i biopolimeri di POLIVE

By marzo 11, 2019ecology

Come ridurre questioni complesse in messaggi semplici che aiutino le persone a fare le scelte giuste? Il design può giocare un ruolo importante. I simboli su molti imballaggi sono rivolti all’industria e non al consumatore. Noi ci auspichiamo che nasca una nuova famiglia di simboli che con un colpo d’occhio diano le informazioni altamente rilevanti.
Ormai i termini biodegradabile e compostabile sono sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti e i più possono intuirne il significato: sono materiali – e nel caso di questo pezzo – biopolimeri – che la natura è in grado di digerire.
La questione diventa complicata quando analizziamo i tempi e le condizioni ambientali di tale degradazione, e quando guardiamo le “ricette” di tali materiali. Avrebbe senso immaginare che siano tutti di natura rinnovabile, ossia che la natura sia capace di rigenerarli stando al passo con il prelievo – in poche parole, quello che tolgo si rigenera in tempi relativamente brevi. Ma non è così. La legge consente una percentuale non trascurabile di sostanze fossili, ossia non rinnovabili. Ed è per questo che è importante sapere che ci sono allo studio biopolimeri biodegradabili e compostabili al 100% da materiali rinnovabili quali gli scarti dell’industria alimentare, come quelli del Progetto Polive.

Cristina: Ogni anno in Italia vengono consumate 7 milioni di tonnellate di plastica, 2.2 servono per gli imballaggi usa e getta e di questi, meno della metà può essere riutilizzato perché troppo costoso separare i vari tipi di polimero. Chi vuole essere più sostenibile sceglie quando può imballaggi in bioplastica, contrassegnati con le parole “compostabile” o “biodegradabile”, pensando di fare la cosa giusta. Dietro a questi termini c’è un mondo da capire. La legge regola la biodegradabilità e la compostabilità di un materiale, definendo i tempi e le modalità di decomposizione, che variano in base alla tipologia dell’oggetto e alle condizioni ambientali in cui viene posto. Non è d’obbligo dichiarare la ricetta completa del materiale e la sorgente da cui derivano i singoli ingredienti. La maggior parte dei biopolimeri attualmente in commercio derivano, per una percentuale che può arrivare anche al 60%, da risorse non rinnovabili quali il petrolio. Oggi incontriamo un gruppo di ricercatori italiani che stanno lavorando ad una nuova famiglia di biopolimeri: sono compostabili, biodegradabili, al 100% da fonti rinnovabili, secondo il principio della trasparenza totale e secondo i requisiti dell’economia circolare.

Gianluca Calderoni: Oggi stiamo lavorando a una bioplastica il cui polimero di base è  il PLA, ottenuto per vie fermentative, utilizzando gli scarti della filiera agroalimentare, ad esempio gli scarti della produzione dell’attività dolciaria. Al nostro polimero aggiungiamo degli ingredienti da fonte rinnovabile e riusciamo così a conferire alla nostra bioplastica delle performance molto simili alla plastica, riuscendo così a creare oggetti dai differenti usi. Packaging, dermocosmetica, imballaggi per alimenti, grucce nel settore dell’abbigliamento, e tantissimi altri oggetti che oggi stanno provocando tantissimi danni verso l’ambiente. Per differenziarci dalle altre aziende che producono bioplastica, oggi abbiamo brevettato un processo che ci permette di utilizzare gli scarti perché non vogliamo togliere il cibo a nessuno. Questo processo di fermentazione che è molto simile a quello della birra, ci permette di coltivare dei microrganismi per produrre il nostro polimero. I parametri di fermentazione che vengono controllati in laboratorio sono in piccolo verranno poi portati a scala industriale.

Cristina: Le norme faticano a stare a passo con l’innovazione, le informazioni sui biomateriali sono comunicate spesso in maniera confusa. Andrebbe creato una famiglia di simboli facili da interpretare. Se ognuno farà bene la sua parte forse potremo farcela.