“L’uomo potrà vivere nello spazio”

By luglio 24, 2018technology

Quando abbiamo incontrato Jason Dunn, co-fondatore di Made In Space, la stampante 3d progettata da un gruppo di ingegneri e imprenditori visionari, era da poco stata installata nella stazione spaziale internazionale. E in questi giorni ha prodotto una chiave inglese. È la prima volta nella storia che un oggetto viene realizzato nello spazio. Il primo a festeggiare è il comandante Barry Wilmore. Non era mai successo che un attrezzo mancante fosse disponibile così in fretta. Quando è arrivata la richesta dall’ISS, i ragazzi di Made In Space hanno disegnato l’utensile in CAD e hanno inviato il file via mail. In passato sarebbero trascorsi mesi tra l’ordine e la consegna. Ecco come nasce un’avventura che guarda lontano.

DUNN: Abbiamo fondato “Made In Space” perché io e i miei cofondatori siamo convinti che nel corso della nostra vita assisteremo alle prime colonie spaziali umane. Sono sicuro che ci sposteremo al di fuori del pianeta, ma ciò su cui dobbiamo concentrarci oggi sono tecnologie e soluzioni che facciano in modo che sia possibile; insomma, non succederà se non ci lavoriamo! Abbiamo costruito una stampante 3D per lo spazio in meno di un anno perché non conosciamo il significato della parola “impossibile”.

CRISTINA: Ragazzi, i miei complimenti…avete fatto storia.

D: La nostra azienda “Made In Space”, negli ultimi quattro anni ha lavorato alla costruzione del primo congegno della storia in grado di fabbricare al di fuori del pianeta terra. Un prototipo di questo congegno si trova qui alle mie spalle, in questo laboratorio. Il rumore che sentite non è altro che un filtro che ha il compito di tenere l’aria pulita, poiché qui dentro c’è tecnologia spaziale.

C: Qual è l’utilità di una stampante 3d per un astronauta?

D: Oggi, gli astronauti nello spazio, dipendono dalle forniture che arrivano dalla terra. Ci possono volere mesi, anche anni, per averle. Con una stampante 3d sulla stazione spaziale, quando occorre qualcosa possono letteralmente stamparla sul posto. È questione di ore o addirittura minuti, poiché a noi basta inviare il file digitale e poi ci pensano loro.

C: Cosa si può rompere in una stazione spaziale?

D: Quando è partito il nostro progetto, alla NASA hanno fatto uno studio da cui è emerso che il 30% di ciò che si era mai rotto può essere riprodotto sul posto grazie alla nostra stampante. Parliamo di componenti in plastica o materiali compositi, oggetti per il supporto vitale, accessori specializzati e addirittura i WC.

C: Come si potrà utilizzare questa stampante sulla terra? Insomma, in quale tipo di ambiente potrebbe essere utile?

D: Se si pensa alla stazione spaziale come ad un ambiente remoto, molto difficile da raggiungere nonostante ci viva della gente, ne consegue che in qualsiasi luogo abitato, isolato dal resto mondo, come ad esempio una base in Antartica, potrebbe beneficiare della tecnologia che abbiamo utilizzato nella nostra stampante 3D. Poter fabbricare pezzi di ricambio e utensili in una base Antartica sarebbe tanto utile quanto poterlo fare su di una stazione spaziale.

C: Qual è il vostro obiettivo a lungo termine? Perché volete andare nello spazio?

D: A nostro avviso, una delle più grandi sfide che dobbiamo vincere è quella di avere la possibilità di vivere “del territorio”, ovvero di arrivare su Marte, ad esempio, e vivere di quello che si trova sul posto. Non è necessario portare con noi tutto quello che ci serve, ma basta invece portare gli utensili per manipolare l’ambiente locale, in modo da adattarlo ai nostri bisogni, esattamente come facciamo qui sulla Terra. La stampante è stata lanciata nello spazio nel Settembre 2014, Durante una missione di rifornimento alla stazione spaziale. Adesso, come prima e più importante cosa, dobbiamo capire quale sarà il vero utilizzo della stampante e se funziona bene… come stampa, insomma, a gravità zero. Lo scopriremo nei prossimi mesi, stampando in continuazione per comprenderne veramente l’arte.

C: Che materiale utilizza?

D: Basta una normale carica di plastica. Si tratta di un filo di plastica che passa attraverso la stampante, si fonde e si trasforma nel prodotto finale.

C: C’è stato per caso qualche effetto collaterale positivo durante la realizzazione di questa stampante?

D: Abbiamo sviluppato una tecnologia che ricicla gli scarti di plastica sulla stazione spaziale, riconvertendoli nel materiale con cui la stampante 3D realizza oggetti. È sorprendente quanti rifiuti di plastica si possono trovare su una stazione spaziale. Gran parte del cibo viene spedito in confezioni di plastica, ad esempio. Abbiamo chiamato questa tecnologia “Ri-fai”, poiché parte dall’idea che tu possa riutilizzare le tue stampe 3D. Poi prendere un oggetto che hai stampato e che hai usato, per esempio, solo una volta, lo metti nel “Ri-fai” e lo trasformi di nuovo nella carica di plastica. Abbiamo inoltre sviluppato una tecnologia che filtra l’aria del congegno mentre stampa, in modo che l’ambiente goda sempre di un’aria pulita. Questa tecnologia, che è assolutamente indispensabile su una stazione spaziale, si è rivelata molto utile anche qui sulla terra, dove la utilizziamo per fare in modo che le stampanti 3D siano più sicure.

C: Quali aziende potrebbero essere interessate al vostro progetto?

D: Abbiamo un grande interesse In eventuali utilizzi commerciali della nostra stampante 3D. Nella gente c’è un grosso interesse in oggetti realizzati nello spazio ed “esportati” sul pianeta terra. Pensate a quanto potrebbe essere forte avere uno specifico oggetto realizzato per voi nello spazio! Oggi, però, ci stiamo focalizzando nel dimostrare quanto è utile la nostra tecnologia. La commercializzazione avverrà senza dubbio quando, nello spazio, si potrà fabbricare qualsiasi cosa e riportarla senza fatica sulla Terra. Oggi ci concentriamo solo sulle applicazioni effettivamente utili. Quello che abbiamo creato è un nuovo modo di portare hardware nello spazio. Nella storia del volo spaziale ci si è sempre serviti di razzi, oggi basta una stampante 3D. La nostra.