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Nuova vita per l’Area EXPO di Milano

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Cosa ne sarà dell’Area EXPO, un milione di metri quadri che nel 2015 ha ospitato 22 milioni di persone? Carlo Ratti Associati, lo studio di architettura Torinese che ha vinto la gara d’appalto, ci ha raccontato come darà nuova vita al sito, utilizzando spazi comuni, aree verdi e mobilità autonoma.

Cristina: Cosa ne sarà dell’area EXPO? Un milione di metri quadri che nel 2015 ha ospitato 22 milioni di persone. Carlo quali sono tutte le innovazioni che potremo vivere nella nuova area EXPO?

Carlo Ratti: Provo a dirti tre aspetti. Il primo è come siamo partiti con il decumano, quel decumano che tutti ricordiamo, questa grande striscia di asfalto che fa da nastro distributore sul sito, e trasformarlo in un grande parco lineare. Un po’ la natura che torna al centro della città. Il secondo aspetto è come la parte bassa degli edifici diventa un common ground, uno spazio condiviso, uno spazio di interazione. Non uno spazio privato ma uno spazio che sia aperto alla città e a chiunque voglia godere di quel sito. Una terza cosa che proverei a dire è legata alla mobilità, sappiamo che la mobilità della città nel 900 era legata ed incentrata sulla macchina. Sappiamo che la automobili nei prossimi anni cambieranno moltissimo a causa delle nuove tecnologie, diventeranno autonome. Questo vuol dire anche una mobilità diversa, in cui la stessa macchina da un passaggio ad una persona, poi un’altra, poi un’altra. Allora ecco che forse uno dei primi siti urbani nel mondo che è stato progettato con questo in mente, con l’idea di una mobilità di un nuovo tipo, basata sull’autonomia.

Cristina: Quante persone ospiterà?

Carlo Ratti: Adesso lo sviluppo durerà molti anni quindi inizierà con Human Technopole, poi le parti universitarie e le varie aziende che si vogliono trasferire. Questo sarà un continuo e una crescita progressiva nel corso degli anni.

Cristina: Quando dovrebbe essere pronto?

Carlo Ratti: Se dici pronto come partire direi sono molto veloci, pensiamo che già l’anno prossimo sia attivo. Da questo nucleo iniziale vuol dire continuare a crescere nel corso degli anni. Io penso che le potenzialità siano davvero tante e quando penso che al successo dell’IIT come centro di ricerca che oggi è diventato un’eccellenza a livello mondiale e che proprio ci fa vedere come nel campo della ricerca quando creiamo le condizioni giusti, i modi i sistemi giusti e anche gli spazi da abitare giusti, ecco che il paese non è secondo a nessuno. Il sito di EXPO a cui siamo tutti affezionati per il grande successo del 2015, quindi è un sito su cui abbiamo proprio vissuto nel corso degli anni e siamo molto contenti di poter contribuire e a continuare a farlo vivere in un domani.

In onda 17-2-2018

Alleggerire l’impatto ambientale delle aziende

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Ero felice dopo il breve e intenso incontro con Silvio Albini. Capita raramente di parlare con un imprenditore così schietto, trasparente e audace che dice apertamente le cose come stanno (e non come vorrebbe che fossero). “La nostra è la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella del petrolio e del carbone….” aveva esordito. Solo chi è impegnato nel fare può mettere nero su bianco in modo così diretto. Le parole sono una conseguenza, non una premessa. Infatti, poi, Albini aveva esposto alcuni dei risultati importanti raggiunti nel percorso progressivo verso la sostenibilità. Gli avrei scritto lunedì per dirgli quanto mi aveva colpito la sua visione concreta, ma la notizia della sua scomparsa mi ha preceduto. Mi chiedo perché un uomo che aveva ancora tanto da dare ci abbia dovuto lasciare. Il mio augurio è che nella sua memoria il suo disegno possa prendere forma, allargandosi in maniera organica nella lunga e complessa filiera del tessile.

Cristina: Il 50% dei tessuti e dei vestiti usati nel mondo contengono cotone. Fibra che nella sua lunga filiera dalla produzione alla lavorazione inquina tantissimo. Siamo in un’azienda che ha deciso di alleggerire il suo impatto ambientale. Quali sono gli obbiettivi che vi siete posti e i risultati che state raggiungendo?

Silvio Albini: È un processo lungo, non dimentichiamo che l’industria tessile, in tutta la sua complessità nel mondo è il secondo inquinatore del mondo in cui viviamo, dopo le industrie del carbone e del petrolio. Bisogna svolgere le proprie attività con trasparenza, bene, step by step, noi abbiamo negli ultimi anni risparmiato 8 milioni di kw/h che corrispondono a all’energia elettrica consumata da 2.700 famiglie in un anno. Poi c’è bisogno di tantissima acqua, anche li, con investimenti importanti la nuova tintoria che abbiamo fatto in questo sito in Val Seriana ci ha permesso di risparmiare 46.000 metri cubi di acqua all’anno, che corrispondono all’acqua di 10 piscine olimpioniche. C’è un uso di materie chimiche importante e qua noi abbiamo iniziato un lungo lavoro di miglioramento continuo che ogni giorno ci porta come si diceva prima.. usare meno acqua ma anche a sostituire materie chimiche che fanno un po’ meno male alla pelle o all’ambiente in cui viviamo.

Cristina: Questo processo di innovazione cosa vi sta insegnando?

Silvio Albini: Sta cominciando a premiarci veramente. Pensi che recentemente sono stato da uno dei nostri maggiori clienti Americani, abbiamo presentato la nostra esperienza dalla materia prima fino al prodotto finito. Devo dire che è stato un grande successo che ci ha permesso anche una maggiore penetrazione presso quei clienti. Dietro c’è una grande spinta dei loro consumatori finali che sono finalmente sensibili a tutto questo mondo.

Cristina: Perché la gente vuole sapere dove nasce e come potrà finire quello che usa, soprattutto quello che porta sulla pelle, quindi chi sa raccontare questa storia con audacia e trasparenza sicuramente verrà premiato.

In onda 27-1-2018

3Bee, api e tecnologia

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Cosa connette api, stampa 3D e Albert Einstein? Lo scopriamo attraverso questo progetto semplice e sostenibile, interamente ideato in casa grazie all’incontro tra biologia ed elettronica. Le api hanno un ruolo cruciale nelle nostre vite, anche se da cittadini non ce ne accorgiamo. Se ne era accorto qualcuno dalla mente molto brillante, che associava la loro scomparsa a quanto di più catastrofico per la specie umana. Ma con il preciso monitoraggio degli alveari proposto da 3Bee, gli apicoltori sono in grado di prevenire malattie e decimazioni, mentre i ricercatori possono avanzare nei loro studi.

Cristina: Ogni anno da più di un decennio muore una media del 30% della popolazione di api in Europa e Nord America. D’estate poi si riproducono ma il numero complessivo delle famiglie è in continua diminuzione. E questo è un problema grave che minaccia la sopravvivenza di tutte le speciviventi inclusa la nostra. Siamo venuti a Como per incontrare due ragazzi che stanno affrontando il problema. Buongiorno ragazzi, come è nato e come si è sviluppato il vostro progetto?

Niccolò Calandri: Il nostro progetto nasce dall’unione dell’elettronica con la biologia. Io sono ingegnere elettronico e, assieme a Riccardo che è biologo, abbiamo realizzato questo prodottodirettamente in casa. Il prodotto è totalmente costruito nei nostri laboratori casalinghi, lo stampiamo in 3D, lo assembliamo in casa e lo portiamo direttamente sulle nostre arnie.

Riccardo Balzaretti: Un dispositivo che ci permette di monitorare le api in tempo reale, quindi di sapere tutto ciò che avviene all’interno dell’alveare e anche all’esterno.

Cristina: Quali sono i dati che monitorate?

Riccardo Balzaretti: Principalmente lo stato di salute delle api che può venire ricavato attraverso l’utilizzo di sensori per la temperatura, l’umidità, intensità dell’aspetto sonoro e il peso. Una volta messo il dispositivo all’interno se sei vuole si attacca l’alimentazione solare che serve per la ricarica della batteria del dispositivo che di per sé può durare mesi grazie al pannello che la rende pressoché infinita.

Cristina: Quindi voi generate una mole di big data?

Riccardo Balzaretti: Esatto, generiamo una mole molto grossa di big data che poi possono essere utilizzati per far ricerca diretta da ricercatori e università, ma anche da privati che vogliono semplicemente sapere qual è lo stato di salute degli alveari nella zona e ovviamente da apicoltori.

Cristina: Quanti apicoltori ci sono in Italia?

Riccardo Balzaretti: Circa 100 mila, di cui 10 mila sono professionisti. Abbiamo studiato e ricercato anche una soluzione per una delle malattie che è una piaga in apicoltura che si chiama varroa che è un piccolo parassita, acaro dell’ape. Si tratta di un telaino termico. L’idea non è nuova, ma stiamo cercando di ottimizzarla, ed è una soluzione che non prevede chimica.

Cristina: Se le api dovessero scomparire, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita. Questa frase è attribuita a Albert Einstein, non è certo che l’abbia detto, ma il ragionamento è verosimile e far riflettere. Occhio al futuro.

Alghe: da surplus a risorsa

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A parte quando le troviamo arrotolate intorno al sushi, le alghe tendono a non piacerci. Ci infastidiscono quando nuotiamo e si ammassano sulle rive. Un gruppo di ragazzi brillanti di Taranto sta trasformando un’apparente rifiuto in risorsain collaborazione con il CNR. La soluzione di South Agro è di impiegare le macro-alghe come biostimolanti in agricoltura. Ecco come.

Cristina: Capita sempre più a bagnanti e natanti di essere infastiditi non solo dalla plastica ma anche delle alghe che proliferano nel Mediterraneo. Alcune di queste però sono una grande risorsa. In che modo diventano risorsa? Siamo nel Mar Piccolo di Taranto per parlarvi di un progetto che è stato sviluppato assieme al CNR.

Antonella Petrocelli: Noi ci occupiamo di alghe da circa 30 anni, abbiamo iniziato usandole come indicatori ambientali. Ora stiamo dragando a circa 8 metri di profondità con una rete che raccoglie sul fondo tutto ciò che incontra.

Cristina: E con questa alga sana che cosa fate?

Antonella Petrocelli: Otteniamo dei biostimolanti da utilizzare in agricoltura.

Cristina: Andiamo a vedere che cosa succede nella seconda fase, quella di trasformazione e vi racconteremo questo prodotto che proprietà ha.

Valentino Russo: In questo laboratorio la nostra startup in collaborazione con il CNR trasforma le alghe in prodotti biostimolanti utili per l’agricoltura in quanto permettono di esaltare la qualità dei suoli, migliorare la resistenza agli stress climatici ed avere piante più sane e più forti. Queste sostanze possono essere impiegate in agricoltura o negli orti di casa propria.

Cristina: Quindi è un tonificante per la terra?

Valentino Russo: Esattamente.

Cristina: Sappiamo che c’è sempre più uso di fertilizzanti, le terre sono sempre più povere. Quindi questo permette di dosare meglio.

Valentino Russo: Proprio così. L’utilizzo di un prodotto biostimolante permette una diminuzione dell’utilizzo dei fertilizzanti chimici tradizionali.

Cristina: Il processo come avviene? Come viene trasformata l’alga secca della varietà che abbiamo visto prima?

Valentino Russo: Viene macinata, poi attraverso un processo in via di brevettazione diventa un prodotto biostimolante.

Cristina: E’ la prima operazione fatta con alghe 100% italiane?

Valentino Russo: Si 100% del Mar Mediterraneo che sono assolutamente sottoutilizzate rispetto alle fantastiche caratteristiche che possiedono.

Cristina: La materia prima è abbondante e locale, il processo di trasformazione è a basso impatto, il prodotto è ecocompatibile. I protagonisti di questa storia sono giovani e stanno lanciando una campagna di crowdfunding, se volete sostenerli. Occhio al futuro.

“I vostri computer non sono sicuri”

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Marc Goodman è tra i più grandi esperti al mondo di sicurezza. Stratega globale, Futurologo dell’FBI, consulente dell’Interpol e docente di legge ed etica alla Singularity University, dove abbiamo assistito a una sua lezione al cardiopalmo. Il suo intervento è un concentrato di suspense, più avvincente di un thriller, ma quando realizzi che non sei al cinema, e che stai sentendo dalla massima autorità in materia che nessun computer è inviolabile, che si possono piratare i pacemaker e le serrature delle celle dei penitenziari, che Facebook viene hackerata 600.000 volte al giorno, ti si gela il sangue. «Siamo abituati a leggere notizie come queste sui giornali, ma in mezzo a tante altre, non ci danno l’idea della vastità del fenomeno. Non ci rendiamo conto che i cyber crimini stanno diventando sistemici», spiega. Ogni giorno tutti noi pompiamo in rete uno tsunami di informazioni, una marea continua di dati che possono essere usati a nostro vantaggio, ma anche contro di noi. Internet è fonte di immense opportunità, ma anche di rischi che è di importanza vitale conoscere. Goodman ha fondato un’organizzazione chiamata Future Crimes che riunisce un panel di futurologi impegnati a studiare e discutere gli effetti del progresso scientifico e tecnologico sul crimine, la legislazione e gli ordinamenti giudiziari a livello planetario. Future Crimesè anche il titolo del suo nuovo libro, definito «un tour nel mondo sommerso del web», un portolano da usare per navigare ad occhi aperti, e per impostare la rotta al sicuro dai pirati e dai virus sempre più agguerriti.

GOODMAN: Qualche settimana fa abbiamo arrestato un assassino in Florida. Aveva ucciso la sua coinquilina. Doveva nascondere il corpo e non sapeva come fare. Allora ha preso il suo IPhone e a chiesto a Siri: “Siri, qual è il posto ideale per sbarazzarsi di un cadavere?” E Siri gli ha risposto dicendogli che lo poteva buttare in un fiume, o in una discarica, oppure seppellire in un cimitero. La polizia, che già sospettava di lui, ha deciso di controllare il suo telefono e, a seguito di un’analisi forense, ha trovato le domande fatte a Siri e lo ha incastrato. Ogni singolo computer può essere hackerato. Non è mai stato costruito un computer inviolabile. Abbiamo bisogno di sistemi più sicuri e io penso che un metodo valido sia un modello simile a quello della salute pubblica. Potremmo usare l’epidemiologia per occuparci dei virus del computer. Trattiamoli come se fossero una malattia, isoliamoli! ci sono crimini cibernetici stupefacenti e il mio lavoro è quello di verificare quanto siano avanzati i criminali che li commettono. Oggi si occupano di tecnologie elettroniche, conoscono benissimo la robotica, l’intelligenza artificiale, la genetica, le armi biologiche… hanno esperti per ogni area, insomma. In passato, se qualcuno commetteva un crimine, se ad esempio rapinava la Banca d’Italia a Roma, La polizia era certa di alcuni dati di fatto: sapeva che il criminale era a Roma e che la banca era a Roma. Vittima e criminale si trovavano insomma nella stessa città e sarebbero stati Carabinieri o Polizia di Stato ad occuparsi delle indagini. Il criminale avrebbe lasciato tracce di DNA. Erano cose certe. Oggi lo stesso criminale può rapinare la Banca d’Italia da un qualsiasi paese dell’Africa. La può rapinare da Mosca. Il nostro sistema è messo a dura prova da questo, poiché la leggi sono nazionali, per la maggior parte. Abbiamo alcune leggi internazionali ma il problema dei crimini informatici è esclusivamente internazionale. Un criminale può spostarsi in cinque paesi diversi mettendoci non più di cinque minuti. Gli basta hackerare un computer per ogni paese. Quando un criminale si trova a Roma e la polizia pure è facile procedere. Ma se hai un poliziotto a Roma e il tuo criminale è in Ucraina o a Buenos Aires, Spesso non c’è il budget per mandare l’agente in giro per il mondo. Ci sono comunque organizzazioni che se ne occupano. In Europa esiste L’Europol all’Aia, che coordina il crimine in tutta Europa e nel resto del mondo c’è l’Interpol, che si occupa di tutti i continenti. 190 paesi uniti insieme per concentrarsi sul crimine internazionale… Ma il problema è un budget limitatissimo. Il budget dell’Interpol è di circa 75 milioni di euro all’anno. Quello della sola Polizia di New York è di 4 miliardi di euro! Un’idea valida sarebbe quella di creare un corpo di riservisti internazionali online. Questi poliziotti speciali sarebbero addestrati, faremmo un completo controllo dei loro precedenti, e gli daremmo le autorizzazioni di sicurezza necessarie a rinforzare il corpo di polizia, con il loro lavoro di volontariato. Quando facciamo una ricerca su internet vediamo solo una minima parte della rete.

CRISTINA: Quali sono le proporzioni?

G: La maggior parte della gente, quando fa una ricerca su Google è convinta di accedere all’intera rete, ma non è così. Sotto alla parte visibile c’è il cosiddetto “Dark Web” e il “Deep Web” che sono parecchio più grandi. In proporzione sono grandi 500 volte la parte visibile! Il Web di superficie è grande più o meno 19 terabytes, mentre il Dark Web 7500 tera! Nel “Dark Web” ci sono parecchi database e altre informazioni di sicurezza nascoste, ma è lì che si organizza tutto il crimine informatico. Pensa alle misure di sicurezza negli aeroporti, ad esempio. Dopo l’11 Settembre cosa abbiamo fatto? I terroristi hanno usato molta creatività per trasformare aerei in bombe e compiere attacchi terroristici. Noi non abbiamo la stessa creatività dei criminali. a essere onesti, quello che vediamo negli aeroporti è il cosiddetto “teatro della sicurezza”. Sono controlli che servono a farci sentire più protetti, Ma in realtà non sono molto sofisticati. Il governo americano ha compiuto un studio: hanno fatto il conto di quante pistole erano state trovate ai controlli degli aeroporti Americani ed hanno calcolato il costo delle spese di sicurezza. È venuto fuori che per ogni pistola sono stati spesi 40 milioni di dollari! Devo fare invece i miei complimenti All’Unione Europea, perché le loro leggi sulla privacy sono probabilmente le più solide al mondo mentre quelle negli Stati Uniti sono le più deboli. Per fare un esempio, i principali paesi del mondo hanno un commissariato nazionale sulla privacy. Gli Stati Uniti no.

C: Lei ha collaborato spesso con l’Italia. Qual’è la sua esperienza con la nostra polizia nazionale?

G: Ho lavorato con vari enti. Con la Polizia di Stato e con la Polizia Postale e delle Comunicazioni. Fanno un ottimo lavoro, veramente. Hanno esperti riconosciuti a livello internazionale, viaggiano per il mondo e hanno lanciato una serie di indagini davvero notevoli. Ad esempio sono i pionieri nell’ideazione di una forza di polizia virtuale. La Polizia di Stato ha un sito online, è possibile accedere e visitare una stazione di polizia virtuale con avatar. Nessun paese è perfetto, per carità, ma l’Italia ha fatto un ottimo lavoro.

La lana Sarda che ripulisce il mare dagli idrocarburi

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Vedere una spugna assorbire un liquido ci affascina. Ora immaginate che la spugna sia ricavata da scarti industriali, addirittura rifiuti speciali, e il liquido in questione sia acqua di mare inquinata da idrocarburi. Ma non finisce qui perché la spugna contiene anche dei microrganismi in grado di digerire gli oli restituendo acqua pulita. Da questa intuizione speciale dell’imprenditrice della blue economy Daniela Ducato nasce Geolana. Il diportista attento la troverà in molti porti e anche nelle sentine.

Cristina: Circa 150 milioni di persone vivono sulle coste del Mar Mediterraneo, scaricando in acqua rifiuti di ogni genere, da quelli industriali a quelli civili. Pensate che secondo le Nazioni Unite sono 100/150 mila tonnellate solo gli idrocarburi. Per fortuna c’è ci si occupa di questo con soluzioni innovative. Buongiorno Daniela, cos’è questo?

Daniela Ducato: E’ un tessuto di lana di pecora realizzato in industria con il pelo corto e che diventerebbe un rifiuto speciale smaltito a caro prezzo ambientale ed economico e invece noi lo trasformiamo in risorsa speciale.

Cristina: E lo vediamo lì?

Daniela Ducato: Esatto e non è decorativo. È un tessile che è stato creato a doc per catturare velocemente molti inquinanti, soprattutto gli oli e gli idrocarburi petrolchimici. E fatto in modo speciale per acchiappare, e quindi per ospitare, tutti quei microrganismi utili che sono in acqua e che hanno il compito di metabolizzare e digerire questi inquinanti restituendoci acqua pulita.

Cristina: Un kilo di lana quanto assorbe?

Daniela Ducato: Tra i 10 e i 14 kili quindi immaginiamo quanto può essere utile e importante creare una gestione sostenibile e responsabile dei porticcioli turistici con un elemento rinnovabile che finito di vivere ritorna a essere mare fecondo.

Cristina: La vostra soluzione si sta diffondendo facilmente nei porti e nei mari?

Daniela Ducato: Sì, per una volta non abbiamo il problema della burocrazia intricata, anzi c’è stata anche una velocità nelle pratiche. Siamo contenti di questa facilità e di questa consapevolezza anche nelle amministrazioni pubbliche. Chi naviga sa che anche in sentina, nel vano motore, si accumulano tanti inquinanti: oli, idrocarburi… Noi abbiamo trovato una soluzione mangia petrolioanche per questa problematica. Come vedete qui ci sono già diversi assorbitori, alcuni sono stati impregnati e stanno biodegradando gli idrocarburi, l’altro è appena stato messo e inizierà tra poco il suo lavoro di biodegradazione.

Cristina: Daniela, spieghi perché questa l’abbiamo al collo?

Daniela Ducato: L’abbiamo al collo e per fortuna non in mare, perché altrimenti vorrebbe dire un piccolo disastro: un grande versamento in mare. Serve proprio per gestire i versamenti visibili e inquinanti. E’ fatto sempre di lana, con un interno di sughero che consente il galleggiamento.

Cristina: La materia prima, la lavorazione e l’innovazione tecnologica sono al 100% sarde, speriamo che questa soluzione si sparga a macchia d’olio. Occhio al futuro!

Leaf Space per un spazio più democratico

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Oggi incontriamo un gruppo di ragazzi italiani che dimostrano che offrire servizi spaziali non è solo prerogativa di grandi agenzie e corporazioni. Con Leaf Space hanno messo a punto una soluzione che rende lo spazio ogni giorno più democratico e accessibile. I loro micro satelliti e antenne consentono di abbattere i costi, ma non solo.

CRISTINA: Quando sentiamo parlare di satelliti pensiamo subito ai servizi che ci offrono dalle telecomunicazioni ai sistemi di navigazione. Siamo venuti a Lomazzo per parlavi di una giovane impresa che sta contribuendo a rendere lo spazio più democratico.

GIOVANNI PANDOLFI: Buongiorno. Un esempio pratico, per cominciare, è quello delle mappe satellitari. Fino a qualche tempo fa venivamo aggiornate ogni mese mentre adesso vengono aggiornate ogni giorno o ogni due o tre giorni grazie proprio a questi micro satelliti che producono moltissimi dati a livello spaziale.

CRISTINA: In che modo diventano accessibili questi dati?

GIOVANNI PANDOLFI: E’ una domanda che ci siamo posti anche noi ed è per questo che abbiamo disegnato questo sistema per riuscire a scaricare in modo più semplice ed economico i dati provenienti dallo spazio. Se facciamo l’esempio dell’agricoltore che prima, con i satelliti tradizionali, doveva scaricare un’immagine e anche un solo chilometro quadrato andava a costare migliaia di dollari. Adesso con i micro satelliti e soprattutto con l’utilizzo di antenne del genere, quindi più focalizzate su questo mercato, possiamo garantire un abbassamento dei costi fino anche a qualche decina di dollari per chilometro quadrato che si ripercuote su tutte le applicazioni che possono avere queste tipologie di dati.

CRISTINA: Come funziona?

GIOVANNI PANDOLFI: Noi andiamo a costruire queste stazioni che implementiamo in giro per il mondo. Al momento ne abbiamo tre e questa sarà la quarta che andrà in Irlanda. In questo modo possiamo aumentare quello che si chiama tempo di visibilità, ovvero il tempo di contatto che abbiamo con il satellite, e in questo possiamo scaricare molto più dati. L’innovazione sta nel fatto di centralizzare questo sistema, quindi i nostri clienti, gli operatori di satelliti non utilizzano un’antenna dedicata al loro satellite, ma utilizzano tutto il network. Con molti clienti che utilizzano il nostro network possiamo abbassare i costi.

CRISTINA: Se io voglio avere delle immagini dallo spazio di un terreno, di una coltivazione o di qualcos’altro mi riferisco a voi?

GIOVANNI PANDOLFI: Bisogna riferirsi agli operatori di satelliti però quei dati vengono scaricati attraverso le nostre antenne.

CRISTINA: E sono tutte Made in Italy?

GIOVANNI PANDOLFI: Sono assemblate in Italia. La maggior parte dei pezzi sono anche prodotti in Italia, li assembliamo qui nel nostro laboratorio dopodiché li impacchettiamo, li spediamo e andiamo noi stessi a installarli in giro per il mondo.

CRISTINA: La forte innovazione di questa idea è che gruppi sempre più piccoli di persone fino magari al singolo cittadino avranno accesso a prezzi bassi ad informazioni che arrivano dallo spazio quasi in tempo reale. Occhio al futuro.

Watly, tre in uno

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Immaginate di non avere accesso ad acqua potabile, energia e connessione a internet. Ci pare una realtà distante, ma per una parte significativa della popolazione mondiale fa parte della quotidianità. Oggi esiste un’ingegnosa macchina con il potenziale di risolvere questo problema. Si tratta di Watly, un computer termodinamico assemblato in Italia e testato in Ghana.

Cristina: Un miliardo di persone al mondo non ha accesso all’acqua potabile, due miliardi di persone vivono senza elettricità e cinque miliardi non hanno internet. Un gruppo di ragazzi italiani ha avuto un’idea che potrebbe cambiare la vita a molte di queste persone. Buongiorno Marco.

Marco Attisani: Buongiorno Cristina, benvenuta.

Cristina: Grazie. Un sogno di tanti di risolvere questi grandi problemi. Voi ci siete riusciti?

Marco Attisani: Sì, abbiamo una soluzione. Infatti ti abbiamo invitato oggi per presentarti il primo computer termodinamico costruito al mondo. Una macchina capace di purificare l’acqua da qualsiasi tipo di contaminazione, sia essa batteriologica, fisica o chimica, generare elettricità e permettere connessione a internet grazie esclusivamente all’energia solare. Questi sono i nostri nuovi stabilimenti, sono ancora vuoti perché stiamo facendo un trasloco.

Cristina: L’acqua come la depurate?

Marco Attisani: Con un sistema di ebollizione, evitando quindi l’uso di filtri. L’osmosi non è stata la soluzione che abbiamo scelto. Bolliamo l’acqua con un processo termodinamico, quindi superiamo la temperatura di 115° e in questo modo riusciamo a separare l’acqua da qualunque tipo di contaminazione, fisica, batteriologica o chimica. Arsenico, mercurio, metalli pesanti, piombo, sale. Non importa che acqua noi mettiamo dentro a Watly, l’output è sempre acqua perfettamente potabile.

Cristina: E dove l’avete testato?

Marco Attisani: L’abbiamo testato nello stato del Ghana, in Africa, e si è trattato di un esperimento sociale, più che tecnologico. Sapevamo che la macchina funzionasse quindi si trattava di scoprire quali fossero le reazioni umane di fronte a questa tecnologia. Siamo andati in un villaggio completamente deprivato di bagni, docce, acqua e abbiamo fatto chiaramente dimostrazione di cosa significhi portare la tecnologia sana a persone che ne hanno veramente bisogno.

Cristina: Una macchina modulare quindi che può sia soddisfare le esigenze di comunità intere sia di piccoli centri dove l’acqua purtroppo non è più pulita.

Marco Attisani: Corretto. Si tratta di una tecnologia scalabile e versatile, quindi puoi fare una macchina che serve 3000 persone o una che ne serve 30.000. E’ soltanto una questione di declinare la tecnologia in relazione al fabbisogno di quella specifica comunità e contesto ambientale.

Cristina: Marco ha avuto questa grande idea, grande in tutti i sensi perché questo è solo un ottavo del modulo completo, mentre abitava all’estero. Per fortuna poi è venuto a svilupparla in Italia. Occhio al futuro.

Progetti educativi – Rob Nail

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Siamo in testa alla lista dei paesi col tasso di natalità più basso al mondo. L’Italia invecchia in fretta e toccherà ai nostri pochi giovani portare l’onore del Belpaese al centro del XXI secolo. Come sapranno avere buona cura di loro stessi, dei loro figli e di noi, dipende da come li formiamo oggi, non domani. Attardarci ad aggiornare i nostri sistemi scolastici è perdente solo per noi. Chi è appassionato alla conoscenza e alla cultura ha solo da guadagnare capendo quanto le tecnologie diano accesso come mai prima a strumenti utili per il nostro sapere, e il nostro saper fare. Il ruolo di insegnanti appassionati, competenti e informati è di ispirare i nostri ragazzi, insegnare loro a pensare e fare le domande giuste. Abbiamo incontrato Rob Nail, della Singularity University, che di mestiere studia come mettere le tecnologie esponenziali a servizio dell’apprendimento. E mentre editavo l’intervista realizzata ad Amsterdam, mio nipote di 12 anni mi mandava il rap brillante e pungente di Prince Ea, un poeta contemporaneo con milioni di followers sui social media. Con geniale semplicità ci ispira ad aggiornarci. I giovani ci chiedono questo.

Cristina: Siamo ad Amsterdam per un summit della Singularity University, organizzazione che nasce in California per aiutarci a capire quanto opportunità abbiamo per avere un impatto positivo sulla nostra vita e su quella degli altri, a partire da educazione e formazione.

Rob Nail: I nostri sistemi educativi sono obsoleti. In futuro i contenuti potranno essere insegnati e appresi più facilmente con la tecnologia. E il ruolo dell’insegnante umano sarà quello di risvegliare il potenziale degli studenti, aiutarli a capire cosa gli appassiona e imparare a formulare le domande chiave per accedere agli strumenti e alle competenze necessarie nel momento del bisogno. Imparerai il calcolo algebrico quando dovrai creare un’equazione differenziale per lanciare un razzo su Marte. E credimi, se è quella la tua passione, sarai motivato ad affrontare ogni sfida.
Quello che si insegna nelle scuole deve rispondere ai bisogni del 21° secolo, ma accanto a capacità specifiche è fondamentale saper pensare, comprendere le complessità e le dinamiche dell’insieme.

Cristina: Quando pensi che si colmerà il divario tra le soluzioni disponibili e la loro diffusione?

Rob Nail: Penso che stia già accadendo e stiamo evolvendo verso una realtà capace di mettere a frutto i potenziali delle nuove tecnologie. Per arrivarci però è necessario sperimentare tanto, avere il coraggio di aggiornare i sistemi educativi e prendere spunti da chi abbraccia più facilmente il cambiamento. Ad esempio, abbiamo passato del tempo in Uruguay e, forse proprio perché è un paese piccolo, lì è più facile innovare. Tutti gli studenti delle scuole elementari, medie e superiori hanno i tablet. E insegnano programmazione e robotica nelle scuole pubbliche fin dai primi anni.

Cristina: Incredibile!

Rob Nail: Nella Silicon Valley non siamo ancora arrivati a questo.

Cristina: Nemmeno in Italia.

Rob Nail: In pochi posti al mondo, ma immagina dove arriveranno questi bambini tra 10/15 anni? Se ci concentriamo su un futuro di positività e abbondanza, se osiamo immaginarlo, diventerà realtà. Per crearlo dobbiamo mantenere una mente molto dinamica e incoraggiare nazioni, città e corporazioni a sperimentare nuovi modelli. Le soluzioni non cadono dal cielo e le migliori si trovano provando e riprovando.

Cristina: Mai come ora abbiamo opportunità per imparare. Occhio al futuro!