorgio Vacchiano: La prima parte si svolge sempre nel bosco. Misuriamo le dimensioni degli alberi e la specie. Questo carpino per esempio, misuriamo il diametro o la circonferenza. Siamo intorno ai 22 cm, vuol dire che è un albero ancora abbastanza giovane, se poi mettiamo insieme questa misura con quelle di tutti gli altri alberi del bosco possiamo capire in che fase di sviluppo si trova. Oppure misuriamo gli accrescimenti, facciamo un carotaggio del legno, una semplice punturina in cui riusciamo a vedere gli anelli di accrescimento annuale che l’albero ha formato nel corso del tempo. Dal loro spessore riusciamo a capire come l’albero ha reagito alle condizioni climatiche del passato e quindi come potrebbe rispondere a future siccità o cambiamenti del clima.

Cristina: Gli alberi crescono lentamente e l’uomo corre sempre più veloce. Cosa significa questo per te e per il tuo lavoro?

Giorgio Vacchiano: Per molti anni questo è rimasto un contrasto importante. Qua vediamo per esempio dove sono stati piantati negli anni 50/60 degli alberi che c’entrano molto poco con questa zona, dei pini, delle conifere anche esotiche. Oggi invece il tentativo è quello di riportare questo bosco alle sue condizioni naturali, come vediamo da quest’altra parte, essere un bosco di querce. Abbiamo fatto degli interventi di gestione, abbiamo fatto un po’ di luce nel sottobosco in modo che le specie naturali possano sviluppare per conto proprio. E poi il legno che abbiamo ricavato dagli alberi è stato utilizzato. Usare il legno sembra una contraddizione, invece se lo prendiamo in modo sostenibile rispettando il ritmo della natura, è un grande alleato contro il cambiamento climatico.

Cristina: Giorgio perché il tuo lavoro è così importante?

Giorgio Vacchiano: Sapere come crescono le foreste e come gestirle in modo sostenibile vuol dire assicurarsi che continuino a esistere anche in un clima che cambia. Assicurarsi che continuino a darci i loro benefici, e che continuino a essere foreste che funzionano in piena salute anche con la conservazione della biodiversità. Per esempio qui abbiamo lasciato alcuni tronchi a terra in occasione dell’ultimo intervento forestale per far sviluppare i funghi, questi esseri viventi da cui dipende il benessere e il buon funzionamento del bosco. Tagliare non vuol dire deforestare, anzi, ci curiamo sempre che ci siano nuove piantine pronte a crescere, modificando la struttura del bosco.

Cristina: Il lavoro di Giorgio adempie agli SDG 3, 12, 13 e 15. Occhio al Futuro

In onda il 6-6-2020

Le soluzioni di Enrico Giovannini per una ripresa sostenibile

By ecology, sdg 10, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 16, sdg 3, sdg 4, sdg 8, sdg 9

Chi segue Occhio al futuro avrà familiarizzato con i 17 SDG. In questa puntata parliamo con il massimo esperto dell’Agenda 2030 dell’ONU in Italia, il Professor Enrico Giovannini, co fondatore di ASviS – L’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, che ha lo scopo di accompagnare il nostro paese verso l’implementazione dei 17 obiettivi.

Cristina:Mentre la nostra attenzione è tutta focalizzata sulla gestione dell’emergenza Coronavirus, è importante pensare alla ripresa. Ne parliamo con
Enrico Giovannini, economista, statistico, accademico, e co-fondatore dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che ha lo scopo di accompagnare la società verso l’implementazione dell’Agenda 2030 dell’ONU e dei 17 SDG. Professore, lei parla molto di resilienza trasformativa. Ci spiega che cos’è?

Enrico Giovannini: La resilienza è la capacità di un materiale o di una persona o della società di reagire a uno shock, tornando dov’era. Prendiamo la bottiglietta di plastica, la comprimiamo poi la lasciamo e quella torna alla forma originaria ma noi solo pochi mesi fa ci lamentavamo di tante cose, l’inquinamento, la povertà, le disuguaglianze. Quindi non vogliamo tornare a dove eravamo. La resilienza trasformativa vuol dire sfruttare questa crisi drammatica per balzare in avanti e non indietro, vuol dire cambiare il nostro modo di produzione e la nostra società anche a favore delle persone e dell’ambiente.

Cristina: Quali sono le tre prime cose importanti da fare?

Enrico Giovannini: Abbiamo trasformato le nostre case in aule universitarie, in luoghi di lavoro, scuole per i bambini. Bene, non è che vorremmo smontare di nuovo tutto una volta tornati al lavoro, ma se le imprese faranno tutte smartworking nello stesso giorno, supponiamo venerdì, allora gli altri quattro giorni continueremo ad avere inquinamento e città intasate. Ecco dove la mano pubblica può aiutare a organizzare. Il secondo esempio, l’inquinamento è una concausa della letalità del virus, sappiamo che l’inquinamento indebolisce i polmoni e dunque ci rende più esposti. Lo stato spende 19 miliardi all’anno per sussidi alle famiglie, e alle imprese che danneggiano l’ambiente. Abbiamo tanti sussidi che forse dovremmo rivedere, ecco in questo caso, noi rimbalzeremmo avanti sulla produzione ma riducendo l’inquinamento. Poi, di nuovo, la formazione – come possiamo utilizzare lo smartworking e anche lo smart-learning per imparare? L’Italia non ha un programma di formazione degli adulti e possiamo realizzarlo a distanza riducendo anche le disuguaglianze. Insomma come vede è tutto molto collegato, le decisioni che prendiamo adesso possono avere un impatto molto positivo su vari aspetti dello sviluppo sostenibile.

Cristina: E i bonus fiscali possono essere di aiuto in queste circostanze?

Enrico Giovannini: Certamente si, nel momento in cui ci rendiamo conto dell’importanza della salute ma anche dell’innovazione, gli esempi che ho fatto prima, possono essere riorientata, alcuni dei bonus che magari sono meno importanti, proprio in questa direzione.

Cristina: Grazie Professore. Queste soluzioni adempiono a nove dei 17 SDG. Gli esperti annunciano che crisi così saranno più frequenti. Essere resilienti è fondamentale. Occhio al Futuro

In onda il 2-5-2020

Stefano Mancuso – Cosa possiamo imparare dalle piante?

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 3, sdg 7

L’emergenza coronavirus ci pone tutti di fronte a grandi sfide, ma possiamo riconoscere i benefici di aver rallentato i ritmi. La natura è tornata a respirare e questo è curativo anche per noi. Abbiamo deciso di festeggiare il 25 aprile con il neurobiologo Stefano Mancuso affinché siano le piante a ispirarci anche quando torneremo in attività. Perché insegnano a usare le risorse disponibili, a non sprecarle, e a essere consapevoli del mondo circostante. La salute dei sistemi naturali e la nostra sono profondamente interconnesse.

Cristina: Chi meglio delle piante può insegnarci a trovare la libertà in questo momento di costrizione del movimento fisico che stiamo tutti vivendo? E perchè è così importante capirlo adesso per promuovere lo sviluppo sostenibile? Ne parliamo con Stefano Mancuso, che dalle regole che governano il mondo vegetale trae grandi insegnamenti.
Buongiorno Stefano, cosa possiamo imparare da queste piante per vivere al meglio la quarantena?

Stefano Mancuso: Diciamo che le piante sono gli organismi adatti a cui ispirarci in un momento in cui non ci possiamo muovere. Di fatto noi ora siamo fermi come delle piante, le nostre città sono silenziose come dei boschi e ci accorgiamo che molte cose cambiano. Stiamo più attenti alle risorse, non sprechiamo. Siamo più consapevoli dell’ambiente che sta intorno a noi, davvero credo che da questo punto di vista l’aver rallentato il tutto possa essere stato un gran bene per la nostra capacità di comprensione dell’ambiente e delle risorse del pianeta.

Cristina: In questo momento ad esempio cosa stanno facendo le piante, che è importante per noi comprendere?

Stefano Mancuso: È un momento particolare dell’anno, in questo momento le piante stanno utilizzando le risorse al meglio che hanno accumulato durante l’inverno e le nuove che stanno cercando. Stanno comunicando per convincere gli insetti a impollinarle, stanno facendo tutto quello che è necessario per mantenere la propria specie in vita. Questo è, soprattutto, il grande insegnamento che dovremmo trarre dalle piante, la specie è fondamentale e bisogna mantenerla in vita.

Cristina: L’agenda 2030 parla chiaro, questo decennio è determinante per la nostra vita su questa terra, per il nostro futuro. Quali sono le azioni fondamentali da compiere ora?

Stefano Mancuso: Hai detto bene, è fondamentale agire subito. La prima cosa è diminuire l’anidride carbonica nell’atmosfera e quindi bloccare il riscaldamento globale. Questo si ottiene abolendo praticamente qualunque combustibile fossile al più presto possibile. E poi risorse, questo pianeta non ha risorse infinite, è un pianeta finito quindi le sue risorse sono concluse. Dobbiamo imparare a utilizzare quello che c’è. Non sarà niente di nuovo ma è importante farlo subito.

Cristina: Speriamo proprio e ce la mettiamo tutta. Grazie Stefano e buon 25 aprile!

Stefano Mancuso: Grazie Cristina, anche a te.

Cristina: Queste soluzioni adempiono a sei SDG. Siamo parte della natura, che meraviglia. Forse, il primo passo, è di riconoscerlo! Occhio al futuro

In onda il 25-4-2020

GAIA, la casa naturale stampata in 3D

By ecology, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 17, sdg 3, sdg 8, sdg 9, technology

Questa storia aiuta a immaginare un nuovo modo di abitare – gradevole, semplice, accessibile, ecologico, sano. Un sogno possibile grazie alla perseveranza dell’architetto Tiziana Monterisi e del suo incontro con Massimo Moretti. Insieme hanno trovato il modo di utilizzare un materiale di scarto con ottime prestazioni e disponibile in quasi tutto il mondo. Grazie alla stampa 3D, viaggiano fisicamente solo gli strumenti tecnici; il progetto viaggia sul web e la materia prima si trova sul posto. Gli edifici di Rice House realizzati con Wasp sono modulari. Pensate che usare gli scarti di lavorazione del riso costa meno che smaltirli.

Cristina: Avete mai pensato di costruire una casa con materiali naturali tutti italiani? È possibile grazie alla stampa 3D e alla ricerca che oggi vi raccontiamo. Gli ingredienti sono terra cruda e scarti di lavorazione del riso che, da soli, ogni anno sarebbero sufficienti per costruire questi edifici sostenibili per l’intera popolazione italiana. Solo nel Vercellese, sono coltivati a riso 70.000 ettari e solo il 35% degli scarti sono riutilizzati. Massimo, raccontami il processo.

Massimo Moretti: Quello che abbiamo studiato è esattamente un processo, come costruire a basso impatto utilizzando i materiali che sono sul posto. È inserire il sapere nella materia più umile per trasformare quella materia in un materiale utile all’edilizia, quindi l’informazione in realtà dà il valore alla costruzione. Ecco vedi, questa costruzione è fatta di terra, del luogo, paglia di riso, perché il riso è una dei materiali che si trova di più sulla faccia della terra, ed è depositata con una macchina quindi questa formazione può essere replicata indefinite volte. È una costruzione modulare può assumere, di conseguenza, qualsiasi forma e dimensione a seconda di quello che serve sul luogo. L’unica cosa che viaggia fisicamente è un container con all’interno tutto il materiale tecnico per costruire, mentre le informazioni possono viaggiare via web.

Cristina: Grazie Massimo. Tiziana, tu invece sei autrice della ricerca, qual è l’impatto ambientale complessivo di questo edificio?

Tiziana Monterisi: Quasi nullo, perché grazie proprio ai materiali che compongono il muro, l’edificio è ad energia quasi zero, è paragonabile ad una Classe A++++. Ciò vuol dire che sfrutta gli apporti passivi ma non ha bisogno né di un riscaldamento durante l’inverno, né di un impianto di condizionatore durante il periodo estivo. La muratura si equilibria e mantiene sempre costante una temperatura e un’umidità che è quello che ci fa percepire il maggior comfort interno. In particolare, proprio la lolla di riso e la paglia di riso contengono una altissima percentuale di silice, che gli permette di non marcire, di non essere attaccata dagli insetti e soprattutto, di essere durevole. Una cosa non semplice e scontata per i materiali naturali. Sarebbe facile stampare in cemento, molto più rapido ma avrebbe un impatto sull’ambiente completamente diverso. Questa casa è 100% fatta di materiali naturali quindi sostenibile al massimo, non solo per l’ambiente ma anche per l’uomo. Vedi Cristina questa è la nostra nuova sfida, abbiamo tolto il legno e la costruzione è monomaterica.

Cristina: Pensate che riutilizzare questo scarto agricolo ha un impatto inferiore che smaltirlo. È una filiera tracciabile, riduce anche le bollette quando si sta nella casa e quindi insomma è una soluzione ecologica il più possibile. Adempie a otto dei diciassette SDG: 3, 8, 9, 11, 12, 13, 15 e 17. Occhio al futuro!

In onda il 11-4-2020

Fratello Sole e la transizione ecologica per il Terzo Settore

By ecology, sdg 1, sdg 10, sdg 11, sdg 12, sdg 13, sdg 15, sdg 17, sdg 2, sdg 4, sdg 7, sdg 8, sdg 9

Il più delle volte le imprese del terzo settore non riescono a rendere sostenibili gli edifici che ospitano le loro attività, perché mancano i mezzi economici. Fratello Sole è la prima impresa sociale non a scopo di lucro in Europa che supporta enti e associazioni di volontariato nella transizione ecologica. È un grande esempio di sostenibilità sociale ambientale ed economica.

Cristina: Dentro a questo edificio c’è il cantiere di VOCE – Volontari al Centro – e siamo qui per raccontarvi l’attività della prima impresa sociale non a scopo di lucro in Europa che supporta enti del Terzo Settore nella transizione ecologica. Fabio, raccontami di questo edificio e di che intervento state facendo qui.

Fabio Gerosa: Questo è un edificio che ha 200 anni di storia, e da 25 anni è abbandonato alla città di Milano. È in mezzo del quartiere della finanza e rappresenta uno scarto che verrà rivalutato da Fratello Sole sia in senso ambientale, pensa che sarà un edificio in classe A, e soprattutto in senso sociale. Questo sarà il centro di economia civile, il centro dove vivranno i volontari, dove vivrà un’economia umanizzante che aiuterà tutta la città e sarà il punto di riferimento di Milano per quello che è il volontariato.

Cristina: Questa iniziativa nasce per dare concretezza all’enciclica Laudato Sì, creando coerenza tra il luogo e le attività che ospita. Qui avranno sede l’Università del Volontariato, un ostello, un ristorante – tutto legato al terzo settore. Questo progetto adempie a 12 dei 17 SDG: 1, 2, 4, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 13, 15 e 17. E verranno qui i volontari delle Olimpiadi Invernali 2026?

Fabio Gerosa: Questo edificio ospiterà anche questo grande evento delle Olimpiadi nella parte, appunto, dell’economia civile del volontariato.

Cristina: In pratica quindi come aiutate le aziende del terzo settore ad attuare la transizione ecologica?

Fabio Gerosa: Prima di tutto, attraverso la competenza. Gli enti del terzo settori sono competenti nel loro, quindi nell’educazione, nella cura delle persone fragili, nella vicinanza ai poveri, ma non hanno generalmente molta competenza rispetto ai temi ambientali. Quindi il primo aiuto è donare, dare, competenza agli enti del terzo settore, il secondo aiuto fondamentale è l’aiuto economico, perché la transizione ecologico o efficientamento energetico costa molti soldi e non è alla portata di tutti. Noi li aiutiamo a consumare molto molto meno, e con quel pezzo del risparmio che gli enti hanno, pagheranno una parte dell’intervento. L’altro aiuto economico è invece la cessione del credito, gli enti del terso settore hanno diritto al bonus energetico e il bonus antisismico, ma non hanno la capienza fiscale per ottenerlo. Allora noi come Fratello Sole lo acquistiamo, togliendo una gran parte dell’intervento allo stesso ente.

Cristina: Questo progetto genera benefici economici, sociali ed ambientali, soprattutto per gli ultimi, i più poveri. Occhio al futuro!

In onda il 4-4-2020