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la realtà virtuale di AnotheReality

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Il giro d’affari delle realtà immersive due anni fa era di 3,5 miliardi di euro e lo scorso anno di 7 miliardi. Ma non si tratta solo di entertainment, anzi, quello che cresce di più sono le applicazioni della realtà aumentata e la realtà immersiva nei campi più disparati dell’attività umana. AnotheReality ci mostra cos’è possibile oggi!

Cristina: Il giro d’affari delle realtà immersive è su una curva esponenziale. Due anni fa valeva 3.5 miliardi di euro, lo scorso anno 7 e continuerà a moltiplicarsi. Sono tecnologie che nascono nel mondo del gaming, ma in realtà le applicazioni si stanno allargando a qualsiasi attività umana. La realtà virtuale ricostruisce un ambiente fisico mentre quella aumentata arricchisce le nostre percezioni oltre i confini dei cinque sensi. Lorenzo dove mi porti?

Lorenzo Cappannari: Devi indossare questi occhiali e guardare di la..

Cristina: Wow che bella sorpresa che ci avete fatto 

Lorenzo Cappannari: Fondamentalmente si tratta di un ologramma, immaginati un’azienda che ha sedi in giro per il mondo e deve fare vedere i propri prodotti ai clienti, piuttosto che utilizzare questi ologrammi per condividere fasi di prototipazione all’interno dell’azienda. Questa è una modalità innovativa e sicuramente molto più realistica ed immersiva per mostrare un prodotto che ancora non c’è, ma come se fosse fisicamente li.

Cristina: Qualche esempio? 

Lorenzo Cappannari: Abbiamo programmato un avatar digitale per una banca, che può essere utilizzato sia per fare vera e proprio interazione con clienti oppure fare formazione su rete vendita diffuse sul territorio, simulando l’interazione con il cliente 

Cristina: Siete in grado di portare anche le persone dentro agli ambienti virtuali

Lorenzo Cappannari: Ti potrei teletrasportare all’interno di un ambiente particolarmente pericoloso, dove l’utilizzo della realtà virtuale permette di fare simulazioni in ambienti totalmente protetti. L’idea è che puoi sbagliare quanto vuoi ma non ti succede niente, mentre nella realtà, potrebbe essere pericoloso.

Cristina: Mi hai fatto qualche esempio di realtà immersiva, invece con la realtà virtuale cosa state facendo?

Lorenzo Cappannari: Immaginati per esempio di essere un’azienda che produce macchinari particolarmente voluminosi, produco ascensori, piuttosto che gru. Trasportarle in giro per fiere è abbastanza difficile, in questo caso le nostre tecnologie permettono la promozione di questo tipo di prodotti in modalità totalmente facile e semplice da trasportare, basta una valigetta e un visore.

Cristina: Grazie Lorenzo. Familiarizzeremo sempre di più con attrezzature come questa, effettivamente si vede veramente un’altra realtà. Chissà se poi quando rientriamo in questa siamo altrettanto contenti. Occhio al futuro! 

In onda 18-5-2019

Mathesia

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Mathesia è una piattaforma che aiuta le aziende ad individuare i migliori esperti facilitando il dialogo tra il mondo del business e quello della scienza. Nata al Politecnico di Milano, dalla collaborazione di 2 start-up, valorizza l’eccellenza italiana nel campo della matematica applicata.

Cristina: Oggi vi raccontiamo di una piattaforma web che connette società e organizzazioni con le migliori menti matematiche, per risolvere problemi e accelerare l’innovazione, in qualunque settore.

Luca Prati: Il progetto nasce al Polihub, l’incubatore del Politecnico di Milano. Ci occupiamo di valorizzare la scientifica e lo facciamo attraverso una piattaforma digitale mettendo in dialogo da un lato le aziende e dall’altro gli esperti della matematica  e statistica applicata.

Cristina: L’idea è venuta vedendo che in altri ambiti, quali lo sviluppo di software o il design di loghi, il modello del crowdsourcing, ossia l’esternalizzazione di progetti, era già diffuso. E sapendo che le competenze matematiche e statistiche saranno cruciali per le aziende, hanno creato una rete di professionisti qualificati nell’ambito di simulazione numerica, ottimizzazione e data science… Grazie ad un algoritmo, la piattaforma aiuta le aziende ad individuare i migliori esperti facilitando il dialogo tra il mondo del business e quello della scienza.

Luca Prati: Per farti un’esempio, ti racconto uno dei primi problemi che abbiamo risolto e affrontato. Il problema era uno di logistica di una multinazionale che aveva i magazzini bloccati perché i prodotti che erano all’interno di questo magazzino avevano una forma cilindrica ed erano molto delicati. C’era la produzione ferma per il fatto che non riuscivano a venire stoccati nella maniera corretta. È stato possibile risolvere il problema grazie ad una competenza trovata sulla piattaforma, che aveva già risolto il problema in un ambito diverso ma aveva un modello simile, ed era quello di una falegnameria. Uno degli aspetti più interessanti della matematica è quello di poter riutilizzare gli stessi modelli per risolvere problemi in ambiti completamente distanti tra loro. E questo a volte consente risparmi molto interessanti sia in termini di tempo che di costi.

Cristina: Un importante ospedale milanese ha ottimizzato la gestione delle sale operatorie attraverso un’analisi statistica di loro dati raccolti per anni, quali: tipo di intervento e caratteristiche dei pazienti, stabilendo così, in modo più preciso, la durata di ogni operazione. Questo ha reso più efficiente sia la pianificazione degli interventi sia i costi delle sale. Anche la sicurezza sul lavoro può essere migliorata attraverso questa piattaforma. Una grande industria energetica ha avviato un’analisi sui dati storici di incidenti, per mappare le caratteristiche e le fonti di informazione più rilevanti, e capire meglio le cause e i fattori di rischio.

Luca Prati: Abbiamo creato una rete di esperti – ora sono circa 3000 tra ricercatori, professori universitari e consulenti professionali. Sono le eccellenza nei mondi della matematica e statistica applicata.

Cristina: Il vantaggio di questa piattaforma è che consente ai cervelloni italiani e ai nostri esperti di dare un loro importante contributo alla soluzione di problemi senza lasciare il nostro paese. E sappiamo qui quanto ci sia bisogno di teste brillanti!

In onda 20-4-2019

Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

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Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019

Indagare il riciclo dei rifiuti elettronici

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Gli elementi preziosi nell’elettronica hanno tre problematiche: il danno all’ambiente nell’estrazione; la breve durata di vita dei dispositivi stessi; alla fine del loro ciclo di vita, non vengono adeguatamente riciclati. Si stima che entro il 2080, le più grandi riserve minerarie non saranno più sottoterra, ma in superficie, come lingotti o come parti di materiali da costruzione, elettrodomestici, mobili e device.
Simone Farresin e Andrea Trimarchi di Studio Formafantasma hanno condotto un’indagine ambiziosa sul riciclaggio di rifiuti elettronici con il loro progetto Ore Streams – in esposizione durante Broken Nature alla Triennale di Milano

Cristina: Questo cassetto è fatto con il case di un vecchio computer. Pensate, i rifiuti elettrici ed elettronici sono quelli che crescono più in fretta, solo il 30% però viene riciclato. Intervenire sul restante 70% è molto complesso perché complessi sono gli oggetti di cui parliamo e complicate sono le filiere.

Simone Farresin: La smontabilità degli oggetti è fondamentale, pertanto per esempio istituire un sistema di viti universale sarebbe utilissimo. Per esempio il nero dei cavi elettrici è molto difficile da riconoscere per i sistemi che vengono utilizzati per separare, i lettori ottici. Cambiare semplicemente il colore dal nero ad un colore aiuterebbe il riconoscimento dei cavi elettrici e il recupero del rame. Per di più sarebbe fondamentale istituire un sistema di etichettatura che dica all’utente, nel momento in cui compra un oggetto elettronico, quanto durerà nel tempo. Ovviamente questi oggetti vengono riciclati ma in modo un po’ più sofisticato nei nostri paesi, invece nei paesi in via di sviluppo che hanno bisogno di un codice colore che li aiuti a comprendere in modo intuitivo quali sono i componenti pericolosi per essere smontati a mano, in modo tale che il riciclo venga fatto nel modo opportuno.

Cristina: Voi avete incontrato per il vostro progetto attori lungo tutto la filiera, dove avete incontrato la maggiore resistenza?

Andrea Trimarchi: Devo dire che una delle cose più complesse in realtà è stata entrare in contatto con i produttori di elettronici. Abbiamo parlato con università, con produttori, aziende di riciclo, abbiamo parlato anche con persone che si occupano di leggi. Diciamo che quelle sono state più disponibili poi ad accoglierci, la cosa più difficile appunto è stata parlare con i produttori.

Cristina: Perché non sono disposti ad essere parte della soluzione?

Simone Farresin: Probabilmente perché è molto complesso in questo momento investire risorse economiche per cambiare veramente le cose invece di semplicemente fare dei piccoli passi avanti che vengono usati simbolicamente come sistema pubblicitario invece che di reale interesse per il riciclo di questi prodotti.

Cristina: Voi avete una soluzione a tutte, qual è?

Andrea Trimarchi: Una delle più probabili soluzioni potrebbe essere di organizzare tavoli dove i vari attori del sistema produttivi, dai produttori di elettronica ai riciclatori e ovviamente anche designer, possano incontrarsi su queste tematiche.

Cristina: Sembra assurdo, questo non avviene già?

Andrea Trimarchi: Purtroppo no, anche in ambito legislativo spesso vengono messi insieme i riciclatori e anche i produttori, ma la maggior parte delle volte, noi designer che siamo quelli che trasformano le materie prime in oggetti, non facciamo parte di queste riunioni.

Cristina: Il design può e, in questo caso, ha un ruolo politico, lasciamoci ispirare.

In onda 30-3-2019

Fanghi da depurazione diventano risorsa con Bioforcetech

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Il fango da depurazione è quella frazione di materia solida contenuta nelle acque reflue urbane ed extraurbane, che viene rimossa negli impianti di depurazione durante i vari trattamenti depurativi necessari a rendere le acque chiarificate compatibili con la loro reimmissione in natura senza creare alterazioni all’ecosistema. Complessivamente, in Italia vengono prodotte circa 3.000.000 di ton/anno di fanghi da depurazione. Più o meno inquinati. Eliminarli correttamente costa una media di 150€/ton, totale sono 450.000.000 €/anno. Con il sistema di Bioforcetech, che diminuisce notevolmente il rifiuto e lo trasforma in Biochar, si può arrivare ad un risparmio del 90% . Perché riducendo il volume del 90% si riducono altrettanto tutti i costi i consumi energetici e di trasporto.

Cristina: Il problema che trattiamo oggi nasce dalle nostre fogne, riguarda la salute di tutti noi. La soluzione nasce da un gruppo di giovani italiani che hanno progettato un macchinario capace di trasformare rifiuti in risorsa.
Gli scarichi urbani, industriali e agricoli vengono raccolti in impianti che separano la parte liquida da quella solida, per poi essere trattati. La legge consente di riutilizzarne una parte in agricoltura. Nel 2017, 60 comuni lombardi si sono uniti per contestare l’uso dei fanghi da depurazione nei terreni dove cresce il cibo che mangiamo, hanno fatto ricorso al TAR e hanno vinto. La loro preoccupazione era di non poter tutelare la salute dei cittadini. La questione è divampata, generando interventi e analisi in diverse regioni italiane. Sono stati trovati elementi inquinanti elevati come idrocarburi, PFAS e altre sostanze nocive. Mangiamo cibo inquinato più di quanto pensiamo.
In seguito alla decisione dal TAR sono stati abbassati del 90% gli inquinanti ammessi nei fanghi da depurazione usati in agricoltura. Ma gli impianti non sono stati in grado di adeguarsi alle nuove norme e il sistema è entrato in crisi. Data l’emergenza, nel Decreto Genova, quello del ponte, si è inserito un aggiornamento che porta la soglia al 50% di quella iniziale. Fifty Fifty, come si suol dire! Con il rischio di continuare a mangiare cibo inquinato.
Le soluzioni ci sono, e questa che vedete è capace di depurare i fanghi direttamente dove vengono raccolti, trasformandoli in risorse pulite e nutrienti, riducendone peso e volume del 90%, usando pochissima energia esterna e producendo energia rinnovabile. Si tratta di un essiccatore biotecnologico che non usa combustione diretta, dove nella prima parte il calore emesso dalle sostanze organiche viene recuperato e diventa energia per essiccare i fanghi. Successivamente attraverso un procedimento in assenza di ossigeno i fanghi vengono portati a temperature che vanno dai 350C° ai 700C° – secondo la qualità della materia di partenza. Il prodotto che esce da questo macchinario si chiama biochar ed è altamente fertilizzante. I vostri macchinari dove li avete installati?

Matteo Longo: Abbiamo installato le nostre prime macchine negli USA, il più importante si trova a San Francisco dove trattiamo 7000 tonnellate all’anno di fanghi di depurazione. Noi le macchine le produciamo in Italia, proprio perché vogliamo lavorare con le piccole-medie imprese italiane a costruire le nostre macchine.

Cristina: Oltre ai vantaggi ecologici che abbiamo visto, quelli economici quali sono?

Matteo Longo: Quelli economici sono molto interessanti. Complessivamente, in Italia vengono prodotte circa 3.000.000 di ton/anno di fanghi di depurazione. E hanno un costo di smaltimento di circa 150€/ton (totale 450.000.000 €/anno). Con i nostri processi andremmo ad abbattere del 90% il costo proprio grazie alla diminuzione del rifiuto, che poi possiamo anche riutilizzare come ammendante per il terreno nel caso del biochar.

Cristina: Il biochar serve come materiale filtrante per bonificare acque inquinate e fumi nocivi. Può diventare un biomateriale per il design e l’architettura, filamento per le stampanti 3D e chissà …. Conviene a tutti fare i conti con la realtà. E promuovere l’economia circolare. Non solo a parole ma coi fatti.

i biopolimeri di POLIVE

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Come ridurre questioni complesse in messaggi semplici che aiutino le persone a fare le scelte giuste? Il design può giocare un ruolo importante. I simboli su molti imballaggi sono rivolti all’industria e non al consumatore. Noi ci auspichiamo che nasca una nuova famiglia di simboli che con un colpo d’occhio diano le informazioni altamente rilevanti.
Ormai i termini biodegradabile e compostabile sono sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti e i più possono intuirne il significato: sono materiali – e nel caso di questo pezzo – biopolimeri – che la natura è in grado di digerire.
La questione diventa complicata quando analizziamo i tempi e le condizioni ambientali di tale degradazione, e quando guardiamo le “ricette” di tali materiali. Avrebbe senso immaginare che siano tutti di natura rinnovabile, ossia che la natura sia capace di rigenerarli stando al passo con il prelievo – in poche parole, quello che tolgo si rigenera in tempi relativamente brevi. Ma non è così. La legge consente una percentuale non trascurabile di sostanze fossili, ossia non rinnovabili. Ed è per questo che è importante sapere che ci sono allo studio biopolimeri biodegradabili e compostabili al 100% da materiali rinnovabili quali gli scarti dell’industria alimentare, come quelli del Progetto Polive.

Cristina: Ogni anno in Italia vengono consumate 7 milioni di tonnellate di plastica, 2.2 servono per gli imballaggi usa e getta e di questi, meno della metà può essere riutilizzato perché troppo costoso separare i vari tipi di polimero. Chi vuole essere più sostenibile sceglie quando può imballaggi in bioplastica, contrassegnati con le parole “compostabile” o “biodegradabile”, pensando di fare la cosa giusta. Dietro a questi termini c’è un mondo da capire. La legge regola la biodegradabilità e la compostabilità di un materiale, definendo i tempi e le modalità di decomposizione, che variano in base alla tipologia dell’oggetto e alle condizioni ambientali in cui viene posto. Non è d’obbligo dichiarare la ricetta completa del materiale e la sorgente da cui derivano i singoli ingredienti. La maggior parte dei biopolimeri attualmente in commercio derivano, per una percentuale che può arrivare anche al 60%, da risorse non rinnovabili quali il petrolio. Oggi incontriamo un gruppo di ricercatori italiani che stanno lavorando ad una nuova famiglia di biopolimeri: sono compostabili, biodegradabili, al 100% da fonti rinnovabili, secondo il principio della trasparenza totale e secondo i requisiti dell’economia circolare.

Gianluca Calderoni: Oggi stiamo lavorando a una bioplastica il cui polimero di base è  il PLA, ottenuto per vie fermentative, utilizzando gli scarti della filiera agroalimentare, ad esempio gli scarti della produzione dell’attività dolciaria. Al nostro polimero aggiungiamo degli ingredienti da fonte rinnovabile e riusciamo così a conferire alla nostra bioplastica delle performance molto simili alla plastica, riuscendo così a creare oggetti dai differenti usi. Packaging, dermocosmetica, imballaggi per alimenti, grucce nel settore dell’abbigliamento, e tantissimi altri oggetti che oggi stanno provocando tantissimi danni verso l’ambiente. Per differenziarci dalle altre aziende che producono bioplastica, oggi abbiamo brevettato un processo che ci permette di utilizzare gli scarti perché non vogliamo togliere il cibo a nessuno. Questo processo di fermentazione che è molto simile a quello della birra, ci permette di coltivare dei microrganismi per produrre il nostro polimero. I parametri di fermentazione che vengono controllati in laboratorio sono in piccolo verranno poi portati a scala industriale.

Cristina: Le norme faticano a stare a passo con l’innovazione, le informazioni sui biomateriali sono comunicate spesso in maniera confusa. Andrebbe creato una famiglia di simboli facili da interpretare. Se ognuno farà bene la sua parte forse potremo farcela.

In onda 9-3-2019

U-Earth, depuratore d’aria e VOC

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Secondo le Agenzie per l’ambiente Europea e Americana, l’aria che respiriamo negli ambienti interni risulta essere fino a 5 volte più inquinata di quella all’aperto. Un dispositivo di U-Earth è capace di catturare e distruggere fino a 3.5 kg di inquinanti aerei al giorno e consuma solo 24w, quanto una lampadina.
Attraverso una carica elettrica molecolare, il dispositivo attira l’aria inquinata. I contaminanti catturati vengono distrutti da una formula di microrganismi ed enzimi, chiamata U-OX, che poi li digeriscono senza produrre rifiuti nocivi e senza lasciare scorie da smaltire.
È come avere una foresta in una scatola!

Cristina: La maggior parte di noi, trascorre molto più tempo in spazi chiusi, come uffici, scuole, che all’esterno. Secondo le Agenzie per l’ambiente Europea e Americana, l’aria che respiriamo negli ambienti interni, risulta essere fino a 5 volte più inquinata di quella che respiriamo all’aperto. È evidente quanto sia urgente adottare misure di monitoraggio e di purificazione. L’aria entra sporca da fuori, si deposita negli edifici con i suoi gas e particolati, i quali, si sommano a polveri, funghi, batteri, particelle sospese e altri gas…che si sviluppano tra le mura e nei condotti di aerazione. Questo nuoce alla nostra salute. Scuole, Uffici, Fabbriche, Ospedali, oggi possono usufruire di una soluzione tutta Italiana. Ora siamo in una “pure air zone”, cioè in un’area dove è stato installato un dispositivo che purifica l’aria, un bioreattore per l’esattezza. Guardate, questa è la sua pancia e guardate che cosa viene fuori. Capace di catturare e distruggere fino a 3.5 kg di inquinanti aerei al giorno, è come avere una foresta in una scatola. Pensate che il 92% dei contaminanti che intrappola non rispondono ai comuni impianti di ventilazione. Il dispositivo attira l’aria inquinata attraverso una carica elettrica molecolare. I contaminanti catturati vengono distrutti da una formula di microrganismi ed enzimi che poi li digeriscono senza produrre rifiuti nocivi e senza lasciare scorie da smaltire.

Betta Maggio: Vedi Cristina, le particelle contenute in questa bottiglia sono state recuperate nel nostro bioreattore qui in ufficio. Quello che tu vedi sospeso qua è il risultato di quello che è stato digerito dalle sostanze organiche volatili. Questi piccoli detriti, piccole particelle indigeribili, sono molto tossiche nel nostro organismo, mentre in natura non hanno nessun problema.

Cristina: Quindi sono leggerissime, forse è per questo che non restano intrappolate nei comuni impianti?

Betta Maggio: Assolutamente. Questo è ferro, alluminio, cromo, zolfo…. Sono tutti elementi naturali.

Cristina: L’aria che respiriamo è come l’acqua che beviamo: un bene irrinunciabile.

Betta Maggio: I livelli di allerta sono altissimi, sia in interni che esterni. Queste piccolissime particelle, attraverso la respirazione e attraverso la pelle, vanno a finire nel nostro organismo, passando addirittura la barriera encefalica. Significa che possono causare condizioni come la sindrome della deficienza dell’attenzione, autismo, alzheimer ma anche demenza senile e invecchiamento precoce.  I bambini si stanno ammalando 30% in più l’anno di asma e allergie. L’installazione di questo dispositivo permetterebbe di aumentare la nostra produttività, in tutti i luoghi che frequentiamo quindi immagina, metterlo negli ospedali, uffici, palestre, tutti i luoghi pubblici. I dati dell’Organizazzione Mondiale della Sanità (WHO), nel 2012 ha dimostrato che 7 milioni di persone sono morte prematuramente da malattie causate dalla scarsa qualità dell’aria.

Cristina: Presto, grazie ad una app, sarà possibile trovare su una mappa i luoghi dove l’aria è “pura” e segnalare quelli che si vorrebbe diventassero tali, ad esempio, ai propri datori di lavoro. Tutti possono partecipare attivamente a cambiare le cose. Pensate che quantitativamente il rapporto tra ciò che mangiamo e beviamo, e ciò che respiriamo è di 1 a 25. Siamo così attenti a come ci nutriamo, forse è il caso di poter scegliere anche cosa respiriamo.

In onda 2-3-2019

L’enorme potenziale dei miceti

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La degradazione del suolo è un problema molto importante, la cui causa principale è l’inquinamento da parte di metalli pesanti, oli o idrocarburi che rendono inutilizzabili circa 340mila siti in tutta Europa.
Alla Mycotheca dell’Università di Torino sono conservati oltre 6.000 ceppi di miceti (funghi), provenienti da tutto il mondo. Rappresenta una delle più importanti banche di biodiversità fungina in Italia, dove studiano l’enorme potenziale di questa specie. In collaborazione con il progetto europeo LIFE Biorest, si stanno occupando del biorisanamento di 18 ettari a Fidenza.

Parte I

Cristina: Siamo alla Mycotheca di Torino che fa parte del Dipartimento di Scienza della Vita e Biologia dei Sistemi per raccontarvi quanto sono potenti ed efficaci i funghi. State lavorando ad un importante progetto con l’Unione Europea, ce lo racconta?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Certo, si tratta del progetto Life Biorest, volto alla depurazione di siti contaminati. La contaminazione del suolo è un problema enorme a livello mondiale ed europeo. Per darvi un numero, in Europa ci sono più di 200.000 siti contaminati, meno del 20% in questo momento sono diciamo trattati. Il progetto si svolge nel comune di Fidenza, è uno dei cosiddetti SIN, quindi i siti più contaminati in Italia. Abbiamo selezionato una serie di microrganismi, nel nostro caso funghi, per la loro spiccata capacità di degradare inquinanti.

Cristina: Come funziona questa depurazione?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Questo funghi li abbiamo isolati, fatti crescere dandogli da mangiare esclusivamente i contaminanti di questo suolo come ad esempio il pirene, il naftalene e fenantrene, poi abbiamo dimostrato come questi funghi si sono così adattati all’ambiente contaminato che preferiscono mangiare questo tipo di inquinante piuttosto che molecole come il glucosio. Li abbiamo selezionati poi per la capacità di poter crescere su substrato a basso costo, perché uno dei problemi più importanti è di far vivere e vegetare i microrganismi nel suolo. Quindi i microrganismi selezionati per le loro capacità degradative vengono poi miscelati al suolo e attraverso un sistema di questo genere vengono poi creati dei grossi cumuli di circa 1 tonnellata di suolo che viene mantenuto in condizioni controllate di temperature e umidità per un periodo che va dai 3 ai 6 mesi. L’utilizzo di questo microrganismi permette di degradare una quantità molto maggiore di inquinanti e di abbreviare i tempi di trattamento, riducendo quindi anche i costi del trattamento stesso.

Cristina: Su questo terreno poi si potranno edificare case, si potrà vivere in modo sano?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Questo processo prevede anche una rivegetazione, quindi l’Università Cattolica di Piacenza sta selezionando una serie di piante che siano ben adattate a questi suoli. Nel momento in cui la popolazione vedrà che i microrganismi prima hanno degradato la maggior parte degli inquinanti e che le piante si accrescono su questo suolo, avrà la percezione visiva che il sito è stato veramente pulito in modo definitivo. L’area è molto vasta, di circa 18 ettari, e a causa dei bombardamenti che ci furono durante la seconda guerra mondiale gli inquinanti si spingono fino a 28 metri di profondità, quindi un volume di suolo da trattare veramente enorme.

Cristina: Quando decreterete i primi risultati?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: I risultati che abbiamo ottenuto fino ad adesso nelle prove preliminari sono assolutamente positivi.

Parte 2

Cristina: Siamo tornati alla Mycotheca di Torino perché qui c’è la più importante collezione di ceppi di funghi d’Italia. Stanno lavorando a tantissime applicazioni, veramente strategiche per il nostro futuro, ma la cosa più interessante ancora è che di questo regno, perché così sono classificati i funghi, si conosce solo il 10%. Quali altre virtù ci vuole raccontare su questa importante popolazione di organismi?

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: I funghi, oltre che essere bellissimi sono bravissimi e li stiamo utilizzando per studiare la degradazione di tantissimi contaminanti. Un esempio molto recente è la degradazione delle materie plastiche, ci sono tanti tipi di materie plastiche anche le cosiddette bioplastiche quelle biodegradabili in realtà non sono completamente biodegradabili, la normativa si sta evolvendo nel tempo ma diciamo che ad oggi una plastica per essere biodegradabile deve avere il 40% di materiale biodegradabile che diventerà il 50% il prossimo anno il 60% nel 2020. Questo vuol dire che noi dobbiamo favorire questa degradazione, selezionando dei microrganismi in grado di degradare proprio queste materie plastiche e quindi di favorire il loro utilizzo anche in processi come quelli del compostaggio. Stiamo lavorando anche sulle microplastiche in mare, ci sono dei progetti europei per isolare ed identificare microrganismi associati a questo ambiente acquatico ed anche in questo caso per identificare i microrganismi e gli enzimi coinvolti in questa degradazione.

Cristina: Poi c’è anche tutta una classe di sostanze chimiche che non sono proprio favorevoli per la nostra salute di cui vi state occupando.

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Si in effetti per rimanere nell’ambito acquatico, in questo momento si parla tanto dei cosiddetti interferenti endocrini, sono migliaia da molecole presenti a bassissime concentrazioni nelle nostre acqua. Parliamo di microrganismi a nanogrammi che possono avere degli impatti sulla salute delle persone. Facendo un esempio, lo sviluppo sessuale precoce nei bambini oppure l’obesità infantile. Ovviamente sono ancora cose che devono essere dimostrate in modo certo in campo medico ma insomma il pensiero comune è che quelle molecole presenti nell’ambiente abbiano un ruolo non indifferente. I funghi sono bravissimi nel degradare queste sostanze e quindi a ridurre la tossicità dei reflui civili e dei reflui industriali.

Cristina: Alcuni sono molto promettenti anche in ambito farmaceutico e di cosmetica.

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Assolutamente si, i funghi producono milioni di metaboliti secondari che hanno attività farmacologiche e quindi ad esempio stiamo studiando le possibilità di coltivare alcuni funghi per produrre nuove molecole ad attività antibatterica, antivirale o con attività antitumorale. In particolare i funghi e, se vogliamo, i funghi provenienti dagli ambienti marini sono in questo momento tra gli organismi più studiati al mondo per la produzione di queste molecole.

Cristina: E poi concludiamo con il piacere di mangiarli. Non ci sono solo i porcini ma..

Prof.ssa Giovanna Cristina Varese: Probabilmente i funghi sono il cibo del futuro attraverso la produzione delle cosiddette micoproteine. Cibo ideale per eccellenza, ricco di proteine, con poche calorie, ricco di fibre e privo di colesterolo.

Cristina: Un universo da scoprire. Occhio al futuro.

In onda 16 e 23-2-2019

re3CUBE – smaltire i rifiuti medici

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re3CUBE è una tecnologia che consente di abbattere gli ingenti costi di smaltimento per i rifiuti sanitari pericolosi e di evitarne il trasporto per centinaia di km.

Cristina: Quando andiamo dal medico per curarci, produciamo spesso rifiuti infettivi o pericolosi. Sono i guanti, le garze, siringhe. Finiscono in contenitori come questi, sono volumi immensi, pensate che in un solo mesi per raggiungere i siti autorizzati per il loro smaltimento si percorre la stessa distanza che c’è tra la terra e la luna: 384.400 km. Per un costo sempre mensile di 13 milioni di euro. Siamo venuti a Tortona per raccontarvi una soluzione che elimina queste scatole, che riduce costi, inquinamento e responsabilità. Luciano in che cosa consiste il vostro dispositivo?

Luciano Scibilla: Il nostro dispositivo serve per migliorare e cambiare un po’ la gestione dei rifiuti dei piccoli produttori. I nostri clienti sono dentisti, veterinari, quelle cliniche che producono quel tipo di rifiuto che è il 180301. Con questa macchina, tutta la burocrazia si elimina perché noi sterilizziamo direttamente dove vengono prodotti e nel momento in cui la sterilizzazione è finita, cioè entro le 4 ore, il certificato arriva via email direttamente spedito dal nostro centro di controllo che monitora la macchina passo passo durante tutto il ciclo. Ha la capacità di gestire circa 1,5-2 kg di rifiuti giornalieri, nel tempo stiamo mettendo a punto macchine che hanno una produttività migliore. Siamo già pronti con una macchina da 15 kg e quindi pensiamo di poter risolvere anche le problematiche di entità più grosse. Noi trituriamo il tutto, lo sterilizziamo e lo trasferiamo in un sacchetto che poi può essere tranquillamente gettato in un contenitore assimilabile ai rifiuti urbani.

Cristina: La vostra ambizione più grande?

Luciano Scibilla: Quella di poter riuscire a servire ospedali: i piccoli e grandi ospedali pubblici ma anche quelli privati dove c’è una produzione elevatissima. Si parla di 4,500 kg al giorno e noi stiamo mettendo a punto una macchina che riesce a gestirne fino a 9,000. Questo taglierà completamente il costo di un’ospedale di almeno il 60%. Basta pensare che questo oggetto è il risultato di una scatola di 60 litri ridotta in 6 litri, quindi ridotta del 90% e poi della quale un piccolo smaltitore spendeva molto meno fino a ieri con un sistema tradizionale.

Cristina: Grazie Luciano. Lo stiamo vedendo in molti ambiti, gestire i rifiuti laddove vengono prodotti è sicuramente la migliore soluzione.

In onda 3-2-2019

RI-generation, elettrodomestici circolari

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L’Italia nel 2017 ha raggiunto un tasso di ritorno complessivo dei RAEE del 41,19%, un risultato che dovrà essere incrementato per raggiungere il target europeo pari al 65% della media dell’immesso del triennio precedente entro il 2019. Gli elettrodomestici oramai sono fatti per essere sostituiti e non per durare, il progetto RI-generation è un esempio di economia circolare

Cristina: La maggior parte delle cose che usiamo nasce da un modello di economia lineare, ossia è fatto per essere sostituito e non per durare. Questo genera sprechi ed inquinamento e sappiamo che così non si può continuare. Mimando la natura dove tutto si rigenera e ricordando il buonsenso dei nostri nonni, nasce l’economia circolare, che oggi vi raccontiamo attraverso la storia di una lavatrice.

Riccardo Bertolino: Noi intercettiamo i grandi elettrodomestici: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e cucine che vengono rottamati. Hanno un grandissimo valore ancora, classi energetiche dalla classe A o superiori e non vi immaginate il valore che questi prodotti hanno ancora perché il vostro credere comune è che quando la lavatrice si rompe non conviene più ripararla.

Cristina: Quindi hanno superato la garanzia ma hanno meno di 5-7 anni.

Riccardo Bertolino: Esatto. Noi comunque rigeneriamo un prodotto di classe energetica ancora attuale ai giorni nostri.

Cristina: Come funziona il processo?

Riccardo Bertolino: Noi abbiamo creato delle collaborazioni con i logistici che lavorano per conto della grande distribuzione e consegnano a casa vostra il prodotto nuovo, a costo zero ritirano il prodotto vecchio. Prima che venga buttato dentro ai cassoni per essere triturati, noi li selezioniamo valutando appunto la classe energetica, marca e modello. L’elettrodomestico viene portato nei nostri laboratori per una rigenerazione che non è una semplice riparazione, ma è anche sostituzione dei componenti usurati e un processo di sanificazione e un intervento di pulizia estetica del prodotto.

Cristina: Alla fine quanto costerà questo elettrodomestico?

Riccardo Bertolino: Lo rivendiamo con una garanzia di un anno, a prezzo meno della metà del nuovo. Il prodotto venduto ha anche degli upgrade, sistemi anti-allagamento, anti calcare e volendo facciamo anche una personalizzazione grafica per il cliente dietro richiesta. Questo consente da un rifiuto, avere un prodotto quasi come fosse un pezzo unico.

Cristina: Non rigenerate solo gli elettrodomestici ma anche le esperienze e il sapere delle persone che lavorano qui.

Riccardo Bertolino: L’Italia è stata la culla produttiva degli elettrodomestici ma molte aziende hanno delocalizzato all’estero, le persone rimangono con forti competenze tecniche che noi usiamo.

Cristina: Grazie Riccardo. Questi prodotti rigenerati si trovano online, purtroppo però con l’IVA al 22%, in Svezia si paga l’IVA al 10% per i prodotti rigenerati e speriamo che questo succeda molto presto anche in Italia. Occhio al futuro

In onda 26-1-2019