Greenews – Intervista a Cristina Gabetti

By febbraio 28, 2019rassegna

INTERVISTATORE: Nel suo ultimo libro affronta il tema dell’empatia come punto di partenza per costruire una nuova società. Può spiegarci meglio il concetto?

CRISTINA: L’empatia è la nostra naturale predisposizione a essere connessi con gli altri. E’ ciò che ci consente di sentire ciò che sente l’altro, e mi pare un veicolo strategico per diffondere il piacere di essere parte integrante della vita. Sono anni che ricerco, sperimento e diffondo soluzioni per evolvere verso un futuro di prosperità per tutti, ma la qualità del fare emerge da un modo di essere. Nel mio nuovo libro A Passo Leggero coniugo esperienze vissute a più prospettive con la voce scientifica di Giacomo Rizzolatti, scopritore del neurone specchio, o neurone dell’empatia, e i disegni dell’artista Ramuntcho Matta, con l’intento di stimolare ogni piano dell’essere, affinché chi legge possa riconoscersi e possa sentirsi invitato a entrare in sintonia con l’onda di rinnovamento che scuote il nostro pianeta. E’ molto facile perdere la bussola, sentirsi scoraggiati, disorientati, ma credo che con piccoli esercizi di introspezione e circospezione sia possibile scorgere spiragli di luce e illuminare nuovi percorsi possibili.

I: Come si è avvicinata all’ambiente?

C: Mi sono sentita chiamata, in quanto madre, ad alleggerire la mia impronta ecologica in modo da contribuire a colmare la voragine tra ciò che sappiamo e come ci comportiamo. Strada facendo, ho avuto prova del potere cumulativo dei nostri gesti, e il potere che abbiamo, attraverso scelte che nascono dal cuore e dal desiderio di conoscere la lunga filiera di effetti che queste hanno sugli altri, di fare la differenza. La matrice del mio impegno è nel fare, cosciente del lusso che abbiamo di poter ancora scegliere, e con il senso d’urgenza di fare il più possibile per scongiurare il peggio….

I: Quali sono i piccoli gesti quotidiani che compie per tenere una condotta ecosostenibile?

C: Ogni mia scelta è mediata dalla coscienza e dalla conoscenza. Faccio del mio meglio per sostenere filiere che rispettano la salute di chi lavora e dell’ambiente, e laddove sono costretta a compromessi, punto sulla qualità sacrificando la quantità. I miei libri, e la rubrica Occhio allo spreco, che ho scritto e condotto per 5 anni a Striscia la notizia, sono zeppi di azioni pratiche. Quando il desiderio di vivere a passo leggero si manifesta, le soluzioni si trovano. Bisogna essere aperti, curiosi e creativi. E quando le risorse singole non consentono di arrivare alle scelte desiderate, entra in gioco il sostegno della comunità.

I: Come trasmette ai suoi figli il valore del rispetto per l’ambiente? e loro come lo recepiscono?

C: Vivendo. La migliore forma di educazione è l’esempio.

I: Nel corso della sua vita ha avuto modo di vedere realtà diverse: New York, Connecticut, Torino, Milano, adesso recentemente la California. Che tipo di sensibilità ha riscontrato e riscontra nei confronti dell’ambiente in tutte queste realtà?

C: La società americana è più veloce e di conseguenza le buone pratiche si diffondono rapidamente. Noi italiani viviamo in un paese naturalmente predisposto alla sostenibilità che non mettiamo a sistema. Anche se i comportamenti eco sensibili dovrebbero essere un punto di partenza e non una meta, le mode aiutano a promuovere il cambiamento, e in un mondo che sembra aver perso il giusto ordine di priorità, è utile usarle per velocizzare una transizione necessaria. Dunque, abbracciamo le soluzioni a noi più consone, valorizzando le opportunità che abbiamo a portata di mano.

I: Che tipo di cultura ambientale pensa ci sia al momento in Italia? quanto c’è ancora da fare?

C: La cultura ambientale deve uscire dalla nicchia, ma le rendite di posizione rallentano il processo. Guardo ai piccoli progressi con la speranza che si sommino fino a raggiungere un punto di svolta su larga scala. Più che mai la perseveranza di chi applica soluzioni a prova di futuro è necessaria per aprire gli occhi a chi non sa vedere i benefici a lungo termine.

I: Ci racconta della sua esperienza con la Singularity University?

C: E’ stata dirompente, stimolante, impegnativa. Abbiamo raccolto storie incredibili che vanno in onda nella rubrica Occhio al Futuro a Striscia la notizia e sul Corriere.it: mezzi di trasporto capaci di superare l’incubo del traffico, o di consegnare medicinali in luoghi irraggiungibili, tecnologie diagnostiche e progetti per portare le piante sulla luna. La sintesi dell’esperienza è che ho compreso quanto oggi è necessario abbattere le barriere tra i saperi, perché le soluzioni più interessanti nascono dalla collaborazione di menti e talenti diversi.

I: Lei ha anche curato delle pubblicazioni per bambini: quanto le famiglie di oggi educano i loro figli al valore della sostenibilità?

C: Sono felice perché il mio libro Tondo come il Mondo (Giunti Progetti Educativi e Fondazione Ambienta) viaggia da 4 anni nelle scuole italiane e sta sostenendo la conoscenza pratica di centinaia di migliaia di bambini. Imparano, sperimentano ed elaborano, assistiti da insegnati generosi e ispirati, per poi portare in famiglia i risultati di quanto appreso. A volte, per i grandi, cambiare significa prima disfarsi di abitudini sbagliate, mentre per i bambini il percorso è più breve.

I: Secondo lei l’esplosione tecnologica e social può essere di aiuto alla costruzione di uno stile di vita e di una società innovativi?

C: Sono un’arma a doppio taglio. Le buone idee possono diventare virali sul web, con le tecnologie possiamo raggiungere persone lontane e con loro collaborare, però rischiamo, se non le gestiamo con cura, di perdere destrezza e manualità, il contatto diretto con le persone, la capacità di dialogare e di accogliere i tempi morti, che danno respiro alle intuizioni.

I: Cosa significa per lei decrescita felice?

C: Significa consumare meno e vivere meglio, come recita il sottotitolo del mio secondo libro Occhio allo Spreco. Indica un fenomeno che preme dal basso, un antidoto alla cultura dell’eccesso ma anche una naturale conseguenza della crisi economica. Credo però che per evolvere collettivamente dovremo cambiare il significato della parola crescita, passando da un indice quantitativo a uno qualitativo. Cioè, crescita evolutiva.

I: Qual è il sogno ambientale più grande che vorrebbe realizzare?

C: Non è un sogno individuale bensì collettivo. Sogno una società rigenerante, rispettosa, prospera, capace di onorare i diritti fondamentali dell’uomo e della Terra, e accolgo ogni opportunità possibile per contribuire a renderla concreta. Vorrei aprire un dialogo collettivo sull’impatto che le tecnologie stanno avendo sulla qualità della nostra vita e delle relazioni, sulle opportunità che possiamo abbracciare per accelerare il cambiamento che vogliamo, e mi piacerebbe fare un programma radiofonico, perché è uno strumento adatto per condividere esperienze e per elaborarle.

Greenews – 2014