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La rete di accoglienza di Refugees Welcome

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Refugees Welcome è un’impresa sociale che promuove un modello di accoglienza in famiglia per rifugiati. L’organizzazione, presente in 22 città italiane,  fa parte di un network internazionale, attualmente in 16 paesi. Nel 2018 sono sbarcati in Italia 23.371 richiedenti asilo. Benché siano diminuiti, rispetto al 2017, sappiamo che gli esodi continueranno.

Cristina: Refugees Welcome è un’impresa sociale che promuove un modello di accoglienza in famiglia per rifugiati. L’organizzazione, presente in 22 città italiane, fa parte di un network internazionale che nasce in Germania nel 2014 , con l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale. Chi avvia un progetto di convivenza non riceve un contributo economico dall’impresa stessa, ma se necessita di un supporto per le spese quotidiane, può lanciare una campagna di crowdfunding online, e consentire così ad amici, conoscenti e sostenitori di dare anche un piccolo contributo che, sommato agli altri, fa la differenza. Siamo nell’hinterland milanese per incontrare una famiglia che sta facendo quest’esperienza. In che modo avete scoperto Refugees Welcome?

Alessia: Stavo leggendo un articolo, ho letto dell’associazione e delle attività, mi sono informata online, qualche telefonata e poi abbiamo capito che faceva al caso nostro e ci siamo iscritti.

Cristina: Le persone che richiedono ospitalità sono soprattutto uomini, devono essere maggiorenni con permesso di soggiorno. Stefano com’è questa esperienza per te?

Stefano: Noi abbiamo un bambino, Matteo, di quasi 3 anni e con Alessane è completamente cambiato. È diventato più socievole, era un bambino un po’ timido, magari faceva fatica, adesso è espansivo e con Alassane è stato amore a prima vista.

Cristina: Buongiorno Alassane, ciao Matteo. Da dove arrivi Alassane?

Alassane: Costa D’Avorio, Côte d’Ivoire.

Cristina: Allora possiamo parlare in Francese. Come sei arrivato in Italia?

Alassane: Sono arrivato in barca dalla Libia.

Cristina: È stato un viaggio difficile?

Alassane: Dolorosissimo

Cristina: E quindi sei arrivato in Sicilia?

Alassane: Si, ho fatto un mese in Sicilia, poi sono stato mandato a Bresso e poi a Sesto San Giovanni.

Cristina: E come hai conosciuto Refugees Welcome?

Alassane: Attraverso un amico, ho visto il sito. Il mio amico attraverso di loro ha trovato una famiglia.

Cristina: Ho l’impressione che vi intendiate molto bene voi due.

Alassane: Molto bene, si.

Cristina: Hai un nuovo amico

Alassane: Si, siamo migliori amici.

Cristina: Nel 2018 sono sbarcati in Italia 23.371 richiedenti asilo. Refugees Welcome è presente in 16 paesi e contribuisce, con i suoi volontari, ad aiutare chi ottiene un permesso di soggiorno, a valorizzare i propri potenziali. Alassane, Che lavoro fai?

Alassane: Lavoro in un hotel come lavapiatti.

Cristina: E qual’è per te il valore di questa esperienza?

Alassane: Parlando con gli amici, loro dicono che gli italiani non amano i neri, io francamente gli ho creduto ma non avevo mai vissuto con degli italiani. Adesso invece vivendo in famiglia, ho conosciuto la cultura e come si comportano, effettivamente quello che ho sentito dire è falso. Bisogna vivere con le persone per conoscerle. Questa esperienza mi sta dando un’altra visione della vita, degli italiani e mi riempie di speranza.

Cristina: E voi volontari che ruolo avete in tutto questo processo?

Elisabetta Consonni: Mettiamo in comunicazione chi cerca una sistemazione e la famiglia che si mette a disposizione, poi seguiamo la convivenza durante tutto il processo. Ci mettiamo a disposizione per qualsiasi tipo di problema.

Alessia: Grazie al network che si è creato, dato che stiamo cercando casa per Alassane, delle famiglie che ci sono già passate e hanno già ospitato, ci stanno dando una mano.

Cristina: Che bella storia. Grazie a tutti. Sostenendoli a riabilitarsi da traumi profondi e a integrarsi nel nostro paese, aiutiamo la società a evolversi.

In onda 13-4-2019

Jaya Baloo, consigli di sicurezza informatica

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Jaya Baloo, esperta di sicurezza informatica, spiega le diverse motivazioni di un hacker e gli attacchi informatici che potrebbero colpirci – dal cittadino, all’azienda, fino alle infrastrutture statali.

PUNTATA I

Cristina: Sono con una delle più grandi esperte di sicurezza cibernetica, lavora in Olanda e a lei chiediamo: Jaya dobbiamo preoccuparci?

Jaya Baloo: Si, ma il grado di preoccupazione dipende da ognuno di noi. Cambia a secondo di cosa devi proteggere e da chi.
Cambia se sei un individuo, un’azienda o un governo. E per quanto riguarda “da chi” proteggersi, mi piace dire i hacker hanno tre motivazioni: divertimento, guadagno e politica. Solitamente crescono in quell’ordine. Partendo da un hacker individuale che è magari curioso e lo fa per divertimento, ai criminali cibernetici che lo fanno per guadagno, fino agli hacker sponsorizzati dagli Stati, che lo fanno per motivi politici.

Cristina: Quali sono tre tipi di attacco in ognuna di queste categorie in modo che le persone possano capirne l’entità?

Jaya Baloo: Ti do tre esempi: quando parliamo di hacker individuali, quello che vediamo sono attacchi semplici, ma molto efficaci. Ad esempio la negazione di servizio, dove servizi – generalmente online – sono resi inaccessibili perché vengono inondati di traffico. Questo è facilmente realizzabile da un hacker individuale, ma non è sempre semplice difendersi.

Cristina: E dicevi che per 40 euro puoi arruolare qualcuno che inonderà il tuo sito di traffico che il tuo server non sarà in grado di gestire?

Jaya Baloo: Esatto e non riesce più a esaudire le richieste valide. È una cosa che vediamo spesso. Non ci sono solo attacchi di tipo volumetrico ma anche applicativi. È difficile difendersi e costano milioni di euro alle aziende. Quindi questi sono gli hacker individuali. Se guardiamo i criminali cibernetici, abbiamo assistito al più grande colpo bancario della storia, per oltre un miliardo di dollari. È stato dirompente, ma vediamo che anche le persone comuni sono vulnerabili ai riscatti: il loro computer viene criptato e possono solo sbloccarlo mandando al criminale un pagamento in bitcoin. E quando si tratta di attacchi sponsorizzati dagli Stati, da dove inizio? Lo vediamo ovunque, lo abbiamo visto nelle elezioni degli stati uniti, lo vediamo nelle elezioni europee, hanno cercato di attaccare anche la marina militare italiana. Ci sono tantissimi casi.

Cristina: In Italia chi se ne sta occupando che dovremmo conoscere?

Jaya Baloo: Se dovessi scegliere un eroe italiano, sarebbe Paolo Villoresi. È all’università di Padova e credo che dovremmo prestare molta più attenzione a persone come lui e garantire più fondi alla loro ricerca.

In onda 15-12-2018

PUNTATA II

Cristina: Quando sentite parlare di attacchi informatici, pensate che non vi riguardi? Preparatevi a cambiare idea. Jaya cosa possiamo fare a livello individuale per proteggerci?

Jaya Baloo: In realtà può essere molto semplice: iniziamo a essere diligenti con gli aggiornamenti dei nostri software e hardware. Questo significa scaricarli appena sono disponibili e non aspettare tre settimane per poi avere trentacinque mila aggiornamenti da fare. La seconda cosa che è semplice e poco sexy è fare i back-up: salvate i vostri dati sia offline che online. Usate un antivirus e l’autenticazione a due fattori, con questi piccoli cambiamenti togliamo ai hacker una buona parte delle tentazioni.

Cristina: Le persone pensano che sia conveniente fare una ricerca online e ricevere proposte affini dal sistema ma questa in realtà non è una buona cosa, vero?

Jaya Baloo: Il bene più prezioso che abbiamo è il tempo, e guadagnarne è sempre bello, ma non a discapito della nostra sicurezza e privacy. Possiamo solo essere liberi di godere dei frutti della nostra innovazione digitale se non dobbiamo preoccuparci che i nostri dati vengano rubati o condivisi con persone che non abbiamo autorizzato. Dobbiamo prenderne possesso e comprendere a pieno di chi ci possiamo fidare.

Cristina: E invece per organizzazioni, multinazionali e governi?

Jaya Baloo: Sono molto preoccupata per le nostre infrastrutture nazionali sensibili e credo che i governi potrebbero concentrarsi su questo. Dall’acqua potabile, all’energia e le telecomunicazioni, in quell’ordine dovremmo avere un programma per cercare le vulnerabilità e proteggerle. Abbiamo una responsabilità nei confronti dei cittadini di ogni paese e penso che sia un problema in Italia quanto in Olanda. Abbiamo l’urgenza di cercare i punti deboli: dove cercherebbe di infiltrarsi un hacker se volesse rendere inefficiente queste infrastrutture? e chiudere ogni porta d’ingresso, concentrandoci sulla difensiva anziché tattiche offensive come la raccolta di informazioni.

Cristina: Intendi le intercettazioni telefoniche?

Jaya Baloo: Si, intercettazioni di conversazioni e segnali di telecomunicazione oppure risposte aggressive agli attacchi. Sono assolutamente contraria perché significa aggravare anziché dialogare. Vorrei che ci focalizzassimo sulla pace cibernetica e le nostre difese.

Cristina: E ci incoraggia scoprire che dal tuo punto di vista c’è tanto talento in Italia.

Jaya Baloo: C’è tantissimo talento in Italia. Sono una grande fan delle università italiane. Penso che abbiano moltissimo da offrire. Frequentate gli atenei. Dovremmo incoraggiare le grandi aziende a collaborare di più con gli istituti accademici.

Cristina: Che dire? Occhio al futuro.

In onda 22-12-2018

Chi è un hacker “etico”?

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Nei prossimi anni saranno circa 3 milioni i posti di lavoro legati alla sicurezza informatica. Il Prof. Camil Demetrescu, docente alla Sapienza di Roma, spiega l’importanza del percorso che fanno i suoi studenti. Cercando falle nei sistemi per poterli rattoppare e rendere sicuri, diventano hacker di tipo “etico”.

Cristina: Siamo a Roma, all’Università La Sapienza facoltà di Ingegneria, per raccontarvi di come i nostri ragazzi ben formati e ben motivati possono avere un ruolo chiave per proteggere i nostri sistemi informatici. Perché è così importante il percorso che fate qui?

Prof. Camil Demetrescu: Perché siamo sotto attacco, come cittadini, come governi e come aziende. Un rapporto della Polizia Postale parla di oltre 30.000 attacchi alle infrastrutture critiche di cui oltre 1.000 sono andati a buon fine nell’arco di un anno. Il costo di cui stiamo parlando è un costo che per le aziende di grandi dimensioni ha una media in Italia di 7 milioni di dollari all’anno dovuto agli attacchi informatici. Un costo che sta aumentando, per esempio tra il 2013 e il 2017 è aumentato del 22%.

Cristina: Questi ragazzi in che modo diventano angeli custodi dei nostri sistemi?

Prof. Camil Demetrescu: Innanzitutto facendo un percorso di formazione in cui imparano le basi della sicurezza informatica e iniziano con un testi di ammissione in cui chiediamo di avere essenzialmente capacità logiche, capacità di programmazione ed entrano in un percorso di  4 mesi che li porta ad imparare tutte le tecniche di difesa e come mettersi nella testa dell’attaccante informatico.

Cristina: Qualche esempio di come lavorano per identificare le falle nel sistema?

Prof. Camil Demetrescu: Ci accorgiamo di un hacker spesso dai piccoli dettagli, quelli che fuggono ai più ma che in realtà con un’esame attento possono indicarci il problema. La presenza di un file nascosto,  sulla barra del browser ci sono scritte delle cose che non sono esattamente quelle che vogliamo. Una delle attività che abbiamo fatto proprio in questa sala dove siamo oggi è quella di dissezionare questo oggetto e comprendere in che modo funzionasse, quindi l’obbiettivo principale è quello di comprendere il più presto possibile il funzionamento per capire se c’è un’interruttore per spegnerlo. Questo è l’addestramento che noi facciamo, culmina con la partecipazione dei migliori di questo percorso alla squadra nazionale italiana, che l’anno scorso ha partecipato per la prima volta in Europa, prendendo il terzo posto. È stata una grande soddisfazione che dimostra anche il talento dei nostri giovani.

Cristina: Quali sono le opportunità di lavoro nel prossimo futuro per chi ha questi talenti?

Prof. Camil Demetrescu: La stima è di oltre 3 milioni di posti di lavoro che bisognerà colmare con competenze con sicurezza informatica nei prossimi quattro o cinque anni.

Cristina: Ragazzi, arruolatevi! Appassionatevi a questo perché è un ruolo fondamentale nella società di oggi e di domani.

In onda 24-11-2019

Blockchain con Cristina Pozzi

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Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo e fondatrice di Impactscool, ci parla della tecnologia blockchain.

Cristina: Le tecnologie evolvono così rapidamente che a volte fatichiamo a comprenderne i significati, a partire dal nome. Cristina tu ti occupi di formazione, come spieghi ai tuoi alunni che hanno età molto diverse, e provenienze molto diverse, che cos`è e a che cosa serve la blockchain?

Cristina Pozzi: Serve a tantissime cose, ad esempio anche contratti per passaggi di proprietà. Proviamo ad immaginare di voler vendere un’auto, questo si può fare già tra privati ma ci sono diverse istituzioni tra certificazioni, archivi dove l’informazione del passaggio di proprietà deve essere registrata, ci vogliono anche diversi giorni per avere tutte le carte sistemate e in ordine. Se io potessi farlo attraverso un sistema basato su blockchain, questa informazione verrebbe registrata automaticamente in modo istantaneo su tutta una serie di nodi, si chiamano – sono dei blocchi che stanno all’interno di questa catena dei computer – che registrano l’informazione e a quel punto la rendono immediatamente disponibile per tutti.

Cristina: Altre applicazioni?

Cristina Pozzi: Si può pensare anche all’acquisto di una casa, qua lascio alla fantasia di tutti che, esperienza che conosciamo, cercare di numerare tutti gli intermediari che oggi devono intervenire quando faccio un passaggio di proprietà di un immobile. Neanche in questo caso gli intermediari potrebbero essere sostituiti da un sistema che è condiviso e collettivo, però non sempre, e non è solo così, questo sistema deve essere qualcosa di pubblico e istituzionale quindi stanno nascendo ed esistono già sistemi di blockchain che invece vengono creati per privati. Per esempio nel mondo della logistica, immaginiamo di dover spedire un pacco internazionale da un continente all’altro, i passaggi di informazione di dati, soprattutto i soggetti coinvolti sono tantissimi, e stanno già creando un consorzio tra quelle società che operano nel mondo della logistica per avere queste informazioni disponibili a tutti, accessibili e soprattutto anche tra di loro compatibili in modo che quando un pacco passa in dogana o viene spedito o ritirato, l’informazione venga registrata su un sistema di questo genere.

Cristina: E diventerà pervasivo in quanto tempo?

Cristina Pozzi: Questo esiste già, questa è proprio un’applicazione già esistente. Sicuramente l’opzione di applicarlo alla pubblica amministrazione o a tutta una serie di cose con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, nel giro di 10-15-20 anni sicuramente presente. È molto interessante e soprattutto realistico.

In onda 20-10-2018

Un viaggio nel futuro con Cristina Pozzi

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Vi gira la testa quando pensate agli scenari del futuro di lavoro, società e famiglia? Ecco un breve viaggio con Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo. Cristina è anche fondatrice di Impactscool, che porta nelle scuole e università italiane percorsi di formazione per essere pronti ai grandi cambiamenti in corso.

Cristina: Quali sono i cambiamenti che ci aspettano nei prossimi anni? Cristina tu sei imprenditrice sociale e scrittrice e hai fatto un viaggio nel futuro, che cosa hai visto?

Cristina Pozzi: Sicuramente il futuro che ho visto nel 2050 è un futuro dove cambia l’ambiente in cui noi viviamo perché il nostro pianeta, ahimè, per effetto del riscaldamento globale sarà soggetto a tantissimi cambiamenti, però anche lo stesso concetto di ad esempio famiglia, potrebbe essere messo in dubbio, cambiare, evolversi, per effetto di evoluzioni della genetica. Per esempio già oggi si possono fare figli con tre genitori andando ad utilizzare il materiale genetico di tutti e tre, si fa già in Inghilterra.

Cristina: E come faremo ad aumentare le nostre capacità cognitive?

Cristina Pozzi: Potremo farlo in tanti modi, sia dal punto di vista chimico con medicine che si stanno già studiando che possono aumentare la nostra attenzione ad esempio, si anche con le cosiddette neurotecnologie che invece possono essere veri e propri impianti tecnologici o caschetti da indossare che sono in grado di aumentare la nostra creatività

Cristina: E se non sono a portata di tutti come costi?

Cristina Pozzi: Potrebbero essere a beneficio solo di alcuni. Probabilmente non vogliamo vedere una società dove solo alcune persone possono essere più intelligenti, più di successo sul lavoro o avere accesso a determinate cure, più sani. Per chi non se lo può permettere potrebbero esserci scenari dove addirittura si può ottenere una tecnologia in cambio però di essere soggetti a pubblicità, magari continue, in modo da poterlo avere gratuitamente.

Cristina: Pure cedendo i propri dati del DNA?

Cristina Pozzi: Assolutamente si, quello potrebbe diventare una vera e propria fonte di reddito, addirittura quasi uno dei tanti lavori che ci troveremo a svolgere perché molto probabilmente non svolgeremo un solo lavoro ma tanti contemporaneamente.

Cristina: E i mestieri di oggi spariranno. Quali sono quelli che secondo te rimarranno o nasceranno e saranno strategici?

Cristina Pozzi: Sicuramente trovandoci immersi in una realtà cambiata in pochissimo tempo e che facciamo fatica a comprendere, magari anche per la presenza di robot attorno a noi in qualunque situazione, la figura dello psicologo che ci può aiutare nel gestire il passaggio, sarà centrale.

Cristina: Secondo te c’è la formazione giusta per compiere questo viaggio verso il futuro?

Cristina Pozzi: Per ora no, il consiglio che do sempre è quello di imparare a essere curiosi e imparare ad imparare.

Cristina: Coniugando quindi i nostri naturali talenti e le nostre capacità intellettuali, di cuore, creative e la volontà. Occhio al futuro

In onda 29-9-2018

SanTO – il robot per la preghiera

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Una conversazione con Don Ivan Maffeis della Conferenza Episcopale Italiana e Gabriele Trovato, Prof. di Intelligenza Artificiale all’Università Cattolica del Perù, che ci presenta SanTO – un robot dotato di intelligenza artificiale pensato per accompagnare la preghiera.

Cristina: Si stanno progettando robot per ogni ambito e aspetto della nostra vita, persino per i momenti di preghiera.

Gabriele Trovato: Semplicemente accendendo un cero, e toccando la mano del santo. Parlami di San Francesco.

Cristina: Come la vede lei questa interazione?

Don Ivan Maffeis: Sicuramente la tecnologia ci mette a disposizione qualcosa di buono. Dobbiamo però ricordarci che c’è il rischio che noi andiamo a domandare alla macchina, al robot, in base all’urgenza del momento, in base al nostro stato d’animo.. però teniamo conto di questo respiro più ampio. Teniamo conto che la persona oggi è alla ricerca di una relazione, di un’incontro. Può sicuramente servire a livello di catechesi, a livello di documentazione, però la parola che cerco è una parola che più che interrogare in termini della mia vita, paradossalmente, ma nella misura in cui il robot ci mette a disposizione un mondo, una ricchezza di contenuti, una biblioteca. Addirittura c’è la possibilità di interagire, bene.

Gabriele Trovato: Io penso che questo deve essere visto come un sostegno alla chiesa, non ha la pretesa di sostituire la chiesa quindi non è un oggetto che può dare risposte, ma può fornire compagnia alla preghiera. Questo lo vedo come lo scopo principale.

Cristina: Conversazioni come queste sono sempre più necessarie. Sono temi delicati ma tremendamente attuali. Occhio al futuro.

In onda 2-6-2018

Watly, tre in uno

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Immaginate di non avere accesso ad acqua potabile, energia e connessione a internet. Ci pare una realtà distante, ma per una parte significativa della popolazione mondiale fa parte della quotidianità. Oggi esiste un’ingegnosa macchina con il potenziale di risolvere questo problema. Si tratta di Watly, un computer termodinamico assemblato in Italia e testato in Ghana.

Cristina: Un miliardo di persone al mondo non ha accesso all’acqua potabile, due miliardi di persone vivono senza elettricità e cinque miliardi non hanno internet. Un gruppo di ragazzi italiani ha avuto un’idea che potrebbe cambiare la vita a molte di queste persone. Buongiorno Marco.

Marco Attisani: Buongiorno Cristina, benvenuta.

Cristina: Grazie. Un sogno di tanti di risolvere questi grandi problemi. Voi ci siete riusciti?

Marco Attisani: Sì, abbiamo una soluzione. Infatti ti abbiamo invitato oggi per presentarti il primo computer termodinamico costruito al mondo. Una macchina capace di purificare l’acqua da qualsiasi tipo di contaminazione, sia essa batteriologica, fisica o chimica, generare elettricità e permettere connessione a internet grazie esclusivamente all’energia solare. Questi sono i nostri nuovi stabilimenti, sono ancora vuoti perché stiamo facendo un trasloco.

Cristina: L’acqua come la depurate?

Marco Attisani: Con un sistema di ebollizione, evitando quindi l’uso di filtri. L’osmosi non è stata la soluzione che abbiamo scelto. Bolliamo l’acqua con un processo termodinamico, quindi superiamo la temperatura di 115° e in questo modo riusciamo a separare l’acqua da qualunque tipo di contaminazione, fisica, batteriologica o chimica. Arsenico, mercurio, metalli pesanti, piombo, sale. Non importa che acqua noi mettiamo dentro a Watly, l’output è sempre acqua perfettamente potabile.

Cristina: E dove l’avete testato?

Marco Attisani: L’abbiamo testato nello stato del Ghana, in Africa, e si è trattato di un esperimento sociale, più che tecnologico. Sapevamo che la macchina funzionasse quindi si trattava di scoprire quali fossero le reazioni umane di fronte a questa tecnologia. Siamo andati in un villaggio completamente deprivato di bagni, docce, acqua e abbiamo fatto chiaramente dimostrazione di cosa significhi portare la tecnologia sana a persone che ne hanno veramente bisogno.

Cristina: Una macchina modulare quindi che può sia soddisfare le esigenze di comunità intere sia di piccoli centri dove l’acqua purtroppo non è più pulita.

Marco Attisani: Corretto. Si tratta di una tecnologia scalabile e versatile, quindi puoi fare una macchina che serve 3000 persone o una che ne serve 30.000. E’ soltanto una questione di declinare la tecnologia in relazione al fabbisogno di quella specifica comunità e contesto ambientale.

Cristina: Marco ha avuto questa grande idea, grande in tutti i sensi perché questo è solo un ottavo del modulo completo, mentre abitava all’estero. Per fortuna poi è venuto a svilupparla in Italia. Occhio al futuro.