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Liv Sala

3Bee, api e tecnologia

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Cosa connette api, stampa 3D e Albert Einstein? Lo scopriamo attraverso questo progetto semplice e sostenibile, interamente ideato in casa grazie all’incontro tra biologia ed elettronica. Le api hanno un ruolo cruciale nelle nostre vite, anche se da cittadini non ce ne accorgiamo. Se ne era accorto qualcuno dalla mente molto brillante, che associava la loro scomparsa a quanto di più catastrofico per la specie umana. Ma con il preciso monitoraggio degli alveari proposto da 3Bee, gli apicoltori sono in grado di prevenire malattie e decimazioni, mentre i ricercatori possono avanzare nei loro studi.

Cristina: Ogni anno da più di un decennio muore una media del 30% della popolazione di api in Europa e Nord America. D’estate poi si riproducono ma il numero complessivo delle famiglie è in continua diminuzione. E questo è un problema grave che minaccia la sopravvivenza di tutte le speciviventi inclusa la nostra. Siamo venuti a Como per incontrare due ragazzi che stanno affrontando il problema. Buongiorno ragazzi, come è nato e come si è sviluppato il vostro progetto?

Niccolò Calandri: Il nostro progetto nasce dall’unione dell’elettronica con la biologia. Io sono ingegnere elettronico e, assieme a Riccardo che è biologo, abbiamo realizzato questo prodottodirettamente in casa. Il prodotto è totalmente costruito nei nostri laboratori casalinghi, lo stampiamo in 3D, lo assembliamo in casa e lo portiamo direttamente sulle nostre arnie.

Riccardo Balzaretti: Un dispositivo che ci permette di monitorare le api in tempo reale, quindi di sapere tutto ciò che avviene all’interno dell’alveare e anche all’esterno.

Cristina: Quali sono i dati che monitorate?

Riccardo Balzaretti: Principalmente lo stato di salute delle api che può venire ricavato attraverso l’utilizzo di sensori per la temperatura, l’umidità, intensità dell’aspetto sonoro e il peso. Una volta messo il dispositivo all’interno se sei vuole si attacca l’alimentazione solare che serve per la ricarica della batteria del dispositivo che di per sé può durare mesi grazie al pannello che la rende pressoché infinita.

Cristina: Quindi voi generate una mole di big data?

Riccardo Balzaretti: Esatto, generiamo una mole molto grossa di big data che poi possono essere utilizzati per far ricerca diretta da ricercatori e università, ma anche da privati che vogliono semplicemente sapere qual è lo stato di salute degli alveari nella zona e ovviamente da apicoltori.

Cristina: Quanti apicoltori ci sono in Italia?

Riccardo Balzaretti: Circa 100 mila, di cui 10 mila sono professionisti. Abbiamo studiato e ricercato anche una soluzione per una delle malattie che è una piaga in apicoltura che si chiama varroa che è un piccolo parassita, acaro dell’ape. Si tratta di un telaino termico. L’idea non è nuova, ma stiamo cercando di ottimizzarla, ed è una soluzione che non prevede chimica.

Cristina: Se le api dovessero scomparire, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita. Questa frase è attribuita a Albert Einstein, non è certo che l’abbia detto, ma il ragionamento è verosimile e far riflettere. Occhio al futuro.

Alghe: da surplus a risorsa

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A parte quando le troviamo arrotolate intorno al sushi, le alghe tendono a non piacerci. Ci infastidiscono quando nuotiamo e si ammassano sulle rive. Un gruppo di ragazzi brillanti di Taranto sta trasformando un’apparente rifiuto in risorsain collaborazione con il CNR. La soluzione di South Agro è di impiegare le macro-alghe come biostimolanti in agricoltura. Ecco come.

Cristina: Capita sempre più a bagnanti e natanti di essere infastiditi non solo dalla plastica ma anche delle alghe che proliferano nel Mediterraneo. Alcune di queste però sono una grande risorsa. In che modo diventano risorsa? Siamo nel Mar Piccolo di Taranto per parlarvi di un progetto che è stato sviluppato assieme al CNR.

Antonella Petrocelli: Noi ci occupiamo di alghe da circa 30 anni, abbiamo iniziato usandole come indicatori ambientali. Ora stiamo dragando a circa 8 metri di profondità con una rete che raccoglie sul fondo tutto ciò che incontra.

Cristina: E con questa alga sana che cosa fate?

Antonella Petrocelli: Otteniamo dei biostimolanti da utilizzare in agricoltura.

Cristina: Andiamo a vedere che cosa succede nella seconda fase, quella di trasformazione e vi racconteremo questo prodotto che proprietà ha.

Valentino Russo: In questo laboratorio la nostra startup in collaborazione con il CNR trasforma le alghe in prodotti biostimolanti utili per l’agricoltura in quanto permettono di esaltare la qualità dei suoli, migliorare la resistenza agli stress climatici ed avere piante più sane e più forti. Queste sostanze possono essere impiegate in agricoltura o negli orti di casa propria.

Cristina: Quindi è un tonificante per la terra?

Valentino Russo: Esattamente.

Cristina: Sappiamo che c’è sempre più uso di fertilizzanti, le terre sono sempre più povere. Quindi questo permette di dosare meglio.

Valentino Russo: Proprio così. L’utilizzo di un prodotto biostimolante permette una diminuzione dell’utilizzo dei fertilizzanti chimici tradizionali.

Cristina: Il processo come avviene? Come viene trasformata l’alga secca della varietà che abbiamo visto prima?

Valentino Russo: Viene macinata, poi attraverso un processo in via di brevettazione diventa un prodotto biostimolante.

Cristina: E’ la prima operazione fatta con alghe 100% italiane?

Valentino Russo: Si 100% del Mar Mediterraneo che sono assolutamente sottoutilizzate rispetto alle fantastiche caratteristiche che possiedono.

Cristina: La materia prima è abbondante e locale, il processo di trasformazione è a basso impatto, il prodotto è ecocompatibile. I protagonisti di questa storia sono giovani e stanno lanciando una campagna di crowdfunding, se volete sostenerli. Occhio al futuro.

Intervista a Giacomo Rizzolatti

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Giacomo Rizzolatti è una star della scienza.

La sua scoperta dei neuroni specchio, che ha posto le basi fisiologiche dell’empatia, appassiona da anni ricercatori e professionisti di ogni campo, psicologi e sociologi, manager ed economisti.

Il primo maggio a Copenaghen la principessa Mary di Danimarca gli consegnerà il Brain Prize, un premio nato solo nel 2011 ma già molto autorevole. Quest’anno è stato assegnato a scienziati che si sono distinti nella ricerca sui meccanismi superiori del cervello, responsabili di funzioni complesse quali le capacità linguistiche, cognitive e di calcolo e per l’impegno nello studio dei disturbi cognitivi e comportamentali.

Insieme a Rizzolatti saranno premiati il francese Stanislas Dehaene, inventore tra l’altro di un software per il trattamento dei bambini con difficoltà di apprendimento della matematica, e l’inglese Trevor Robbins, che ha dimostrato l’esistenza di circuiti del cervello che possono causare la dipendenza da farmaci e la sindrome di deficit di attenzione.

L’intervista, estratta dal libro A Passo Leggero.

CRISTINA: Professore, cosa significa per lei questo premio?

RIZZOLATTI: Sono contento sia per me sia per la scienza italiana, che nonostante tutte le difficoltà rimane di alto valore. Devo anche dire che i danesi sono stati bravissimi nel creare in poco tempo una grande risonanza al premio. Inoltre, personalmente mi ha fatto molto piacere riceverlo da un Comitato di cui presidente è Colin Blakemore, professore a Oxford per molti anni e con il quale siamo stati un po’ competitori nel passato. Bello, no? aver valutato e superato questa piccola rivalità nel nome di valori più alti. E poi la cifra è ingente.

C: Un milione di euro è un premio anche più ricco del Nobel, che ultimamente è stato ridotto.

R: Il Brain Prize è stato istituito da una ditta farmaceutica, la Lundbeck, con molti mezzi a disposizione.

C: Che ditta è questa Lundbeck?

R: E’ una ditta farmaceutica specializzata in farmaci che curano malattie del sistema nervoso. Sono specializzati in psicofarmaci di vario tipo: per l’epilessia, per la depressione, eccetera, anche per questo si interessano di neuroscienze .La proprietaria, Grete Lundbeck, qualche anno fa ha avuto l’idea molto intelligente di trasformarla in una fondazione. Parte del capitale è in borsa, e parte dipende dalla fondazione. Proprio ieri guardando su internet ho visto che l’azienda è in crescita, ci lavorano più di 6000 persone, hanno appena aperto una fabbrica in Cina.

C: Come pensa di destinare la somma?

R: Sarebbero tutti soldi miei, però non mi sembra molto giusto mettermeli in tasca. Pensavo di destinarne una parte a un fondo per la ricerca per il Dipartimento di neuroscienze. La burocrazia è diventata talmente insopportabile che l’unica soluzione per lavorare bene è avere fondi al di fuori della amministrazione universitaria.

C: Pensi che nel nostro dipartimento c’e un canadese che voleva giorni fa comperare un pezzo di plastica, gli occorreva per un esperimento. Costo, circa trenta euro. Ci hanno detto che dovevamo seguire una trafila stabilita da una “spending review”. Attesa: un paio di settimane. O paghiamo sempre di tasca nostra o smettiamo di lavorare; mica si può aspettare una vita per trenta euro!

R: Non le dico poi se uno ha bisogno di una prestazione professionale! Deve chiedere il permesso al rettore, che deve fare un annuncio a tutta l’università per vedere se qualcuno si presta gratuitamente a fare il lavoro, dopodiché, ovviamente nessuno si presta, si istituisce il concorso, poi si aspettano 20 giorni perché il bando diventi pubblico, poi si fa il concorso che, concluso, va a finire alla Corte dei conti per l’approvazione. Ovviamente questa né approva né boccia, tutto funziona col silenzio-assenso. Insomma, se voglio un’analisi statistica devo aspettare circa tre mesi, mentre in Germania ce l’hai in un giorno. Spero che nel futuro tutti i fondi europei verranno amministrati senza questo terribile fardello burocratico. Ci trattano esattamente come il catasto o il ministero dei Trasporti, dove forse è anche logico che, se devi comprare qualcosa, passi per enti che ti obbligano a contenere i prezzi, ma per un pezzettino di plastica…

C: Per le spese ordinarie ci dovrebbe essere un responsabile di dipartimento che verifica che non si sperperi.

R: Certo, ma l’Amministrazione Universitaria non si fida. È tutto basato sulla diffidenza, mentre nei paesi anglosassoni ci si basa sulla fiducia – chiaro che se fai qualche cosa di male poi sei finito .Negli ultimi anni tra la spending review e la legge Gelmini è praticamente diventato impossibile lavorare. Comunque una parte, non so se metà o un terzo, la metterò in un fondo che servirà anche per queste piccole cose.

C: Come lo chiamerà? The Giacomo Rizzolatti Foundation?

R: (ride) Oddio, detto così suona un po’ “grand”, diciamo Foundation for Parma Neurosciences. Naturalmente si occuperà di neuroscienze cognitive, il mio ramo, che avendo meno ricadute mediche ha più difficoltà ad accedere a fondi privati per la ricerca, rispetto a quello cellulare o molecolare, più vicino all’industria. Il Brain Prize di quest’anno è stato assegnato alle neuroscienze cognitive, un campo che è abbastanza trascurato dal Premio Nobel. Non per cattiveria o per partigianeria, beninteso, ma perché l’Accademia svedese è formata prevalentemente da esperti in fisiologia cellulare, immunologi, eccetera, che quindi capiscono meglio l’importanza di una ricerca nel loro campo più che nelle neuroscienze cognitive.

C: Quale dei vari progetti in corso nel suo dipartimento la entusiasmano di più?

R: Come possibilità futura mi interessa la ricerca che facciamo con l’ospedale Niguarda a Milano: registrare l’attività di singoli neuroni nell’uomo . È una tecnica di avanguardia che stiamo mettendo a punto. Il Centro per l’Epilessia del Niguarda è uno dei migliori e più operativi in Europa. Praticamente studiano un malato a settimana: impiantano degli elettrodi nella testa del malato, dopodiché non possono operare subito, devono passare quattro o cinque giorni per studiare il cervello e capire dov’è il focolaio epilettico. Durante questo periodo il malato rimane a letto, è cosciente, si annoia pure, quindi è dispostissimo a collaborare con uno sperimentatore per altri test, e siccome gli elettrodi sono già collocati, noi possiamo capire quali aree si attivano, direttamente e non indirettamente come si fa con la risonanza magnetica. Poi ci sono le ricerche presso il nostro istituto sull’autismo. Sono meravigliato dalla gratitudine che trovo tra i genitori quando gli racconto che i loro figli non hanno un disturbo psichiatrico, ma un difetto di sviluppo neurologico che un giorno riusciremo a mettere a posto. Sono stato recentemente in Cile, dove ho fatto più fotografie dopo una conferenza sull’autismo assieme a genitori di bambini autistici che nel resto della mia vita. Mi sembrava di essere una pop-star.

C: Mi sembra di capire che il premio la impegnerà un po’…

R: Effettivamente sarà così. In questi giorni ci sarà un convegno scientifico a Copenhagen, poi la cerimonia con la principessa e infine un evento all’ambasciata italiana. Poi il lavoro continua. La Fondazione sta creando un’accademia dei premiati affiancati ad alcuni scienziati danesi, quindi è un istituto che crescerà nel tempo. Mi hanno già chiesto di tornare a ottobre con altri scienziati che inviteranno per formare il nucleo dell’Academy.

 

C: Uno dei motivi ispiratori del Brain Prize è di stimolare la ricerca in Danimarca.

R: Forse vogliono migliorare certi campi come le Neuroscienze, ma capisce, la Danimarca non è la Grecia o il Portogallo, stanzia già molto per la ricerca e per l’educazione.

C: Dal nord Europa che cosa importerebbe per la sua Facoltà di Parma?

R: Ah, me ne vengono in mente tante, ma quello che importerei è la fiducia. Mentre mi trovavo in un’università americana, ho ricevuto una parcella in cui mi addebitavano varie chiamate in Florida. Ho telefonato per dire che non avevo mai chiamato la Florida – e loro mi hanno risposto: le crediamo! e non mi hanno fatto pagare niente. Probabilmente, se fosse successo di nuovo, mi avrebbero tolto il telefono o fatto controlli più approfonditi. Da noi nessuno si fida della parola di un utente. Sì, se fosse possibile importare la fiducia, sarebbe bellissimo. Ce n’è molto bisogno in Italia.

C: Si dovrebbe inocularla nel cervello…

R: Giusto! Inoculare che non siamo delinquenti nati, siamo brave persone se ci lasciano lavorare in pace. Altrimenti siamo costretti a inventare ogni tipo di gabole per superare gli ostacoli burocratici.

C: A proposito di migliorie al sistema, lei nel 2008, in occasione delle riforma Gelmini, avanzò una proposta importante sul sistema universitario e sulla ricerca…

R: Suggerivo di abolire le cattedre universitarie a vita, instaurando un sistema per cui ogni cinque anni c’è una commissione che ti esamina. Quindi puoi restare anche fino a 90 anni, se sei capace, ma se non sei capace vai a casa anche a cinquanta. Tengo molto a rilanciare questa proposta. Quando la avanzai sei anni fa, ricevetti molte lettere da giovani che dicevano: lei è un bell’egoista, ha avuto il posto a vita e adesso che è diventato anziano ci vuole controllare. Io invece speravo che i giovani fossero contenti perché se tu mandi via tutta una serie di 50-60enni che non fanno niente, hai più posti per i giovani. Invece i giovani dicono: ma dopo toccherà a me essere mandato via, se non sono bravo. Il merito è un concetto che per l’università è fondamentale, forse per il catasto no; non credo ci sia una grande differenza tra un impiegato e l’altro, ma tra un professore universitario e un altro, sì. È il sistema adottato al RIKEN, un centro di ricerca giapponese parallelo all’università, simile al nostro CNR, di altissimo livello. Al RIKEN, dove lavorano anche molti stranieri, non fanno complimenti, ti convocano e ti dicono: guardi, la sua produzione scientifica purtroppo non è considerata buona, le diamo due anni di tempo per trovarsi un altro posto. Non è che ti dicono che domani sarai a piedi, ti danno tempo. Anche nell’industria fanno così, no?

C: Dei veri samurai! Tornando al premio, non vorrei essere troppo indiscreta, ma la parte che terrà per sé come la spenderà?

R: Pensavo di destinare qualcosa ai miei figli, anche se sono già abbastanza sistemati non gli dispiacerà avere dei fondi, magari per realizzare un sogno, quindi un regalo lo farò anche a loro. E il resto starà lì, per ogni evenienza.

C: E un regalo a se stesso non lo fa?

R: Pensavo di invitare a cena i miei collaboratori, fare una festa, ma a me non serve niente. Mi hanno detto: perché non ti compri una nuova macchina? Ma ce l’ho già, anche abbastanza nuova. Sono contento di quello che ho.

C: Che macchina ha?

R: Una BMW, quindi non proprio una piccolina.

C: E i suoi nipoti come hanno reagito all’assegnazione di questo premio?

R: Di solito non si emozionano troppo, ma stavolta sono stati contenti. Di regola i premiati possono portare solo il compagno o la compagna, invece stavolta la Fondazione ha invitato anche i parenti, allora porto anche i miei nipotini.

Il futuro secondo Ray Kurzweil

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Benvenuti nel futuro secondo Ray Kurzweil, il “genio instancabile”, futurista, inventore, creatore di film, autore di bestseller e padre dell’intelligenza artificiale.

Abbiamo incontrato Kurzweil con i suoi studenti alla Singularity University, organizzazione che ha co-fondato e che continua ad infondere con le sue visioni e soluzioni. Il tono della sua voce è ipnotico, e lentamente fornisce informazioni dirompenti alla mente. In questa parte della conferenza, Kurzweil spiega come il riformo tecnologico sta cambianto il concetto di moralità e la natura di noi umani.

ANNUNCIATORE: Il Wall Street Journal lo ha definito “il genio inquieto” e ha ricevuto venti lauree ad honorem, che è venti di più della maggior parte di noi. Con grande piacere e un caloroso benvenuto, vi introduco il Dr. Ray Kurzweil.

KURZWEIL: Direi che la grande maggioranza di voi vivrà per sempre- tutti sembrate molto giovani—ma ho intenzione di farlo anch’io, e sono probabilmente più vecchio di voi. Molte delle previsioni che vedo su salute e medicina si basano sulla traiettoria che conosciamo, su quanto tempo occorre per lo sviluppo dei risultati e per studiare le cure. Ma tutto questo si riferisce al progresso lineare di salute, medicina e biologia poiché in passato non erano basate sull’informatica. Era un approccio quasi a caso. Oggi usiamo i computer per tenere traccia delle informazioni, e la biologia è fondamentalmente un processo di informazione. I geni sono programmi software, e questa non è una metafora. Sono sequenze di dati, e si sono evoluti molto tempo fa; ora abbiamo i mezzi non solo di scoprire che cosa è il codice “oggetto”, ma anche di analizzarlo e di riprogrammarlo. La tecnica dell’interferenza di RNA può spegnere i geni. Nuove forme di terapia genica possono aggiungere nuovi geni. E la potenza di queste tecnologie oggi sta procedendo in modo esponenziale. A metà del progetto genoma, i critici lo etichettavano un fallimento perché solo l’1% era stato sequenziato in sette anni. Dicevano, “Con l’uno per cento in sette anni, ce ne vorranno 700, come avevamo pronosticato.” Ma in realtà il progetto fu terminato sette anni dopo perché 1% è a soli sette raddoppi dal 100%. Questo processo è continuato dopo la fine del progetto genoma. Il primo genoma è costato un miliardo di dollari. Oggi siamo a qualche migliaio di dollari. Ma possiamo anche riprogrammare il software obsoleto. Quindi, queste tecnologie sono ormai mille volte più potenti di quanto lo fossero dieci anni fa. Questa è l’implicazione del raddoppio ogni anno in termini di prestazioni e capacità a parità di prezzo. È stata una decina di anni fa che abbiamo finito il progetto genoma, e stiamo vedendo i primi frutti di questo sforzo nel processo di approvazione finale. Ho sentito parlare di almeno un centinaio di progetti molto interessanti sul cancro e molte altre malattie che stanno arrivando alla radice della causa, trattando queste malattie come informazioni. E la nostra capacità di intervenire sta davvero raddoppiando ogni anno. Quindi, queste tecnologie saranno un migliaio di volte più potenti in dieci anni. Saranno un milione di volte più potenti in venti anni. Vedremo cambiamenti incredibili nel prossimo decennio. Tra dieci o venti anni da oggi, ci sarà una vera e propria rivoluzione. Credo che supereremo le malattie e l’invecchiamento. Quindi allacciate le cinture di sicurezza. Evitate gli sport estremi. Potete anche voi… Credo che siamo a dieci, dodici, forse quattordici anni di distanza dal momento in cui aggiungeremo più di un anno ogni anno. Non solo all’aspettativa di vita alla nascita, ma a quella rimanente, raggiungendo così un punto di non ritorno. Ora, la speranza di vita è un fenomeno statistico Insomma, potreste comunque essere colpiti dal proverbiale tram, domani. Ma stiamo lavorando anche su questo, con le macchine autoguidate. Quindi penso che la prospettiva stia cambiando, e che avremo un grande potere tra dieci anni. A venti anni da oggi sarà un mondo completamente diverso.

Droni umanitari e le medicine arrivano in luoghi irraggiungibili

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Due giovani creano una rete di distribuzione per luoghi irraggiungibili. La startup che si è inventato tutto questo ha sede in un ex magazzino della Silicon Valley. Contenuti extra da Occhio al futuro di Striscia la Notizia.

SANTANA: Sono originaria della Repubblica Dominicana e sono un avvocato. Ero molto interessata a capire come poter applicare la tecnologia alla politica, per far sì che i governi diventassero più efficienti e trasparenti, e volevo capire come accellerare il loro impatto nel mondo, fondamentalmente perché i governi sono come un grande meccanismo che può rendere effettive le leggi per un gran numero di persone Poi ho vinto una borsa di studio alla Singularity University che mi ha permesso di studiare lì per tre mesi, in compagnia di astronauti, ingegneri, imprenditori, dottori e quello che ho scoperto alla Singularity è stato un nuovo mondo di tecnologie esponenziali che non solo accellera il percorso per poter fare qualcosa… trasforma completamente il modo in cui si vede il mondo e in cui si compiono le azioni, perché questo è ciò che la tecnologia fa meglio. Ho conosciuto Andreas, che è oggi il mio cofondatore di Matternet. Lui aveva avuto l’originale idea di usare veicoli aerei senza pilota (UAV) e di creare un network di questi veicoli volanti per il trasporto, specialmente in posti senza infrastrutture stradali o in posti in cui le strade non funzionano veramente L’idea mi è piaciuta subito, soprattutto perché ho visto la possibilità di saltare tutta la fase decisionale che di solito è gestita dai governi Infatti, se metti a confronto questi due procedimenti… Andare al congresso, far passare una legge, accettare di investire cinquanta milioni di dollari nella costruzione di una strada È una decisione politica. Non ha nulla a che fare con il miglioramento delle condizioni di vita della gente che vive lì, specialmente se quella gente non vota, se non ha voce in capitolo nella sua vita quotidiana. Non devo più passare attraverso questo procedimento perché c’è questa nuova tecnologia, che possiamo mettere nelle mani di chiunque, che permette di saltare tutto questo processo e di connettere queste persone. È efficiente, affidabile ed è la reale soluzione del 21° secolo per un problema che esiste nel mondo da sempre. Questo è un piccolo veicolo volante chiamato Quadcopter, perché ha 4 eliche. Ha solo 4 parti mobili: questi 4 motori e 4 eliche. Tutto il resto è elettronica e una batteria. Noi crediamo che questo sarà il nuovo, il prossimo paradigma del trasporto, La vera soluzione del 21° secolo. Questo si chiama Michelangelo. Abbiamo costruito circa dieci prototipi come questo e li abbiamo testati in location estreme. Siamo stati in Bhutan, nella catena himalayana e lo abbiamo testato con il supporto del governo e del ministro della salute per aiutarli a trasportare medicinali tra gli ospedali e i centri di cura che si possono trovare a 50, a 100 km di distanza! E L’unico modo per fare tutta questa strada, è attraverso punti intermedi dove è possibile atterrare, cambiare la batteria e ripartire immediatamente Stiamo dunque creando una rete in cui sia possibile farli atterrare autonomamente e ripartire, attraverso piccoli ponti aerei tra i vari luoghi. Quello che vedi qui è solo una parte del sistema. Il veicolo è dotato di un piccolo computer connesso ad internet. Abbiamo sviluppato un “cloud system” Che dà instruzioni al veicolo su cosa fare, Da dove partire, quando, quale percorso prendere per raggiungere la destinazione. Andreas, possiamo fare in modo che Michelangelo voli vicino a quelle rocce? Certo! Adesso tu stessa darai istruzioni a Michelangelo In modo da farlo giungere a destinazione. E adesso lo vedrai partire. Favoloso! Sta partendo… che emozione! Devi sapere che il costo dell’energia per un carico di circa un chilo calcolando una distanza intorno ai venti chilometri è sorprendente: soltanto 2 centesimi! Complimenti, hai completato il tuo primo volo.

“I vostri computer non sono sicuri”

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Marc Goodman è tra i più grandi esperti al mondo di sicurezza. Stratega globale, Futurologo dell’FBI, consulente dell’Interpol e docente di legge ed etica alla Singularity University, dove abbiamo assistito a una sua lezione al cardiopalmo. Il suo intervento è un concentrato di suspense, più avvincente di un thriller, ma quando realizzi che non sei al cinema, e che stai sentendo dalla massima autorità in materia che nessun computer è inviolabile, che si possono piratare i pacemaker e le serrature delle celle dei penitenziari, che Facebook viene hackerata 600.000 volte al giorno, ti si gela il sangue. «Siamo abituati a leggere notizie come queste sui giornali, ma in mezzo a tante altre, non ci danno l’idea della vastità del fenomeno. Non ci rendiamo conto che i cyber crimini stanno diventando sistemici», spiega. Ogni giorno tutti noi pompiamo in rete uno tsunami di informazioni, una marea continua di dati che possono essere usati a nostro vantaggio, ma anche contro di noi. Internet è fonte di immense opportunità, ma anche di rischi che è di importanza vitale conoscere. Goodman ha fondato un’organizzazione chiamata Future Crimes che riunisce un panel di futurologi impegnati a studiare e discutere gli effetti del progresso scientifico e tecnologico sul crimine, la legislazione e gli ordinamenti giudiziari a livello planetario. Future Crimesè anche il titolo del suo nuovo libro, definito «un tour nel mondo sommerso del web», un portolano da usare per navigare ad occhi aperti, e per impostare la rotta al sicuro dai pirati e dai virus sempre più agguerriti.

GOODMAN: Qualche settimana fa abbiamo arrestato un assassino in Florida. Aveva ucciso la sua coinquilina. Doveva nascondere il corpo e non sapeva come fare. Allora ha preso il suo IPhone e a chiesto a Siri: “Siri, qual è il posto ideale per sbarazzarsi di un cadavere?” E Siri gli ha risposto dicendogli che lo poteva buttare in un fiume, o in una discarica, oppure seppellire in un cimitero. La polizia, che già sospettava di lui, ha deciso di controllare il suo telefono e, a seguito di un’analisi forense, ha trovato le domande fatte a Siri e lo ha incastrato. Ogni singolo computer può essere hackerato. Non è mai stato costruito un computer inviolabile. Abbiamo bisogno di sistemi più sicuri e io penso che un metodo valido sia un modello simile a quello della salute pubblica. Potremmo usare l’epidemiologia per occuparci dei virus del computer. Trattiamoli come se fossero una malattia, isoliamoli! ci sono crimini cibernetici stupefacenti e il mio lavoro è quello di verificare quanto siano avanzati i criminali che li commettono. Oggi si occupano di tecnologie elettroniche, conoscono benissimo la robotica, l’intelligenza artificiale, la genetica, le armi biologiche… hanno esperti per ogni area, insomma. In passato, se qualcuno commetteva un crimine, se ad esempio rapinava la Banca d’Italia a Roma, La polizia era certa di alcuni dati di fatto: sapeva che il criminale era a Roma e che la banca era a Roma. Vittima e criminale si trovavano insomma nella stessa città e sarebbero stati Carabinieri o Polizia di Stato ad occuparsi delle indagini. Il criminale avrebbe lasciato tracce di DNA. Erano cose certe. Oggi lo stesso criminale può rapinare la Banca d’Italia da un qualsiasi paese dell’Africa. La può rapinare da Mosca. Il nostro sistema è messo a dura prova da questo, poiché la leggi sono nazionali, per la maggior parte. Abbiamo alcune leggi internazionali ma il problema dei crimini informatici è esclusivamente internazionale. Un criminale può spostarsi in cinque paesi diversi mettendoci non più di cinque minuti. Gli basta hackerare un computer per ogni paese. Quando un criminale si trova a Roma e la polizia pure è facile procedere. Ma se hai un poliziotto a Roma e il tuo criminale è in Ucraina o a Buenos Aires, Spesso non c’è il budget per mandare l’agente in giro per il mondo. Ci sono comunque organizzazioni che se ne occupano. In Europa esiste L’Europol all’Aia, che coordina il crimine in tutta Europa e nel resto del mondo c’è l’Interpol, che si occupa di tutti i continenti. 190 paesi uniti insieme per concentrarsi sul crimine internazionale… Ma il problema è un budget limitatissimo. Il budget dell’Interpol è di circa 75 milioni di euro all’anno. Quello della sola Polizia di New York è di 4 miliardi di euro! Un’idea valida sarebbe quella di creare un corpo di riservisti internazionali online. Questi poliziotti speciali sarebbero addestrati, faremmo un completo controllo dei loro precedenti, e gli daremmo le autorizzazioni di sicurezza necessarie a rinforzare il corpo di polizia, con il loro lavoro di volontariato. Quando facciamo una ricerca su internet vediamo solo una minima parte della rete.

CRISTINA: Quali sono le proporzioni?

G: La maggior parte della gente, quando fa una ricerca su Google è convinta di accedere all’intera rete, ma non è così. Sotto alla parte visibile c’è il cosiddetto “Dark Web” e il “Deep Web” che sono parecchio più grandi. In proporzione sono grandi 500 volte la parte visibile! Il Web di superficie è grande più o meno 19 terabytes, mentre il Dark Web 7500 tera! Nel “Dark Web” ci sono parecchi database e altre informazioni di sicurezza nascoste, ma è lì che si organizza tutto il crimine informatico. Pensa alle misure di sicurezza negli aeroporti, ad esempio. Dopo l’11 Settembre cosa abbiamo fatto? I terroristi hanno usato molta creatività per trasformare aerei in bombe e compiere attacchi terroristici. Noi non abbiamo la stessa creatività dei criminali. a essere onesti, quello che vediamo negli aeroporti è il cosiddetto “teatro della sicurezza”. Sono controlli che servono a farci sentire più protetti, Ma in realtà non sono molto sofisticati. Il governo americano ha compiuto un studio: hanno fatto il conto di quante pistole erano state trovate ai controlli degli aeroporti Americani ed hanno calcolato il costo delle spese di sicurezza. È venuto fuori che per ogni pistola sono stati spesi 40 milioni di dollari! Devo fare invece i miei complimenti All’Unione Europea, perché le loro leggi sulla privacy sono probabilmente le più solide al mondo mentre quelle negli Stati Uniti sono le più deboli. Per fare un esempio, i principali paesi del mondo hanno un commissariato nazionale sulla privacy. Gli Stati Uniti no.

C: Lei ha collaborato spesso con l’Italia. Qual’è la sua esperienza con la nostra polizia nazionale?

G: Ho lavorato con vari enti. Con la Polizia di Stato e con la Polizia Postale e delle Comunicazioni. Fanno un ottimo lavoro, veramente. Hanno esperti riconosciuti a livello internazionale, viaggiano per il mondo e hanno lanciato una serie di indagini davvero notevoli. Ad esempio sono i pionieri nell’ideazione di una forza di polizia virtuale. La Polizia di Stato ha un sito online, è possibile accedere e visitare una stazione di polizia virtuale con avatar. Nessun paese è perfetto, per carità, ma l’Italia ha fatto un ottimo lavoro.

Greg Maryniak e il “numero magico”

By ecology

Gregg Maryniak è un esperto di energie a livello mondiale. Ci parla di un “numero magico”, ovvero di un indice delle Nazioni Unite che mette in rapporto il benessere delle persone con la quantità di energia prodotta da una società. La sfida per il futuro è di continuare a produrre quella quantità senza distruggere il pianeta. Dalla Singularity University, Gregg ci racconta futuri scenari per lo stoccaggio dell’energia e lancia la sfida globale ai vari concorsi di idee per trovare soluzioni efficaci, che garantiscano un futuro più “luminoso”… in tutti i sensi.

CRISTINA: Come crede che risolveremo il problema dell’energia a livello globale?

MARYNIAK: La più grande sfida è quella di procurarci abbastanza energia da vivere bene. C’è un indice delle Nazioni Unite, che mette in rapporto il benessere delle persone con la quantità di energia. Sotto una certa soglia non ci può essere prosperità. La sfida è di produrre quella quantità di energia senza distruggere la biosfera. Purtroppo il 93% dell’energia utilizzabile nel mondo è generata da un processo di combustione. Tra il 2005 e il 2010 la Cina ha raddoppiato la produzione di energia elettrica. Qualunque strategia adottino Europa e Stati Uniti, se India e Cina continueranno a crescere non riusciremo mai a contrastarli. Ci si chiede, al contrario, quanto manchi al raddoppio delle emissioni di carbonio, e si parla di una dozzina di anni. Di conseguenza, l’aspetto più importante per il futuro delle energie è lo stoccaggio. Quando “piove” energia dal cielo, come possiamo catturarla per poi distribuirla di notte o quando non soffia il vento? Quando si parla di stoccaggio, la maggior parte della gente pensa alle batterie. Ma le batterie sono costose. Quelle piccole che usiamo nei giocattoli e negli attrezzi portatili, costano circa mille volte di più rispetto alla corrente erogata dalle prese elettriche. Occorre una via di mezzo e ci sono già delle tecnologie interessanti a disposizione. Alcune sono di natura elettrochimica, quindi sembrano pile ma funzionano in modo radicalmente diverso. Col tempo stiamo inoltre facendo progressi, nello stoccare energia termica e vediamo, in paesi soleggiati come Spagna e Italia, impianti che catturano l’energia termica e il calore del sole. Ci sono infine nuove tecniche per comprimere l’aria quando l’energia costa poco, come durante la notte e per decomprimerla poi di giorno, attraverso l’uso di turbine. Quando si pensa al problema dell’energia, la domanda ricorrente è: “Come si può generare o convertire energia?” Ma non è il vero problema! L’anello debole della questione è lo stoccaggio. I concorsi a premio sono un potente strumento per stimolare lo sviluppo di nuove tecnologie. Se squadre di esperti da tutto il mondo potessero esprimersi e trovare valide soluzioni, dall’altra parte ci sarebbero industrie, governi, organizzazioni pronti ad adottarle. Ho fiducia che attraverso le competizioni arriveremo a forti innovazioni e il fatto è che non ci sono certezze finché non ci si prova… Quindi proviamoci!

Lasciati guidare – Intervista a Deepak Chopra

By ecology

Deepak Chopra sta iniettando pace nel mondo attraverso cicli di meditazioni guidate. In Italia è appena arrivato quello nuovo: il potere delle energie vitali.

Lei da molti anni connette l’antica conoscenza dei Veda alle tecnologie avanzate che studiano i meccanismi del cervello umano. In che modo ha potuto misurare e valutare gli effetti positivi della meditazione?

Valutiamo i benefici per la mente e per il corpo attraverso la crescita del benessere personale. Per esempio, siamo in grado di vedere marker metabolici e ormonali associati alla diminuzione delle infiammazioni nel corpo dopo la meditazione. Possiamo anche misurare l’aumento della telomerasi, enzima che preserva la lunghezza dei telomeri, strutture che supportano la salute delle nostre cellule.

Quali sono le regole d’oro per trarre massimo beneficio dalla meditazione?

La base per godere al massimo dei benefici della meditazione non è di forzare o spingere la mente concentrandosi sui pensieri o resistendoli. La meditazione è un’opportunità per la mente di essere presente e consapevole della sua stessa natura. Come dico sempre, non è un modo per chetare la mente, bensì un modo per entrare nella quiete che è già li. Per una meditazione riuscita dobbiamo semplicemente seguire la pratica con totale agio.

Come sta crescendo la massa critica attraverso le sue meditazioni guidate?

La partecipazione ai 21 giorni di meditazione è cresciuta rapidamente negli ultimi anni. A oggi più di 4 milioni di persone nel mondo vi hanno preso parte, scoprendole online, sui social media e attraverso il passa parola.

Quale area del mondo partecipa di più?

Attualmente il Nord America, ma sta crescendo la partecipazione in tutti i paesi di lingua inglese, nell’Europa Occidentale, in Australia e Nuova Zelanda.

Natura ispira, genio crea

By features

Nell’ottobre del 2002, in una piccola stanza bianca alla periferia di Milano, ebbi il piacere di intervistare l’uomo che crea i più bei gioielli al mondo. Nello spazio più scarno che si possa immaginare, noi 2 e sul tavolo bianco il più grande libro mai visto – la raccolta dei suoi lavori. Un’esplosione di meraviglia – puro talento, stupefacente bellezza, anticipazione di quanto , settimane dopo, sarebbe stato esposto alla Somerset House di Londra.
Protagonisti di quell’incontro non furono i gioielli ma lui, l’artista, soprattutto l’uomo. Un uomo che si racconta poco, che si realizza nel fare.

Questo è l’articolo, pubblicato su Specchio della Stampa nel novembre del 2002:

C’è chi insegue la fama e chi, come Joel Arthur Rosenthal, se la trova addosso. E’ un artista, crea i gioielli più sorprendenti al mondo, ma non rinuncerebbe mai alla sua impresa di 4 dipendenti. Schietto e riservato, dal giorno in cui aprì il piccolo negozio in place Vendome a Parigi, 25 anni fa, ha lasciato che fossero solo i suoi oggetti, sublimi e unici, a raccontare il suo talento. Attorno a tre anelli, le sue prime creazioni, è nata una catena di persone che, rapite dalla bellezza dei suoi gioielli, vogliono vederne altri. “Feci il quarto anello, un paio di orecchini, e, dopo tre anni, avevamo seri collezionisti che ci chiedevano pezzi,” ricorda Rosenthal. Da decenni arriva gente che preme il dito sul pistillo della bronzea camelia, nel passage della celebre piazza. Il campanello suona solo all’interno, e, se la porta si apre, come in un club esclusivo, viene chiesto: “come ha saputo di noi?”. Solo Joel e il socio Pierre Jeannet decidono chi varca la soglia del regno di JAR. Ogni pezzo è unico e irripetibile, e ciascuno dei  400, esposti al pubblico, alla Somerset House di Londra, fino al 26 Gennaio, è stato scelto o realizzato, per chi lo possiede, insieme a Rosenthal stesso.

“Se una donna entra nel mio negozio e prova un gioiello che non le sta bene, non esito a dirlo”, racconta, “Parte del mio mestiere è vedere come verrà portato. Molte donne non sono consapevoli di come appaiono, ma sanno come vorrebbero apparire.”

Il gioiello è un oggetto d’arte molto intimo, e, nel mondo di JAR, il sovrano Joel ha incantato collezionisti e ha coltivato sincere amicizie. “E’ bellissimo avere a che fare con persone che desiderano fortemente una cosa che tu hai creato. Ti dà l’opportunità di farle reagire,” dice,

“nell’intimità del mio spazio la gente sente che non c’è bisogno di recitare. Si supera in fretta il gioco delle parti, per andare al cuore delle cose, e questo piace tanto a me quanto agli altri.” Così, per il suo illustre e devoto clan, Joel è un creatore sublime e un amico vero, che sa dare, perché, da sempre, sa quello che vuole. Nato nel Bronx 59 anni fa, figlio unico, è stato educato alla libertà. “I miei genitori mi hanno sempre incoraggiato a fare ciò che volevo, ciò che mi rendeva felice, e questo mi ha dato una base di partenza molto solida ”. Da bambino sceglieva di dipingere con la stessa sicurezza con cui oggi cura, anche per anni, la complessa realizzazione di un’ idea. “Bisogna avere forte perseveranza e fedeltà, sia per amare una persona, che per creare un gioiello, o scrivere un testo. Come gli uccelli che migrano, so dove andare”. I gioielli di JAR esulano da mode ed epoche, la loro bellezza è fuori del tempo e misteriosa. Nelle spille e negli orecchini, nei colliers e nei bracciali, metalli nobili e poveri, le pietre preziose e quelle semplici si esaltano per l’ incontro inatteso, e fanno magie. Ametiste e opali, sono fiere di convivere con zaffiri e rubini, sulle ali di una farfalla. L’alluminio, orgoglioso di essere plasmato da mani tanto sapienti, si flette morbido e leggero, nella pecora dagli occhi blu. Nelle trame delle montature, spesso invisibili, JAR tesse le sue pietre come fossero raggi di luce, e nasconde gemme preziose per regalare, a chi indossa i suoi oggetti, emozioni di raffinata intimità: “dedichiamo anche sei anni a realizzare un gioiello, ma deve sembrare che ci sia voluto un attimo. Se si scopre troppo il lavoro che c’è dietro, smontiamo tutto e ripartiamo da capo”. E’ con la stessa apparente  semplicità che Rosenthal si presenta: abiti informali, capelli ricci, bianchi e leggermente arruffati, sguardo penetrante e sincero.  Ma la sua vera natura la riserva a pochi. “Tempo fa erano venute da me due persone che, dopo una lunga visita, confessarono di aver sentito dire che ero una sorta di mostro. ”Dovremo sfatare questo mito”, esclamarono, “raccontare che sei l’opposto di quel che si dice”! Se farete cosi, non vi lascerò più entrare nel mio negozio!, risposi”.

Il regno di JAR è un covo, un piccolo labirinto di stanze senza finestre, le pareti foderate di velluto. All’ingresso si affacciano due porte, ma è una sola che conduce alla stanza di Rosenthal. Dietro la scrivania, la porta al mondo incantato, dove il creatore mostra le sue preziose sculture.

Il successo di JAR , come nella ricetta squisita di un grande chef, nasce da molti ingredienti calibrati al punto giusto: l’ impazienza, che lo  ha portato a non riprodurre mai un oggetto due volte ; il suo occhio critico e raffinato, che sa cogliere e ricreare i dettagli più sorprendenti ; i materiali di eccellente qualità, combinati con estro e montati con straordinaria abilità ; l’atteggiamento, non costruito, ma voluto, per selezionare chi avrà i suoi gioielli.

Sono circa settanta i pezzi che JAR produce in un anno. La casa  d’aste Christie’s, che sponsorizza la mostra a Londra, ha battuto gli oggetti di quei pochi, al mondo, disposti a vendere, a cifre che hanno superato fino a quattro volte il prezzo originale. E’ un fatto  straordinario per un artista vivente. Il fascino di questo uomo singolare è tanto più sorprendente quando si considera la sua storia.

Bambino prodigio, con buone opportunità per esprimersi, ama soprattutto dipingere.  Gioca col colore in trasparenza:“riempivo bicchieri con gli acquarelli, li mettevo alla luce, ci guardavo attraverso”. A Harvard studia storia dell’arte e filosofia, ma è il cinema che lo attira di più. All’università  conosce Otto Preminger, che gli offre di lavorare sul set di “Hurry Sundown”, ma il suo sogno è fare un film con Anna Magnani, e scrive la sceneggiatura. “Avevo ventitre anni. Andai a Roma, e bussai alla sua porta di casa. Pensa fare così oggi!. Aprì una donna un po’ bisbetica. “Vorrei parlare con la signora Magnani”, dissi. Tornò dopo pochi minuti e mi fece entrare. La Magnani era accattivante, avvolta in una nuvola di Narcisse Noir (un profumo di Caron, ndr) e circondata dai suoi gatti persiani. “Ho scritto un soggetto per lei”, dissi con voce tremante. “Il mio inglese non è molto buono,” rispose, ma lo leggo volentieri. Torni fra qualche giorno.” Per un anno Rosenthal lavorò al progetto, con un budget di 400.000 dollari, il film non si fece, ma fu una bella esperienza, ricca di viaggi e incontri. La scrittura resta tuttora una grande ambizione di Rosenthal:  ha pubblicato alcuni racconti, ma la sfida più grande è finire un romanzo iniziato otto anni fa. Nel 1973 si trova  a Parigi, e decide di aprire con l’amico Pierre Jeannet, laureato in psicologia, un negozio di piccolo punto. Entrambi  dipingono, e sulle tele bianche danno libero sfogo alla fantasia. Jeannet è in attesa che si liberi una posizione per lui in uno studio medico, Rosenthal è trasportato dall’entusiasmo per la nuova idea, in attesa di compiere un grande passo. I due conquistano le parigine con disegni insoliti e lane tinte in una vasta gamma di colori. “Le signore ci chiedevano sempre lezioni di piccolo punto, e io restavo incantato dalle pietre dei loro anelli che volteggiavano sotto i miei occhi, metre cucivano. Capii che il mio unico vero desiderio era disegnare gioielli”. Era il 1975. Oggi JAR è considerato il miglior gioiellere vivente.

Intervista a Severn Suzuki

By ecology, features

Avevo appena messo il piede in casa, al rientro da un lungo viaggio di lavoro, e mia figlia Elena mi è corsa incontro con il computer in mano: “Mamma, devi vedere subito questo video”. Avrei voluto dire “aspetta…” ma aveva già schiacciato play. Al primo frame ho riconosciuto il volto.  Non potevo dire a Elena che conoscevo il contenuto della sua scoperta. Mi sono appoggiata allo schienale e ho ascoltato un discorso sentito tante volte.

“…perdere il mio futuro non è come perdere un’elezione o alcuni punti sul mercato azionario…”

Il mio sguardo scivolava dal volto della bambina a quello della mia ragazza.

“…sono qui per parlare a nome dei bambini che muoiono di fame…”

Sentivo la morsa allo stomaco, e ancora ora, mentre scrivo, respiro profondamente per sciogliere l’emozione.

“…ho paura di respirare l’aria perché non so che sostanze chimiche contiene….”

Reprimere un piccolo umile pianto di sincera costernazione, sarebbe stato come levare le spalle, arrendermi.

“…quando avevate la mia età – chiede la piccola Severn, rivolgendosi ai capi di stato delle 105 nazioni presenti – dovevate preoccuparvi di queste cose?…”

Dopo quei pochi, intensi minuti, il silenzio è stato un atto di spontanea riverenza.

E ora? Dopo anni di scelte – tre figli, ai quali ho promesso di fare del mio meglio per crescerli sani, sereni e forti, una nuova carriera per divulgare un messaggio di speranza a chi ama la vita e la vuole proteggere, cosa mi lasciava questo messaggio?

“Chissà dov’è oggi….”

“Ha trentatré anni”, risponde mia figlia, che ha già fatto i conti.

Severn è cresciuta in una famiglia di ambientalisti – suo padre è David Suzuki, scienziato, divulgatore e autore di 52 libri, sua madre è scrittrice. Severn ha due lauree, in Biologia a Yale e in Etno botanica alla University of Victoria in Canada. Da un anno è diventata madre.

Grazie al web, sono riuscita a raggiungerla e a raccogliere questa intervista – una parte è stata pubblicata su Sette del Corriere della Sera.

Il suo discorso del 1992 sembra scritto ieri. Come reagisce a questo?

C’è solo una frase che data il mio discorso: la nostra famiglia umana di 5 miliardi. Oggi mi stupisco ancora del fatto che non siamo riusciti a invertire la rotta. Al tempo avevo 12 anni, e pensavo che, catturando l’attenzione dei leader del mondo, essi avrebbero usato il loro potere per cambiare il corso dell’umanità. Ho creduto che avrebbero pensato ai loro figli prima di prendere decisioni importanti. Ero un’idealista.

 

Come fa a mantenere uno spirito positivo?

Se apriamo la mente e il cuore verso I problemi che affliggono gli ecosistemi e i popoli dall’altra parte del globo, è facile deprimersi. Più vado avanti più mi accorgo che non me lo posso permettere. Mettere in pratica la visione che abbiamo del mondo, sostenendo e promuovendo lo sviluppo della società alla quale aspiriamo, è importante quanto battersi contro l’ingiustizia e il danno che stiamo arrecando alle future generazioni. Se crediamo in un mondo bello, dobbiamo cercare di renderlo concreto in ogni modo possibile. Trovare la gioia è la sfida più grande, ed è una ricerca che m’ispira e mi rafforza. Significa prendere il tempo per coltivare e preparare cibo buono, significa costruire uno spirito comunitario, ricordandoci che ciò che è bene per la qualità della nostra vita fa bene anche all’ambiente. Mi ispira la forza degli altri. Sulla mia scrivania ho una frase del Dalai Lama, “Non ti arrendere mai”. Mi ricorda quali sfide e ingiustizie abbia affrontato il popolo tibetano, mi aiuta ad apprezzare tutto ciò che ho e ciò che sono libera di fare. Siamo potenti nella misura in cui ci crediamo.

 

Dove vede i cambiamenti più tangibili?

A livello locale. E’ lì che possiamo agire e vedere i risultati. Il globale è la somma del locale. Abbiamo bisogno che i governi locali e centrali sostengano i cambiamenti in atto nelle comunità. Possono farlo fissando standard di risparmio energetico, creando reti di trasporto più efficienti, incentivando i comportamenti che tutelano l’ambiente. Non è giusto che sia così difficile fare la cosa giusta; al momento le nostre società favoriscono scelte facili a basso costo che sono terribilmente dannose per l’umanità e per il pianeta.

Dei tanti progetti nei quali è impegnata, quali le permettono di raggiungere in modo efficace i suoi obiettivi?

Buona domanda. Tutti I progetti e le campagne alle quali ho lavorato mi hanno insegnato molto. Ho conosciuto persone incredibili, e continuo a imparare. E’ stato un privilegio lavorare con il Sloth Club Japan, un gruppo di visionari che hanno come missione di rallentare il Giappone. Credono profondamente nei valori del movimento Slow Food, nato in Italia, ma trasferiscono I principi “slow” a ogni aspetto del quotidiano. Credono che stiamo correndo troppo, a danno nostro e del Pianeta. Quando sono stata in Giappone, mi hanno organizzato conferenze straordinarie – sanno mobilitare la gente e diffondere messaggi con grande efficienza. Al momento sto lavorando con un gruppo di giovani alla campagna “We Canada” per portare I nostri politici a mostrare un’autentica leadership alla Earth Summit di Rio nel 2012. E’ un gruppo di persone ispirate e piene di energia, e mi colpisce per la capacità di fare rete, di esprimere al meglio il potenziale  dei social media. Abbiamo strumenti potenti per comunicare e fare rete, dobbiamo solo rendercene conto.

 

Chiaramente il cambiamento arriva dal basso – lo vediamo in Egitto, Tunisia, in Siria. Il mondo cerca disperatamente di cambiare. Vede all’orizzonte leader capaci di condurre l’umanità sulla giusta rotta?

Il 50% della popolazione mondiale è giovane. Pensiamoci. C’è grande potenziale per una rivoluzione. Purtroppo i giovani non sono attratti dalla politica – hanno eletto Barack Obama, ma da allora non sono più andati a votare, e questo è un trend mondiale. I giovani devono prendere coscienza del potere che hanno in cabina elettorale. Dalla conferenza di Rio del 1992, 19 anni fa, mi sono impegnata nelle piazze, in TV, come scrittrice, e mi sono laureata, ma l’azione più potente resta ancora il mio discorso da dodicenne. Perché? Credo che abbia a che fare con ciò che al mondo, oggi come allora, necessita maggiormente: la voce dei giovani, la loro verità. I giovani, che hanno tutto da perdere, hanno un messaggio potente da consegnare a chi vive come se il futuro non li riguardasse. Occorre che prendano la parola e sfidino i leader del mondo ad affrontare l’ingiustizia intergenerazionale. Il cambiamento climatico è una condanna per i giovani di oggi, creata dalle generazioni passate e presenti. Nel corso della storia, gli umani hanno agito pensando al futuro, alla sopravvivenza della specie, e le tecniche di sopravvivenza più basilari oggi sono state gettate al vento, a danno dei nostri figli.

 

Dei tanti veicoli che diffondono il suo lavoro: l’editoria, il web, la radio, la TV e le conferenze, qual’è il più efficace per innescare il cambiamento?

E’ difficile misurare quanto riusciamo ad agire sulla coscienza collettiva. Cambiare il modo in cui le persone pensano e agiscono è un lavoro informe, amorfo. I media sono strumenti per parlare alle persone, e ce ne sono un’infinità, oggi, ma ciò che trasforma veramente è l’esperienza. Fare. Se la gente è testimone di un problema, se visita un luogo naturale minacciato, è più prona ad agire. Dobbiamo uscire, vedere, conoscere. Se conosciamo Ia natura, ci batteremo per lei.

 

Una vita sostenibile è fatta da un insieme di scelte, gesti, abitudini umili e semplici per chi le mette in pratica, ma per tanti, troppi, sono una soglia da superare. Chi sono I suoi modelli e come affronta la sfida di promuovere ciò che sembra tanto ovvio?

Su libri e riviste leggiamo spesso: “soluzioni facili per essere sostenibili”. Ma la transizione verso stili di vita sostenibili non è facile per molti, anche quando ha senso per la salute, per le comunità e per la qualità della vita. Portare la nostra società a promuovere e mettere in pratica stili di vita sostenibili non è semplice e nemmeno facile, ed è la grande sfida per i divulgatori – facilitare la transizione. Occorre il sostegno dei governi, per ridurre l’inquinamento, gestire l’uso dell’acqua e dell’energia, per incentivare i giusti comportamenti. Un punto di riferimento per me è Thomas Friedman. Il suo ultimo libro Il mondo è piatto è una fonte esauriente di informazioni provocatorie e d’ispirazione sulla sfida che affrontiamo.

Sulla sua fan page di facebook c’è un messaggio commovente di una ragazzina italiana di dodici anni che dice: “fino a quando ho visto il tuo discorso del 1992, pensavo che i problemi ambientali di cui sento parlare fossero recenti. Lei è diventata mamma da poco tempo – non è preoccupata per il mondo che suo figlio erediterà?”

Mio figlio ha un anno. Devo credere che erediterà un mondo che merita di essere vissuto. Ho imparato da mia madre che possiamo arrabbiarci, essere tristi, ma non dobbiamo mai perdere la fiducia. Il nostro pianeta è bellissimo, ed è onorando tanta bellezza che saremo spronati a batterci affinché non venga distrutta. Dobbiamo attingere alla nostra forza emotiva, in qualità di figli, genitori, zii, nonni, e connetterci con le sfide globali che stiamo affrontando. Dobbiamo batterci per la giustizia.

 

Lei, in qualità di biologa e ambientalista, interpreta i recenti disastri naturali, da Katrina agli tsunami, come un “campanello d’allarme” che la natura cerca di dare all’uomo?

Quando l’urragano Katrina colpì New Orleans pensai: “il mondo occidentale dovrà svegliarsi e affrontare I cambiamenti climatici.” Verrebbe da pensare che anche la possibilità più remota che l’uomo abbia contribuito a un disastro di tale portata, avrebbe fatto riflettere gli americani. Di fatto, il “campanello d’allarme” non ha inciso in maniera significativa sulla legislazione riguardo ai cambiamenti climatici. Mi chiedo cosa occorre per svegliare l’umanità. Molti parlano di “giustizia climatica” o “razzismo ambientale”, alludendo al fatto che i più poveri sopportano maggiormente gli impatti sociali del degrado ambientale. La società è palesemente ingiusta? Il pensiero mi fa venire i brividi e minaccia la mia fiducia che le persone abbiano un innato senso di giustizia, a favore dei più deboli. La devastazione causata dagli tsunami serve come promemoria per tutti noi, ci ricorda Il crudo potere del mondo naturale, che merita rispetto.

 

In qualità di biologa e etno-biologa, quali sono I fatti che la preoccupano maggiormente e che richiedono azioni immediate?

Andando per mare e per terra con gli anziani nativi, mi ha sconvolto scoprire che le risorse alimentari alle quali attingevano da bambini oggi sono contaminati. In diverse aree che abbiamo visitato, molti cibi non sono più commestibili a causa dell’inquinamento. Non mi aspettavo un dato simile, e mi ha rattristato molto. C’è un bagaglio prezioso nel sapere degli anziani. In passato non sono stati raccolti molti dati di riferimento per quanto riguarda la salute degli ecosistemi prima dello sviluppo esponenziale degli ultimi decenni, ed è così che la memoria degli anziani diventa basilare.

Quali sono i sentimenti suoi e della sua famiglia riguardo all’energia nucleare?

Ho sempre pensato all’energia nucleare come a un patto con il diavolo.

 

Come calcola la sua impronta ecologica?

Ci sono diversi siti per farlo online; ridurre il proprio impatto è un esercizio importante per capire come vivere in modo più ecologico.

 

Dove vive?

Sull’arcipelago di Haida Gwaii . “Isole delle persone”, a nord ovest dalla costa del Canada.

 

In questi giorni lei è in Europa. Perché?

Sto visitando mia sorella che studia in Inghilterra, e approfittiamo dell’occasione per presentare mio figlio ai suoi parenti britannici.

 

A cosa sta lavorando ora?

Alla salvaguardia dell’idioma Haida, che oggi è parlato solo da un gruzzolo di anziani. E’ la lingua di mio marito e ora di mio figlio, e vogliamo mantenerla viva. Questo sarà possibile grazie agli anziani dai quali la stiamo imparando. Sto anche lavorando alla campagna We CANada in vista del summit di Rio nel 2012. Il governo canadese sta lasciando una pessima eredità ambientale – sono imbarazzata. Sono portavoce del gruppo canadese “Girls in action” per promuovere autostima e opportunità positive per giovani donne, e sono presidente di consiglio della David Suzuki Foundation (la fondazione del padre, ndr).

Il mestiere più importante che svolgo ora è di crescere un bimbo sano e forte.