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La pittura purificante di Airlite

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Airlite ha sviluppato una pittura che purifica l’aria e può essere utilizzata sia in interni che esterni. Neutralizza gli odori, i batteri e previene le muffe. Respinge la polvere e lo sporco e riduce l’inquinamento atmosferico.

Cristina: Non stiamo tutti meglio quando l’aria è leggera? Oggi vi raccontiamo di una tecnologia che ci consente di respirare meglio. Buongiorno Massimo, di che si tratta?

Massimo Bernardoni: È una pittura che contiene varie tecnologie. Riesce a purificare l’aria, riesce ad eliminare i batteri dalla superficie, le muffe, rimane più pulita nel tempo ed elimina anche gli odori. Noi eliminiamo gli inquinanti trasformandoli in sali, questa è una nanotecnologia, e poi ci sono altre tecnologie che non sono nano, che eliminano i batteri, le muffe ed eliminano la possibilità di sporcarsi le pareti con lo smog.

Cristina: Quindi i famosi baffi del calorifero?

Massimo Bernardoni: I famosi baffi dei caloriferi, gli angoli scuri… chiaramente nel tempo noi siamo molto più performanti.

Cristina: È completamente a base di minerali? Sono sostanze di origine petrolifera?

Massimo Bernardoni: Non abbiamo sostanze di origine petrolifera, è minerale, tant’è vero che quando si applica non ha odore.

Antonio Cianci: Con questa tecnologia dipingere una strada di 150 metri, a destra e a sinistra, equivale a piantare un bosco grande come un campo da calcio. Questo perché 12 metri riescono a ridurre l’inquinamento prodotto in un giorno da un’automobile.

Cristina: Assorbe anche particolato?

Antonio Cianci: In modo indiretto. Il particolato è generato dagli ossidi di azoto per sintesi fotochimica, noi ne abbassiamo i livelli e lo riduciamo in modo sensibilmente notevole.

Cristina: Ha anche la capacità di abbattere i consumi energetici. In che modo?

Antonio Cianci: Abbiamo la meravigliosa capacità di riflettere la componente calda della luce solare, quindi dipingendo la parete con questo prodotto si riesce a ridurre fino a 30 gradi la temperature in superficie. In questo modo minor calore passa all’interno e ho meno bisogno di usare riscaldamento o raffreddamento per condizionare la nostra stanza.

Cristina: Invece internamente avete una tecnologia che lavora quasi all’opposto? Creando una sorta di manto protettivo ma traspirante?

Antonio Cianci: La pittura è traspirante, permette quindi il passaggio di tutte le componenti senza creare ristagno e quelle brutte bolle che portano le muffe all’interno delle abitazioni, condizionando in effetti la stanza in modo naturale.

Cristina: In quanti colori esiste questa pittura?

Antonio Cianci: 180 colori. Devo dire che architettonicamente ha una resa molto bella, simile a quelle delle pitture decorative, permette anche finiture di lusso.

Cristina: Cosa succede quando metti insieme due italiani ingegnosi, uno più tecnico, l’altro più imprenditoriale, giovani nello spirito ma con esperienza? Spaccano.

In onda 5-5-2018

Quakebots, monitoraggio sismico

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Capire quanto è vulnerabile un edificio è di particolare importanza in italia essendo, il nostro, il paese più sismico d’Europa. Oggi vi parliamo di Quakebots, un nuovo sistema di rilevamento e diagnosi.

Cristina: Il sistema Quakebots è un sistema di monitoraggio sismico negli edifici che utilizza la tecnologia IoT per monitorare come l’edificio reagisce alle sollecitazioni sismiche. E da quelle sollecitazioni, utilizzando l’intelligenza artificiale, noi creiamo mappe di classificazione che possono far comprendere quali edifici possono essere più vulnerabili. Speriamo che sistemi di prevenzione come questo si diffondano rapidamente in Italia, perché ce n’è veramente tanto bisogno. Immagino che anche i microsismi stressino un edificio, è così?

Gianni Franzosi:  Si assolutamente, ma anche l’attività antropica, il traffico stradale, quello ferroviario, le metropolitane, i lavori interni che vengono fatti negli edifici. Il sistema è in grado di registrare tutte queste vibrazioni e dar un’informazione dello stress che subisce l’edificio.

Cristina: Il vostro sistema consente di capire quando è il momento di intervenire in maniera preventiva su un edificio?

Gianni Franzosi:  Esatto, il sistema serve per la prevenzione. I dati possono essere usati da ingegneri e architetti per le fasi di adeguamento sismico, ma non è soltanto questo. In Italia abbiamo 7 milioni di edifici in aree ad elevato e medio rischio sismico che sono stati costruiti prima degli anni 70.

Cristina: Nella pratica, voi cosa fate? Installate i sensori?

Gianni Franzosi:  Noi installiamo i sensori all’interno degli edifici, su un muro portante e da quel momento inizia ad utilizzare la rete wifi per comunicare informazioni al sistema in cloud. Tutti i sistemi lavorano in rete, quindi i dati che arrivano da un sistema vengono utilizzati per creare valore agli altri edifici.

Cristina: Quindi serve sia per l’individuo che per fare azioni sul territorio?

Gianni Franzosi:  Si esatto. Azioni sul territorio, ovvero comprendere come il territorio si muove, come gli edifici si muovono durante un evento sismico.

Cristina: Avete già installato un certo numero di sensori?

Gianni Franzosi:  Attualmente abbiamo quasi un centinaio di edifici sotto monitoraggio in varie regioni d’Italia, in Calabria, Umbria e altre regioni e stiamo continuando a crescere.

Cristina: Com’è nata questa storia?

Gianni Franzosi:  È nata in maniere un po’ particolare. Nel 2009 ero responsabile del servizio di supporto al 118 dell’Abruzzo. Il giorno del terremoto alle 6 del mattino, venimmo contattati che dovevano evacuare l’ospedale. Prendemmo tutto quello che avevamo in ufficio – server, postazioni – e andammo su, a L’Aquila e nell’arco di alcune ore abbiamo ricostruito una centrale 118, consentendo al servizio di operare nuovamente. Ho visto la devastazione, cos’era successo e nel mare di emozioni mi sono chiesto “quegli edifici, avranno dato dei segnali prima?”.

In onda 10-3-2018

Carlo Ratti – Portare la natura nelle città

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Carlo Ratti ci parla di come sia possibile, attraverso l’architettura e il design, portare la natura nelle città per vivere più in armonia.

Cristina: Per un architetto che lavora nel mondo, su quali si basa la tua visione del futuro?

Carlo Ratti: Partirei forse dal tema della natura, cioè di come possiamo portare più natura nelle nostre città. Caffè Trussardi in centro a Milano, portando un piccolo giardino sospeso di fianco a Piazza della Scala. Così come nel progetto di Singapore dove in questo nuovo grattacielo, il più altro dell’isola, abbiamo pensato di mettere una foresta tropicale che si apre e si svela nel cuore di questo edificio e nel cuore della città. Anche l’acqua fa parte della natura, questo gym a Parigi che galleggia sull’acqua in cui è l’idea che le persone allenandosi nella palestra, producano l’energia necessaria per spostarsi sul fiume.
Un progetto che stiamo sviluppando al MIT di Boston e stiamo cercando di immaginare cosa succederebbe se ci fossero dei piccoli battelli senza conducenti, utilizzando le tecnologie della mobilità autonoma, adattandole al mondo della barche e all’acqua. E questo potrebbe creare un’infrastruttura ad Amsterdam che ci permette sia di trasportare delle persone, che di creare delle architetture dinamiche. Immaginiamo ad esempio un palco galleggiante che si crea quando c’è n’è bisogno, oppure un ponte temporaneo.
Pensando all’acqua, un altro progetto di ricerca è quello di andare a vedere quali virus e batteri vivono nell’acqua delle nostre città. Quello che si chiama il microbioma, riuscendo a definirlo con conseguenze molto importanti a livello della salute urbana.
Natura non vuole soltanto dire verde o acqua nelle nostre città, ma giocare con altri elementi. Ad esempio il sole, che è fondamentale a Dubai, anzi c’è fin troppo sole e questo rende le nostre città invivibili soprattutto d’estate e li abbiamo creato questa pergola digitale che ci permette di riflettere il sole e creare un microclima per la zona sottostante e anche produrre energia.
Oggi è un momento molto importante perché, per la prima volta, l’energia geosolare sta diventando più competitiva di tutte le altre forme di energia e credo che per un architetto questo sia un punto di partenza ineludibile.

Cristina: Natura in città significa anche vivere l’esperienza coltivatori, perché dovremmo sempre più andare verso questo in una popolazione mondiale che si concentra ssempre di più nelle città.

Carlo Ratti: Io non credo che riusciremo mai a produrre tutto il cibo di cui abbiamo bisogno all’interno delle nostre città, manca lo spazio, manca l’energia del sole. Quello che possiamo fare è portare l’agricoltura urbana per connetterci in modo diverso con la natura, le stagioni, la magia della vita vegetale che si rinnova seguendo le stagioni. È quello che abbiamo cercato di fare a FICO, nel padiglione HORTUS, cercando di trasformare ogni visitatore potenzialmente in un piccolo agricoltore biologico che possa seminare e seguire i frutti di quello che ha seminato.

In onda 3-3-2018

Nuova vita per l’Area EXPO di Milano

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Cosa ne sarà dell’Area EXPO, un milione di metri quadri che nel 2015 ha ospitato 22 milioni di persone? Carlo Ratti Associati, lo studio di architettura Torinese che ha vinto la gara d’appalto, ci ha raccontato come darà nuova vita al sito, utilizzando spazi comuni, aree verdi e mobilità autonoma.

Cristina: Cosa ne sarà dell’area EXPO? Un milione di metri quadri che nel 2015 ha ospitato 22 milioni di persone. Carlo quali sono tutte le innovazioni che potremo vivere nella nuova area EXPO?

Carlo Ratti: Provo a dirti tre aspetti. Il primo è come siamo partiti con il decumano, quel decumano che tutti ricordiamo, questa grande striscia di asfalto che fa da nastro distributore sul sito, e trasformarlo in un grande parco lineare. Un po’ la natura che torna al centro della città. Il secondo aspetto è come la parte bassa degli edifici diventa un common ground, uno spazio condiviso, uno spazio di interazione. Non uno spazio privato ma uno spazio che sia aperto alla città e a chiunque voglia godere di quel sito. Una terza cosa che proverei a dire è legata alla mobilità, sappiamo che la mobilità della città nel 900 era legata ed incentrata sulla macchina. Sappiamo che la automobili nei prossimi anni cambieranno moltissimo a causa delle nuove tecnologie, diventeranno autonome. Questo vuol dire anche una mobilità diversa, in cui la stessa macchina da un passaggio ad una persona, poi un’altra, poi un’altra. Allora ecco che forse uno dei primi siti urbani nel mondo che è stato progettato con questo in mente, con l’idea di una mobilità di un nuovo tipo, basata sull’autonomia.

Cristina: Quante persone ospiterà?

Carlo Ratti: Adesso lo sviluppo durerà molti anni quindi inizierà con Human Technopole, poi le parti universitarie e le varie aziende che si vogliono trasferire. Questo sarà un continuo e una crescita progressiva nel corso degli anni.

Cristina: Quando dovrebbe essere pronto?

Carlo Ratti: Se dici pronto come partire direi sono molto veloci, pensiamo che già l’anno prossimo sia attivo. Da questo nucleo iniziale vuol dire continuare a crescere nel corso degli anni. Io penso che le potenzialità siano davvero tante e quando penso che al successo dell’IIT come centro di ricerca che oggi è diventato un’eccellenza a livello mondiale e che proprio ci fa vedere come nel campo della ricerca quando creiamo le condizioni giusti, i modi i sistemi giusti e anche gli spazi da abitare giusti, ecco che il paese non è secondo a nessuno. Il sito di EXPO a cui siamo tutti affezionati per il grande successo del 2015, quindi è un sito su cui abbiamo proprio vissuto nel corso degli anni e siamo molto contenti di poter contribuire e a continuare a farlo vivere in un domani.

In onda 17-2-2018

La lana Sarda che ripulisce il mare dagli idrocarburi

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Vedere una spugna assorbire un liquido ci affascina. Ora immaginate che la spugna sia ricavata da scarti industriali, addirittura rifiuti speciali, e il liquido in questione sia acqua di mare inquinata da idrocarburi. Ma non finisce qui perché la spugna contiene anche dei microrganismi in grado di digerire gli oli restituendo acqua pulita. Da questa intuizione speciale dell’imprenditrice della blue economy Daniela Ducato nasce Geolana. Il diportista attento la troverà in molti porti e anche nelle sentine.

Cristina: Circa 150 milioni di persone vivono sulle coste del Mar Mediterraneo, scaricando in acqua rifiuti di ogni genere, da quelli industriali a quelli civili. Pensate che secondo le Nazioni Unite sono 100/150 mila tonnellate solo gli idrocarburi. Per fortuna c’è ci si occupa di questo con soluzioni innovative. Buongiorno Daniela, cos’è questo?

Daniela Ducato: E’ un tessuto di lana di pecora realizzato in industria con il pelo corto e che diventerebbe un rifiuto speciale smaltito a caro prezzo ambientale ed economico e invece noi lo trasformiamo in risorsa speciale.

Cristina: E lo vediamo lì?

Daniela Ducato: Esatto e non è decorativo. È un tessile che è stato creato a doc per catturare velocemente molti inquinanti, soprattutto gli oli e gli idrocarburi petrolchimici. E fatto in modo speciale per acchiappare, e quindi per ospitare, tutti quei microrganismi utili che sono in acqua e che hanno il compito di metabolizzare e digerire questi inquinanti restituendoci acqua pulita.

Cristina: Un kilo di lana quanto assorbe?

Daniela Ducato: Tra i 10 e i 14 kili quindi immaginiamo quanto può essere utile e importante creare una gestione sostenibile e responsabile dei porticcioli turistici con un elemento rinnovabile che finito di vivere ritorna a essere mare fecondo.

Cristina: La vostra soluzione si sta diffondendo facilmente nei porti e nei mari?

Daniela Ducato: Sì, per una volta non abbiamo il problema della burocrazia intricata, anzi c’è stata anche una velocità nelle pratiche. Siamo contenti di questa facilità e di questa consapevolezza anche nelle amministrazioni pubbliche. Chi naviga sa che anche in sentina, nel vano motore, si accumulano tanti inquinanti: oli, idrocarburi… Noi abbiamo trovato una soluzione mangia petrolioanche per questa problematica. Come vedete qui ci sono già diversi assorbitori, alcuni sono stati impregnati e stanno biodegradando gli idrocarburi, l’altro è appena stato messo e inizierà tra poco il suo lavoro di biodegradazione.

Cristina: Daniela, spieghi perché questa l’abbiamo al collo?

Daniela Ducato: L’abbiamo al collo e per fortuna non in mare, perché altrimenti vorrebbe dire un piccolo disastro: un grande versamento in mare. Serve proprio per gestire i versamenti visibili e inquinanti. E’ fatto sempre di lana, con un interno di sughero che consente il galleggiamento.

Cristina: La materia prima, la lavorazione e l’innovazione tecnologica sono al 100% sarde, speriamo che questa soluzione si sparga a macchia d’olio. Occhio al futuro!

Watly, tre in uno

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Immaginate di non avere accesso ad acqua potabile, energia e connessione a internet. Ci pare una realtà distante, ma per una parte significativa della popolazione mondiale fa parte della quotidianità. Oggi esiste un’ingegnosa macchina con il potenziale di risolvere questo problema. Si tratta di Watly, un computer termodinamico assemblato in Italia e testato in Ghana.

Cristina: Un miliardo di persone al mondo non ha accesso all’acqua potabile, due miliardi di persone vivono senza elettricità e cinque miliardi non hanno internet. Un gruppo di ragazzi italiani ha avuto un’idea che potrebbe cambiare la vita a molte di queste persone. Buongiorno Marco.

Marco Attisani: Buongiorno Cristina, benvenuta.

Cristina: Grazie. Un sogno di tanti di risolvere questi grandi problemi. Voi ci siete riusciti?

Marco Attisani: Sì, abbiamo una soluzione. Infatti ti abbiamo invitato oggi per presentarti il primo computer termodinamico costruito al mondo. Una macchina capace di purificare l’acqua da qualsiasi tipo di contaminazione, sia essa batteriologica, fisica o chimica, generare elettricità e permettere connessione a internet grazie esclusivamente all’energia solare. Questi sono i nostri nuovi stabilimenti, sono ancora vuoti perché stiamo facendo un trasloco.

Cristina: L’acqua come la depurate?

Marco Attisani: Con un sistema di ebollizione, evitando quindi l’uso di filtri. L’osmosi non è stata la soluzione che abbiamo scelto. Bolliamo l’acqua con un processo termodinamico, quindi superiamo la temperatura di 115° e in questo modo riusciamo a separare l’acqua da qualunque tipo di contaminazione, fisica, batteriologica o chimica. Arsenico, mercurio, metalli pesanti, piombo, sale. Non importa che acqua noi mettiamo dentro a Watly, l’output è sempre acqua perfettamente potabile.

Cristina: E dove l’avete testato?

Marco Attisani: L’abbiamo testato nello stato del Ghana, in Africa, e si è trattato di un esperimento sociale, più che tecnologico. Sapevamo che la macchina funzionasse quindi si trattava di scoprire quali fossero le reazioni umane di fronte a questa tecnologia. Siamo andati in un villaggio completamente deprivato di bagni, docce, acqua e abbiamo fatto chiaramente dimostrazione di cosa significhi portare la tecnologia sana a persone che ne hanno veramente bisogno.

Cristina: Una macchina modulare quindi che può sia soddisfare le esigenze di comunità intere sia di piccoli centri dove l’acqua purtroppo non è più pulita.

Marco Attisani: Corretto. Si tratta di una tecnologia scalabile e versatile, quindi puoi fare una macchina che serve 3000 persone o una che ne serve 30.000. E’ soltanto una questione di declinare la tecnologia in relazione al fabbisogno di quella specifica comunità e contesto ambientale.

Cristina: Marco ha avuto questa grande idea, grande in tutti i sensi perché questo è solo un ottavo del modulo completo, mentre abitava all’estero. Per fortuna poi è venuto a svilupparla in Italia. Occhio al futuro.