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Marina Salamon cares

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Incontro Marina Salamon in una sala della palazzina milanese dove hanno sede le sue diverse attività. Lei non ha una sua stanza e nemmeno una scrivania, per sentirsi più libera.

Parla fitto, con energia, e racconta come ha superato le molte sfide della sua vita intensa. Più va avanti e più mi rendo conto che alla base del suo successo ci sono dei solidi valori umani. Madre di quattro figli, è generosa e accogliente. Per lei è l’identità dei singoli a formare aziende che evolvono assecondando i bisogni del nostro tempo. “Credo nel significato autentico della parola I care” dice aprendo il suo intervento ai “Dialoghi di vita buona. Milano metropoli d’Europa”. E quel prendersi cura ha scandito molte sue scelte di imprenditrice e di donna. “Globalizzazione e digitalizzazione hanno messo in crisi il capitalismo familiare che aveva cura delle famiglie dei lavoratori, ma se siamo coerenti e agiamo eticamente possiamo ancora costruire valore oggi.” Dalla nostra lunga conversazione nasce questa intervista per The Good Life Italia.

L’INTERVISTA A MARINA SALAMON SU THE GOOD LIFE ITALIA

È generosa, forte, dolce, tagliente. Ha superato tanti ostacoli e dalle cadute si è rialzata ogni volta più forte. Ha le idee chiare e voglia di condividerle, non transige sui valori e guarda con curiosità e coraggio al futuro. Marina Salamon lega il suo nome a molte aziende di successo, cresciute in tempi di crisi, portate con tenacia e visione al passo coi tempi. Da Altana, leader nel settore dell’abbigliamento di lusso per bambini, a Doxa, la più importante azienda italiana di sondaggi e ricerche di mercato, e Connexia, agenzia di web, social e public relation. Intuitiva ma anche razionale, prima di parlare di sé, sonda il suo interlocutore. Con empatia, si sintonizza. «Quanti figli hai» chiede, mentre scegliamo una sala riunioni libera per la nostra conversazione. Nei suoi uffici milanesi è una regina senza trono, non ha una stanza sua «per essere più libera». E in libertà condividiamo esperienze materne e scelte educative. I suoi 5 figli hanno gettato radici solide in Italia e ora sono all’estero. «La nostra straordinaria stratificazione culturale ha valore, ma può diventare un limite» racconta «se usata per guardare indietro e non avanti. Gli americani possono essere più superficiali, ma insegnano a lavorare in gruppo». Saper fare squadra è un talento imprescindibile sia nella sua vita familiare sia nella gestione imprenditoriale. Mentre se mancano nozioni oggi c’è Google, a patto che si sappiano porre le domande giuste, ci sia rigore nel fare ricerca e si agisca con senso critico.

Superare la paura del giudizio
Salamon eredita il senso del dovere dal padre, emigrato dall’Istria a Trieste per studiare economia e statistica, poi a Milano per lavorare. 
E dalla madre, pediatra e attivista, l’anticonformismo e la propensione a prendersi cura degli altri. Disciplinata ma anche ribelle, impara a gestire relazioni complesse con i quattro fratelli e cerca la sua strada andando controcorrente. «Ho cominciato a lavorare quando ero ancora al liceo, cosa non comune in Italia, per comprarmi le cose che volevo. Facevo la commessa da Coin e i miei compagni, passando, mi dicevano “Non sapevamo fossi povera”. È così che ho superato la paura del giudizio». Marina è giovanissima quando incontra Luciano Benetton, ma l’unione si spezza quando è in attesa del primo figlio, che nascerà con una grave malformazione congenita. «Si può essere devastati in una vita tranquilla e serena, in cui uno non costruisce il proprio sé, oppure rafforzati da una separazione o da circostanze ostili». Il piccolo Brando resta in terapia intensiva per un anno, e la madre trova forza nella sua resilienza e nella fede per accompagnare la guarigione del figlio e di se stessa. «Io ho creduto ma non da fanatica» dice con tono assertivo. «A casa mia abbiamo un campionario meraviglioso di religioni: una zia è Hare Krishna, l’altra ha sposato un iraniano musulmano, mia madre è atea, il marito di mia sorella è anglicano e io sono l’unica cattolica. Conta il cammino che intraprendi, non come nasci. La vita, come le aziende, è una continua rigenerazione».
Un mix intenso di esperienze forti diventa carburante per una donna tenace e profonda. Ventenne, diventa imprenditrice con Altana, per offrire alternative alle mamme che non vogliono vestire i loro bambini di rosa e azzurro. Poi la crisi sentimentale, la responsabilità di un figlio bisognoso e, a 32 anni, una sfida ardua ma irresistibile: rilevare Doxa, l’agenzia di ricerche e analisi di mercato. «Nasce tutto per amore di mio padre e per la passione che mi ha trasmesso per il suo mestiere. A 23 anni lui si trasferì a Milano per lavorare in Doxa e ci passò tutta la vita. Il gruppo era stato fondato da Pierpaolo Luzzatto Fegiz, professore di statistica di mio padre, insieme a George Gallup. A Princeton, Gallup aveva cominciato a testare le prime tecniche di sondaggio dell’opinione pubblica con il presidente Roosevelt. Quando Luzzatto Fegiz morì, Doxa, di colpo, fu messa in vendita. Ebbi la notizia mentre ero a Roma durante una riunione d’emergenza sui falchi pecchiaioli per il WWF. Gli sparavano sullo Stretto di Messina. La sera telefonai a mio padre e gli chiesi: “Hai trattato?”. “No” rispose “perché hanno alzato la richiesta. Non importa, farò non profit”. Per la prima volta in vita mia gli mentii: “Ok” dissi, ma un minuto dopo stavo chiamando Alice, la figlia maggiore di Luzzatto Fegiz. Corsi a casa sua e trattammo tutta la notte. La mattina era fatta. Mi sono coperta di debiti».

Le circostanze ostili aiutano a cambiare
È la fine degli anni Novanta quando in Assolombarda incontra Marco Benatti e se ne innamora. Con il pubblicitario veronese costruiscono un vero e proprio clan: 3 figli, oltre al piccolo Brando e una ragazza musulmana presa in affido, e molti cani. Poi, un’altra separazione e la vera conversione: «Ho superato il dolore con il silenzio. Dovevo lasciare casa e figli durante i week-end, così ho cominciato ad andare nei conventi. Dopo la prima crisi mi ero fatta un’agenda fitta di impegni, al secondo giro ho scelto la religione». La vita le ha insegnato a non avere paura delle piccole cose, a mostrare la sua vulnerabilità e a rinnovare il coraggio di sognare. Dalle circostanze avverse scaturisce il bisogno di aggiornare tutto. Doxa viene completamente digitalizzata. L’azienda che scandisce passaggi importanti della sua vita e che, fin da piccola, l’ha educata a leggere trend e fenomeni globali. «Sono sempre stata curiosa, anche verso ciò che non mi assomiglia» afferma. Laureata in Storia, canalizza il suo bisogno di conoscere tornando a studiare. Si iscrive a Teologia per capire e capirsi meglio: «Quando tutto va liscio, non abbiamo la forza di entrare in noi stessi e sviscerare. Sono le circostanze ostili che ci aiutano a cambiare». E cita Viktor Frankl, fondatore della psicologia umanistica, che sopravvisse per anni in un campo di concentramento riuscendo a trovare il bene anche lì. Oggi al fianco di Marina c’è Paolo Gradnik, farmacista e fondatore del Banco Farmaceutico, felice di far parte di una numerosa tribù. E i suoi valori, i suoi desideri, sono sempre più radicati. In particolare la responsabilità di creare nuove opportunità di lavoro per i giovani di cui ama circondarsi: «Impieghi che non siano stipendi e basta, ma realizzazione di sé, perché è da quello che passa la nostra dignità. Oggi c’è un bisogno urgente di riprogettare non solo i contenuti, come li generiamo e li gestiamo, ma anche le relazioni».

Marina Salamon è orgogliosa di far parte di una realtà meritocratica e giusta, e si auspica che l’Italia possa riguadagnare la fiducia, diventare un Paese in cui sperimentare, non uno da sfruttare. Sogna un regime fiscale europeo unificato, in modo da arginare un capitalismo selvaggio che nell’era della digitalizzazione consente di avere sedi in Paesi diversi. «Se non interveniamo, verranno meno le risorse per il welfare». Ha fondato un trust e per il nome, Web of Life, si è ispirata alle parole del capo indiano Chief Seattle, trovate incise sotto una sequoia in una grande foresta americana (“We all are part of the web of life”). Attraverso la non profit, destina parte dei profitti ad associazioni benefiche per progetti educativi, socio-sanitari e assistenziali. Come Avsi, impegnata in oltre 30 Paesi in via di sviluppo, Progetto Arca, che offre sostegno economico, alloggio e cibo a chi ha perduto la propria casa, e la Fondazione Francesca Rava (nph-italia.org), che opera ad Haiti, in Centro America e in Italia per la ricostruzione di scuole nelle zone terremotate. «Io ricevo dalle nostre aziende uno stipendio che è pari a quello di molti nostri dirigenti, e distribuisco il resto a chi ne ha più bisogno. La mia identità non è la rappresentazione del potere. Quanto ai figli, non li metto nelle condizioni di giocare con il denaro. Dovranno conquistarselo». Con la famiglia, ha deciso di mettere a disposizione la grande villa dov’è cresciuta, vicino a Varese, per accogliere donne sole e famiglie sfrattate. Perché siamo tutti connessi.

Seeds&Chips – Coltivare idee per produrre meglio

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L’INTERVISTA A MARCO GUALTIERI SU THE GOOD LIFE ITALIA

E il 1998. Marco Gualtieri sta frequentando l’ultimo anno di economia e commercio a Pavia. Legge un articolo sulle code agli uffizi e pensa: come si può migliorare il servizio? Diminuire il tempo d’attesa e favorire quello utile o libero? Contatta una delle più grandi società di ticketing al mondo e ottiene l’esclusiva per la vendita di biglietti online in Italia. Nasce così TicketOne, e i primi clienti sono gli Uffizi e il Polo Museale fiorentino. Dalle mostre ai concerti e le partite, il passo è breve.
Natura eclettica, Gualtieri produce musicisti e nel 2011 un film comico AmieriQua, con Bobby Kennedy III nella parte di un pigro neolaureato che, per festeggiare viene a Bologna. Incontra un gruppo di debosciati, s’innamora e, tipicamente, finisce invischiato con la mafia.
Con l’arrivo di Expo 2015, guarda avanti, e si chiede come tenere Milano al centro del mondo sul tema alimentazione. Nasce così un progetto che affronta la questione a livello sistemico – clima, metodi di coltivazione, salute, tecnologia. Sono i primi ingredienti di Seeds&Chips. Gualtieri conquista l’alleanza del Sindaco Sala e associazioni internazionali che operano nelle grandi città. Perché è lì la domanda più forte. Gli obiettivi ambiziosi del giovane intraprendente tengono fede alla missione di accelerare l’innovazione dei sistemi alimentari. Da salone internazionale di aziende e startup digitali, Seeds&Chips sta diventando molto di più.

10 domande a Marco Gualtieri, ideatore e Chairman di Seeds&Chips

E’ vero che Seeds&Chips è nato quasi per caso, da un invito a cena?

In qualche modo sì: ero a una cena con un gruppo di amici imprenditori, Milano si era appena aggiudicata l’Expo. Si pensava a come valorizzare questa straordinaria opportunità. Ho riflettuto su quel che si poteva fare, in concreto: da lì a poco è nato Seeds&Chips.

Come ha sviluppato il suo ambizioso obiettiv di far diventare Milano e l’Italia capitale mondiale dell’innovazione in campo alimentare?

E’ nato dalla mia passione per l’innovazione: mi sono messo a studiare quello che stava succedendo nel mondo e mi sono accorto che il settore della food tech e dell’innovazione legata al cibo offrivano grandissime opportunità. Due mesi prima di Expo si è svolta la prima edizione di Seeds&Chips, e adesso, grazie alla crescita continua della manifestazione, siamo alla terza. Novità di quest’anno, il format Give me 5, che ha messo in contatto diretto giovani e leader di successo, con lo scopo di favorire l’accesso a finanziamenti per le idee più innovative. Nei 5 minuti a disposizione, i ragazzi hanno ricevuto consigli preziosi per le loro startup e in alcuni casi hanno anche trovato il finanziatore. E’ stata un’edizione straordinaria, che ha registrato la presenza di centinaia di speaker, da Kerry Kennedy Presidente della Fondazione Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Rights, a diversi esponenti della Commissione Europea, come Phil Hogan, o ancora il luminare del vertical farming Dickson Despommier, PhD alla Columbia University. Soprattutto devo ringraziare due ospiti eccezionali: il Presidente Barack Obama e il suo consulente alla Casa Bianca e grande amico comune Sam Kass, con i quali abbiamo raccontato all’Italia e al mondo il nostro percorso, le grandi sfide che interesseranno il pianeta, le innovazioni che possono contribuire a farvi fronte.

Come ha scelto una squadra così tentacolare ed efficace? Siete in pochi!

In effetti, vista la complessità e portata di Seeds&Chips, si potrebbe pensare che dietro ci sia una struttura corposa. Siamo una struttura flessibile di una ventina di persone, con collaborazioni preziose che si sono unite a noi lungo il cammino. Sono orgoglioso delle sinergie. Il nostro evento è fondato innanzitutto sui contenuti, che richiedono ricerca, studio e analisi. Le soluzioni e innovazioni che presentiamo possono avere un grande impatto: questo genera entusiasmo.

Seeds&Chips nasce come un summit sul cibo ma sta diventando molto di più. Quali gli scenari futuri?

Non siamo in grado di immaginare perfettamente quello che Seeds&Chips rappresenterà negli anni a venire, ma una cosa è certa: sarà qualcosa di grande, di rilevante. Con intersezioni e interazioni di ambienti, ambiti e settori diversi. Penso ad esempio alla città di Seattle, che per tanti versi assomiglia a Milano e con cui vorrei creare un gemellaggio, oppure al tema che mi sta molto a cuore del cibo legato alle disabilità fisiche, come la SLA. Il cibo è la cosa più importante per l’umanità, anche dal punto di vista economico: è un’industria da più 5 trilioni di dollari, e occupa il 40% della forza lavoro in tutto il mondo. Se pensiamo ai legami con la salute, i cambiamenti climatici e l’aumento della popolazione, capiamo i motivi della sua centralità e perché il processo innovativo che si sta sviluppando intorno al food sia un tema fondamentale.

Quanto tempo ha investito per portare Obama a Milano?

Per convincerlo molto poco: sono bastate una telefonata e una mail. Poi ha richiesto molto tempo la definizione dei dettagli con il suo team, dalla sicurezza all’hospitality. Quanto tempo? Beh, con una battuta potrei dire quanto fa 24 ore al giorno per circa due anni? Impegnativo, ma ne è valsa la pena.

Che impatto ha avuto l’edizione 2017?

Credo grandissimo: abbiamo riportato Milano e l’Italia al centro del mondo dopo Expo, e i contenuti di Seeds&Chips hanno generato grande interesse. Le emittenti di tutto il mondo hanno trasmesso in diretta l’intervento del Presidente Obama, ma c’è stata anche buona partecipazione nelle altre conferenze di Seeds&Chips.

Quali sono state le più forti sinergie nate durante la terza edizione?

Non sono ancora in grado di dirlo perché siamo in fase di follow up. Quel che mi dà più entusiasmo, però, è il racconto dei protagonisti: espositori, speaker, sponsor. Ascoltandoli capisco il valore del nostro lavoro: ognuno dal Summit porta via opportunità di business, suggestioni, contenuti, idee e contatti che sviluppa nei mesi successivi. A proposito, posso anticipare che una delle nostre start-up espositrici ha chiuso un accordo con i tre più grandi produttori di caffè al mondo.

L’incontro tra Obama e Renzi che frutti darà?

Mi è difficile immaginarlo, ma mi ha colpito un particolare: quando Obama ha raccontato il suo impegno per i prossimi anni, con i giovani, i millennials e teenager, ho visto negli occhi di Renzi il segno di una particolare condivisione.

Quali e quanti investimenti si stanno muovendo attorno alla confluenza tra cibo e tech?

In questo momento ancora pochi rispetto alle dimensioni del fenomeno e delle potenzialità della food innovation. Ma è evidente un trend, e la curva penso crescerà in modo esponenziale nei prossimi anni. Siamo all’inizio di un nuovo settore dirompente.

Quale la sua visione a 10 anni?

Un aumento nella produzione di cibo più sano, sostenibile e accessibile. Non raggiungeremo tutti gli obiettivi nei prossimi dieci anni, ma le principali sfide – sicurezza alimentare, sostenibilità sociale e ambientale, riduzione degli sprechi – nel prossimo decennio vedranno grandi miglioramenti, grazie a una concatenazione di elementi: maggiore consapevolezza di consumatori e policy maker, sviluppo di nuove soluzioni e strumenti che consentono di regolare il modo in cui cibo è prodotto, trasformato e distribuito.

Coltivare idee per sistemi alimentari migliori

Il sistema di produzione alimentare, globalmente, è il più complesso e articolato che ci sia. Ed è anche il più critico, perché tocca un vasto numero di soggetti nella complessa filiera, dai campi alle tavole. Una rete che connette coltivatori, trasformatori, trasportatori, distributori e consumatori; che deve fare i conti con i cambiamenti climatici e la povertà, la sicurezza alimentare, lo smaltimento e lo spreco. Un’area produttiva che risponde a un bisogno primario, ma anche a un’esperienza che deve nutrire ed essere piacevole, che esprime valori e tradizioni, creatività e responsabilità sociale. Per questo, di cibo, si occupano organizzazioni nazionali e sovranazionali, locali e globali, governative e non, scienziati e industriali, agronomi e coltivatori, economisti, nutrizionisti e legislatori. Cosa mangiamo e dove ce lo procuriamo, è al centro di accesi dibattiti, ma apportare le migliorie sistemiche necessarie richiede visione, perseveranza e capacità negoziali senza precedenti, per vincere barriere etiche e geografiche, rendite di posizione e interessi di parte. Spinti da un forte senso d’urgenza, si muovono anche reti di città e megalopoli, perché è nelle aree urbane che si sta concentrando il maggior numero di abitanti.

Siamo 7.5 miliardi di persone sul pianeta, produciamo cibo per 12 miliardi ma quasi 800.000 soffrono la fame. Un problema che, nella prospettiva di diventare 9, miliardi deve essere risolto.

Dopo il successo di Expo 2015, Milano ha l’ambizione di restare aggregatrice di conversazioni, confronti e soluzioni per far fronte a una delle più grandi sfide del nostro tempo. E’ così che è entrata sulla scena la rassegna Seeds&Chips – semi e circuiti elettronici (non potato chips – patatine, come alcuni hanno inteso!), che alla terza edizione, tenutasi alla Fiera di Milano lo scorso maggio, ha visto la partecipazione di oltre 200 speaker internazionali, investitori, policy maker e start-up da tutto il mondo.

E’ dal palco del Padiglione 8 che, davanti ad una platea entusiasta di 800 persone, Barack Obama ha scelto di annunciare il suo impegno per i prossimi dieci anni: contribuire a formare una nuova generazione di leader determinati ad innovare un comparto centrale per la nostra sussistenza su questo pianeta. Un’innovazione che deve arruolare giovani ispirati, ma anche politici, imprenditori, divulgatori e consumatori capaci di interconnettere tutte le parti in causa. Ospitare il 44esimo presidente degli Stati Uniti è stato un successo per Marco Gualtieri, fondatore e organizzatore dell’evento, per il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, e un seme di speranza per chi ha a cuore la causa.

L’intersezione tra agricoltura e tecnologia è il fulcro di tutto l’evento, declinato da Obama in conversazione con Sam Kass, il cuoco della First Family durante gli otto anni alla Casa Bianca, e alleato di Michelle per l’orto e per il programma di educazione alimentare Let’s Move. Di fronte a un problema immenso, per mantenere una dimensione umana, l’accento si è posto più volte sull’impegno individuale. Saranno le scelte quotidiane di ciascuno di noi a fare la differenza, nella veste di privati e come membri della società – per ridurre sprechi, dosare il consumo di energie, e per garantire cibo sano e fresco ai cittadini del mondo. Arriverà il giorno in cui essere allineati con la realtà dei tempi, darà un tornaconto. Per accelerare la transizione verso stili di vita sostenibili, Obama sottolinea l’importanza di conquistare favori e consensi, più che imporre rinunce o sacrifici. E trova speranza nell’energia creativa dei giovani.

Le tecnologie si stanno sviluppando più velocemente del previsto e molte idee presentate durante Seeds & Chips fanno sperare in un’accelerazione di soluzioni che, integrate con il recupero di saggezze dal passato, saranno capaci di fare massa critica.
Per saziare la curiosità abbiamo fatto un viaggio nell’alimentazione del futuro assaggiando cose nuove e dialogando con giovani ispirati e creativi.
La più bella sorpresa sono stati gli spaghetti di alghe irlandesi, una gioia per il palato, per l’organismo, arricchito di minerali e con una quantità minima di carboidrati, e per la biosfera, che offre questa materia prima in abbondanza e senza stress. Seamore, premiato migliore next food alla fine della rassegna, nasce con tutti gli ingredienti di bontà per conquistare anche i più scettici, e oltre a I Sea Pasta, c’è anche I Sea Bacon, alternativa convincente alla pancetta di maiale.

Carlos Ruiz, messicano, e Louis Frachon, svizzero, hanno pensato a un fornello per cuocere piadine, che in altre culture si chiamano pita, tortilla, flatbread, naan, chapati, lavash… In pochi secondi, Flatev prepara un pane croccante o morbido, secondo la cottura desiderata. E’ fresco, naturale, senza additivi ed è buono. L’impasto è venduto in una capsula riciclabile. Avremmo preferito una ricetta per fare l’impasto in casa, ma ci hanno spiegato che è difficile azzeccare il giusto grado di umidità. A Flatev è andato il Future Food Award. Anche i germogli piccanti, le foglie al gusto di ostrica e i fiori frizzanti hanno incuriosito. Proposta di KoppertCress, specializzata in micro ortaggi dai gusti sorprendenti, capaci di regalare insolite esperienze sensoriali per arricchire i nostri piatti con vegetali nutrienti e naturali.
Dovendoci accontentare di porzioni piccole, abbiamo preso una pastiglia proteica Xdutch, con 7 fitonutrienti, supercibi crudi senza additivi, per una sferzata di energia e abbiamo provato Sorbos, la prima cannuccia commestibile e aromatizzata. Ogni giorno negli USA si consumano 500 milioni di cannucce di plastica! La versione usa e addenta è interessante, soprattutto per l’impatto potenziale. Non si scioglie nel bicchiere e il sapore di lime non è male.
Adesso siete pronti a nutrire la conoscenza con una selezione di tecnologie per il nostro futuro alimentare?

Elena Grandi, una visione della Milano che verrà

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L’INTERVISTA A ELENA GRANDI SU THE GOOD LIFE ITALIA

Fino a 47 anni si è occupata di libri. Poi, nel 2007, un amico le chiese di candidarsi al Consiglio di Zona 1. Il marito girò la notizia via mail agli amici: «Se la votate, me la levo un po’ di torno». Ora Elena Grandi è al terzo mandato, ed è anche membro dell’esecutivo nazionale dei Verdi. Il suo sogno è che tutte le forze ambientaliste si coagulino in una federazione, come in Germania: perché per ottenere risultati bisogna lottare da dentro il sistema.

The Good Life: Quando si dice smart city si pensa subito al ruolo della tecnologia, ma prima di fare rete virtuale, non è meglio connettere i cittadini al contesto?

Elena Grandi: Quando si parla d i connessioni mi illumino. Per me vogliono dire contatto tra i cittadini, tra i luoghi, connessione tra gli spazi verdi, connessione ecologica, urbana e culturale. Dalla casa al quartiere, dal quartiere alla periferia, dalla periferia al centro… Penso alla mobilità, ma anche alla biodiversità, perché per i cittadini una città vivibile è soprattutto una città più verde. Anni fa abbiamo dato forma istituzionale ai Giardini condivisi, un’idea ispirata al modello di Parigi: un regolamento semplice senza bandi e iter burocratici, una convenzione tra amministrazione e associazioni di cittadini con lo scopo di assegnare temporaneamente aree dismesse, abbandonate o degradate. E poi c’è il regolamento del verde, che tutela la biodiversità, gli alberi e i parchi, aiuole e aree di cantiere. Inoltre prevede controlli sugli interventi importanti effettuati su aree private. Il mio modello di riferimento è La Main verte del Comune di Parigi, che sostiene chi ha bisogni straordinari.

TGL: Lei si occupa anche del recupero di grandi aree urbane, tra cui gli scali ferroviari. A che punto siete su questo?

E.G.: Nella città metropolitana abbiamo un milione e mezzo di metri quadri abbandonati da quarant’anni, che vanno riqualificati. I tempi saranno lunghi e quindi dobbiamo pensare a usi provvisorie a come organizzarli, per farli vivere nel frattempo. Anche in questo ci sono modelli virtuosi in Europa, dai quali imparare. Per esempio a Lione. Il Comune lì ha costituito una società indipendente di 20 persone che gestisce un vasto progetto di riqualificazione. Essendo autonomi sono molto efficienti e collaborano con i più grandi architetti e paesaggisti del mondo per progettare spazi ibridi per la società che cambia. Con i nostri modi un po’ barocchi, invece, rischiamo ogni volta di incartarci sulle trattative, su chi fa cosa.

TGL: Oggi quanto è smart Milano?

E.G.: La città dopo Expo ha avuto un grande rilancio, si sa. Però prima di diventare smart, che per me significa sostenibile, c’è ancora da lavorare. Non può continuare a essere una delle città più inquinate d’Europa! Occorrono politiche regionali decise sulla mobilità pubblica, ci vogliono investimenti nazionali, regionali e comunali per consentire alle persone di arrivare in città senza l’auto. Poi, al suo interno, Milano è ben servita. Dovremmo, secondo me, alzare il costo dell’Area C (la zona a traffico limitato , ndr), allargarla. È un progetto a lungo termine che deve partire perché stiamo soffocando nel PM 10.

TGL: Qualche buon esempio milanese che va nella giusta direzione?

E.G.: Il WWF ha un progetto che si chiama Rotaie Verdi che punta a utilizzare le fasce di rispetto dei binari ferroviari per creare spazi di biodiversità. Italia Nostra ha preso in carico il parco di Porto di Mare, un grande progetto che il Comune sostiene economicamente. La collaborazione tra associazioni, imprese e amministrazione va sviluppata.

TGL: Quante aree o edifici non utilizzati ci     sono a Milano, tra pubblici e privati?

E.G.: È impossibile calcolarlo. Esistono immobili che il Comune non sa esattamente chi abbia in carico. La buona notizia è che il modello dei Giardini condivisi è stato replicato per gli immobili. Per quelli inutilizzati di proprietà del Comune, associazioni o start-up possono chiedere una convenzione per l’uso temporaneo.

Robots and us, un viaggio in Giappone

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Questo è un assaggio di un viaggio in Giappone dove ho potuto incontrare scienziati e designer che stanno sviluppando i robot del futuro.

ROBOT: Sono molto felice.

CRISTINA: Ti senti mai solo?

ROBOT: Sì, la notte mi sento solo. Mi sento solo.

SHIGURE: Gli esseri umani hanno sempre un po’ di tensione nei confronti del prossimo, mentre gli androidi sono molto più semplici. Sono robot, e gli uomini si fidano più di un robot che di un’altra persona. Questo robot ha l’obiettivo di controllare gli anziani. Kobian può realizzare espressioni a tutto corpo e anche soltanto espressioni facciali. Penso che i robot addetti alla comunicazione con l’uomo saranno parte fondante della nostra società tra non più di dieci anni. Lo scopo di questo robot è di monitorare l’ambiente, in particolare zone disastrate, come Fukushima.

Cradle to Cradle, oltre la sostenibilità

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L’INTERVISTA A MICHAEL BRAUNGART SU THE GOOD LIFE ITALIA

Se cuciniamo un piatto partendo da ingredienti mediocri sarà difficile correggerlo in corso d’opera, farlo diventare buono. Tenete in mente questa metafora: vi aiuterà a capire il significato del good design secondo Michael Braungart, teorico, con William McDonough, della filosofia produttiva che va sotto il nome di Cradle to Cradle (“dalla culla alla culla”).

Una filosofia che è diventata anche un’iniziativa concreta, l’Epea (Environmental Protection Encouragement Agency). Sono in tanti a sforzarsi di rendere prodotti e processi industriali meno dannosi per l’ambiente. Ma la posizione di Braungart è diversa: limitare i consumi e salvaguardare l’ambiente non basta.Soltanto ripartendo dalle basi, cioè dalle singole componenti degli oggetti e da come vengono assemblate, possiamo rispettare le leggi dell’ecosistema naturale di cui facciamo parte. «Sappiamo che gli equilibri della Terra sono minacciati, ma la vera innovazione richiede tempo» spiega Braungart. «Internet ha impiegato più di quarant’anni per diventare la rete che è oggi e sono trascorsi quasi 150 anni tra la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e il suffragio femminile negli Stati Uniti. Dobbiamo essere più pazienti quando si tratta di grandi cambiamenti». Chi si occupa di sviluppo a prova di futuro (la parola “sostenibilità” è bandita dal vocabolario di Braungart) è spinto da un senso d’urgenza. «Rischiamo di spendere tutti i soldi per riparare i danni fatti e non avere più i mezzi necessari per cambiare le cose davvero. Anche considerando gli scenari peggiori e se ci comportassimo tutti come Donald Trump, almeno due miliardi di persone e due terzi delle specie sopravvivrebbero sulla Terra (le più minacciate però sono quelle che ci piacciono di più: scimmie, giraffe, tigri, elefanti).» Un’affermazione solo apparentemente paradossale. «C’è una contraddizione in natura: l’individuo non ha molta importanza, ma il collettivo sì. Con meno di mille tigri, la specie non ce la farebbe».

Visione positiva

La proposta di Braungart è considerare gli ultimi 40 anni, passati a discutere e disperarsi combattendo contro un’imminente fine del mondo, un investimento al servizio dell’innovazione futura. La sua è una narrazione propositiva e non catastrofista. L’uomo, secondo lo scienziato tedesco, può avere un impatto positivo sul pianeta, se agisce nel modo giusto. «Quando dipingiamo le cose come un dramma, enfatizziamo i problemi invece delle soluzioni. È assurdo. In parte si tratta di un fatto culturale. In Europa si fa più ricerca del necessario per capire le cause dei problemi, perché è così che si ottengono più finanziamenti. Quando poi si trovano soluzioni, si chiudono i rubinetti delle risorse economiche». Il problema, dunque, è tutto strategico. I decision makers che vogliono mettere in moto le migliori pratiche per una produzione che non impatti sulle generazioni future devono pianificare e comunicare i passi concreti che intendono fare e stabilirne le tempistiche di attuazione. E i consumatori devono essere informati in modo trasparente sui contenuti delle cose. «Partiamo dal presupposto che siamo nei guai e che lo abbiamo capito, ma mettiamo in circolo visioni positive e propositive».

Per ispirarsi è utile guardare ad altre culture. «Ultimamente ho letto alcune fiabe cinesi» racconta lo scienziato tedesco, che è un chimico di formazione. «Ho notato che non ce n’è una in cui vinca la persona più etica. Vince quella più ingegnosa». In questa cornice, cambiano anche i parametri dell’innovazione. A cominciare dal significato che diamo alla parola qualità. Un oggetto che contiene materiali tossici non può essere definito good design, anche se è una meraviglia dal punto di vista estetico. «Design significa progettazione, non creare cose belle. Se non si progettano le cose per essere buone, l’80% dei problemi che quell’oggetto crea all’uomo e all’ambiente non saranno imputabili all’uso che si fa del prodotto, ma alla sua stessa natura». Proprio come in cucina, sono gli ingredienti a fare la qualità dei piatti che cuciniamo. «Il consumatore è ormai sensibile al design problematico. Abbiamo bisogno di una nuova generazione di designer che voglia fare davvero la differenza e non limitarsi a far sembrare le cose un po’ diverse».

Ragionando a livello sistemico, l’unico che a lungo termine abbia senso, mutano i criteri di scelta degli oggetti che usiamo. Anche nel design. È un cambio di paradigma: prendere finalmente coscienza del fatto che tutto quello che viene a contatto con noi ha degli effetti. E che spesso si tratta di effetti dannosi, provocati da sostanze che potremmo evitare grazie a scelte informate. Ogni oggetto che entra nelle nostre vite ha una storia. Per scoprire se quella storia nasconde sorprese spiacevoli, il migliore alleato è la curiosità. La stessa curiosità che spinge alcuni produttori verso un design davvero good. «Penso a Stella McCartney. Lei ha una buona comprensione della qualità e dell’arte. O anche Jochen Zeitz con Puma: è stato un pioniere, ha capito che non si trattava solo di vendere scarpe». Il passaggio interessante è dal prodotto al servizio. «Se acquisti oggi un mobile per ufficio Giroflex, nel 2027 ti ricompenseranno con il 25% del prezzo di vendita e verranno a recuperare il materiale. L’azienda vende soltanto l’uso del prodotto, non la sua proprietà». Non vi vengono in mente faticose manutenzioni, traslochi, mucchi di cose che non servono più? Non dovreste più preoccuparvene e tutto quel tempo lo spenderemmo meglio. In questo film, che non è utopia ma una realtà possibile, i nostri apparecchi elettronici o addirittura gli impianti fotovoltaici sarebbero soltanto “in usufrutto”, con una data di riconsegna prefissata. Terminato il ciclo di vita di un oggetto, chi lo ha prodotto si occuperebbe di recuperare e riutilizzare le sostanze rare e preziose, far tornare in natura quelle organiche e fornirci un nuovo oggetto più aggiornato. Si avvia così il circolo virtuoso dell’economia circolare.

Esperimenti riusciti

C’è qualcuno che è riuscito a fare sistema con la logica Cradle to Cradle? Intanto, le aziende che hanno ottenuto la certificazione. Ma soprattutto chi, come i Paesi Bassi, sta per trasformare un intero Paese secondo i criteri “dalla culla alla culla”. «I Paesi Bassi si trovano in una situazione molto particolare» spiega Braungart. «Metà del Paese è sotto il livello del mare, quindi non hanno un atteggiamento romantico nei confronti della natura. Tutto il contrario dei tedeschi o del principe Carlo che parla di “madre terra” o “madre natura”. Con la madre ti scusi sempre, dato che la “madre” è sempre buona, per definizione». Ecco: gli olandesi da sempre vivono in un equilibrio naturale precario e ne hanno tratto le giuste conseguenze. «I Paesi Bassi hanno discusso e affrontato questi temi con sei, otto, persino dieci anni di anticipo rispetto al resto dell’Europa. Rheinhäfen, a Rotterdam, è una grande area portuale trasformata in un esperimento Cradle to Cradle». Il vecchio porto in disuso sarà oggetto di una sperimentazione per qualcosa come trent’anni, un periodo di utilizzo definito, durante il quale si pianificherà esattamente come gestire risorse, materiali, edifici. Un esperimento di design circolare che vuole trasformare un intero quartiere in un albero: un organismo che pulisce l’aria e purifica l’acqua, produce humus e ossigeno ed è anche un habitat per centinaia di specie.

Giusy Bettoni, tocco di C.L.A.S.S.

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Sempre più marchi della moda si dichiarano “sostenibili”. Ma come fare per garantire davvero una filiera a basso impatto ambientale? Alle aziende del settore lo insegna Giusy Bettoni, fondatrice di Creativity, Lifestyle and Sustainable Synergy.

L’INTERVISTA A GIUSY BETTONI SU THE GOOD LIFE ITALIA

L’industria della moda nel suo complesso è al quarto posto nella graduatoria delle attività umane più inquinanti, dopo elettricità e climatizzazione, agricoltura e trasporto su gomma. Ciascuna di queste aree, però, contribuisce alla produzione di ciò che indossiamo, ed è per questo che se il mondo fashion attuasse una politica audace di responsabilità e trasparenza, agendo lungo tutta la complessa filiera, influenzerebbe positivamente le altre. Lo ha capito bene Giusy Bettoni, fondatrice nel 2007 di C.L.A.S.S. – Creativity, Lifestyle and Sustainable Synergy. Attraverso una ricerca costante di materiali innovativi, attività educative, di marketing e comunicazione, Bettoni sta costruendo una catena di valori per offrire soluzioni scalabili e contribuire a invertire la rotta. A partire dai designer. “Vogliamo cose belle, al passo coi tempi”, racconta la consulente milanese con l’entusiasmo di chi sa di essere un apripista. “C’è un’offerta crescente di prodotti sostenibili, ma il termine è abusato, i parametri sono tanti e confusi, e non sempre lo stile è apprezzabile.” Dietro ad una parola – prodotto – c’è un mondo: processi produttivi, tecnologie, materie prime, tinture, finissaggi, trasporti, tracciabilità, trasparenza, etica e salubrità. Agire a livello sistemico è un fatto di cultura, per questo C.L.A.S.S. pone particolare attenzione sulle aziende e su come operano, per arrivare alla qualità del singolo capo.

Operare a tutti i livelli richiede un know-how particolare, una capacità di vedere l’insieme e nel contempo il dettaglio. Da qui, l’approccio tridimensionale del lavoro di Giusy Bettoni: “Il design, inteso come qualità intrinseca, dai materiali fino all’estetica, sta alla base di tutto. Per questo preferiamo parlare di economia circolare per definire scelte innovative capaci di migliorare qualità e performance. Al binomio design-innovazione, aggiungiamo la responsabilità, per noi sono l’ABC nello sviluppo, la creazione e la comunicazione di un prodotto e di un’azienda.”
Festeggiare i 10 anni di attività a New York lo scorso 22 marzo, giornata mondiale dell’acqua, con il patrocinio del Council of Fashion Designers of America (CFDA), è una conferma che la strategia è vincente e che il mercato avverte il bisogno di portarsi al passo coi tempi.
Secondo una ricerca sui Millennials effettuata da Cotton USA in Italia nel 2017, le priorità dei giovani riguardano l’etica: vogliono prodotti cruelty-free, da manodopera non sfruttata e chiedono trasparenza sulle componenti delle fibre utilizzate. Il 51% è disposto a pagare di più per abiti longevi e di qualità, e il 74% legge le etichette e vorrebbe trovarvi più informazioni.

C’è bisogno di storie credibili, ad esempio, quelle nascoste nelle trame dei tessuti.
ECOTEC è un nuovo filato che nasce dai ritagli dei processi di confezione del cotone. Racconta Bettoni: “Marchi e Fildi, l’azienda italiana di filatura, da 60 anni ha il pallino di capire come recuperare gli scarti di produzione, dove c’è sempre un 20% di materiale vergine scartato. L’azienda biellese ha vinto la sfida, e oggi, ricicla volumi importanti di materiale pre-consumer. Pensa ad un marchio globale come GAP, che, studiando il problema, ha creato una filiera che inizia in Bangladesh, dove c’è un sistema di cernita accreditato che seleziona i ritagli di cotone 100%. Il materiale arriva in Italia dove viene trasformato e torna a essere filo. Ci sono 70 colori e il campionario è disponibile in stock service senza minimi d’ordine. Non solo riutilizzi quanto già esiste, ma eviti la tintura, perché il filo è già colorato. Insieme a Marchi e Fildi abbiamo fatto un’analisi dell’LCA (life-cycle assessment) con ICEA. Paolo Foglia è andato in Bangladesh, ha fatto un’ispezione, poi è andato a Biella e ha calcolato che ECOTEC risparmia il 77,9% d’acqua, il 56,3% di emissioni CO2 e il 56,6% di energia rispetto al cotone vergine. Inoltre è stato analizzato dall’associazione Tessile Salute, che lo ha trovato idoneo al contatto con la pelle. Il servizio certificato è a disposizione di tutti i marchi che vogliono riciclare i loro ritagli attraverso la piattaforma ecotecproject.com.”
A questo materiale è stato dato un nome per distinguerlo da quello post-consumo, che è usato e costa 2 centesimi al kg. Affinché il suo valore arrivi fino al consumatore, si stanno certificando anche i marchi che ne fanno uso. La stilista americana Eileen Fisher ad esempio, sceglie ECOTEC per alcuni capi, e il suo sforzo è stato premiato da un numero spropositato di like a Waste No More, presentato durante il Salone del Mobile 2018 in collaborazione con la Trend Forecaster Li Edelkoort. Sull’onda di ECOTEC è nato Re.Verso: “Cinque aziende italiane si sono unite, due che reperiscono ritagli di cachemire e lana e tre che la trasformano,” spiega ancora Bettoni. “Il recupero avviene sia presso i manifatturieri europei sia dai cenciaioli di Prato che smistano anche capi post-consumer con una cernita attenta che garantisce un prodotto ad alto livello. Tutto è tracciato. Poi abbiamo tre aziende che trasformano le fibre in maglieria, tessuti, e filati. Anche qui abbiamo fatto l’LCA, per avere un confronto con il processo tradizionale, scoprendo che c’è un risparmio dell’89% d’acqua, 96% emissioni CO2 e 75% di energia. Re.Verso è stato lanciato insieme a Gucci, a fine 2017 quando Frida Giannini stava lasciano l’azienda. Questo non ha giovato alla comunicazione dell’iniziativa, grazie alla quale sono stati realizzati cappotti e maglie per uomo, donna, bambino. Anche Stella McCartney ha sostituito il suo cachemire con Re.Verso, e così Eileen Fisher, e Patagonia. Anche nell’elasticizzato ci sono risultati interessanti che vengono dal Giappone. Asahi Kasei ha messo a punto ROICA, un filo che parte dal recupero degli scarti industriali per giungere ad un nuovo filato di alta prestazione, con una quota di materia riciclata del 60%.”

Le etichette intelligenti, in grado di contenere tante informazioni in poco spazio, esistono già. Si tratta di usarle. Qualcuno ha incominciato, ma si stanno diffondendo più nell’agroalimentare che nella moda. Per mettere insieme i vari pezzi del puzzle, il team di C.L.A.S.S. presenta le sue selezioni di materiali innovativi agli stilisti e alle persone che avviano la catena di fornitura. Poi, offre workshop e incontri per condividere informazioni sui tessuti e per creare strategie di marketing e comunicazione. “Incontro stilisti di fama internazionale e per certi versi è una fortuna che sappiano poco di nuovi materiali, perché sono curiosi di scoprire. Quando invece parliamo di processo, entriamo in un terreno sconosciuto ai più. In Italia abbiamo ancora un’industria, fior fior di scuole, ma quando lavoro con gli studenti e chiedo ‘cos’è la sostenibilità’, viene fuori di tutto. Dedichiamo almeno il 30% del nostro tempo alle nuove generazioni, perché è necessario accompagnare chi vuole evolvere verso sistemi produttivi sostenibili. Per questo abbiamo avviato anche l’e-commerce.”

Bettoni è un’instancabile viaggiatrice, e punta ai centri nevralgici per avere un pubblico allargato. Per il trade show tessile a Parigi, Première Vision, che attrae 1,900 espositori, fa da scout per identificare aziende che hanno intrapreso un processo di innovazione da raccontare e promuove eventi informativi di Smart Creation per diffondere soluzioni.
Il suo obiettivo è di assecondare una graduale transizione dall’economia lineare, dove prendi, produci e butti via, verso quella circolare: “Alle fiere internazionali i brand chiedono “avete qualcosa di riciclato?” Non era mai successo, e questo è positivo, ma saper riconoscere i progetti autentici da quelli speculativi non è scontato. Mentre lavoriamo per fare chiarezza, teniamo d’occhio lo sviluppo della prossima generazione di materiali, dai biopolimeri ai tessuti attivi. Qualche esempio? Modern Meadow, che parte dalla fermentazione per fare pellame, Frumat, che dagli scarti della frutta estrae gli zuccheri per fare carta e pelle, Orange Fiber, prodotto dalle scorze dell’arancio. E’ un altro mondo, ancora in larga misura sperimentale, ma si sta industrializzando.”
Ci sono molte barriere da superare, ma l’importante è avviare un processo incrementale e credibile. “Sono ottimista,” conclude Bettoni, “perché l’attenzione inizia a crescere. La mia speranza è che nell’arco di dieci anni non serviremo più, saremo in un altro business model, ma in questo momento è fondamentale intendersi sugli obiettivi, su come li implementiamo e come li raccontiamo.”

Mai troppo piccoli per fare una differenza

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Mentre Greta Thunberg viene candidata al Nobel per la Pace noi ci prepariamo a scioperare per il clima il 15 marzo insieme a cittadini di tutto il mondo. Questa ragazza è riuscita a movimentare le masse come nessun altro. Chissà se Severn Suzuki che parlo’ ai leader del mondo nel 1992 al Summit per il Clima di Rio de Janeiro, avesse avuto internet e i social media. La popolazione mondiale nel frattempo è raddoppiata, insieme ai problemi che collettivamente stiamo causando alla società e all’ambiente.

Al termine del COP24, ci rimangono le tristi conseguenze. Non sono state concordate risoluzioni coraggiose per attuare l’agenda fissata durante il COP21. La Polonia, paese ospitante, ha detto forte e chiaro fin dall’inizio, che non è pronta a rinunciare al carbone. Un tappeto rosso per i “dinosauri” e i paesi petroliferi che hanno rapidamente detto “me too”, #notready. L’esito della conferenza, con oltre 20.000 ospiti provenienti da 150 paesi, ha rispecchiato questo stato d’animo. Gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, il Kuwait e la Russia non hanno accolto il nuovo Rapporto dell’IPCC come documento di riferimento, limitandosi a mettere una nota di “apprezzamento” e invitando i paesi a intraprendere “azioni appropriate”.

Il clima della conferenza è stato purtroppo coerente con l’aumento globale di produzione e uso del carbone, come Somini Sengupta ha recentemente scritto sul New York Times. È stato fatto un piccolo progresso sul rule-book che governerà il monitoraggio di riduzione delle emissioni e il contenimento dei gas serra – ma le questioni principali sono state rinviate al prossimo anno. Con il passare delle settimane, è cresciuto lo sgomento tra i rappresentanti degli Stati Insulari, colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici. I paesi più sviluppati non hanno mostrato un impegno coeso nel raggiungere il Green Climate Fund, $100 miliardi entro il 2020 per aiutare i paesi vulnerabili a prepararsi al peggio.

Gli eroi del COP24, ancora una volta sono stati i giovani attivisti. Le parole della quindicenne Greta Thunberg risuonano negli animi di chi ha a cuore la qualità di vita delle prossime generazioni e non può restare a braccia conserte.

Dopo aver ascoltato Greta, ho guardato (come ho fatto spesso, nel corso dei decenni) il discorso di Severn Cullis Suzuki al Rio Earth Summit del 1992. Da allora la popolazione mondiale è quasi raddoppiata. Vi invito a guardarlo.

Se queste due giovani donne, belle e audaci, non riescono a darci uno scossone, chi lo farà?

E se questo testo, scritto nel 1992, suona come un déja-vu, significa che è tempo di agire.

“La Conferenza di Rio ha messo in risalto le questioni ambientali nell’agenda politica. Ha messo in chiaro le domande, anche se non ha dato tutte le risposte e ha informato un’intera generazione di politici, funzionari governativi, industriali e cittadini sui problemi. Inoltre, ha ribadito la richiesta di cooperazione internazionale in ambito ambientale, presentata per la prima volta volta nel 1972. “

Design ricostituente e piante

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Al primo Forum Mondiale sulle Foreste Urbane,

che si è tenuto a Mantova dal 28 novembre al 1 dicembre, ho avuto il piacere di moderare 2 persone che mi nutrono molto con la loro conoscenza. Paola Antonelli ha presentato Broken Nature: Takes on Human Survival, per la XXII Triennale di Milano, che dall’1 marzo 2019, animerà il capoluogo lombardo per 6 mesi. La mostra aprirà con la stanza del cambiamento, tema che ricorre in tutti i lavori della curatrice milanese, e finirà con la stanza dell’empatia e dell’amore. L’intento è di stimolare riflessioni e azioni di riparazione per stabilire un nuovo equilibrio con la natura.

Stefano Mancuso sarà il curatore della Nazione delle Piante, considerata alla stessa stregua delle altre Nazioni. Come ricorda lo scienziato, è di gran lunga la più abitata. Il 99,6% di ciò che è vivo appartiene al mondo vegetale, capace di fare la fotosintesi. Entrambi i relatori sono d’accordo che siamo avviati verso la sesta estinzione. Il ruolo del design, per Antonelli, è di aiutarci a estinguersi dignitosamente, con stile. Mancuso sorride, definendolo un approccio “dandy”. E incalza dicendo che estinguendoci dimostreremo che il nostro cervello, centrale di comando con poteri su tutto il nostro essere, non è un vantaggio dal punto di vista evolutivo. Per contro, le piante, che hanno un’intelligenza diffusa, sono molto più resilienti e adattabili.

Alla domanda: dove trovate gli stimoli più interessanti, Antonelli ha risposto: nei bambini, perché sono schietti e aperti. Mancuso, invece, ha risposto: in Giappone, perché c’è più rispetto per la natura.

Si è parlato di una necessaria integrazione tra il sapere e il sentire, ma per uomini di scienza è un terreno ancora “sospetto” e poco praticato. Mai come oggi è importante l’interdisciplinarietà.

Intervista a Giacomo Rizzolatti

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Giacomo Rizzolatti è una star della scienza.

La sua scoperta dei neuroni specchio, che ha posto le basi fisiologiche dell’empatia, appassiona da anni ricercatori e professionisti di ogni campo, psicologi e sociologi, manager ed economisti.

Il primo maggio a Copenaghen la principessa Mary di Danimarca gli consegnerà il Brain Prize, un premio nato solo nel 2011 ma già molto autorevole. Quest’anno è stato assegnato a scienziati che si sono distinti nella ricerca sui meccanismi superiori del cervello, responsabili di funzioni complesse quali le capacità linguistiche, cognitive e di calcolo e per l’impegno nello studio dei disturbi cognitivi e comportamentali.

Insieme a Rizzolatti saranno premiati il francese Stanislas Dehaene, inventore tra l’altro di un software per il trattamento dei bambini con difficoltà di apprendimento della matematica, e l’inglese Trevor Robbins, che ha dimostrato l’esistenza di circuiti del cervello che possono causare la dipendenza da farmaci e la sindrome di deficit di attenzione.

L’intervista, estratta dal libro A Passo Leggero.

CRISTINA: Professore, cosa significa per lei questo premio?

RIZZOLATTI: Sono contento sia per me sia per la scienza italiana, che nonostante tutte le difficoltà rimane di alto valore. Devo anche dire che i danesi sono stati bravissimi nel creare in poco tempo una grande risonanza al premio. Inoltre, personalmente mi ha fatto molto piacere riceverlo da un Comitato di cui presidente è Colin Blakemore, professore a Oxford per molti anni e con il quale siamo stati un po’ competitori nel passato. Bello, no? aver valutato e superato questa piccola rivalità nel nome di valori più alti. E poi la cifra è ingente.

C: Un milione di euro è un premio anche più ricco del Nobel, che ultimamente è stato ridotto.

R: Il Brain Prize è stato istituito da una ditta farmaceutica, la Lundbeck, con molti mezzi a disposizione.

C: Che ditta è questa Lundbeck?

R: E’ una ditta farmaceutica specializzata in farmaci che curano malattie del sistema nervoso. Sono specializzati in psicofarmaci di vario tipo: per l’epilessia, per la depressione, eccetera, anche per questo si interessano di neuroscienze .La proprietaria, Grete Lundbeck, qualche anno fa ha avuto l’idea molto intelligente di trasformarla in una fondazione. Parte del capitale è in borsa, e parte dipende dalla fondazione. Proprio ieri guardando su internet ho visto che l’azienda è in crescita, ci lavorano più di 6000 persone, hanno appena aperto una fabbrica in Cina.

C: Come pensa di destinare la somma?

R: Sarebbero tutti soldi miei, però non mi sembra molto giusto mettermeli in tasca. Pensavo di destinarne una parte a un fondo per la ricerca per il Dipartimento di neuroscienze. La burocrazia è diventata talmente insopportabile che l’unica soluzione per lavorare bene è avere fondi al di fuori della amministrazione universitaria.

C: Pensi che nel nostro dipartimento c’e un canadese che voleva giorni fa comperare un pezzo di plastica, gli occorreva per un esperimento. Costo, circa trenta euro. Ci hanno detto che dovevamo seguire una trafila stabilita da una “spending review”. Attesa: un paio di settimane. O paghiamo sempre di tasca nostra o smettiamo di lavorare; mica si può aspettare una vita per trenta euro!

R: Non le dico poi se uno ha bisogno di una prestazione professionale! Deve chiedere il permesso al rettore, che deve fare un annuncio a tutta l’università per vedere se qualcuno si presta gratuitamente a fare il lavoro, dopodiché, ovviamente nessuno si presta, si istituisce il concorso, poi si aspettano 20 giorni perché il bando diventi pubblico, poi si fa il concorso che, concluso, va a finire alla Corte dei conti per l’approvazione. Ovviamente questa né approva né boccia, tutto funziona col silenzio-assenso. Insomma, se voglio un’analisi statistica devo aspettare circa tre mesi, mentre in Germania ce l’hai in un giorno. Spero che nel futuro tutti i fondi europei verranno amministrati senza questo terribile fardello burocratico. Ci trattano esattamente come il catasto o il ministero dei Trasporti, dove forse è anche logico che, se devi comprare qualcosa, passi per enti che ti obbligano a contenere i prezzi, ma per un pezzettino di plastica…

C: Per le spese ordinarie ci dovrebbe essere un responsabile di dipartimento che verifica che non si sperperi.

R: Certo, ma l’Amministrazione Universitaria non si fida. È tutto basato sulla diffidenza, mentre nei paesi anglosassoni ci si basa sulla fiducia – chiaro che se fai qualche cosa di male poi sei finito .Negli ultimi anni tra la spending review e la legge Gelmini è praticamente diventato impossibile lavorare. Comunque una parte, non so se metà o un terzo, la metterò in un fondo che servirà anche per queste piccole cose.

C: Come lo chiamerà? The Giacomo Rizzolatti Foundation?

R: (ride) Oddio, detto così suona un po’ “grand”, diciamo Foundation for Parma Neurosciences. Naturalmente si occuperà di neuroscienze cognitive, il mio ramo, che avendo meno ricadute mediche ha più difficoltà ad accedere a fondi privati per la ricerca, rispetto a quello cellulare o molecolare, più vicino all’industria. Il Brain Prize di quest’anno è stato assegnato alle neuroscienze cognitive, un campo che è abbastanza trascurato dal Premio Nobel. Non per cattiveria o per partigianeria, beninteso, ma perché l’Accademia svedese è formata prevalentemente da esperti in fisiologia cellulare, immunologi, eccetera, che quindi capiscono meglio l’importanza di una ricerca nel loro campo più che nelle neuroscienze cognitive.

C: Quale dei vari progetti in corso nel suo dipartimento la entusiasmano di più?

R: Come possibilità futura mi interessa la ricerca che facciamo con l’ospedale Niguarda a Milano: registrare l’attività di singoli neuroni nell’uomo . È una tecnica di avanguardia che stiamo mettendo a punto. Il Centro per l’Epilessia del Niguarda è uno dei migliori e più operativi in Europa. Praticamente studiano un malato a settimana: impiantano degli elettrodi nella testa del malato, dopodiché non possono operare subito, devono passare quattro o cinque giorni per studiare il cervello e capire dov’è il focolaio epilettico. Durante questo periodo il malato rimane a letto, è cosciente, si annoia pure, quindi è dispostissimo a collaborare con uno sperimentatore per altri test, e siccome gli elettrodi sono già collocati, noi possiamo capire quali aree si attivano, direttamente e non indirettamente come si fa con la risonanza magnetica. Poi ci sono le ricerche presso il nostro istituto sull’autismo. Sono meravigliato dalla gratitudine che trovo tra i genitori quando gli racconto che i loro figli non hanno un disturbo psichiatrico, ma un difetto di sviluppo neurologico che un giorno riusciremo a mettere a posto. Sono stato recentemente in Cile, dove ho fatto più fotografie dopo una conferenza sull’autismo assieme a genitori di bambini autistici che nel resto della mia vita. Mi sembrava di essere una pop-star.

C: Mi sembra di capire che il premio la impegnerà un po’…

R: Effettivamente sarà così. In questi giorni ci sarà un convegno scientifico a Copenhagen, poi la cerimonia con la principessa e infine un evento all’ambasciata italiana. Poi il lavoro continua. La Fondazione sta creando un’accademia dei premiati affiancati ad alcuni scienziati danesi, quindi è un istituto che crescerà nel tempo. Mi hanno già chiesto di tornare a ottobre con altri scienziati che inviteranno per formare il nucleo dell’Academy.

 

C: Uno dei motivi ispiratori del Brain Prize è di stimolare la ricerca in Danimarca.

R: Forse vogliono migliorare certi campi come le Neuroscienze, ma capisce, la Danimarca non è la Grecia o il Portogallo, stanzia già molto per la ricerca e per l’educazione.

C: Dal nord Europa che cosa importerebbe per la sua Facoltà di Parma?

R: Ah, me ne vengono in mente tante, ma quello che importerei è la fiducia. Mentre mi trovavo in un’università americana, ho ricevuto una parcella in cui mi addebitavano varie chiamate in Florida. Ho telefonato per dire che non avevo mai chiamato la Florida – e loro mi hanno risposto: le crediamo! e non mi hanno fatto pagare niente. Probabilmente, se fosse successo di nuovo, mi avrebbero tolto il telefono o fatto controlli più approfonditi. Da noi nessuno si fida della parola di un utente. Sì, se fosse possibile importare la fiducia, sarebbe bellissimo. Ce n’è molto bisogno in Italia.

C: Si dovrebbe inocularla nel cervello…

R: Giusto! Inoculare che non siamo delinquenti nati, siamo brave persone se ci lasciano lavorare in pace. Altrimenti siamo costretti a inventare ogni tipo di gabole per superare gli ostacoli burocratici.

C: A proposito di migliorie al sistema, lei nel 2008, in occasione delle riforma Gelmini, avanzò una proposta importante sul sistema universitario e sulla ricerca…

R: Suggerivo di abolire le cattedre universitarie a vita, instaurando un sistema per cui ogni cinque anni c’è una commissione che ti esamina. Quindi puoi restare anche fino a 90 anni, se sei capace, ma se non sei capace vai a casa anche a cinquanta. Tengo molto a rilanciare questa proposta. Quando la avanzai sei anni fa, ricevetti molte lettere da giovani che dicevano: lei è un bell’egoista, ha avuto il posto a vita e adesso che è diventato anziano ci vuole controllare. Io invece speravo che i giovani fossero contenti perché se tu mandi via tutta una serie di 50-60enni che non fanno niente, hai più posti per i giovani. Invece i giovani dicono: ma dopo toccherà a me essere mandato via, se non sono bravo. Il merito è un concetto che per l’università è fondamentale, forse per il catasto no; non credo ci sia una grande differenza tra un impiegato e l’altro, ma tra un professore universitario e un altro, sì. È il sistema adottato al RIKEN, un centro di ricerca giapponese parallelo all’università, simile al nostro CNR, di altissimo livello. Al RIKEN, dove lavorano anche molti stranieri, non fanno complimenti, ti convocano e ti dicono: guardi, la sua produzione scientifica purtroppo non è considerata buona, le diamo due anni di tempo per trovarsi un altro posto. Non è che ti dicono che domani sarai a piedi, ti danno tempo. Anche nell’industria fanno così, no?

C: Dei veri samurai! Tornando al premio, non vorrei essere troppo indiscreta, ma la parte che terrà per sé come la spenderà?

R: Pensavo di destinare qualcosa ai miei figli, anche se sono già abbastanza sistemati non gli dispiacerà avere dei fondi, magari per realizzare un sogno, quindi un regalo lo farò anche a loro. E il resto starà lì, per ogni evenienza.

C: E un regalo a se stesso non lo fa?

R: Pensavo di invitare a cena i miei collaboratori, fare una festa, ma a me non serve niente. Mi hanno detto: perché non ti compri una nuova macchina? Ma ce l’ho già, anche abbastanza nuova. Sono contento di quello che ho.

C: Che macchina ha?

R: Una BMW, quindi non proprio una piccolina.

C: E i suoi nipoti come hanno reagito all’assegnazione di questo premio?

R: Di solito non si emozionano troppo, ma stavolta sono stati contenti. Di regola i premiati possono portare solo il compagno o la compagna, invece stavolta la Fondazione ha invitato anche i parenti, allora porto anche i miei nipotini.

Natura ispira, genio crea

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Nell’ottobre del 2002, in una piccola stanza bianca alla periferia di Milano, ebbi il piacere di intervistare l’uomo che crea i più bei gioielli al mondo. Nello spazio più scarno che si possa immaginare, noi 2 e sul tavolo bianco il più grande libro mai visto – la raccolta dei suoi lavori. Un’esplosione di meraviglia – puro talento, stupefacente bellezza, anticipazione di quanto , settimane dopo, sarebbe stato esposto alla Somerset House di Londra.
Protagonisti di quell’incontro non furono i gioielli ma lui, l’artista, soprattutto l’uomo. Un uomo che si racconta poco, che si realizza nel fare.

Questo è l’articolo, pubblicato su Specchio della Stampa nel novembre del 2002:

C’è chi insegue la fama e chi, come Joel Arthur Rosenthal, se la trova addosso. E’ un artista, crea i gioielli più sorprendenti al mondo, ma non rinuncerebbe mai alla sua impresa di 4 dipendenti. Schietto e riservato, dal giorno in cui aprì il piccolo negozio in place Vendome a Parigi, 25 anni fa, ha lasciato che fossero solo i suoi oggetti, sublimi e unici, a raccontare il suo talento. Attorno a tre anelli, le sue prime creazioni, è nata una catena di persone che, rapite dalla bellezza dei suoi gioielli, vogliono vederne altri. “Feci il quarto anello, un paio di orecchini, e, dopo tre anni, avevamo seri collezionisti che ci chiedevano pezzi,” ricorda Rosenthal. Da decenni arriva gente che preme il dito sul pistillo della bronzea camelia, nel passage della celebre piazza. Il campanello suona solo all’interno, e, se la porta si apre, come in un club esclusivo, viene chiesto: “come ha saputo di noi?”. Solo Joel e il socio Pierre Jeannet decidono chi varca la soglia del regno di JAR. Ogni pezzo è unico e irripetibile, e ciascuno dei  400, esposti al pubblico, alla Somerset House di Londra, fino al 26 Gennaio, è stato scelto o realizzato, per chi lo possiede, insieme a Rosenthal stesso.

“Se una donna entra nel mio negozio e prova un gioiello che non le sta bene, non esito a dirlo”, racconta, “Parte del mio mestiere è vedere come verrà portato. Molte donne non sono consapevoli di come appaiono, ma sanno come vorrebbero apparire.”

Il gioiello è un oggetto d’arte molto intimo, e, nel mondo di JAR, il sovrano Joel ha incantato collezionisti e ha coltivato sincere amicizie. “E’ bellissimo avere a che fare con persone che desiderano fortemente una cosa che tu hai creato. Ti dà l’opportunità di farle reagire,” dice,

“nell’intimità del mio spazio la gente sente che non c’è bisogno di recitare. Si supera in fretta il gioco delle parti, per andare al cuore delle cose, e questo piace tanto a me quanto agli altri.” Così, per il suo illustre e devoto clan, Joel è un creatore sublime e un amico vero, che sa dare, perché, da sempre, sa quello che vuole. Nato nel Bronx 59 anni fa, figlio unico, è stato educato alla libertà. “I miei genitori mi hanno sempre incoraggiato a fare ciò che volevo, ciò che mi rendeva felice, e questo mi ha dato una base di partenza molto solida ”. Da bambino sceglieva di dipingere con la stessa sicurezza con cui oggi cura, anche per anni, la complessa realizzazione di un’ idea. “Bisogna avere forte perseveranza e fedeltà, sia per amare una persona, che per creare un gioiello, o scrivere un testo. Come gli uccelli che migrano, so dove andare”. I gioielli di JAR esulano da mode ed epoche, la loro bellezza è fuori del tempo e misteriosa. Nelle spille e negli orecchini, nei colliers e nei bracciali, metalli nobili e poveri, le pietre preziose e quelle semplici si esaltano per l’ incontro inatteso, e fanno magie. Ametiste e opali, sono fiere di convivere con zaffiri e rubini, sulle ali di una farfalla. L’alluminio, orgoglioso di essere plasmato da mani tanto sapienti, si flette morbido e leggero, nella pecora dagli occhi blu. Nelle trame delle montature, spesso invisibili, JAR tesse le sue pietre come fossero raggi di luce, e nasconde gemme preziose per regalare, a chi indossa i suoi oggetti, emozioni di raffinata intimità: “dedichiamo anche sei anni a realizzare un gioiello, ma deve sembrare che ci sia voluto un attimo. Se si scopre troppo il lavoro che c’è dietro, smontiamo tutto e ripartiamo da capo”. E’ con la stessa apparente  semplicità che Rosenthal si presenta: abiti informali, capelli ricci, bianchi e leggermente arruffati, sguardo penetrante e sincero.  Ma la sua vera natura la riserva a pochi. “Tempo fa erano venute da me due persone che, dopo una lunga visita, confessarono di aver sentito dire che ero una sorta di mostro. ”Dovremo sfatare questo mito”, esclamarono, “raccontare che sei l’opposto di quel che si dice”! Se farete cosi, non vi lascerò più entrare nel mio negozio!, risposi”.

Il regno di JAR è un covo, un piccolo labirinto di stanze senza finestre, le pareti foderate di velluto. All’ingresso si affacciano due porte, ma è una sola che conduce alla stanza di Rosenthal. Dietro la scrivania, la porta al mondo incantato, dove il creatore mostra le sue preziose sculture.

Il successo di JAR , come nella ricetta squisita di un grande chef, nasce da molti ingredienti calibrati al punto giusto: l’ impazienza, che lo  ha portato a non riprodurre mai un oggetto due volte ; il suo occhio critico e raffinato, che sa cogliere e ricreare i dettagli più sorprendenti ; i materiali di eccellente qualità, combinati con estro e montati con straordinaria abilità ; l’atteggiamento, non costruito, ma voluto, per selezionare chi avrà i suoi gioielli.

Sono circa settanta i pezzi che JAR produce in un anno. La casa  d’aste Christie’s, che sponsorizza la mostra a Londra, ha battuto gli oggetti di quei pochi, al mondo, disposti a vendere, a cifre che hanno superato fino a quattro volte il prezzo originale. E’ un fatto  straordinario per un artista vivente. Il fascino di questo uomo singolare è tanto più sorprendente quando si considera la sua storia.

Bambino prodigio, con buone opportunità per esprimersi, ama soprattutto dipingere.  Gioca col colore in trasparenza:“riempivo bicchieri con gli acquarelli, li mettevo alla luce, ci guardavo attraverso”. A Harvard studia storia dell’arte e filosofia, ma è il cinema che lo attira di più. All’università  conosce Otto Preminger, che gli offre di lavorare sul set di “Hurry Sundown”, ma il suo sogno è fare un film con Anna Magnani, e scrive la sceneggiatura. “Avevo ventitre anni. Andai a Roma, e bussai alla sua porta di casa. Pensa fare così oggi!. Aprì una donna un po’ bisbetica. “Vorrei parlare con la signora Magnani”, dissi. Tornò dopo pochi minuti e mi fece entrare. La Magnani era accattivante, avvolta in una nuvola di Narcisse Noir (un profumo di Caron, ndr) e circondata dai suoi gatti persiani. “Ho scritto un soggetto per lei”, dissi con voce tremante. “Il mio inglese non è molto buono,” rispose, ma lo leggo volentieri. Torni fra qualche giorno.” Per un anno Rosenthal lavorò al progetto, con un budget di 400.000 dollari, il film non si fece, ma fu una bella esperienza, ricca di viaggi e incontri. La scrittura resta tuttora una grande ambizione di Rosenthal:  ha pubblicato alcuni racconti, ma la sfida più grande è finire un romanzo iniziato otto anni fa. Nel 1973 si trova  a Parigi, e decide di aprire con l’amico Pierre Jeannet, laureato in psicologia, un negozio di piccolo punto. Entrambi  dipingono, e sulle tele bianche danno libero sfogo alla fantasia. Jeannet è in attesa che si liberi una posizione per lui in uno studio medico, Rosenthal è trasportato dall’entusiasmo per la nuova idea, in attesa di compiere un grande passo. I due conquistano le parigine con disegni insoliti e lane tinte in una vasta gamma di colori. “Le signore ci chiedevano sempre lezioni di piccolo punto, e io restavo incantato dalle pietre dei loro anelli che volteggiavano sotto i miei occhi, metre cucivano. Capii che il mio unico vero desiderio era disegnare gioielli”. Era il 1975. Oggi JAR è considerato il miglior gioiellere vivente.