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Alisea

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Susanna Martucci Fortuna, fondatrice di Alisea, ha trasformato un momento di crisi in opportunità. Ha creato una filiera di professionisti tutti italiani – da ingegneri a designer e artigiani evoluti, per dare una vita dignitosa a scarti industriali.

Cristina: Oggi vi raccontiamo il lavoro di una donna che ha trasformato una crisi in opportunità. Stava perdendo il l’azienda, e interrogandosi sul da farsi, le tornò in mente una conversazione sentita sul riciclo e si chiese come poter dare una vita dignitosa a scarti industriali, che nel suo distretto di Vicenza abbondano. Per dare concretezza alla sua idea, mise insieme una filiera tutta italiana di ingegneri, designer e artigiani evoluti. Andiamo a conoscerla e a scoprire che cosa fa. Buongiorno Susanna, raccontaci cosa abbiamo davanti.

Susanna Martucci: Qua si parla di grafite da noi, questi sono elettrodi in grafite e lo scarto inevitabile della produzione degli elettrodi di grafite è questa polvere, che viene recuperata dagli impianti di aerazione delle fabbriche. Noi recuperiamo questa polvere e abbiamo creato un nuovo materiale. Questo è un granulo che è fatto con l’80% di questo scarto. Questo nuovo materiale, che viene da economia circolare, ci ha dato accesso ad un processo produttivo innovativo per la produzione di una matita, che non usa legno e non usa colla per quanto riguardo l’aggancio della gomma, ma soprattutto chi la usa consuma 15 grammi di polvere di grafite, portandole via dalla discarica. Solo con lei, risparmiamo 60.000 alberi all’anno, perché molti magari non pensano che il legno delle matite tradizionali non è altro che packaging della grafite che è fragile e sporca le mani.

Cristina: Con la grafite hai fatto altro?

Susanna Martucci: Si chiaramente ci siamo innamorati di questo materiale che in questo altro caso partiamo sempre da polvere di grafite ma viene bagnato con l’acqua. Questo ci ha dato accesso ad un nuovo processo produttivo per la tintura dei tessuti. I ragazzi riescono a tingere vari materiali, la lana, denim, seta o il cotone organico ma in maniera totalmente atossica. Adesso vi porto nel mondo che parla di plastica riciclata, tante cose si possono fare: righelli per la scuola, custodie per i vinili, che vengono tutte da bottiglie post-consumo quindi da raccolta differenziata.

Cristina: Vedete quanto nasce da fantasia e determinazione? Questi puzzle per bambini sono recuperati da uno stand fieristico, così queste borse. Non abbiamo il tempo di raccontarvelo ma questo è sempre grafite e sughero riciclato. Questi sono sacchi di caffè trasformati insieme anche a sfridi della produzione del pellame. Pensate che l’attività di Susanna adempie a ben 6 dei 17 SDG, gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in particolare il 8, 9, 10, 12, 15, e 17. Occhio al futuro!

In onda il 29-2-2020

Italia Che Cambia

By ecology, sdg 17

Daniel Tarozzi, fondatore di Italia Che Cambia e fellow della rete Ashoka, ha raccontato il viaggio in camper che lo ha portato a conoscere, e mappare, gli agenti di cambiamento dal sud al nord dell’Italia.

Cristina: Mentre l’Italia fatica a fare sistema, per fortuna ci sono giovani che s’impegnano a contrastare questo problema. Daniel si muove su e giù per il nostro paese in camper, per cercare talenti da valorizzare e mapparli. Daniel, com’è nato questo tuo mestiere?

Daniel Tarozzi: Guarda tutto è nato da un viaggio lungo quasi un anno alla ricerca di persona che si assumevano la responsabilità della propria vita senza aspettare che qualcuno lo faccia al loro posto. Nel 2012 sono partito in questo camper, con l’idea di andare in giro per l’Italia, pensando di stare in giro per poche settimane. In realtà ho scoperto centinaia, migliaia di esperienze concrete di cambiamento in tutte le regioni italiane. Quello che doveva essere un viaggio finalizzato a scrivere un libro è diventato un progetto di racconto di questa Italia Che Cambia che va avanti da oltre 7 anni. Pensa che solo nel mio primo viaggio ne incontrai oltre 450, sulla nostra mappa ci sono 2.000 progetti mappati ma sono molte, molte di più quelle che costellano il nostro paese.

Cristina: Che metodologia seguite?

Daniel Tarozzi: Ci arrivano segnalazioni, il passaparola che è straordinario, ogni persona che incontro mi segnala altri 5-10 progetti, ovviamente il web siamo prevalentemente sul digitale, abbiamo i nostri canali social e il nostro sito. Da questa esperienza sono concrete, non sono solo astratte, progetti che funzionano e che negli anni migliorano.

Cristina: Che visione avete dell’Italia nel 2040?

Daniel Tarozzi: Abbiamo raccolto oltre 500 azioni che possiamo realizzare tutti, a partire da oggi, per cambiare l’ambiente, per cambiare l’economia, per creare lavoro, senza aspettare nessun governo, azioni che possiamo fare adesso.

Cristina: In che modo si creano collaborazioni tra le realtà che mappate?

Daniel Tarozzi: Il nostro lavoro è un lavoro sull’immaginario, la prima cosa che cerchiamo di fare è di proporre esempi positivi ispirandoci un po’ allo slogan “vietato non copiare”. La prima connessione che siamo riusciti a creare è quella tra la domanda di cambiamento e l’offerta di cambiamento, ovvero sono un cittadino, un professionista, una persona insoddisfatta, voglio andare a vivere fuori città, creare lavoro, voglio fare qualcosa nella mia vita. Vado a trovare chi lo ha già fatto e poi cerco person con cui farlo anch’io, per cui si ci sono tanti borghi abbandonati che si stanno ripopolando. Ci sono tantissimi altri che stanno creando progetti agricoli, ma anche imprenditoriali, digitali, fab lab. Quindi natura, città, davvero un’Italia in fermento e straordinaria in tutti i campi.

Cristina: C’è una Regione che meglio di altre fa sistema?

Daniel Tarozzi: Per fare qualche esempio concreto da nord a sud mi vengono in mente ad esempio, circuiti di monete complementari in Sardegna che stanno mettendo l’economia in circolo davvero facendo girare milioni di euro di economia che non avrebbe girato senza questo strumento. Oppure ancora dei piccoli produttori che in Sicilia si sono messi a cooperare con i cosiddetti competitor, cooperando insieme vendendo ai gruppo di acquisto del centro-nord hanno visto tutti aumentare i fatturati. La cooperazione che vince contro la competizione. E ancora, tantissimi giovani, c’è questa tema dell’agricoltura. L’agricoltura, quella che davvero valorizza i nostri prodotti. è in una crescita incredibile, quindi quando si parla di crisi bisogna stare attenti. C’è la crisi di un mondo, di un settore. Io racconto l’Italia dal 2012 e in questi anni di crisi piena c’è tutta un’Italia, che senza mai negare le difficoltà perché saremmo utopici, che sta realizzando progetti che funzionano anche a livello economico.

Cristina: Sembrerà tanto banale ma viviamo in un paese meraviglioso, facciamolo funzionare meglio. Occhio al futuro

In onda 11-5-2019

Broken Nature – la Triennale di Paola Antonelli

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Paola Antonelli è la più grande fonte d’ispirazione per colmare il divario tra ciò che sappiamo e come viviamo. Broken Nature presenta una moltitudine di idee e soluzioni per diventare cittadini rigenerativi del nostro bel Pianeta. La speranza è che visitiate la Triennale tante volte, ma per chi non verrà a Milano entro l’1 settembre, brokennature.org è una fonte da consultare (anche per chi visiterà la mostra!). Grazie Paola per la tua visione e per la tenacia.

Cristina: Siamo alla Triennale di Milano, Broken Nature, un mostra internazionale e interdisciplinare che durerà fino al 1 di Settembre, che indaga il nostro rapporto con i sistemi naturali, la società umana, con il modo di vivere, produrre e consumare. É curata da una grande italiana, Paola Antonelli, che per l’occasione  è stata prestata dal MoMA di New York.  L’essenza di Broken Nature, cosa vuoi che gli spettatori si portino a casa?

Paola Antonelli: Vorrei che si portassero a casa il fatto che per essere responsabili, per vivere in modo sostenibile, per attivare questo atteggiamento ricostituente, non bisogna sacrificare l’estetica o il piacere, la sensualità o l’eleganza.

Cristina: Spesso gli individui si sentono troppo piccoli per poter avere un impatto. Tu come la vedi?

Paola: Non la vedo così, perché non possiamo contare soltanto sui governi, le istituzioni e arrenderci al nostro destino. Abbiamo un potere enorme che proviene anche dai social media, una persona poi diventa un gruppo, una tribù, una comunità e dopo di che se i governi vogliono avere qualsiasi efficacia devono seguire anche quello che vuole il pubblico.

Cristina: Qual’è il tempo ideale da trascorrere in questa mostra per tornare a casa veramente più nutriti?

Paola: Direi che almeno tre quarti d’ora, un’ora ce li devi mettere. Spero che tanti bambini vengano e che siano ispirati perché alla fin fine il design tra una quarantina di anni andrà come la fisica, ci sarà il design teorico e quello applicato e si trasmetteranno conoscenze a vicenda.

Cristina: E l’aspetto sociale come lo hai declinato?

Paola: Per esempio […] pensò a questo recupero di mais di speci che erano andate perdute e poi usare le barbe e la parte esterna della pannocchia per fare un’intarsio. Anche semplicemente quest’attività che il design può fare per recuperare cultura materiale che si è persa, c’è un grandissimo esempio anche di come si può utilizzare la comunità.

Cristina: Come definisci il designer del XXI secolo?

Paola: Tantissime possibilità di espressione. Per cominciare ci sono i mobili, ovviamente ci sono le auto, ci sono anche i materiali. Ci sono dei designer che progettano scenari o cercano di mostrarci quali potrebbero essere le conseguenze future delle nostre scelte di oggi. Ci sono designer di interfacce che sono per esempio lo schermo e l’interazione del bancomat. Ci sono designer che fanno bio-design, quindi si occupano anche di organismi viventi o progettano con organismi viventi. Neri Oxman e Mediated Matter Group stanno ispirando una generazione di designer che imparano a lavorare con la natura per fare oggetti ed edifici che crescono invece di essere disegnati dall’esterno. Skylar sta lavorando il governo delle Maldive per fermare l’erosione delle spiagge. Stanno tutti lavorando e avendo un grande impatto. Sono molto fiera di tutti.

Cristina: Grazie Paola. Non perdete Broken Nature.

In onda 6-4-2019

L’intelligenza artificiale di IRIS

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Anita Schjøll Brede racconta come l’intelligenza artificiale di Iris potrebbe aiutare a semplificare le ricerche scientifiche e molto altro.

Cristina: Abbiamo tutte le soluzioni ai problemi pressanti del nostro tempo, ma come pezzi sparsi di un puzzle sono in luoghi, lingue e formati diversi. L’intelligenza artificiale ci può aiutare in questo. Anita, puoi darci una metafora per spiegare come funziona l’intelligenza artificiale?

Anita Schjøll Brede: Stiamo sviluppando sistemi che vogliono mimare il cervello umano più che una calcolatrice. Se io avessi una pizzeria, ogni mattina vorrei capire quanta pasta fare. È una domanda complessa: che tempo fa? Quanto ho venduto sin qui? È la stagione turistica? Che giorno della settimana è? Ci sono molti dati che influenzano le risposte e l’esperienza umana contribuisce molto al raggiungimento di un buona stima.
Se si ha un sistema che col tempo impara, lo si può impostare per calcolare ogni mattina, sulla base dei dati, quanta pasta fare. Ogni giorno si aggiungono nuovi da inserire e il sistema si aggiornerà diventando sempre più efficace nel fare le previsioni.

Cristina: Come stai usando l’IA?

Anita Schjøll Brede: Abbiamo una gamma di strumenti che aiutano i ricercatori a mappare la letteratura scientifica esistente in relazione ad un quesito, e presentano una lista di testi molto precisa.

Cristina: Wow

Anita Schjøll Brede: Richiede moltissimo tempo, ci sono 150 milioni di ricerche scientifiche, milioni e milioni di brevetti e un essere umano non è in grado di leggere e comprendere quel vasto volume di informazioni. Stiamo costruendo un sistema che è in grado di farlo, facendo si che una persona possa trovare esattamente i pezzi del puzzle di cui ha bisogno per risolvere un problema.

Cristina: Credi che aiuterà a connettere diverse aree di ricerca per trarre conclusioni migliori in relazione a problemi sistemici?

Anita Schjøll Brede: Si. Tantissime soluzioni ai nostri grandi problemi, che siano cambiamenti climatici o altro, sono interdisciplinari. Significa prendere quella soluzione e quella e quella e metterle insieme. Oggi un essere umano non è in grado di farlo, ma l’IA che stiamo realizzando si.

Cristina: È già funzionante?

Anita Schjøll Brede: Una parte si, quella che ti aiuta a fare le valutazioni delle ricerche, partendo da un quesito e arrivando ad una lista di lettura. Questo funziona, lo stiamo vendendo alle università e alle corporazioni. Il prossimo passo sarà estrapolare ipotesi, arrivare a conclusioni e cominciare a vedere i grandi schemi.

Cristina: Quindi il sistema diventerà un ricercatore in sè?

Anita Schjøll Brede: Prima o poi si.

Cristina: Siamo sempre più affascinati da queste importanti e utili prodezze tecnologiche ma non dimentichiamoci quello che abbiamo qui dentro. Occhio al futuro.

In onda 29-12-2018

Jaya Baloo, consigli di sicurezza informatica

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Jaya Baloo, esperta di sicurezza informatica, spiega le diverse motivazioni di un hacker e gli attacchi informatici che potrebbero colpirci – dal cittadino, all’azienda, fino alle infrastrutture statali.

PUNTATA I

Cristina: Sono con una delle più grandi esperte di sicurezza cibernetica, lavora in Olanda e a lei chiediamo: Jaya dobbiamo preoccuparci?

Jaya Baloo: Si, ma il grado di preoccupazione dipende da ognuno di noi. Cambia a secondo di cosa devi proteggere e da chi.
Cambia se sei un individuo, un’azienda o un governo. E per quanto riguarda “da chi” proteggersi, mi piace dire i hacker hanno tre motivazioni: divertimento, guadagno e politica. Solitamente crescono in quell’ordine. Partendo da un hacker individuale che è magari curioso e lo fa per divertimento, ai criminali cibernetici che lo fanno per guadagno, fino agli hacker sponsorizzati dagli Stati, che lo fanno per motivi politici.

Cristina: Quali sono tre tipi di attacco in ognuna di queste categorie in modo che le persone possano capirne l’entità?

Jaya Baloo: Ti do tre esempi: quando parliamo di hacker individuali, quello che vediamo sono attacchi semplici, ma molto efficaci. Ad esempio la negazione di servizio, dove servizi – generalmente online – sono resi inaccessibili perché vengono inondati di traffico. Questo è facilmente realizzabile da un hacker individuale, ma non è sempre semplice difendersi.

Cristina: E dicevi che per 40 euro puoi arruolare qualcuno che inonderà il tuo sito di traffico che il tuo server non sarà in grado di gestire?

Jaya Baloo: Esatto e non riesce più a esaudire le richieste valide. È una cosa che vediamo spesso. Non ci sono solo attacchi di tipo volumetrico ma anche applicativi. È difficile difendersi e costano milioni di euro alle aziende. Quindi questi sono gli hacker individuali. Se guardiamo i criminali cibernetici, abbiamo assistito al più grande colpo bancario della storia, per oltre un miliardo di dollari. È stato dirompente, ma vediamo che anche le persone comuni sono vulnerabili ai riscatti: il loro computer viene criptato e possono solo sbloccarlo mandando al criminale un pagamento in bitcoin. E quando si tratta di attacchi sponsorizzati dagli Stati, da dove inizio? Lo vediamo ovunque, lo abbiamo visto nelle elezioni degli stati uniti, lo vediamo nelle elezioni europee, hanno cercato di attaccare anche la marina militare italiana. Ci sono tantissimi casi.

Cristina: In Italia chi se ne sta occupando che dovremmo conoscere?

Jaya Baloo: Se dovessi scegliere un eroe italiano, sarebbe Paolo Villoresi. È all’università di Padova e credo che dovremmo prestare molta più attenzione a persone come lui e garantire più fondi alla loro ricerca.

In onda 15-12-2018

PUNTATA II

Cristina: Quando sentite parlare di attacchi informatici, pensate che non vi riguardi? Preparatevi a cambiare idea. Jaya cosa possiamo fare a livello individuale per proteggerci?

Jaya Baloo: In realtà può essere molto semplice: iniziamo a essere diligenti con gli aggiornamenti dei nostri software e hardware. Questo significa scaricarli appena sono disponibili e non aspettare tre settimane per poi avere trentacinque mila aggiornamenti da fare. La seconda cosa che è semplice e poco sexy è fare i back-up: salvate i vostri dati sia offline che online. Usate un antivirus e l’autenticazione a due fattori, con questi piccoli cambiamenti togliamo ai hacker una buona parte delle tentazioni.

Cristina: Le persone pensano che sia conveniente fare una ricerca online e ricevere proposte affini dal sistema ma questa in realtà non è una buona cosa, vero?

Jaya Baloo: Il bene più prezioso che abbiamo è il tempo, e guadagnarne è sempre bello, ma non a discapito della nostra sicurezza e privacy. Possiamo solo essere liberi di godere dei frutti della nostra innovazione digitale se non dobbiamo preoccuparci che i nostri dati vengano rubati o condivisi con persone che non abbiamo autorizzato. Dobbiamo prenderne possesso e comprendere a pieno di chi ci possiamo fidare.

Cristina: E invece per organizzazioni, multinazionali e governi?

Jaya Baloo: Sono molto preoccupata per le nostre infrastrutture nazionali sensibili e credo che i governi potrebbero concentrarsi su questo. Dall’acqua potabile, all’energia e le telecomunicazioni, in quell’ordine dovremmo avere un programma per cercare le vulnerabilità e proteggerle. Abbiamo una responsabilità nei confronti dei cittadini di ogni paese e penso che sia un problema in Italia quanto in Olanda. Abbiamo l’urgenza di cercare i punti deboli: dove cercherebbe di infiltrarsi un hacker se volesse rendere inefficiente queste infrastrutture? e chiudere ogni porta d’ingresso, concentrandoci sulla difensiva anziché tattiche offensive come la raccolta di informazioni.

Cristina: Intendi le intercettazioni telefoniche?

Jaya Baloo: Si, intercettazioni di conversazioni e segnali di telecomunicazione oppure risposte aggressive agli attacchi. Sono assolutamente contraria perché significa aggravare anziché dialogare. Vorrei che ci focalizzassimo sulla pace cibernetica e le nostre difese.

Cristina: E ci incoraggia scoprire che dal tuo punto di vista c’è tanto talento in Italia.

Jaya Baloo: C’è tantissimo talento in Italia. Sono una grande fan delle università italiane. Penso che abbiano moltissimo da offrire. Frequentate gli atenei. Dovremmo incoraggiare le grandi aziende a collaborare di più con gli istituti accademici.

Cristina: Che dire? Occhio al futuro.

In onda 22-12-2018

Il potere della spazzatura

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Arthur Huang, architetto, ingegnere e CEO di Miniwiz, parla dei suoi processi e impianti per usare la risorsa più abbondate che abbiamo: la spazzatura! La macchina portatile Trashpresso, alimentata da energia solare, è stata a Milano nel Parco Sempione durante il Salone Internazionale del Mobile 2018.

PARTE I

Cristina: Oggi vi presentiamo un ingegnere che progetta impianti per la raccolta e la trasformazione dei rifiuti e pensate che ha ingegnerizzato 1200 nuovi materiali. Arthur, qual è il potere della spazzatura?

Arthur Huang: Oggi è la risorsa più abbondante. È ovunque, nei nostri oceani, nell’acqua potabile, perfino nei ghiacciai a 4.900 metri. Questa risorsa è in costante aumento e credo che dobbiamo occuparcene in modo da poter alimentare un nuovo modo di fare design e cambiare il nostro stile di vita in positivo.

Cristina: Tu te ne stai occupando. Quanti impianti avete progettato?

Arthur Huang: Abbiamo ingegnerizzato circa 1.200 nuovi processi che a loro volta, possono essere suddivisi in quattro grandi categorie di macchinari che separano e trasformano la spazzatura che buttiamo tutti i giorni, dagli imballaggi, ai bicchieri e bottiglie in plastica, fino agli scarti tessili. Attraverso i trattamenti differenziati siamo in grado di ottenere una vasta moltitudine di materiali pre-lavorati, che successivamente possono essere utilizzati in edilizia o per altre categorie di prodotto.

Cristina: Indossi alcuni dei tuoi nuovi materiali, puoi indicarmeli?

Arthur Huang: Questa giacca è monomateriale, senza collanti aggiuntivi, fatta di bottiglie di plastica. I pantaloni anche, sono fatti al 100 percento da bottiglie di plastica, ma al tatto sembrano lana. Le scarpe anche sono in PET riciclato. Perfino i bottoni, gli occhiali e il cinturino dell’orologio sono realizzati con mozziconi di sigaretta. Questo bottone è stato fatto con quattro mozziconi raccolti in Svizzera e in Italia e stiamo creando una nuova generazione di bottoni e altri accessori. Questi sono gli occhiali da sole..

Cristina: Quanta energia si consuma per depurare le tossine da questi materiali?

Arthur Huang: È molto più facile di quanto si creda, è per questo che abbiamo creato un macchinario portatile, per dimostrare in realtà quanta poca energia serva. Tutti i processi del macchinario sono alimentati dall’energia solare, l’aria e l’acqua vengono filtrate in un sistema interno chiuso. Si ha un risparmio energetico pari al 90%, rispetto alla materia vergine proveniente dai fondali oceanici, che viene prelevato sotto forma di petrolio e poi trasformato.

Cristina: Quindi non rimangono tossine nel bottone di mozziconi?

Arthur Huang: Abbiamo fatto dei test – non rimangono tossine nei mozziconi dopo il processo. La macchina cattura tutti i fumi in un sistema chiuso di ricircolo interno.

In onda 1-12-2018

PARTE II

Cristina: Leggiamo sui giornali che c’è più materia prima seconda di quella richiesta sul mercato, è una situazione critica e gli stoccaggi di queste materie vengono addirittura bruciati. Il tuo sistema e la tua strategia, come possono avere un impatto a livello globale?

Arthur Huang: Innanzitutto, la maggior parte dei nostri sistemi sono progettati per essere portatili. Credo che sia molto importante poter avvicinare la tecnologia di trasformazione il più possibile alla fonte di spazzatura. Uno dei maggiori problemi oggi del processo di riciclo è la contaminazione. Una volta che avviene, la materia perde di valore e la lavorazione diventa molto costosa e addirittura più dannosa per l’ambiente. Il vantaggio di raccogliere e trasformare i rifiuti in loco è di rendere la materia prima seconda disponibile in situ a ingegneri e designer.

Cristina: Nella tua esperienza quali sono gli anelli mancanti per poter fruire di queste competenze, intelligenza e soluzioni?

Arthur Huang: Il primo anello mancante è il processo di riciclo in sé. Bisogna sapere come separare i rifiuti. Questa è la prima questione. Di tutti i materiali da riciclo disponibili, qualsiasi sia la percentuale di raccolta, meno del 2 percento viene trasformato in un nuovo materiale. Dopo la raccolta differenziata corretta, bisogna sapere come lavorare i rifiuti. Servono tantissimi dati per avviare il processo, anche a seconda dell’utilizzo finale. Verrà utilizzato per fare scarpe? Una sedia, o un palazzo? Hanno specifiche diverse. Noi adesso stiamo lavorando anche sui dati. Stiamo avviando un database aperto a tutti con 1.200 nuovi materiali, frutto del nostro lavoro degli ultimi 15 anni, così che le istituzioni lo possano utilizzare come strumento educativo per giovani designer ed ingegneri, affinché prendano confidenza con questi processi. Stiamo cercando di rendere il sistema circolare.

Cristina: Qual’è il tuo sogno?

Arthur Huang: Il nostro sogno adesso è di costruire un aereo fatto interamente di spazzatura. Abbiamo comprato un vecchio aereo in Germania e l’abbiamo spedito a Taiwan, dove stiamo inventando o meglio, cercando un nuovo processo per costruire l’ala, fatta in PET riciclato.

In onda 8-12-2018

Chi è un hacker “etico”?

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Nei prossimi anni saranno circa 3 milioni i posti di lavoro legati alla sicurezza informatica. Il Prof. Camil Demetrescu, docente alla Sapienza di Roma, spiega l’importanza del percorso che fanno i suoi studenti. Cercando falle nei sistemi per poterli rattoppare e rendere sicuri, diventano hacker di tipo “etico”.

Cristina: Siamo a Roma, all’Università La Sapienza facoltà di Ingegneria, per raccontarvi di come i nostri ragazzi ben formati e ben motivati possono avere un ruolo chiave per proteggere i nostri sistemi informatici. Perché è così importante il percorso che fate qui?

Prof. Camil Demetrescu: Perché siamo sotto attacco, come cittadini, come governi e come aziende. Un rapporto della Polizia Postale parla di oltre 30.000 attacchi alle infrastrutture critiche di cui oltre 1.000 sono andati a buon fine nell’arco di un anno. Il costo di cui stiamo parlando è un costo che per le aziende di grandi dimensioni ha una media in Italia di 7 milioni di dollari all’anno dovuto agli attacchi informatici. Un costo che sta aumentando, per esempio tra il 2013 e il 2017 è aumentato del 22%.

Cristina: Questi ragazzi in che modo diventano angeli custodi dei nostri sistemi?

Prof. Camil Demetrescu: Innanzitutto facendo un percorso di formazione in cui imparano le basi della sicurezza informatica e iniziano con un testi di ammissione in cui chiediamo di avere essenzialmente capacità logiche, capacità di programmazione ed entrano in un percorso di  4 mesi che li porta ad imparare tutte le tecniche di difesa e come mettersi nella testa dell’attaccante informatico.

Cristina: Qualche esempio di come lavorano per identificare le falle nel sistema?

Prof. Camil Demetrescu: Ci accorgiamo di un hacker spesso dai piccoli dettagli, quelli che fuggono ai più ma che in realtà con un’esame attento possono indicarci il problema. La presenza di un file nascosto,  sulla barra del browser ci sono scritte delle cose che non sono esattamente quelle che vogliamo. Una delle attività che abbiamo fatto proprio in questa sala dove siamo oggi è quella di dissezionare questo oggetto e comprendere in che modo funzionasse, quindi l’obbiettivo principale è quello di comprendere il più presto possibile il funzionamento per capire se c’è un’interruttore per spegnerlo. Questo è l’addestramento che noi facciamo, culmina con la partecipazione dei migliori di questo percorso alla squadra nazionale italiana, che l’anno scorso ha partecipato per la prima volta in Europa, prendendo il terzo posto. È stata una grande soddisfazione che dimostra anche il talento dei nostri giovani.

Cristina: Quali sono le opportunità di lavoro nel prossimo futuro per chi ha questi talenti?

Prof. Camil Demetrescu: La stima è di oltre 3 milioni di posti di lavoro che bisognerà colmare con competenze con sicurezza informatica nei prossimi quattro o cinque anni.

Cristina: Ragazzi, arruolatevi! Appassionatevi a questo perché è un ruolo fondamentale nella società di oggi e di domani.

In onda 24-11-2019

Blockchain con Cristina Pozzi

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Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo e fondatrice di Impactscool, ci parla della tecnologia blockchain.

Cristina: Le tecnologie evolvono così rapidamente che a volte fatichiamo a comprenderne i significati, a partire dal nome. Cristina tu ti occupi di formazione, come spieghi ai tuoi alunni che hanno età molto diverse, e provenienze molto diverse, che cos`è e a che cosa serve la blockchain?

Cristina Pozzi: Serve a tantissime cose, ad esempio anche contratti per passaggi di proprietà. Proviamo ad immaginare di voler vendere un’auto, questo si può fare già tra privati ma ci sono diverse istituzioni tra certificazioni, archivi dove l’informazione del passaggio di proprietà deve essere registrata, ci vogliono anche diversi giorni per avere tutte le carte sistemate e in ordine. Se io potessi farlo attraverso un sistema basato su blockchain, questa informazione verrebbe registrata automaticamente in modo istantaneo su tutta una serie di nodi, si chiamano – sono dei blocchi che stanno all’interno di questa catena dei computer – che registrano l’informazione e a quel punto la rendono immediatamente disponibile per tutti.

Cristina: Altre applicazioni?

Cristina Pozzi: Si può pensare anche all’acquisto di una casa, qua lascio alla fantasia di tutti che, esperienza che conosciamo, cercare di numerare tutti gli intermediari che oggi devono intervenire quando faccio un passaggio di proprietà di un immobile. Neanche in questo caso gli intermediari potrebbero essere sostituiti da un sistema che è condiviso e collettivo, però non sempre, e non è solo così, questo sistema deve essere qualcosa di pubblico e istituzionale quindi stanno nascendo ed esistono già sistemi di blockchain che invece vengono creati per privati. Per esempio nel mondo della logistica, immaginiamo di dover spedire un pacco internazionale da un continente all’altro, i passaggi di informazione di dati, soprattutto i soggetti coinvolti sono tantissimi, e stanno già creando un consorzio tra quelle società che operano nel mondo della logistica per avere queste informazioni disponibili a tutti, accessibili e soprattutto anche tra di loro compatibili in modo che quando un pacco passa in dogana o viene spedito o ritirato, l’informazione venga registrata su un sistema di questo genere.

Cristina: E diventerà pervasivo in quanto tempo?

Cristina Pozzi: Questo esiste già, questa è proprio un’applicazione già esistente. Sicuramente l’opzione di applicarlo alla pubblica amministrazione o a tutta una serie di cose con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, nel giro di 10-15-20 anni sicuramente presente. È molto interessante e soprattutto realistico.

In onda 20-10-2018

Un viaggio nel futuro con Cristina Pozzi

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Vi gira la testa quando pensate agli scenari del futuro di lavoro, società e famiglia? Ecco un breve viaggio con Cristina Pozzi, autrice di 2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo. Cristina è anche fondatrice di Impactscool, che porta nelle scuole e università italiane percorsi di formazione per essere pronti ai grandi cambiamenti in corso.

Cristina: Quali sono i cambiamenti che ci aspettano nei prossimi anni? Cristina tu sei imprenditrice sociale e scrittrice e hai fatto un viaggio nel futuro, che cosa hai visto?

Cristina Pozzi: Sicuramente il futuro che ho visto nel 2050 è un futuro dove cambia l’ambiente in cui noi viviamo perché il nostro pianeta, ahimè, per effetto del riscaldamento globale sarà soggetto a tantissimi cambiamenti, però anche lo stesso concetto di ad esempio famiglia, potrebbe essere messo in dubbio, cambiare, evolversi, per effetto di evoluzioni della genetica. Per esempio già oggi si possono fare figli con tre genitori andando ad utilizzare il materiale genetico di tutti e tre, si fa già in Inghilterra.

Cristina: E come faremo ad aumentare le nostre capacità cognitive?

Cristina Pozzi: Potremo farlo in tanti modi, sia dal punto di vista chimico con medicine che si stanno già studiando che possono aumentare la nostra attenzione ad esempio, si anche con le cosiddette neurotecnologie che invece possono essere veri e propri impianti tecnologici o caschetti da indossare che sono in grado di aumentare la nostra creatività

Cristina: E se non sono a portata di tutti come costi?

Cristina Pozzi: Potrebbero essere a beneficio solo di alcuni. Probabilmente non vogliamo vedere una società dove solo alcune persone possono essere più intelligenti, più di successo sul lavoro o avere accesso a determinate cure, più sani. Per chi non se lo può permettere potrebbero esserci scenari dove addirittura si può ottenere una tecnologia in cambio però di essere soggetti a pubblicità, magari continue, in modo da poterlo avere gratuitamente.

Cristina: Pure cedendo i propri dati del DNA?

Cristina Pozzi: Assolutamente si, quello potrebbe diventare una vera e propria fonte di reddito, addirittura quasi uno dei tanti lavori che ci troveremo a svolgere perché molto probabilmente non svolgeremo un solo lavoro ma tanti contemporaneamente.

Cristina: E i mestieri di oggi spariranno. Quali sono quelli che secondo te rimarranno o nasceranno e saranno strategici?

Cristina Pozzi: Sicuramente trovandoci immersi in una realtà cambiata in pochissimo tempo e che facciamo fatica a comprendere, magari anche per la presenza di robot attorno a noi in qualunque situazione, la figura dello psicologo che ci può aiutare nel gestire il passaggio, sarà centrale.

Cristina: Secondo te c’è la formazione giusta per compiere questo viaggio verso il futuro?

Cristina Pozzi: Per ora no, il consiglio che do sempre è quello di imparare a essere curiosi e imparare ad imparare.

Cristina: Coniugando quindi i nostri naturali talenti e le nostre capacità intellettuali, di cuore, creative e la volontà. Occhio al futuro

In onda 29-9-2018

SanTO – il robot per la preghiera

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Una conversazione con Don Ivan Maffeis della Conferenza Episcopale Italiana e Gabriele Trovato, Prof. di Intelligenza Artificiale all’Università Cattolica del Perù, che ci presenta SanTO – un robot dotato di intelligenza artificiale pensato per accompagnare la preghiera.

Cristina: Si stanno progettando robot per ogni ambito e aspetto della nostra vita, persino per i momenti di preghiera.

Gabriele Trovato: Semplicemente accendendo un cero, e toccando la mano del santo. Parlami di San Francesco.

Cristina: Come la vede lei questa interazione?

Don Ivan Maffeis: Sicuramente la tecnologia ci mette a disposizione qualcosa di buono. Dobbiamo però ricordarci che c’è il rischio che noi andiamo a domandare alla macchina, al robot, in base all’urgenza del momento, in base al nostro stato d’animo.. però teniamo conto di questo respiro più ampio. Teniamo conto che la persona oggi è alla ricerca di una relazione, di un’incontro. Può sicuramente servire a livello di catechesi, a livello di documentazione, però la parola che cerco è una parola che più che interrogare in termini della mia vita, paradossalmente, ma nella misura in cui il robot ci mette a disposizione un mondo, una ricchezza di contenuti, una biblioteca. Addirittura c’è la possibilità di interagire, bene.

Gabriele Trovato: Io penso che questo deve essere visto come un sostegno alla chiesa, non ha la pretesa di sostituire la chiesa quindi non è un oggetto che può dare risposte, ma può fornire compagnia alla preghiera. Questo lo vedo come lo scopo principale.

Cristina: Conversazioni come queste sono sempre più necessarie. Sono temi delicati ma tremendamente attuali. Occhio al futuro.

In onda 2-6-2018