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Fashion Revolution, l’insostenibilità sociale ed ambientale della moda

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È complesso in ogni ambito della vita onorare bisogni e soddisfare piaceri. Vestirsi è sia una cosa che l’altra ma per far si che il piacere dei consumatori non arrechi danni alle persone e all’ambiente occorre maggiore coscienza.

Cristina: Vestirsi è un bisogno primario, ma ciò che indossiamo, è spesso il risultato di pratiche insostenibili. I prezzi bassi della moda veloce hanno un costo alto per le persone che la confezionano e per l’ambiente, ma il gioco vale la candela? Un capo nuovo viene usato in media solo 7 volte!!! Servono leggi più efficaci, ma anche maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, è dimostrato che quando siamo informati, compiamo scelte più responsabili. Marina, tu sei portavoce per l’Italia del movimento Fashion Revolution. In che modo state facendo breccia nel sistema moda?

Marina Spadafora: Fashion Revolution, che esiste dal 2013 quando crollò il Rana Plaza in Bangladesh uccidendo più di mille persone, è nato dicendo “chi ha fatto i miei vestiti? who made my clothes?”. Ci sono 70 milioni di persone che lavorano nella filiera della moda, la maggior parte non viene pagata il giusto e quindi non si può permettere di vivere in maniera decente ed è per questo che fanno lavorare anche i bambini. Quindi ci vogliono leggi molto forti, un movimento di consumatori che richieda vestiti fatti con dignità e rispettando l’ambiente. Solo con queste due forze riusciremo a cambiare l’industria della moda e avere una vera rivoluzione.

Cristina: E adesso incontriamo Matteo che è designer, attivista, educatore.

Matteo Ward: Vedi Cristina, c’è il vintage e poi c’è l’innovazione invece.

Cristina: Fammi vedere cos’hai.

Matteo Ward: Per esempio qui abbiamo capi tinti con polvere di grafite riciclata, esempi di upcycling, tinture con mattoni tritati, ecco queste sono un manifesto dei processi produttivi a ridotto impatto ambientale, ma trasformano anche un prodotto in un servizio per rispondere ad alcune tra le più pressanti e reali esigenze dell’umanità. Poi siccome non è semplicissimo, mi rendo conto, trovare tutti questi prodotti sul mercato già oggi nei negozi, esistono oramai piattaforme come questa che facilitano i consumatori la scoperta di prodotti funzionali a quello che vogliono o che gli serve, ma soprattutto allineati con i loro valori sociali ed ambientali. Basta mettere nel motore di ricerca “magliette in cotone organico” e ti vengono fuori tutti i prodotti dei vari brand che già li sviluppano in giro per il mondo.

Cristina: Fantastico. Quindi è diviso per tipo diciamo?

Matteo Ward: Per tipologia, materiale, funzionalità che ricerchi in un capo.

Cristina: Grazie Matteo. Si stima che, in questo decennio, il comparto moda e calzature crescerà dell’81%. Cresceranno però anche i consumi di risorse naturali – l’acqua usata ogni anno per fare i nostri vestiti soddisferebbe i bisogni primari di 5 milioni di persone. E aumenterà l’inquinamento – pensiamo a microplastiche, sostanze chimiche e abiti dismessi di cui solo l’1% viene riciclato. La moda sostenibile adempie agli SDG 8, 9, 10, 12 e 13. Dai sondaggi, la gente è pronta a cambiare. Facciamolo! Occhio al futuro

Econyl, il filato di nylon rigenerato

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L’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo questo impatto da negativo a positivo: Aquafil, con il suo filato Econyl, produce fibre da rifiuti scarti e nuovi materiali attraverso azioni concrete di rispetto per l’economia la società e l’ambiente, lungo tutta la filiera.

Cristina: Sappiamo che l’industria tessile nel suo insieme è tra i più grandi inquinatori. Però, c’è chi sta invertendo l’impatto da negativo a positivo producendo fibre tessili da scarti, rifiuti e nuovi materiali. In quest’azienda le fabbriche sono alimentate al 100% da energie rinnovabili, si usa acqua a ciclo chiuso in ogni fase di lavorazione. Sono stati avviati protocolli ambientali lungo tutta la filiera, e attivati progetti educativi in azienda per i dipendenti e nelle scuole. Si fa ricerca su nuovi materiali da biomassa, ogni anno si riducono le emissioni di gas serra, si promuovono programmi per la tutela dei mari e per tutti i prodotti si fa l’analisi del ciclo di vita. Queste azioni, nel loro insieme, adempiono alle indicazioni di ben 8 dei 17 SDG – gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU! Per ogni 10.000 tonnellate di materia prima da processo di riciclo si risparmiano 70.000 barili di petrolio e l’equivalente di 57.100 tonnellate di CO2.
Oggi vi mostriamo come vengono trasformate le reti da pesca, insieme ad altri rifiuti di nylon. Nel 2018 sono stati recuperati 78 tonnellate da ONG che operano in tutta Europa. Una volta pulite, le reti vengono trasformate chimicamente, poi il liquido diventa polimero, e il polimero si trasforma in filo. Il risultato è che sempre più filati derivano da un processo di rigenerazione. Per diventare tappeti, occhiali, borse, abiti, costumi da bagno.
Dottor Bonazzi, si può immaginare di rispondere alla richiesta di mercato di nylon solo con materiali di recupero e di riciclo?

Giulio Bonazzi: No, purtroppo no, neanche si potesse recuperare tutto il nylon, non sarebbe mai sufficiente per garantire le necessità future. Oltre a ciò è importante capire che riciclare ha un suo impatto ambientale, noi cerchiamo di farlo al meglio, ma è importante capire come si ricicla e come ridurre al massimo l’impatto durante il ciclo.

Cristina: Che cosa significa per lei innovare? Come cittadino e come imprenditore?

Giulio Bonazzi: Innovare per me significa smettere qualcosa di vecchio per fare qualcosa di nuovo. Ad esempio bisogna ricordarsi che prima di riciclare bisogna ridurre le materie prime, riusare e poi riciclare.

Cristina: Avete già pronta una nuova famiglia di materiali?

Giulio Bonazzi: Si l’abbiamo, vogliamo produrre il nylon da fonti rinnovabili ossia da biomasse, anzi abbiamo già prodotto i primi chili.

Cristina: Che differenza c’è tra il filo derivato dal petrolio, da riciclo e da biomassa?

Giulio Bonazzi: Nessuna, i tre prodotti sono perfettamente identici ma fa una grande differenza per l’ambiente. È un bell’esempio di economia circolare.

Cristina: Grazie Dottor Bonazzi. Occhio al futuro!

In onda il 18-1-2020

Tessuto in polipropilene di Respect Life

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Si stima che nel mondo vengano prodotti ogni anno circa 400 miliardi di metri quadrati di tessuti. 80 miliardi di capi di abbigliamento di cui il 75% finisce in discarica o viene incenerito. Oggi esistono realtà capaci di ridurre questi sprechi. Ad esempio i tessuti di Respect Life in polipropilene, riciclabili al 100%. Per produrli si consuma pochissima acqua, senza inquinarla. Sono antibatterici, anallergici, e quindi ottimi per l’impiego in strutture sanitarie come ospedali e ambulatori.

Cristina: Si stima che nel mondo vengano prodotti ogni anno circa 400 miliardi di metri quadri di tessuti. 80 miliardi per capi di abbigliamento, di cui il 75% viene incenerito o finisce in discarica. Oggi esistono realtà che sono in grado di ridurli questi sprechi. Ad esempio i tessuti in polipropilene, che sono riciclabili al 100%. Per produrli si consuma pochissima acqua, senza inquinarla.  Sono antibatterici, anallergici, e quindi ottimi per l’impiego in strutture sanitarie come ospedali e ambulatori. Mirella, rispetto ad altri tessuti in polipropilene, il vostro in che modo è diverso?

Mirella Civardi: Prima di tutto è diverso per il filato che utilizziamo, un filato continuo che non ha nessun tipo di nodo o di asperità, e pur essendo così piccolo, contiene 80 fili più sottili di un capello. La costruzione dei capi non richiede nessun altro tipo di prodotto o materiale, utilizziamo esclusivamente il polipropilene.

Cristina: E questo che vantaggi comporta al contatto con la pelle?

Mirella Civardi: Al contatto con la pelle abbiamo un tessuto morbido, liscio, e traspirante, senza alcun tipo di asperità. Non crea irritazioni alla pelle, neanche la più malata o con dei problemi sanitari.

Cristina: I vantaggi per la salute, in generale, quali sono? 

Mirella Civardi: Prima di tutto è completamente anallergico e antibatterico. Sia il tessuto che il filato sono completamente idrofobici, quindi i batteri non trovano un ambiente favorevole per potersi riprodurre.

Cristina: Invece i vantaggi per l’ambiente?

Mirella Civardi: La produzione al polipropilene è a bassissimo impatto ambientale: si colora in pasta, quindi tutto quello che serve per colorare non si disperde nell’ambiente. Si lava con acqua e sapone, e si ricicla al 100%. Questi tessuti possono essere colorati in mille modi, senza utilizzo di chimica e con colori naturali. Per fare una maglietta come la mia ci vogliono 0,6 litri d’acqua. Per fare una maglietta in cotone ce ne vogliono 2,700 di litri, senza parlare di tutti i pesticidi e tutto quello che serve per coltivare il cotone in campo.

Cristina: E quindi il mondo della moda potrebbe recepire la validità di un tessuto come questo?

Mirella Civardi: C’è una grande sensibilità sulla sostenibilità. Il nostro prodotto produce pochissima CO2 e produce anche pochissimo inquinamento perché può essere riciclato.

Cristina: Grazie Mirella. La qualità tattile, nonché quella estetica, sono molto interessanti e sono caratteristiche fondamentali per portare sul mercato prodotti sostenibili. Occhio al futuro!

In onda 1-6-2019

Il potere della spazzatura

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Arthur Huang, architetto, ingegnere e CEO di Miniwiz, parla dei suoi processi e impianti per usare la risorsa più abbondate che abbiamo: la spazzatura! La macchina portatile Trashpresso, alimentata da energia solare, è stata a Milano nel Parco Sempione durante il Salone Internazionale del Mobile 2018.

PARTE I

Cristina: Oggi vi presentiamo un ingegnere che progetta impianti per la raccolta e la trasformazione dei rifiuti e pensate che ha ingegnerizzato 1200 nuovi materiali. Arthur, qual è il potere della spazzatura?

Arthur Huang: Oggi è la risorsa più abbondante. È ovunque, nei nostri oceani, nell’acqua potabile, perfino nei ghiacciai a 4.900 metri. Questa risorsa è in costante aumento e credo che dobbiamo occuparcene in modo da poter alimentare un nuovo modo di fare design e cambiare il nostro stile di vita in positivo.

Cristina: Tu te ne stai occupando. Quanti impianti avete progettato?

Arthur Huang: Abbiamo ingegnerizzato circa 1.200 nuovi processi che a loro volta, possono essere suddivisi in quattro grandi categorie di macchinari che separano e trasformano la spazzatura che buttiamo tutti i giorni, dagli imballaggi, ai bicchieri e bottiglie in plastica, fino agli scarti tessili. Attraverso i trattamenti differenziati siamo in grado di ottenere una vasta moltitudine di materiali pre-lavorati, che successivamente possono essere utilizzati in edilizia o per altre categorie di prodotto.

Cristina: Indossi alcuni dei tuoi nuovi materiali, puoi indicarmeli?

Arthur Huang: Questa giacca è monomateriale, senza collanti aggiuntivi, fatta di bottiglie di plastica. I pantaloni anche, sono fatti al 100 percento da bottiglie di plastica, ma al tatto sembrano lana. Le scarpe anche sono in PET riciclato. Perfino i bottoni, gli occhiali e il cinturino dell’orologio sono realizzati con mozziconi di sigaretta. Questo bottone è stato fatto con quattro mozziconi raccolti in Svizzera e in Italia e stiamo creando una nuova generazione di bottoni e altri accessori. Questi sono gli occhiali da sole..

Cristina: Quanta energia si consuma per depurare le tossine da questi materiali?

Arthur Huang: È molto più facile di quanto si creda, è per questo che abbiamo creato un macchinario portatile, per dimostrare in realtà quanta poca energia serva. Tutti i processi del macchinario sono alimentati dall’energia solare, l’aria e l’acqua vengono filtrate in un sistema interno chiuso. Si ha un risparmio energetico pari al 90%, rispetto alla materia vergine proveniente dai fondali oceanici, che viene prelevato sotto forma di petrolio e poi trasformato.

Cristina: Quindi non rimangono tossine nel bottone di mozziconi?

Arthur Huang: Abbiamo fatto dei test – non rimangono tossine nei mozziconi dopo il processo. La macchina cattura tutti i fumi in un sistema chiuso di ricircolo interno.

In onda 1-12-2018

PARTE II

Cristina: Leggiamo sui giornali che c’è più materia prima seconda di quella richiesta sul mercato, è una situazione critica e gli stoccaggi di queste materie vengono addirittura bruciati. Il tuo sistema e la tua strategia, come possono avere un impatto a livello globale?

Arthur Huang: Innanzitutto, la maggior parte dei nostri sistemi sono progettati per essere portatili. Credo che sia molto importante poter avvicinare la tecnologia di trasformazione il più possibile alla fonte di spazzatura. Uno dei maggiori problemi oggi del processo di riciclo è la contaminazione. Una volta che avviene, la materia perde di valore e la lavorazione diventa molto costosa e addirittura più dannosa per l’ambiente. Il vantaggio di raccogliere e trasformare i rifiuti in loco è di rendere la materia prima seconda disponibile in situ a ingegneri e designer.

Cristina: Nella tua esperienza quali sono gli anelli mancanti per poter fruire di queste competenze, intelligenza e soluzioni?

Arthur Huang: Il primo anello mancante è il processo di riciclo in sé. Bisogna sapere come separare i rifiuti. Questa è la prima questione. Di tutti i materiali da riciclo disponibili, qualsiasi sia la percentuale di raccolta, meno del 2 percento viene trasformato in un nuovo materiale. Dopo la raccolta differenziata corretta, bisogna sapere come lavorare i rifiuti. Servono tantissimi dati per avviare il processo, anche a seconda dell’utilizzo finale. Verrà utilizzato per fare scarpe? Una sedia, o un palazzo? Hanno specifiche diverse. Noi adesso stiamo lavorando anche sui dati. Stiamo avviando un database aperto a tutti con 1.200 nuovi materiali, frutto del nostro lavoro degli ultimi 15 anni, così che le istituzioni lo possano utilizzare come strumento educativo per giovani designer ed ingegneri, affinché prendano confidenza con questi processi. Stiamo cercando di rendere il sistema circolare.

Cristina: Qual’è il tuo sogno?

Arthur Huang: Il nostro sogno adesso è di costruire un aereo fatto interamente di spazzatura. Abbiamo comprato un vecchio aereo in Germania e l’abbiamo spedito a Taiwan, dove stiamo inventando o meglio, cercando un nuovo processo per costruire l’ala, fatta in PET riciclato.

In onda 8-12-2018

la moda sostenibile di Very Important Choice

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Una conversazione sulla moda con Sara e Francesca, ideatrici della start-up Very Important Choice, una piattaforma di condivisione di abiti sostenibili.

Cristina: Chi ha fatto i nostri vestiti è una domanda scomoda che dovremmo tutti farci. Sovente, è difficile avere riposte. Oggi incontriamo due ragazze che hanno approfondito la questione. Buongiorno Francesca, cosa mi avete messo addosso?

Francesca Romana Rinaldi: Oggi per te abbiamo scelto questo abita che deriva dalla fibra di eucalipto. L’eucalipto non viene coltivato in terreni utilizzati per l’agricoltura. Invece questa sciarpa che stai indossando, è fatta di seta selvaggia ed è colorata con una colorazione naturale, quindi non chimica. Tu pensa, è fatta con la curcuma.

Cristina: Cosa significa seta selvaggia?

Francesca Romana Rinaldi: Seta selvaggia è una seta che viene riutilizzata dagli scarti alimentari. Questo invece è un braccialetto fatto sempre da riciclo, vengono utilizzate delle lattine.

Cristina: E tu invece che cosa hai addosso?

Francesca Romana Rinaldi: Io sto indossando una maglia che deriva da questo tessuto fatto di poliestere riciclato.

Cristina: E la collana?

Francesca Romana Rinaldi: Anche questa è una collana di riciclo, esattamente come il tuo bracciale, riutilizziamo delle sostanze e dei materiali già esistenti.

Cristina: Sara, voi avete creato una piattaforma, di che cosa si tratta?

Sara Franscesca: È una piattaforma di condivisione, di abiti sostenibili ed etici che fanno bene sia a chi li indossa sia al pianeta sia a chi li produce. Gli utenti possono iscriversi pagando un abbonamento mensile e possono ricevere a casa tre capi o accessori e poi li rendono. Noi cosa facciamo, li prendiamo, li laviamo in maniera naturale, li sanifichiamo in maniera naturale e dopo di che rimangono pronti per il prossimo fashion lover. Abbiamo risolto il problema un po’ dell’accesso, perché di questi abiti sostenibili se ne parla tanto e ci sono tante startup ma dove sono? come si presentano? e soprattutto poi quanto costano? quindi abbiamo deciso di offrire questo servizio in modo da poter rendere accessibili capi sostenibili per tutti.

Cristina: Quanto costa questo servizio?

Sara Franscesca: L’abbonamento base sono 49 euro al mese. Considerando che un capo, ad esempio di moda sostenibile che abbiamo, vai dai 100 ai 200-300 euro fino agli 800 euro arrivano. Quindi insomma è un vantaggio.

Cristina: Ed è un ottimo modo per informarsi.

Sara Franscesca: Si anche perché raccontiamo la storia di ogni capo, sul sito è tutto visibile, chi l’ha fatto, come, i vari processi e i brand che collaborano con noi sono aperti a raccontare le loro storie. Se non sono trasparenti al 100%, non posso collaborare con noi.

Cristina: La sharing economy si prepara a conquistare anche il mondo della moda

In onda 9-6-2018

OrangeFiber e la moda delle arance

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Qualche giorno fa stavo preparando una spremuta di arance e mi sono resa conto di quanto spazio portino via gli scarti degli agrumi rispetto ad altri rifiuti organici. Composto in giardino e quelle scorze ci mettono molto di più a decomporsi. Nel sud Italia è tradizione preparare le scorze candite o ricoprirle di cioccolato, ma anche se dessi libero sfogo alla mia creatività in cucina, non ho raccolto le arance dall’albero e non voglio correre il rischio di assumere altri pesticidi. Quando mi hanno raccontato dell’idea di una giovane siciliana, ho deciso di condividere la sua storia ispiratrice. La Sicilia, terra di cannoli, è anche centro di innovazione. Grazie a una professoressa che ha ascoltato l’idea di Adriana Santonocito e ha creduto in lei, quello che sembrava impossibile ora è realtà. Oggi con Orange Fiber gli scarti delle arance sono alla moda.

CRISTINA: Due ragazze siciliane, studentesse, si incontrano a Milano. Nasce un’idea che sembra una follia e invece…

ADRIANA SANTONOCITO: E invece è reale. Abbiamo inventato il primo tessuto al mondo ricavato dagli agrumi. È partito tutto dalla mia tesi alla fine del mio percorso di studi in moda a Milano. Grazie alle mie professoresse sono riuscita a entrare in contatto con una professoressa del laboratorio di chimica del Politecnico di Milano. Si sono innamorate di questa idea all’inizio un po’ folle. Non è una cosa che capita tutti giorni. Poi abbiamo testato la fattibilità all’interno del Politecnico e si poteva fare. Abbiamo depositato il primo brevetto italiano, dopodiché è stata fondata la società. All’inizio eravamo noi due, poi ci hanno aiutato tre business angels che sono i nostri attuali soci e infine abbiamo anche ricevuto un aiuto da parte di Trentino Sviluppo.

CRISTINA: L’arancia come diventa un filato?

ENRICA ARENA: L’arancia entra in un impianto di spremitura: viene fatto il succo e tutto quello che resta entra nel nostro impianto pilota da cui viene estratta una cellulosa adatta alla filatura che viene poi filata, trasformata in tessuto e venduta ai brand di moda che ne realizzano capi e collezioni.

CRISTINA: Che tipi di capi si possono fare con la fibra di arancia e quando saranno disponibili?

ENRICA ARENA: Potenzialmente possiamo fare moltissime tipologie di tessuto unendo la nostra fibra d’arancia ad altre fibre. Qui per esempio è stata utilizzata con il cotone, qui con il jersey e qui con la seta quindi con delle applicazioni completamente diverse. Quello che abbiamo realizzato sarà disponibile prima dell’estate 2017.

CRISTINA: Tutto questo senza togliere cibo dalla bocca di nessuno. Sognare, un atto di coraggio necessario più che mai, occhio al futuro!